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martedì 6 ottobre 2015

Rotonda di via Besana: luogo d'anime e luogo dell'anima

45°27'35.1"N9°12'20.2"E


Cari amici del bloggo, finalmente rompiamo il silenzio in cui siffatto spazio virtuale era piombato con un altro avvicente pezzo (?) tutto mediolano. Quando finalmente credevate d’esservi liberati di bugnato, –zac! eccola tornare all’orizzonte come la donzelletta leopardiana, con in dote il suo prodigo fascio di strùnzatelle meneghine.
Qual sarà l’argomento scelto per questo nuovo pezzo? Trattasi miei affezionati amici della Rotonda di via Besana, che costituisce un altro di quei luoghi milanesi singolari o per meglio dire davvero unici. È luogo, finché ho avuto modo di ‘viverlo’, di grandissima piacevolezza e quiete, a poca distanza dall’asse trafficato del corso di Porta Vittoria.  
La singolarità di questo complesso, dalla storia piuttosto travagliata, si può constatare già guardando le immagini offerte dal satellite di gùgol (queste diavolerie moderne), cui potrete rapidamente accedere facendo clic su quella sfilza di numeretti verdi che bugnato con tanta dedizione appone al di sopra di ogni suo post: ebbene no cari amici, non sono numeri per giocare al lotto, quelli fateveli dare dal bisnonno in sogno, ammesso che non vi preferisca un inviso cugino, e non sono nemmanco tirati a caso: sono le coordinate di longitudine e latitudine dei loci narrati in questo bloggo; pertanto quelli quivi vergati son esattamente quelli relativi alla Rotonda di cui stiamo parlando. Che è davvero rotonda: avete visto? Ma più che rotonda, essa possiede un recinto dal perimetro sì circolare, ma decisamente ‘mosso’, superbamente curvilineo, come se si trattasse di quattro morbide parentesi graffe congiuntesi. E al centro, in mezzo all’erba, si apprezza un edificio a croce, a x, di cui uora uora diremo.
Siete pronti per questo nuovo tour da seduti della città di Milano, miei cari lettori pigroni ché al massimo vi spingete all’Esselunga di viale Certosa per fare qualcosa di diverso? (Scherzo, i miei lettori sono tutti degli appassionati e dotti esploratori, tempo e lavoro permettendo! eccomunque, nel suo piccolo, anche l’Esselunga di viale Certosa…)

La Rotonda della Besana ha qualcosa di magico. È, come abbiamo preannunziato, un edificio del tutto particolare tra le architetture milanesi, un unicum decisamente degno di una visita. Questo suggestivo nucleo architettonico tardobarocco ha conosciuto nel corso della sua storia plurime finalità, vivendo tante vite quante sono state le sue destinazioni d’utilizzo. Una capacità reincarnatoria camaleontica, una stratificazione funzionale che oggi si avverte tacita, sopita nel suo portico circolare quieto e silenzioso.  
La Rotonda della Besana nacque infatti come cimitero, chiamato ad assorbire le spoglie provenienti dal vicino Ospedale Maggiore, antichissimo nosocomio mediolano che poi altro non era che l’edificio dell’Università Statale, la quale insomma come vedete faceva morti già da allora. Ecco cosa c’era sotto a quella innocua erbetta verde: le spoglie, si stima, di almeno centocinquantamila persone. Nel bel mezzo del foppone sorgeva la chiesa di San Michele, con la sua pianta a croce greca, sormontata da una cupola ottagonale: una distribuzione dello spazio differente rispetto alla stragrande maggioranza dei luoghi di culto cristiani, dotati al contrario di una pianta a croce latina provvista d’una navata principale più larga e lunga del transetto con cui si interseca. Questa inusitata forma architettonica, complice peraltro oggi l’assenza dell’altare, fa completamente smarrire all’osservatore un punto focale utile all’orientamento. Che è già una delle cose molto molto belle che si possono sperimentare alla Rotonda della Besana.
L’effetto che si apprezza ‘dal di dentro’, è infatti quello di una vertiginosa e serrata sequenza d’alte colonne scanalate, sormontate da capitelli decorati con ossa e quattro teschi l’una, ad alludere con immancabile spirto barocco alla destinazione originaria, cimiteriale, del complesso. Ma in verità a guardare in alto sembra quasi di muoversi dentro a un apparato osseo, nel gioco reiterato delle volte forate a forma di vertebre. In effetti ho sempre pensato che la Rotonda della Besana potesse essere inserita di diritto in uno scary tour della città di Milano, insieme ad esempio a San Bernardino alle Ossa, e alla Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, tanto per cominciare.

