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mercoledì 10 aprile 2019

Non dirlo a nessuno mi raccomando


Catalogo dei viventi/3

”Ma guarda che lo fanno tutti eh”
“Ehh... non metto in dubbio” 
“Lavori 20 ore su 24, fai dalle 7 del mattino alle 9 di sera e non fai in tempo ad arrivare a casa che ti richiamano dall’ospedale perché c’è o il perforato, o quello che fatto l’incidente, ritorni e ti rimetti in sala operatoria. Per questo lo fanno tutti” 
“Che ritmi”
“È così. Per questo ci si droga. Ma vabbè, non le droghe che pensi tu”
“Ma sì, posso immaginare”
“Anfetamine. Tutti i chirurghi d’urgenza lo fanno. Si drogano. Altrimenti non ce la fai. Dopo una giornata di quel tipo ti richiamano pure per urgenze a operare... figurati. Ci facevamo dei bei mix. Cose studiate eh. Tra di noi. La droga ti da una marcia in più. Anche come concentrazione. Sia fisicamente che come attenzione. Per stare in sala operatoria tutto quel tempo. Sennò non ce la fai, non reggi.”
“...”
“Peccato che quelle anfetamine ora non ci sono più. Han fatto una cagata a levarle. Mi toglievano anche la fame... Infatti non mangiavo un cazzo e quando mangiavo, alle due, tre di notte, che avevo un momento libero, mangiavo malissimo, cibo di merda tipo McDonald’s o quello che capitava... ed ero magrissima! Non mettevo su niente. Mai stata così magra come in quel periodo. Cazzo come stavo bene.”
“...”
“Oh mi raccomando non dirlo a nessuno”
“No ma dai scherzi, figurati se vado a raccontarlo in giro”. Sento il mio naso andare a sbattere contro il palazzo di fronte. Ma ho mantenuto lo spirito della promessa: non vociarlo in giro ma casomai narrarlo come storia, come fatto ascrivibile all’interesse che possono avere le vicende classificate come “di varia umanità”. Questa del resto è la Commedia Umana Milanese. Leggiamo libri su libri ma poi ci sfuggono le storie che abbiamo accanto. Scorrono via e non ne riconosciamo il potenziale narrativo. E si perdono nel gran brulicare della città. Figurati cosa mi impipa dire il tuo nome, o dove hai lavorato.
“Non perché sennò sai... D’altra parte se sei un chirurgo d’urgenza puoi solo fare così. Poi dipende molto da dove lavori. All’ospedale di M. eravamo sempre sotto organico, chirurghi d’urgenza eravamo pochi e quindi eravamo sempre noi in sala operatoria, a tutte le ore. Dovevano assumere e poi non assumevano mai”
“E ma così non va bene, non avrebbero dovuto. Comunque... che vita!”
“Non c’è nient’altro, non hai tempo per nient’altro. Fidanzato, figli, vacanze... niente di niente. Però bello. Mi manca.”
“Sì?”
“Cacchio sì, era un’altra roba. E poi alla fine il chirurgo d’urgenza impara a operare solo facendo così, non c’è niente da fare. Ci vogliono almeno 10 anni di sta vita per imparare davvero”
“Immagino”
“Però bello”
“Dai però anche adesso fai la chirurga”
“Sì ma operare d’urgenza è un’altra cosa. Adesso hai l’agenda programmata, fai quelle tre tiroidi, il by pass gastrico, le ernie... tutte cose che metti in calendario. Poi dove lavoro io non c’è nemmeno la chirurgia d’urgenza, è una clinica senza pronto soccorso”
“Però del resto ora la tua vita è cambiata, con un figlio...”
“Ma infatti non potrei più purtroppo. Però quella era la vita che mi piaceva fare”
“Cavolo sei una macchina da guerra!”
“Eh ma un chirurgo d’urgenza o è così o non ce la fa eh”
“Ma è vero che in sala operatoria c’è molto freddo? Che temperatura c’è? Per l’antisepsi, giusto?”
“Sì, esatto”
“Azz io creperei. Ma scusa ma tu non senti freddo, i medici non sentono freddo? Come vi vestite?”
“Macché, ma quale freddo. A parte che abbiamo il camice sterile che è pesante. Gli infermieri forse hanno freddo, loro si mettono un golfino addosso. Poi quando stai operando... altro che freddo! Sei lì che muori dal caldo”
“Ehh hai ragione... per una questione di concentrazione anche, no?”
“Sì ma non solo, hai il camice sterile che è pesante, la cuffia, la mascherina, i guanti... Alla fine sudi e crepi dal caldo. Ma non è che puoi spogliarti, o puoi toglierti qualcosa”
“Eh sì. Chiaro”
“In sala operatoria è così. Hai caldo? Te lo tieni. Hai il raffreddore? Mica ti puoi soffiare il naso. La pipì te la devi tenere”
“Madonna mia”
“Eh è così. Il chirurgo deve allenarsi a sopportare tutte queste cose. A me quando mi viene da soffiarmi il naso non è che puoi fermare tutto e dire ‘scusate interrompiamo tutto che mi soffio il naso’. Non puoi. Alla fine ti cola tutto sulla faccia, sulla bocca. Poi inizi a non respirare, nella mascherina diventa caldo e ti si appannano gli occhiali... ma non ci puoi far niente, devi continuare ad operare”
“Cavolo veramente è un addestramento militare”
“Lo è”
“Dai, pazzesco. Sono cose a cui le persone lontane da questo mondo non pensano”
“Ehh invece è così. Non puoi neanche andare in bagno. Io ad esempio in quel periodo lì quando avevo le mie cose, e i primi due giorni io devo cambiarmi ogni due ore, perché ho il flusso abbondante, mi mettevo assorbente interno, esterno, poi due pannoloni... E dopo cinque-sette ore di intervento non ti dico cosa trovavo”
“...”
“Eh sì. Bello però, quanto mi manca quella vita lì.”