Verso la fine del Settecento, in conseguenza dell’ordinanza austriaca che prescriveva lo spostamento dei cimiteri al di fuori dell’area urbana, il complesso perse la sua destinazione originaria, la chiesa fu sconsacrata, e la Rotonda della Besana divenne, in successione, caserma, fienile e addirittura lavanderia dell’ospedale; finché, in epoca assai più recente, fu finalmente donata a tutti, adibita a spazio espositivo per belle mostre temporanee: uno spazio espositivo coi controcazzi, suggestivo e versatile nelle sue pareti chiare, spazio aperto trasformato e definito ogni volta in qualcosa di nuovo. E questa è stata la stagione della vita della Rotonda a cui ho più partecipato, affezionandomi molto ai suoi spazi e alla sua tranquillità.

Poi che accadde?
Accadde che qualcuno volle destinare questo edificio meraviglioso a divernir sede museale. E fin qui direte: bello. Bello sì. Che ci hanno fatto? Un museo d’arte moderna? Contemporanea? No? Un museo del design? No, esiston già del resto. Un museo di fotografia? Un museo della città? Un museo del bottone, dell’ombrello, del martello, del rastrello? Ebbene no miei cari. La Rotonda della Besana è divenuta sede del MuBa, ossia il Museo dei Bambini (nooooooooooooooooooo!); il che mi ha naturalmente inibito dal farvi ritorno.
Cioè attenti bene: non un museo sull’infanzia, cosa che sarebbe stata senz’altro interessante, se non altro perché siam stati tutti dei nani cagaminchia felicemente liberi dal lavoro e dalle altre tragedie della vita adulta, no, proprio un ‘museo’ per i bambini (a questo punto però qualcuno mi spieghi perché chiamarlo museo, di grazia, quel poco di lingua italiana che conosco non mi aiuta a trovarvi una logica). Praticamente un luogo ove concentrare una serie di attività destinate ai più piccoli, attività didattiche, di gioco, di scoperta. Una cosa caruccia, certo (ma come battere l’appeal del museo del rastrello?), però… non qui. Eddai, alla Rotonda della Besana? Un luogo unico e affascinante come questo? In un ex cimitero coi teschi che guardano dall’alto i vostri piccini? Date loro un’aula della Triennale, perdio, son tutte quasi vuote, e poi vicino c’è pure un bel parco, così dopo che i mocciosi han finito di fare i piccoli adulti al banchetto possono correre al parco Sempione a fare le peggio fantastiche cose che fanno giustamente e naturalmente i bambini quando si sciamannano all’aperto. Che poi ogni museo di Milano possiede già e meno male, ché sennò sarebbe una lacuna e son seria, degli spazi destinati ai piccini in visita: il Castello Sforzesco, il Museo della Scienza e della Tecnologia, quello del Novecento, quello meraviglioso in corso Magenta, il mio adorato Museo Archeologico, dove i bimbetti possono improvvisarsi archeologi alle prese con scavi stratigrafici, scoperta e catalogazione di reperti… E mi fermo qui ma l’elenco potrebbe continuare.
Insomma, questo mi pare un ulteriore, drammatico e discutibile segno della bambinizzazione di Milano, probabilmente con la convinzione già descritta dal buon Louis CK secondo cui “Every child is a star beyond the shiny sea”. Ora, io mica voglio luoghi dove l’accesso sia consentito solo a gente uguale a me (“Accesso riservato ad analfabeti di ritorno con lavori dimmerda”), sia mai, anche perché chissà che brutta umanità vi si incontrerebbe, uh, però buondio, tutto questo spazio destinato esclusivamente signori, è questa la parola chiave per capire lo sdegno di bugnato, esclusivamente a famiglie e mocciosi in luoghi unici, come la Rotonda della Besana e il giardino della Gam, unici signori!, che dovrebbero essere di tutti e per tutti inizia francamente ad essermi indigesto.

Quindi: ricordiamo i bei tempi che furo. Quando la Rotonda della Besana la si sceglieva come meta prima o dopo una passeggiata in centro, per darsi appuntamento, per leggere sulle panchine che corrono lungo il suo meraviglioso porticato silenzioso, scandito da una sequenza dolcemente ondulata di colonne, per chiacchierare o per ascoltare musica, o ancora per godere della frescura dei suoi spazi, preziosamente ombreggiati anche in piena estate. E poi ricordo le belle mostre che vi ho visto: tra queste, quella splendida e ricchissima di Bruno Munari e quella, una vera sorpresa, del pittore bosniaco Safet Zec, con i suoi quadri dalle tinte accese ma agrodolci, nelle sue composizioni malinconiche quando non dolorose, capaci di raccontare in modo assai poetico le ferite dell’abbandono e dello scorrere del tempo, non solo sulle persone, ma anche sulle cose, sugli oggetti…

Insomma, a questo edificio così bello, così tranquillo, luogo d'anime per la sua storia e luogo dell'anima nella mia storia, mi legano vari ricordi: le immagini delle mostre viste da sola e in compagnia, la sorpresa e la commozione esplosemi nel quoricino per la sua deliziosa e perfetta bellezza, il rinnovato stupore, ad ogni visita, per la sua monumentale originalità e per la sua storia, passata, di camposanto protetto dal suo dolce recinto privo di angoli. Alla Rotonda della Besana ho trascorso tanti momenti piacevoli, ho lasciato scorrer via in chiacchiere lenti e oziosi pomeriggi primaverili e ho officiato i funerali laici d’un piccione trovato morto nel portico, raccogliendo per lui una margherita e affidandolo alle amorevoli cure del luogo. Che in fatto di cura d’anime, di certo, se ne intende.


Il dettaglio da non perdere
[Epico ritorno della rubrichetta del a chi vuoi che gliene impipi]
Ora, anche se non siete bambini, o lo siete inside ma la cosa non è provabile perché comunque sia la vostra carta d’identità dichiara per voi tutt’altro, io credo non si possa negare anche a chi non gode dello stato d’infante di fare almeno un giro attorno a quella che fu la chiesa di San Michele. E appunto: non perdete assolutamente, oltre alla meravigliosa simmetria della struttura, sormontata dal suo esile e sottile campanile, l’elemento architettonico decorativo ellittico nonché assai grafico che sovrasta la porta d’ingresso, bordato, come portone e finestre, da un bel fascione  color crema: ripetuto per sottrazione (è, difatti, un buco) anche all’interno, nello spazio tra una colonna e l’altra, è una sorta di vero e proprio marchio di fabbrica dell’edificio, ornamento modernamente stilizzato dello stile barocchetto che lo informa.

giovedì 28 maggio 2015

Voi, Milano e ciascuno di voi/Partecipante n° 3: Pinco

Carissimi voi tutti, ecco che quest’oggi torniamo a dedicarci al nostro coinvolgente giocone Voi, Milano e ciascuno di voi, anche colloquialmente detto Il giuoco delle 5 domande. Per questa terza, gloriosa ed emozionante puntata siamo andati a scoglionare una celebrity del bloggo: proprio lui, il Pinco unico commentatore (lo pago per farlo), il quale si rivela pertanto essere non uno sconosciuto, misterioso navigante intrigato dal mio sagace stile di scrittura (prego?) bensì un fidanzato pietoso, e uso ‘fidanzato’, termine che mi riesce francamente imbarazzante, proprio per accentuare il patetico della situazione.
Comunque Pinco io ti voglio proprio benone anzi di più, grazie mille per esserti prestato a tutto ciò!

Ma insomma, chi è poi questo Pinco?
Non è un milanese. I lettori attenti del bloggo (lettori?) sapranno già essere un romano. Ma proprio romano de Roma. Il fatto che si tratti d’un non-milanese fa sì che le sue risposte siano ancora più interessanti, proprio per capire cosa, della nostra città, colpisce chi è abituato ai fasti e alla grandiosità di una città sublime come la Capitale. Che potrà pensare un suo abitante, per di più grande conoscitore della sua città, di questa caccola grigia che prende il nome di Milano?
Ma non solo. Soppesare le sue risposte consente sì di capire come un romano ‘vede’ Milano, ma anche come un milanese presenta la propria città. La cosa si fa dunque doppiamente intrigante, andando a generare un gioco prismatico dalle mille sfaccettature, un poliedro dagli innumerevoli lati, perfetto insomma per chi, come me, non ha ancora capito come calcolare l’area di un triangolo equilatero.

Ma che altro dire su Pinco? Il poco, davvero poco che c'è da dire quando si parla del proprio compagno. Che poi è poco perché, semplicemente, è tutto.
È un ragazzo, un giovane uomo dolce, generoso, compagno. È la persona più distratta e più attenta che io conosca. Per realizzare i miei sogni è riuscito addirittura a far giungere da oltreoceano un quokka, tutto per me (di pezza, amici del wwf, nessun contrabbando illegale d’animali esotici, tranqui! – piuttosto preoccupatevi del fatto che una persona di 29 anni abbia come sogno quello di possedere un quokka di peluche). Accumulatore di monete nelle tasche, che spesso semina senza accorgersene per terra, negli insidiosi spazi tra i sedili della macchina, sotto al letto, dietro agli armadi. Bevitore di caffè (l'avevo detto che è il mio uomo!), dipendente da Evernote, lavoratore operoso,  meticoloso archivista: riuscirebbe a creare fogli di lavoro su qualsiasi argomento. Ve lo giuro.
È inoltre il mio personalissimo tour guide in Rome, città che nonostante la sua sconfinata grandezza e l’infinità di cose, luoghi, segreti che reca in sé, inizio meravigliosamente a conoscere. Ad averne cognizione, e solo grazie a lui. Superlettore di libri spesso dalla mole spaventosa, pasticcere sorprendente, persona curiosa, giocosa, buona. Ironica. Autoironica. Colta. E con la barba, aggiungerei, che non è un dettaglio da poco. Eppoi è lui che mi ha regalato Q, condannandomi a mesi e mesi di lettura senza capire 'na mazza del plot.