Milano, gennaio 2019

venerdì 22 marzo 2019

Nato nel 2019


Catalogo dei viventi/2


“In reparto poi vedo queste ragazze, sui trent’anni, aspettano anche loro l’ecografia e sono tese, tese come una corda di violino. Ma io mi dico: bella, hai trent’anni, le chance ce le hai ancora. Se non va bene questa gravidanza ci puoi riprovare. Io a 48 anni se non prendo questo treno l’ho perso per sempre, eh”
In linea di massima ha ragione, però vorrei dire alla mia interlocutrice che magari anche qualcuna di quelle ragazze di trent’anni può avere un problema, un problema di salute, per cui aspetta con ansia il controllo. Ma decido di sintonizzarmi sulla *modalità empatia esclusiva per il mio interlocutore on*, e lascio perdere.
“Io a 48 anni o va bene questa o altrimenti niente”
“Eh hai ragione. Con tutta la fatica che hai fatto... speriamo dai”
“Sì. Ma sono stanca. Stanca. Sono al quarto mese e sono stanca. Angosciata. Non sento che si muove, non lo sento. Mi inquieta questa cosa di averlo dentro, mi inquieta. Vorrei che me lo togliessero e lo facessero crescere in un vaso di vetro, sul mio comodino, posso dirlo? Così lo vedo, vedo che sta bene e mi tranquillizzo.”
“Ma no dai! Sai che questa cosa c’è paro paro in un libro per ragazzi di tanto tempo fa? Non un romanzone eh, un libretto così, di narrativa, si chiamava ‘Nato nel 1999’. C’era il protagonista, Karl se non sbaglio, che nasceva in vitro. In una provettona, in cui degli scienziati avevano ricreato l’ambiente del ventre materno. Però lui alla fine era un po’ freddino eh. E siccome aveva qualche problemino emotivo poi, faceva una psicoterapia con ipnosi che lo riportava alla sua vita neonatale, e lui, che non sapeva niente del modo in cui era nato, estraeva solo come unico ricordo dei ‘visi che lo fissavano’.”
“Ma pensa tu”
“Sì, erano i visi degli scienziati che avevano partecipato all’esperimento. Per questo era un po’ freddino e anaffettivo. Vedi che ci vuole la pancia della mamma?” le sorrido.
Mi sorride anche lei. Guarda la panciona, già grossa, tesa su un vestito nero gigante di maglia e ci appoggia sopra le mani, una sotto e una sopra.
“Ma stai facendo foto della tua maternità? Il pancione che cresce...”
“No. Edoardo sarebbe anche un bravo fotografo... ma non ci pensa”
“Mannaggia... chiediglielo! Sarà bello per te e per il bimbo avere delle tue foto di questo periodo!”
“Hai ragione, non ci avevo pensato. Dovrò attrezzarmi”
“Ecco, brava.”
“A Edoardo non gliene frega niente. È solo noioso, fastidioso... È in piena adorazione dell’amante. Gli ho trovato una chat con un collega di ospedale sul cellulare in cui dice di lei: è una dea! “Con quel corpo e quello stacco di coscia”, testuale. Che poi è obesa eh questa qui, non sovrappeso, obesa eh. Di me invece ha scritto che sono intelligente ma sono la classica biondina slavata”
“...non so cosa dirti”
“Ma sì guarda. Si sta rivelando un pazzo totale... A volte arriva in piena notte dall’ospedale e mi dice che sono la donna della sua vita”
“Bè dai, state per avere un figlio insieme, accidenti”. Cerco di dissimulare il mio pensiero, lui è evidentemente un pazzo da cui fuggire a gambe levate e pure lei non scherza buondio. Però c’è un moccioso che deve nascere e io mi sento di voler essere incoraggiante.
“Sì, è vero. Non me ne fregava niente di avere un figlio, prima. Negli ultimi anni... non so cosa mi sia successo. Non ti dico che fatica. E prendi gli ormoni, fai gli esami... è anche una cosa economicamente non da tutti, io almeno lo potevo fare. Mi sono trovata questa donatrice di 23 anni... però il padre è lui. E spero di arrivare in fondo a sta gravidanza. Mi hanno già detto che dovrò fare il cerchiaggio probabilmente”
“Eh sì ho capito”
“L’utero di una donna di 48 anni praticamente si sta sfaldando, un cerchiaggio ci vorrà quando progrediremo nella gravidanza”
“Immagino. Dai, si farà... Non ci pensare adesso. Un passo alla volta”
“Sì giusto. La sua amante l’altro giorno gli ha detto: non riconoscere il bambino! O altrimenti speriamo che muoia”
“Ellamadonna! Ma no...”
“Sai che mi è venuto uno schifo? Mi veniva da piangere”
“Ma dove l’ha trovata questa? Che donna è? Cazzo meno male che è medico anche lei. Ma soprattutto scusami, ma anche lui... e te lo viene pure a dire adesso che sei in gravidanza?”
“Senza pietà”
“Guarda, ora cerca di concentrarti solo sulla tua gravidanza. Speriamo che gli esami vadano sempre tutti bene”
“Sì, speriamo. Che ansia”
“Lo capisco.”
“Mi manca il vino.”
Rido: “Sì eh?”
“Sì, tantissimo. Non ce la faccio più co 'sto crodino. Ieri eravamo al ristorante con Edoardo, abbiamo festeggiato l’eco che era andata bene...”
“Bravi”
“E lui mi metteva il bicchiere davanti! Che stronzo. Però lo faceva per ridere. Non è che sia sto gran bevitore”
“Eheh dai, tieni duro che tra un po’ ti rifarai!”
“Guarda non vedo l’ora. Ad Edoardo ieri ho anche fatto una foto. Eccolo qui. Qui ha anche un po’ l’espressione da bambino. Del resto è molto più giovane di me. Guarda che bello. Per me è bellissimo”
“Eh dai è giusto, è il tuo uomo! Deve essere bellissimo per te!”
“Si lo è secondo me. Ieri era tutto emozionato per l’ecografia”
“Dai, vedi? Magari quando nascerà il bambino sarà più centrato” rido.
“Speriamo. Lui è troppo altalenante. È anche un tipo geniale a volte”
“Ma infatti, io penso sia intelligente, ha un sacco di interessi”
“Sì, è così. Però ha l’amante. E me ne parla pure”
“Ehhh cosa ti devo dire. Almeno lui è geniale. Pensa quelle che si fanno tradire da uomini mediocri, manco geniali”
Scoppia a ridere. Le si muove tutta la pancia.
“Cacchio hai ragione!! Almeno lui è geniale, almeno questo” ride irrefrenabilmente.
“Ma sì, infatti, vedi il lato positivo no?”
Ridiamo.
Aggiunge: “Questa gravidanza sembra aver distrutto tutto. Anche il cane e il gatto sono impazziti, sono andati fuori di testa, sul serio. Si è rotta l’armonia. Io spero che le cose si aggiustino. Che Edoardo prenda le sue decisioni, qualunque siano, ma che le prenda, per carità di Dio.”
Guardo questa donna. Col pancione della gravidanza a 48 anni. In una relazione con un tizio che c’avrà anche un lavoro importante ma che mi sembra rassicurante quanto Norman Bates e che ha pure scelto come donatore per concepire un bambino inseminato artificialmente. E poi penso a lui, al bambino, che si troverà sbalzato in questo contesto…pure il gatto e il cane già lo odiano, cazz, peggio di così. 
Riguardo questa donna. La sua mi sembra un’impresa talmente squinternata da meritare del tifo, forse, alla fine. Ha un’ostinazione tale nel perseguire ciò che ha desiderato sopra ogni cosa che non mi sento di muovere critiche di sorta. In fondo non siamo nessuno per giudicare i desideri degli altri.
“Ma dai cara, sicuramente... state per avere un figlio insieme... è stato un bimbo cercato, voluto”
“Lo spero”
“Speriamo in bene dai. Stai tranquilla. Pensa a quando nascerà che felicità…” Io che faccio l’elogio della maternità buongesù, sono proprio la persona adeguata. Ma evidentemente riesco ad essere convincente. Lei sorride. Ottimo. Del resto era quello che volevo comunicarle per davvero. “Dai pensaci, sei al quarto mese… Tra un po’ il più sarà fatto. Pensa alla felicità che proverai quando lo avrai così piccino tra le braccia!”
Continua a sorridermi. Si rasserena per un istante.