Insomma, non siete curiosi di conoscere le sue cinque risposte? Ecco quindi i luoghi più significativi e beddi della nostra città secondo Pinco!

1.
Il luogo preferito

Contrariamente a quanto crede l’interessato, questa grafia l'è propri caruccia!

Il luogo di Milano che preferisco è il Portello, con annessi e connessi. Lo so, lo so è un tempio del capitalismo, ma è anche il luogo che quando sono a Milano mi fa da casa, o almeno da salotto e da cucina. È inoltre il posto in cui il quartiere vive, s'incontra e dov’è che una città è vera se non nei luoghi in cui le vite che la compongono s'intersecano? E poi per essere quello che è, non è affatto male. Che dire poi del suo parco meraviglioso e "filosofico" in cui ho passato tanti bei momenti? Insomma, io al Portello ci sto come un topo nel formaggio.

2.
Il luogo del coeur
La risposta è semplice da trovare, ma non è semplice da esporre. Il luogo in questione non può che essere il parco della Guastalla. È il luogo che ha visto cambiare la mia vita perché li ho conosciuto veramente e mi sono legato definitivamente ad un'altra vita, meravigliosa, che mi ha accolto nella sua, e non saprei che altro dire perché qualsiasi cosa dica non sarà mai abbastanza per descrivere la gratitudine verso questo parco semplice, antico e galeotto.

3.
Il pezzo da novanta/1
Sarà banale, sarà il luogo più turistico di Milano ma il Duomo è il Duomo. Ogni volta che ne effettuo il periplo trovo nuovi dettagli e come potrebbe essere diversamente... sono infiniti. Infinite guglie, rosoni, statue, cariatidi, cose... insomma è un gran bel colpo d'occhio. Non so se lo porterei proprio davanti casa, un po' troppi piccioni e giapponesi, però abbastanza vicino da andarlo a vedere frequentemente per trovare un nuovo dettaglio, conscio che ne troverò sempre uno nuovo.

Il pezzo da novanta/2
Il luogo che più di tutti traslocherei nel mio quartiere è la Certosa di Garegnano per due ragioni. La prima è che è proprio bella; ma lasciando da parte questo giudizio estetico articolato e profondamente pregnante passiamo alla seconda ragione. È un luogo che si adatta bene ad una periferia, o meglio, lascia stupefatti trovare una simile bellezza in periferia (e infatti era candidabile anche per la domanda n°4) ma superato lo stupore è quasi naturale immaginarsela immersa nella luce di una bella domenica mattina incastonata nell'atmosfera del piccolo borgo, o piccola borgata nel mio caso. Insomma è un luogo che richiama il senso di comunità. E poi la sua magnifica conservazione, forse dovuta a un buon restauro, non so, la fa sembrare quasi moderna, pardon contemporanea, forse eterna.

4.
Il luogo più sbalorditivo
"Ma cosa... come... aspetta un momento ". Più o meno sono queste le parole che ho bofonchiato una volta messo, a tradimento,  di fronte a quella presa per il... a quel raggiro illusionistico- prospettico che è la finta abside del vero altare del Bramante nella chiesa di Santa Maria presso San Satiro. Insomma io che venivo da una città barocca sono rimasto stupito da questo gioiellino del rinascimento lombardo che anticipa di parecchio i lazzi architettonici del barocco.

5.
L’itinerario che suggerisci
Non ricordo i nomi delle strade e stradine che ho percorso, a dire il vero non ricordo nemmeno da dove sono partito, ma ricordo una bella passeggiata per arrivare all'Università degli Studi di Milano. La monumentalità della Ca' Granda mi ha molto stupito, al pari della sua bellezza. Un'istituzione accademica che tuttavia non ha nei suoi edifici un tono severo, ma l'accogliente armonie di forme rinascimentali. I suoi cortili devono essere qualcosa di magnifico, peccato che chi li percorre sarà probabilmente percorso dall'ansia da prestazione, poco propenso a godere di tanta bellezza. Inoltre davanti al cancello c'è un bel parchetto, con delle panchine, e anche lì ho passato dei bei momenti.