Ma soprattutto, penso dentro di me, pensa al momento in cui potrai farti di nuovo un calice di rosso, ché dopo questa chiacchierata ne sento un po' il bisogno pure io.



Milano, ottobre 2018

domenica 3 marzo 2019

Magari domani capiremo


Catalogo dei viventi/1


“Guardi, credo sia da girare sa? Da qui, dalla manovella”
Il mio interlocutore mi guarda, ascolta e poi esegue silenzioso. Afferra la manovella con circospezione e inizia a farla girare delicatamente. Nell’opera, una vasca di vetro colma d’acqua, si scatena una tempesta di sabbia e parte una musica dolcissima e malinconica. Le casette immerse nell’acqua quasi scompaiono in mezzo alla bufera che si solleva. E quando la carica della manovella è finita, anche la musica finisce, la sabbia smette di agitarsi nell’acqua per ridepositarsi sul fondo, e il paesaggio che rimane è quello di un quartiere di palazzi tutti uguali, disabitati, silenziosi, avvolto in una quiete immobile.
Dico: “Non le pare che raffiguri uno scenario post nucleare? Le case sembrano abbandonate, con le luci ancora accese...”
Il mio interlocutore si volta verso di me per poi sprofondare in un rimuginio.
È un uomo, età tra 60-70 ed ha il pizzetto giallo. La sua barba, il suo pizzetto, è colorato di giallo. Non biondo, non tinto. Giallo. Tipo color uovo sbattuto. Giuro. Per il resto, in questo agosto milanese, sembra un uomo normale: ha pochi capelli bianchi, baffi bianchi, gli occhiali, una fronte solcata da rughe intelligenti, un bel po’ di pancia che tende la sua casacca kaki coi bottoni, pantaloni chiari di lino e una collana d’oro. E poi ha questo pizzetto giallo. Uno scherzo? Un attore reduce da uno spettacolo teatrale? Al sabato mattina? Non importa. Io comunque davanti a Organetto, l’opera di Alexander Brodsky al Pac, alla mostra Russkoe Bednoe, ho attaccato bottone. Lui non sapeva che bisognava girare la manovella, prima.
“Tipo Chernobyl dice?”
“Esatto. Guardi queste case, tutte uguali. In questo paesaggio desolante. E poi sono rimaste accese le luci, ma non sembra che ci sia vita, anzi. Sembra una città abbandonata”
“Ha ragione. Non mi sarebbe venuto in mente. Io ci sono stato a Chernobyl. Fu un bel traffico ottenere i visti e le autorizzazioni per andarci. Alla fine ce l’ho fatta”
“Davvero è stato a Chernobyl?”
“Sì. Tempo fa. Sa che la città è circondata da soldati? Ci sono soldati con le auto che presiedono tutti i punti di accesso alla città, dappertutto. Non devono fare entrare nessuno. E se arrivi lì ti controllano i documenti. Sono pieni di vodka. Hanno le bottiglie in macchina e bevono. Bevono in continuazione. Lo fanno perché così pensano di non ammalarsi di cancro. Lì è ancora tutto radioattivo”
“Ehh immagino. Fu una cosa grossa. Una tragedia totale”
“Sì, loro bevono la vodka e pensano che l’alcool gli salvi la tiroide. Il primo cancro che viene è quello”.
Il mio interlocutore con la barba gialla le spara grosse, anche se non se la tira. Dice di essere stato a Chernobyl. Potrebbe essere una balla, istintivamente però gli credo. Sto credendo a tutto quello che mi dice, stiamo comunicando con una nuda e semplice spontaneità tra esseri umani che non sembra lasciare spazio ai travestimenti delle menzogne. Che fatica, raccontare le bugie. Che fatica, inventarsi delle panzane. Qui invece sembra tutto molto semplice.
“Cavolo” dico io.
“Eh sì. È strana Chernobyl. È strano quel paesaggio. Vede, la natura si riprende tutto”.
“Ah sì? Cioè?”
“Praticamente la città è disabitata. Ma la natura è esplosa. Tra i palazzi, la natura è esplosa. Ma è una natura strana. Non è una natura normale. Ad esempio c’è questa vegetazione di un verde acceso, innaturale. Un verde che non ho mai visto.”
“Davvero?”
“Sì, un verde veleno! A me sono venute in mente le palline di veleno per topi, ha presente? Di quel verde innaturale. Ho fatto questo collegamento. C’è quest’erbetta di quel colore. Quando l’ho visto ci ho pensato subito al veleno. Dà l’idea proprio di tossico, di nocivo. Di qualcosa che fa male. Un colore artificiale, strano”
“Mamma mia. Pazzesco”
“Sì. Comunque ha ragione” e si volta a guardare l’opera, la vasca colma d’acqua con le sue casette tristi. “Sembra proprio una città post atomica. Non ci avevo pensato”
“Ma guardi, non lo so, mi è venuto in mente così.”
“Invece no, ha ragione. Bè, la ringrazio per questa la chiacchierata.”
“Ma grazie a lei”.
“Le auguro buon proseguimento” e nel dirlo fa un passo indietro mentre si congeda. Una mossa a metà tra il Tartuffo di Molière e un gesto di cavalleria d’altri tempi. Ci allontaniamo.
Riprendo a vagare per gli ambienti del Pac. Guardo le opere, assecondo lo sgorgare di pensieri e interpretazioni che posso dare a ciascuna.
“Signorina, mi scusi, non voglio importunarla”
È ancora lui.
“Ma scherza, figuriamoci. Mi dica”
“Vede, io avrei una domanda per lei. Lei è qui, sta vedendo questa mostra... cosa ne pensa? Cosa ne pensa di queste opere? Io in realtà sono un po’ smarrito. Faccio un po’ fatica a capire” dice con lo smarrimento intellettuale di chi ha troppe, troppe piste in testa da seguire, e si aspetta che l’artista faccia lo sforzo di disvelarti il senso dell’opera. Io così lo sono diventata poi. L’ermetismo eccessivo nell’arte contemporanea alla fine ti annoia. E finisci a chiederti se un senso ci sia davvero o meno. Ma allora ero giovane.
“Mah guardi, io devo ammettere di essere un po’ di bocca buona. Tutta l’arte mi incuriosisce. E poi l’arte e gli artisti sono avanti. Non mi aspetto di capire tutto. E soprattutto: probabilmente io non ci arrivo, ma chi verrà dopo di me magari invece capirà... in futuro intendo. Gli artisti sono avanti.”
“È giusto signorina, la ringrazio per la sua opinione. Ma onestamente quando di fronte a un’opera come questa vado a cercare il titolo per avere un indizio, un aggancio, una spia, e leggo “Senza titolo”... un po’ mi sento preso in giro”
Rido.
Gli dico ancora ridendo: “Ha ragione anche lei!”
Lui mi risponde: “Ma no sa, sarà un limite mio... però il dubbio mi viene!”
Sorridiamo.
“Ma infatti, è così, ha ragione. Oppure magari domani capiremo”
Rimaniamo in silenzio a guardare l’opera di arte russa contemporanea intitolata Senza titolo.
“Mi scusi ancora signorina, è stato un piacere parlare con lei, è stata così gentile e disponibile”
“Ma scherza, grazie a lei. Arrivederci”
“Arrivederci”
Di nuovo quel passo all’indietro per congedarsi e si allontana. Pantaloni chiari, casacca kaki. E il suo pizzetto giallo.
Magari domani capiremo. 



Milano, agosto 2011

giovedì 28 febbraio 2019

Per una Comédie humaine mediolana: catalogo dei viventi della città di Milano


In questo mio bloggo ho sempre più considerato i luoghi che le persone. Ho raccontato la toponomastica sentimentale della città in cui vivo: la presenza umana c’è sempre stata, nei miei pezzi, tra arguti custodi di museo, baristi, impiegate di banca, ingegneri di Shenzen, persone del cuore (partecipanti o meno al giuocone), forestieri menati per la città; presenza umana sì, ma solo in tracce. In fondo il core di questo scanzonato spazio sull'internet è stato il narrare la città attraverso i posti del mio cuore.

In questo rilancio a rilento del bloggo, annunziato mesi fa ma un tantino disattesello, voglio però dare più spazio alle persone. In tre abbondanti decenni di vita mediolana trascorsa all’ombra della Madunina ho raccolto più o meno brevi incontri del tutto fortuiti con persone e personaggi con cui si sono intrecciati dialoghi bizzarri e significativi, a volte profondi come pozzi altre volte perfettamente, splendidamente surreali. Brevi interviste con uomini fantasiosi, per parafrasare l'autore di Infinite (indi)jest. Ognuno di questi dialoghi mi ha lasciato qualcosa. È un carnet di fatti, opinioni, storie di vita, di lavoro, di corna, di salute e malattia che alla fine costituiscono il nucleo pulsante della città. È un catalogo di viventi, ognuno con la sua piccola storia un po’ strana, un po’ sbagliata, un po’ sopra le righe e imperfetta, e proprio per questo autentica, vera, in ultima istanza normale. Storie come tante ma mai identiche a nessun altra. Storie che in ogni loro sfumatura ci ricordano che il mondo là fuori è composito, che ciascuno di noi ha i propri segreti, i propri tic, le proprie passioni, le proprie speranze, i propri pensieri e a volte ha anche la voglia di raccontarli. Di cercare un dialogo, un ponte, un contatto. Ciascuno di noi ha la propria vita insomma. La fiumana che sale le scale in metropolitana al mattino è più varia di quanto possiamo immaginare vendendoci al di fuori muovere tutti allo stesso passo, tutti alla stessa ora, tutti nella stessa direzione, tutti vestiti col cappotto nero.

Posso dire che ogni dialogo che riporterò in questa nuova fiammante rubrica è vero e accaduto realmente, senza coloriture romanzesche. Altrimenti che gusto ci sarebbe? Lo giuro con la mano sul Manifesto del Partito Comunista, potete fidarvi diamine! Non so se sono io ad attirare certe confidenze, non saprei. O forse è il mio buon vecchio occhio miope che ancora sa individuare, nella folla monocolore di cui sopra, le persone più interessanti, più ganze, più più.
Una storia di Milano per persone, non solo per luoghi.
Un catalogo di viventi e di scambi umani, dispiegati in modo del tutto casuale tra le maglie di questa città, nei luoghi e nelle circostanze più disparate.
Benvenuti in questi nuovi squarci di verità della città di Milano, dei suoi abitanti, dell’amore che ho per questa città e per le perle che ogni giorno butta sul mio cammino sfidandomi ad accorgermene  e a raccoglierle. E a custodirle.




martedì 29 dicembre 2015

RdP – Natale a Milano

Carissimi, pazientissimi aficionados, o voi che riuscite a tollerare lunghe attese tra un post e l’altro, voi che – già lo scrissi – affollate il server che ospita il mio umile bloggo facendolo sovente crashare per l’inteso traffico che quivi provocate, voi! Voi insomma, sì, proprio voi (due): ciò attendevate da settimane è finalmente giunto! Come dite, parlate del tanto atteso post sull’Expo? Mannò miei cari, che illusi, quello arriverà forse a primavera dell’anno venturo inoltrata, quando dell’Expo non gliene fregherà più una fava ad alcuno, come praticamente già dal primo di novembre di quest’anno, quando il circobaraccone ha (finalmente) chiuso i battenti. Ma arriverà anche quel post non disperate: ché dobbiamo forse farne una questione di tempo? Ma andiamo! Vi ricordo che il titolo del bloggo che visitate cercandovi con grande affanno nuove notizie è rubacchiato da una canzone degli Afterhours dedicata a Milano, dal titolo ‘L’inutilità della puntualità’... Vi ho convinti adesso?

Sicchè se vi ho adunato qui al calar dell’anno, questo 2015 che volge a chiudersi per sempre, è proprio per parlare, come d’altra parte il titolo del post vi avrà suggerito – del Natale a Milano, con appunto il già sopracitato tempismo eheheh.
Questa volta il piccione Ambrogio nel suo volo per le strade meneghine ha catturato le immagini d’una città dicembrina che nelle sue luminarie, nelle sue luci gialle, nel suo lungo e sottile (un tantino sproporzionatello, non credete?) albero di Natale allestito in piazza Duomo e nel suo sfavillante Ottagono di violablu vestito, sa forse più di tanti altri luoghi incarnare la piena e imprevista magia di questa festa tanto attesa.

Natale a Milano, per me, per me che il Natale lo passo sempre da un’altra parte e non nella mia bella città, significa aspettarla questa festa, prepararla: fare le maratone per acquistare gli ultimi (ma diciamo anche i primi) regali, scegliere la stella di Natale più bellina e regalarla alla mia portinaia per il suo servizio pressocché quotidiano di ritiro pacchi (gli acquisti online hanno generato in me una vera addiction, nonostante non c’abbi una lira), brindare e farsi gli auguri per le feste con la mia amica e collega Marina, nella piadineria che amiamo tanto. Passeggiare al freddo con un paio di dita congelate con la persona del mio coeur, parcheggiare, dopo millemila giri e quando ti sembra d'aver trovato un posto accorgersi che c'è sempre la solita smart di minchia spinta bene in avanti (non sai dove te la spingerei per bene io, guidatore di Smart che ti diletti col tuo mezzo cervello a far questi giochetti con la tua mezza macchina), l’auto al Portello e ascoltare in radio le canzoni di Natale filodiffuse per tutto il parcheggio, comprare pan de toni, girare in auto alla sera per scovare i balconi addobbati con le luminarie, i balconi di questi milanesi vivaddio sempre meno milanesi che si impegnano ad addobbare la propria città: non la propria casa, ma l’esterno dei loro appartamenti popolari, in periferia, per condividere una decorazione collettiva, un’atmosfera di festa diffusa, partecipata. Questo significa aspettare il Natale qui.