***

Dunque dunque, come volevasi dimostrare, la provenienza romana ha costituito una lente forte attraverso cui guardare la città di Milano. Innanzitutto, balza all’occhio la sensibilità per le forme rinascimentali (“Il senso di Pinco per il Rinascimento”, ahah), epoca di cui poca traccia stilistica si conserva in Roma, espunta dagli artifici barocchi architettati in gloria dei pontefici e delle loro famiglie, e realizzati, va detto, con scarsissimo senso della conservazione storica. Ecco quindi citati Santa Maria presso San Satiro (impagabile la sua espressione la prima volta che ce lo portai!) e la Certosa, le quali si beccano così due nominesciòn, da parte di Pinco e del mi babbo. E proprio parlando della bella Certosa di Garegnano, esce fori il termine borgata, che potrebbe essere considerato banalmente un sinonimo di quartiere, ma per i romani la borgata è un’altra cosa, un concetto ancora più forte, legato proprio al senso di comunità – che questa chiesa periferica sembra dunque ispirargli.
La passeggiata migliore è per Pinco quella attorno all’Università Statale (anche questo esempio egregio di rinascimentalità), evidentemente dimentico che la sua donna ha lì vanamente lasciato un rene, parecchi dobloni e a cui deve i suoi precoci capelli bianchi. Però fischia se la Cà Granda è bella. Ricordo anch’io quella passeggiata, e pure il passo di tango improvvisato nel chiostro. Del resto l’università serve a questo, a farci i scemi, mica, chessò, a darci esami.
E tornando alle chiese, il Dom; eh, non è facile essere indifferenti al suo fascino in effetti. E poi la Guastalla: il bloggo sigilla così questo doppio, prezioso ricordo, il mio e il suo, di alcuni momenti molto, molto emozionantelli.

Ma in ultimo: numideddeo, il Portello!
Ok, ora, ciò che potrebbe sembrare un fallimento della mia opera ciceroniana in Milano è invece una vittoria. E cercherò di dimostrarvelo con i miei consueti funambolismi dialettici ehehehe. Anzitutto, si tratta d’un luogo nuovo della città – che meriterebbe un post tutto per sé, e così sarà (vi ricordo comunque che già qui si parla del suo parco) – e che rappresenta forse davvero l’esempio più egregio di trasformazione urbana di Milano, città che è precipuamente, costituzionalmente cangiante. È vero, ci han fatto un centro commerciale… ma non solo. Eppoi prima c’era un rudere industriale. Per me è un luogo del cuore, anche questo, un luogo peraltro del mio quotidiano, e quindi non posso che essere felice e pure commossa se, oltre che mio, è divenuto un luogo anche suo. Anche di Pinco. Nonostante la sua lontananza, un luogo anche del suo ‘quotidiano’. Il suo preferito in Milano, addirittura. Un luogo nostro insomma… e di certo non è poco.

Pinco, grazie infinite per il tuo bellissimo contributo! E per molte altre cose…

Lettori del bloggo, fatevi avanti! Qui le domande e qui la sagomina da compilare, che aspettate? Noi non aspettiamo altro che poter scoprire i cinque punti cardinali milanesi del vostro cuore. Daje!

giovedì 30 aprile 2015

RdP: Milano 25 aprile 2015, settantesimo in piazza

Ed eccoci qui, a inaugurare immantinente la nuova rubrica di cui il bloggo si è dotato, ovverosia la già acclamata et celeberrima (?) Rubrica del Piccione. Dove ci condurrà in questa prima puntata il piccione Ambrogio?
È per me meravigliosamente bello poter incipiare questo nuovo spazio con un evento assai importante che ha riguardato non solo Milano, senz’altro, ma in fondo Milano un po’ in particolare; e questo perché la mia città, la mia splendida e straordinariamente imperfetta città, è, orgogliosamente, la città di piazzale di Loreto. Non credo occorra spiegare il significato di certi eventi storici: ogni cuore giusto saprà farlo, e apprezzare, da sé. Apprezzare e commuoversi: questo significa ricordare il gesto e il coraggio estremo degli antifascisti, partigiani, uomini e donne diventati combattenti per difendere le libertà contro una sordida dittatura. Ribellarsi, lottare, partecipare, vincere. Questa è stata l’avventura emozionante dei partigiani e delle compagne Teresa, donne di ferro che ci sorridono dolcemente in belle foto d’epoca, a volte armate fino all’osso senza perdere la gentilezza delle loro figure, altre volte armate solo del loro cuore grande e della loro intelligenza. “Solo”. La bellezza del coraggio. La bellezza della lotta per sé e per gli altri, per ciò che è giusto, per l'uguaglianza contro l'absurdum delle leggi razziali, nel nome della solidarietà umana e sociale.
E Milano è stata una delle protagoniste del grande movimento di Resistenza. La ricorrenza della Liberazione, 25 aprile, è occorsa pochi giorni fa, in un anniversario uguale a tutti gli altri, cioè importante come sempre, ma per gli amanti delle cifre tonde particolarmente simbolico: compie settant’anni questa nostra rivoluzione, questo movimento di civiltà e uguaglianza, spontaneo, partecipato, e grandioso.