E poi c’è il centro: sfavillante, appunto. Questa piazza così piena, lascia un vuoto che fa pena, come cantavano i La Crus nella loro meravigliosa ‘Natale a Milano’. Inno alla pubblicità, stuprare il cuore alle città, renderle solo vanità, mi fa confondere. Ma se è vero che Milano non è la verità, non è a questo che dobbiamo guardare. Non ai merdoni che fanno shopping alla Rinascente, non ai manifesti dubbi tappezzati in giro (ne ho visto uno sui marò… pietà vi prego numididdio!), non all’albero Swarovski coi piantoni in Galleria. Librare lo sguardo. Guardare in alto. Il Duomo con le vetrate accese, qualcosa da rimanere a bocca aperta. L’alberino issato in piazza Duomo (un tantino smilzo e sfighello, posso dirlo? ah l’avevo già detto?) e poi l’Ottagono, magico, con il suo stuolo di lucine tremolanti fantastiche, viola e blu, risaltanti tra i palazzi crema della Galleria, rinnovati e tornati a splendere grazie a un recente, accorto restauro. Talmente belle queste lucine che quasi ti è possibile nello sguardo espungere otticamente il simbolo del comune che vi troneggia in mezzo, una vera tristeria, ma siamo buoni e lo prendiamo come un perfetto, equilibrato e mirabile saggio estetico sul kitsch contemporaneo più spinto.

Il tutto: il tutto mentre i tram sferragliano, l’aria è ferma e incupita dallo smog e dalla nebbiolina, e il freddo è ai massimi livelli. Un’atmosfera soffusa, lattea quasi, puntellata qua e là dai punti luce dei lampioni. E se è vero che le lampade al sodio sembrano stelle con cui non puoi orientare il cuore, è in questa magica stagione (ammetto bamboccescamente di essere assai Christmas oriented), in questa magica, superlativa atmosfera natalizia di cui si ammanta la mia città, la cui luminaria più dorata e accesa resta sempre la Madonnina, che io la mia stella cometa la vedo, eccome: e nonostante tutto conduce e orienta il mio cuore sempre qui, sempre a Milano, la mia bellissima,  clamorosamente imperfetta e vera città. 










domenica 26 aprile 2015

RdP - La Rubrica del Piccione


Let me introduce you il piccione Ambrogio

Cari amici del bloggo, o voi che con la vostra moltitudinaria presenza su queste frequenze mandate sovente in sovraccarico il server, quest’oggi incignamo una nuova rubrichetta che verrà ora in avanti ospitata su queste pagine virtuali: come avrete potuto scoprire leggendo il titolo del post, la rubrichetta avrà per nome La Rubrica del Piccione, e questo perché ne sarà protagonista proprio un piccione, simbolo milanese par excellence.
Se è vero che i piccioni non danno proprio quell’idea di essere intelligentissimi e molto svegli, è però pur vero che con quei loro occhietti persi vedono tutto, o meglio registrano tutto – qualsiasi cosa vogliano o possano poi fare con quelle informazioni. Oddio, magari non proprio tutto tutto, spesso addentrandosi audacemente in bar e luoghi chiusi (e in effetti bisognerà constatare come, mosso dai suoi istinti, il pegione sia animale molto coraggioso) essi danno prova di non distinguere resti di cibo e briciole di brioche, di cui son ghiotti, da micro-immondizia varia, avventandosi famelicamente e indiscriminatamente un po’ su tutto quanto capiti loro a tiro; però è pur vero che assai civilmente i piccioni di Milano hanno imparato ad attraversare la strada, con grande eleganza e urbanità, sulle strisce pedonali. E ad essere onesti debbo constatare come anche la mia macchina oramai la conoscano bene, centrandola bisogna dirlo con una certa maestria.

Per questo i piccioni, detestati da tutti ma proprio per questo assolutamente amabili, sono animali molto simpatici, veri abitanti di questa città, che conoscono perfettamente, addentrandosi tra le scanalature a noi invisibili delle sculture a cielo aperto e conquistando le più recondite insenature degli elaborati cornicioni dei bei palazzi mediolani.

Da oggi pertanto il bloggo avrà un proprio ambasciatore (termine che l’Expo ha riportato assai in auge a queste latitudini), un piccione, milanese naturalmente, che chiameremo Ambrogio, che in mezzo ai post dedicati ai luoghi di Milano tanto cari alla vostra bugnato e in parallelo allo svolgersi del giocone Voi, Milano e ciascuno di noi (per cui vi ricordo si accettano sempre candidature), farà capolino per raccontarci qualcosa di ciò che succede in questa città. Ovviamente, nello stile e nell’ispirazione del bloggo: anche la Rubrica del Piccione si occuperà di quegli sprazzi di verità mediolana, quegli attimi, fugaci o prolungati, in cui Milano è vera, perché, come scrissi nel post d’apertura, sono questi a interessarci. Sono questi da menar in primo piano, nello sguardo sulla nostra città. La Rubrica del Piccione farà dunque il punto su ogni momento di bellezza e piacevolezza offerto in maniera imprevista e generosa dalla realtà meneghina, sorvolata a volo d’uccello (e a scacazzo di piccione).   

domenica 22 giugno 2014

Milano diventa un’altra cosa – Stazione Garibaldi, Torre Unicredit, piazza Gae Aulenti, nessi e connessi


Ordunque, avendo una storia a distanza, sto affilando come una lama la mia conoscenza delle stazioni ferroviarie milanesi. Vi avevo già detto qualcosa a proposito della Stazione Centrale, ma invero la stazione che frequento di più è quella di Porta Garibaldi. Nulla da dire in particolare sulla stazioncella, piccina e senz’altro meno dispersiva della Centrale; c’è chi infatti la preferisce per questo. Quello che è davvero degno d’attenzione – non solo per i milanès in fondo, ma anche per chi è interessato all’architettura d’oggidì e alle trasformazioni urbane – è l’intorno della stazione, il quartiere che, come da titolo, sta trasformando Milano in: un’altra cosa.
Il modo migliore per accorgersene è arrivarci in auto, in stazione, dal cimitero Monumentale. Oggi – domani potrebbe già essere, per l’appunto, un’altra cosa – questo distretto di città è un cantierone tortuoso e incasinato assai, roba che nel tratto di strada precedente potrebbe quasi strapparvi un bestemmione mentre siete alla guida, specie se, come me, al volante non siete esattamente degli sgamati.
Poi però vi avvicinate pian piano ai nuovi palazzoni, recumbenti su piazza Gae Aulenti: e anche il cuore indurito del guidatore incacchiato non può, non può non farsi rapire da ciò che gli si para davanti. Uno spettacolo irreale, che personalmente mi fa scoppiare a ridere (vabbè sì, questa è l’insania che c’è in me) forse come reazione di distensione dopo la concentrazione della guida. E allora rido, sì, me la rido di brutto, perché sono arrivata in stazione e ce l’ho fatta, e me la rido, scoppio a ridere e me la rido dentro alla grande perché guardo dal parabrezza la mia città e vedo cosa diventa, e me la rido, e penso che Milano in fondo è la mia sposa (cit.) ed è bello accorgersi di essere ancora innamorati persi del proprio coniuge, capace di darci ancora grandi soddisfazioni. 

Già, ma che diavolo si vede dal parabrezza?
Chiedo scusa, ho divagato, ora lo racconto cercando di recuperare la lucidità.
La prima visione è quella della Torre Unicredit, il grattacielo più alto d’Italia*, opera dell’italo-argentino César Pelli, circondato dai suoi più modesti colleghi. La Torre Unicredit è un complesso di tre grattacieli, che descrivono con le loro planimetrie un semicerchio, assecondando la forma circolare, volutamente classica, di piazza Gae Aulenti. 
Uh, il grattacielo, che novità! Piaccia o non piaccia però, costoro c’han maledettamente preso: a meno di due anni dalla realizzazione sta sul serio diventando il nuovo simbolo di Milano, col suo pinnacolo grafico che si vede anche dalla periferia della città, e pure dalle tangenziali, guglia in una città nota per le guglie. D’accordo, l’idea del grattacielo non è originale e direi pure vecchia (d’altra parte, porino, il buon Pelli vi ricordo è classe 1926, non proprio un giovanotto). E manco è originale l’avervi allocato una banca, l’Unicredit, su cui puoi contare finché non fallisce. Insomma, il solito arrogante saggio di finanzcapitalismo. Era meglio una onlus, un circolo arci, o un circolo della birra diamine, andava bene pure quello.
E invece no: tutta la zona di piazza Gae Aulenti sembra nata per il trastullo dei gommini del tergi (per conoscere il significato di questa espressione, citofonare Egidio ore pasti: ne è lui l’involontario coniatore). All’ingresso della Torre Unicredit, ad esempio, troneggia Red, declinazione commerciale del mondo delle già fichette librerie Feltrinelli prontamente adattata al contesto: pochi libri ma vacui, atmosfera da bistrot fintofrancese, e un cesso preceduto dalle parole di – oh! – Catherine Zeta-Jones, moglie del figlio di Spartacus, bella snappola lei per carità, ma citarne le massime in una libreria no, che ci spiega come il segreto di un buon matrimonio sia quello di avere un bagno a testa, uno per consorte. Bella frase, io non riuscirò manco a comprarmi un magazzino delle scope per risolvermi il problema della casa, raddoppiare il numero delle tazze del cesso è francamente l’ultima delle mie preoccupazioni. Ed è stato qui esattamente qui che, tra le visioni sconfortanti di radical gommini dall’aria annoiata dai loro agi, con sottobraccio Repubblica e Sole 24 Ore, che con dita untazzate di croissant sfogliano le pagine dei libri in esposizione, sovente umettandosi con la loro regal saliva il regal polpastrello, ho pensato che il se il buon Giangiacomo (Feltrinelli) avesse veduto, o anche solo immaginato tutto questo, sarebbe corso ad appendersi al traliccio sotto al quale trovò in altro modo la morte, cercandone a piene mani il fascio d’alta tensione.