Per cui – fine parte seria del post – era molto più che opportuno prendere parte al corteo ricordo di tutto ciò, affinché la memoria della Resistenza non diventi esperienza morta, fatto storico confinato nelle pagine stampate, ma si conservi viva e in fermento nelle nostre teste e nei nostri cuori.  E così è stato.

Dunque…
Concentramento (classicone) in Palestro per un corteo che aveva come naturale obbiettivo piazza Duomo. Io e i miei fidati sodali, meravigliosi compagni d’avventura in numerose situazioni, affrontiamo la calca della metropolitana milanese e facciamo approdo, in orario, al luogo programmato. Qui cerchiamo di raggiungere e di ubicarci vicino agli amici della Grecia, sostenitori di Syriza nella sua lotta di formichina contro il rognoso elefante della troika.


La folla è parecchia, e ci riserva tutte le sue delizie, pure olfattive: anche la piazza del resto ha i suoi odori. È meraviglioso questo essere qui, tutti insieme; poi però se ti concentri sul vicino quel moto d’amore diffuso e aleggiante si ridimensiona un po’, ma fa parte del gioco, via. Del resto si dice in questi casi (cito Pinco, la battuta non è mia) che amare il proprio prossimo è difficile, più facile amare quello un po’ più in là. Soprattutto se capiti proprio affianco alle bellezze scultoree del bronzo di riace che vende birra, acqua e bibite agli assetati.

La foto non rende giustizia, e comunque io ancora non ho capito quale lingua (dialetto?) parlasse

Così si partecipa la manifestazione, e la si segue, come al solito, un po’ cazzando un po’ facendo i seri, sinché non si affacciano le varie esigenze di ognuno: pisciata, pausa, caffè e pure dolcino, cannolo siciliano nella fattispecie. Combattenti sì, ma anche goderecci, sempre. Per poi proseguire, riconoscendo i vip della piazza, tutti avvistati dal cognato con la sua vista di lince: il primissimo è l’onnipresente boscaiolo Muhlby Muhlbauer, seguito dal giornalista greco Argiris Panagopoulos. Ma il terzo a sbucare, immancabilmente riconoscibile dalla tuta rossa targata FIOM, è Landini, vera star del momento. Cacchio, quando le donne vedono Landini non capiscono più nulla, completamente. Ma stai scherzando? (cit.)
 
Selfie di signore con il Saldatore Landini

Dopo qualche metro ecco comparire Ferrero, e quando mi è stato detto ‘Ehi, c’è Ferrero’ io ho pure pensato al presidente della città di Sampdoria. In effetti, non se lo filava nessuno porino.
At last, ecco sbucare Gino Strada, per molti una sorta di Iddio in terra: e infatti Gino Strada scatena le stesse passioni sfrenate accese da Landini, non solo sulle donne però, anche su uomini eterosessuali, che cercano di strappargli foto insieme.

Ora, al di là di tutte queste amabili strùnzatelle, che hanno reso comunque bella e intensa la giornata, bisogna proprio dire che è stata una manifestazione emozionante. Forse davvero ho raschiato tutto il senso commovente della canzone Bella ciao, ascoltata sfilando per le vie vecchie che si snodano verso piazza alla Scala, riempiendomene il coeur. Una canzone al di là di ogni retorica bellissima, da cantare e condividere, da godere in ogni suo verso struggente, da ‘sentire’, dentro, col pugno alzato, sempre. Ora e sempre Resistenza, che sembra magari uno slogan (in quanto appunto slogan) un po’ banale, ma che si porta dentro un sacco di cose, un’idea e la promessa d’un futuro, fatto da noi, migliore. E cavolo quanto ce ne è bisogno.    

Milano è stata bella, ancora più bella, perfetta per ospitare nelle sue vie dello sciopping appaltate ai sarti di cui l’Italia fa vanto, questa sfilata non di moda e soprattutto con ben altre stoffe, drappi colorati così leggeri in aria ma così carichi di senso, di vicinanza solidale, di incazzatura anche, e di speranza. 


Infatti mentre ero al corteo mi veniva in mente, e me la canticchiavo dentro, una bella canzona scritta dal mio babbo, sì, lui, l’impavido primo partecipante al giuocone Voi Milano e ciascuno di voi, che è intitolata La mia bandiera, e che vi invito ad ascoltare cliccando qui… (il babbo l’ha pubblicata sul suo bloggo il 25 aprile medesimo, minghia babbo sei troppo sul pezzo!).
Insomma, questa giornata profondamente milanese è stata una grandiosa celebrazione della Resistenza, di quella già fatta e di quella ancora da fare, di tutte quelle ancora da fare, la resistenza di Atene, di Gaza, di Kobane; oggi Milano ha comunicato al mondo tutto questo, e io sono felice di esserci stata e sono felice d’esser stata e di esser parte, oggi più che mai, di questa città.



domenica 26 aprile 2015

RdP - La Rubrica del Piccione


Let me introduce you il piccione Ambrogio

Cari amici del bloggo, o voi che con la vostra moltitudinaria presenza su queste frequenze mandate sovente in sovraccarico il server, quest’oggi incignamo una nuova rubrichetta che verrà ora in avanti ospitata su queste pagine virtuali: come avrete potuto scoprire leggendo il titolo del post, la rubrichetta avrà per nome La Rubrica del Piccione, e questo perché ne sarà protagonista proprio un piccione, simbolo milanese par excellence.
Se è vero che i piccioni non danno proprio quell’idea di essere intelligentissimi e molto svegli, è però pur vero che con quei loro occhietti persi vedono tutto, o meglio registrano tutto – qualsiasi cosa vogliano o possano poi fare con quelle informazioni. Oddio, magari non proprio tutto tutto, spesso addentrandosi audacemente in bar e luoghi chiusi (e in effetti bisognerà constatare come, mosso dai suoi istinti, il pegione sia animale molto coraggioso) essi danno prova di non distinguere resti di cibo e briciole di brioche, di cui son ghiotti, da micro-immondizia varia, avventandosi famelicamente e indiscriminatamente un po’ su tutto quanto capiti loro a tiro; però è pur vero che assai civilmente i piccioni di Milano hanno imparato ad attraversare la strada, con grande eleganza e urbanità, sulle strisce pedonali. E ad essere onesti debbo constatare come anche la mia macchina oramai la conoscano bene, centrandola bisogna dirlo con una certa maestria.

Per questo i piccioni, detestati da tutti ma proprio per questo assolutamente amabili, sono animali molto simpatici, veri abitanti di questa città, che conoscono perfettamente, addentrandosi tra le scanalature a noi invisibili delle sculture a cielo aperto e conquistando le più recondite insenature degli elaborati cornicioni dei bei palazzi mediolani.

Da oggi pertanto il bloggo avrà un proprio ambasciatore (termine che l’Expo ha riportato assai in auge a queste latitudini), un piccione, milanese naturalmente, che chiameremo Ambrogio, che in mezzo ai post dedicati ai luoghi di Milano tanto cari alla vostra bugnato e in parallelo allo svolgersi del giocone Voi, Milano e ciascuno di noi (per cui vi ricordo si accettano sempre candidature), farà capolino per raccontarci qualcosa di ciò che succede in questa città. Ovviamente, nello stile e nell’ispirazione del bloggo: anche la Rubrica del Piccione si occuperà di quegli sprazzi di verità mediolana, quegli attimi, fugaci o prolungati, in cui Milano è vera, perché, come scrissi nel post d’apertura, sono questi a interessarci. Sono questi da menar in primo piano, nello sguardo sulla nostra città. La Rubrica del Piccione farà dunque il punto su ogni momento di bellezza e piacevolezza offerto in maniera imprevista e generosa dalla realtà meneghina, sorvolata a volo d’uccello (e a scacazzo di piccione).   

venerdì 28 febbraio 2014

Stazione di Milano Centrale – Arrivi, partenze, ritardi


Dedichiamoci ora a quella che può essere a ben diritto considerata la porta, l’ingresso di questa città, al punto che sarebbe forse stato logico e sensato incipiare il bloggo proprio con questo pezzo (ma ammetto di non avere molta confidenza con le cose logiche e sensate): stiamo parlando della Stazione Centrale di Milano.
Ora, se siete forestieri in Milano, di passaggio in Stazione Centrale, e vi siete persi, e vi dovesse capitare di incontrare me sul vostro cammino, fate caso alla mia espressione perduta e sconvolta, e cacciate indietro il proposito di chiedere a me indicazioni. Probabilmente, oltre ad essere di sicuro in ritardo, mi sono appena persa anch’io, e anch’io, pur essendo autoctona, sto puntando un cristo a cui chieder lumi.
La Stazione Centrale post intervento di riqualificazione, ultimato nel 2010, è un involucro di anfratti, piani ammezzati, corridoi ciechi, connettori mobili, passaggi, ingressi laterali, imperscrutabili scale che si tuffano nelle viscere cittadine della metropolitana milanese. Ci vorrebbe un gps per orientarsi, figuriamoci come potrebbe cavarsela una porella, cioè io, notoriamente priva del benché minimo senso dell’orientamento.
I miei unici punti di riferimento sono, nell’ordine, l’ingresso che da sulla stazione dei taxi (ma a volte in uscita mi sbaglio pure su quello, e riemergo dal lato opposto); il tabellone gigante degli arrivi e delle partenze; e, last but not least, il bar Segafredo, quello tutto rosso e lucido, senza posti per sedersi ma con un paio di tavoli alti, per un caffettino rapido ma buono.
Vista da fuori la Stazione Centrale è un edificione intarsiato in una sorta di decò fascista, tra aquile, cavalli, chimere e leoni aggettanti, sigle SPQR e altri tocchi di romanità, nei bassorilievi e nelle teste con elmo. D’altra parte s’era nel 1931 quando venne ultimata, opera di Ulisse Stacchini (autore pure dello stadio di San Siro, sapevatelo!). Ma nei suoi fregi squadrati e severi, dal tocco faronico, c’è addirittura qualcosa di egizio. Per apprezzare in pieno il linguaggio art decò che ne informa i dettagli, inoltre, occorre cercare con lo sguardo lampadari e punti luce sparsi per gli atri e le gallerie, precipuamente plasmati da questo stile.
Il meglio di sé lo dà però nella volta sopra i binari. È lì che, in mezzo ai suoni, alle folle, al caos e alle correnti d’aria gelida che solo le stazioni hanno il piacere di offrire, tra un ipnotico piccione che si muove a scatti (il pegione è, d’altra parte, pur sempre un simbolo meneghino) e che, esattamente come voi, non capisce se è ancora dentro o se può considerarsi già fuori, appare la piena bellezza della Stazione Centrale di Milano: la sua superba volta internazionale, a tre navate, in ferro e vetro, à la Galerie des Machines di Dutert e Contamin, nobile capostipite del genere. Roba da commuoverti per il maestoso nitore delle sue linee arcuate e delle sue nervature, come se fosse uscita da una foto d’epoca pubblicata su un manuale di storia dell’architettura, quelle foto in bianco e nero che vogliono mostrarti la modernità d’un progetto; e allora ti sembra di intenderla, tutta quella modernità, una modernità che rimane moderna ma che è già un classico. E che ti fa esclamare dentro, nonostante la fretta, nonostante il rimbombo, nonostante il freddo, nonostante i passanti che coi loro bagai a ruote cercano, allegri chirurghi, di amputarti uno o più piedi e nonostante il solito, onnipresente dubbio di non aver azzeccato il binario giusto: porca puttana che stazione la Stazione Centrale di Milano!

Per me la Stazione Centrale è luogo non solo di viaggi, miei ed altrui, ma anche di transiti esistenziali, di mete raggiunte, di persone viste arrivare e ripartire, a volte senza sapere se e quando le avrei riviste. Sì lo so, facile dire così, ma v’assicuro è proprio vero.
Alla Stazione Centrale ho accolto una persona che sarebbe diventata molto importante nella mia vita, appena approdata da Roma. “Con la stazione avete vinto, è molto più bella di Termini” son state le sue prime parole in terra milanese. Oh, non so come ma il regazzetto sapeva già come far colpo.
Dalla Stazione Centrale ho affrontato il mio primo viaggio in treno da sola: un impegnativissimo Milano-Novara di quarantacinque minuti che mi pareva una cosona epica, per il quale ero equipaggiata come manco un papaboy in viaggio per la giornata mondiale della gioventù; per poi scoprire che ci si impiega più tempo a far, Milano per Milano, da Duomo a casa mia.
Sicché, snocciolando una metafora imperdonabilmente abusata, è vero che le stazioni, e ancor più la Stazione di Milano Centrale, somigliano alla vita. Treni che vanno e che vengono, ed anche persone che vanno e che vengono. Snodi, coincidenze, partenze, arrivi. Il tutto in un dedalo labirintico in cui incontrarsi, non incontrarsi, perdersi e trovarsi è veramente il più puro frutto del caso.

Suggerimento per la visita
(Rubrichetta del a chi vuoi che gliene impipi)
Asseriva qualcuno che fosse cosa suggestiva recarsi nelle stazioni senza avere necessità di partire, ma solo per scrutare le facce dei viaggiatori e partecipare dell’atmosfera. Balle: la Stazione Centrale la si deve vedere solo se si deve viaggiare, o andare a prendere qualcuno, nel ristretto lasso di tempo di quei minuti indispensabili. Così della Stazione non saprete un cazzo né lo imparerete mai, e saranno corse, strade sbagliate, richieste di indicazioni elemosinate piangendo ai passanti. Perché è solo così che, della Stazione Centrale, potrete assaporare l’intimo suo brulicare, e il suo caratteristico, informe e seducente caos.