Ma se descrivo tutto questo, non è per disgustarvi, lo giuro. Perché nonostante tutto a me questa piazza Gae Aulenti, così grigia nei suoi eleganti toni di grigio, piace. E obbiettivamente non si può dire che sia brutta o non riuscita, anzi. Ci si fa una gradevole passeggiata in mezzo, attraversando su di una passerella una fontana dall’acqua tremolante ai cui bordi corre un sedile per sostare (e anche per bere il caffè: fatevi furbi, portatevi un thermos, dei cioccolatini, mamma e papà e i vostri amici, e sarà festa senza aver foraggiato il Red là di fronte). Vista da lì, la guglia della torre Unicredit sembra un ago non che gratta, ma che punge il cielo.
Ma la sortita prosegue, tra le vetrine dei vari negozi, alcuni già aperti e altri che poi apriranno. Ma non sono queste le cose cui prestare attenzione. Moderatamente carina è l’idea degli ottoni, il massimo della minchiata simpatica, con in alto un suggestivo squarcio che inquadra sempre lui, il pinnacolone. Poi da qui passeggiando si vede il Bosco Verticale, progetto dello Studio Boeri consistente anch’esso di due grattacieli. Ma non fatevi ingannare dalle idee pseudodemocratiche di cui vorrebbe farsi latore: ‘più verde per tutti, più ossigeno alla città’; balle, non è verde cittadino, non è verde per passeggiare, leggere, giocare, darsi appuntamento. Se lo godranno i gomminoni del tergi che c’andranno ad abitare, insieme a cicale, cavallette, zanzare e grilli. Ma ricordino i gommini: per queste bestiole il passo dalla pianticella sul terrazzo alla vostra camera da letto sarà breve, molto breve.
Più bello il lato sulla destra di chi è arrivato alla piazza dalla Stazione Garibaldi, attraverso il sottopasso o le scale mobili coperte dalla tettoia. I palazzi, anche parecchio pregevoli e nuovi, tornano a misura (non affatto male la Corte Verde di Corso Como, di Cino Zucchi, cugina di largo Zanuso, progetto dello stesso studio e si vede): e la cosa migliore è la discesa verso corso Como, architettonicamente ben azzeccata e piacevole (anche qui comunque apriranno presto negozi luzzuosi). E girando ancora verso destra, la vera meraviglia: il giardino Anna Politkovskaja, in realtà una strisciolina di verde, ma così graziosa e defilata e così surreale nello spazio che si è ritagliata dietro a questi palazzoni lucidi e nuovi di pacca, che non può non commuovere, per le sue panchine, i cespugli, le roselline, i sentierini ed anche naturalmente per la buona persona a cui è intitolato.

Con questo si conclude il giro di Porta Nuova, nel complesso piacevole, dai. L’immagine che mi tengo è quella, arrivando in auto, dei palazzoni grigi dal profilo aguzzo che si stagliano nel grigio del cielo plumbeo della città: una sorta di gara tra sfumature, giusto interrotta dalle lucine rosse che bordeggiano per questioni di sicurezza i punti estremi degli edifici, immagine vagamente apocalittica. Anche le gru dei cantieri ancora aperti sembrano amalgamarsi nel paesaggio, simbolo concreto della città in trasformazione, della Milano che diventa, si diceva, un’altra cosa. Io le gru lascerei lì anche quando sarà tutto finito.    
Per il resto s’è già in parte detto: una banca a guardarci dall’alto verso il basso, cantieri a volte fermi perché le imprese sono candidamente insolventi, le mani in pasta di Ligresti.
Ecco perché tifo per le cavallette (già avvistata qualcuna in zona). E per i topi. Già, di topi qui ce ne sono parecchi, nel parcheggio davanti alla stazione, lato Tecnimont. Sfrecciano di qua e di là, si dicon cose e corrono via, ravanano nella spazzatura, fanno simpatiche scorribande. E anche questa è una cartolina di Milano: il grattacielo Unicredit con la sua algida cuspide e in basso la vivace comunità di ratti che saccheggia, in un trionfo d’anarchia e collettivismo, i cassonetti dell’immondizia. E io, appunto, tifo per i topi.







* EDIT – [12/2014]
Ebbene, la Torre Unicredit non è più l’edificio più alto d’Italia. L’illustre (?) primato è rimasto in Milano, conquistato da un grattacielo in zona vecchia fiera, opera d’un noto architetto nipponico, Arata Isozaki, il quale dimostra dunque di averlo più lungo. Pelli dovrà farsene una ragione. Una domanda purtuttavia si fa strada ficcante: serviva proprio questo grattacielo a sezione sottile, che ha peraltro sminchiato il profilo architettonico mediolano, visto che ovunque tu sia lui appare in tutta la sua banale forma rettangulea? È originale forse? Nuovo? Azzardo: bello? O quantomeno dotato d’un nesso concettuale, per quanto opinabile, che lo lega alla città di Milano, come il pinnacolo della Torre Pelli vuol essere citazione delle guglie del Domm? La risposta è no, no, no e ancora no, nulla di tutto questo è la Torre Isozaki. Che per rendere omaggio ai natali del suo fine creatore, sarà da oggi ribattezzata, in modo più calzante, Soshito Nakagata. 

domenica 2 febbraio 2014

Torre de Velasco, un’apparizione


Orbene, incignamo il bloggo con una delle presenze architettoniche milanesi maggiormente significative: la Torre Velasca, come da titolo, un’apparizione.
Di giorno si coglie in pieno questo suo aspetto quasi sovrannaturale; di sera assai meno in effetti, il che potrebbe essere pure un po’ paradossale, ma è vero che l’attuale illuminazione in notturna è veramente scarsina, e – giga errore – non ne mette in risalto il profilo, che è poi la cifra della sua unicità.   
Ma di giorno no. Di giorno si vede benissimo.
Di giorno la Torre Velasca è un grumo di cemento rosato che esce, lievita dai tetti di via Larga. Sorprendente e immobile si staglia nel cielo di Milano. Ed è milanesissima.
Saggio di brutalismo targato Gruppo BBPR, fu ultimata nel 1957, otto giorni prima della prevista fine dei lavori. Milanesissima, dicevamo, anche in questa puntualità quasi pedante.
Bella ma non vistosa, nonostante l’aumento di planimetria ai piani superiori, che la devia dalle forme consuete del grattacielo, e che indusse il Daily Telegraph a insignirle, nel 2012, il primo posto nella classifica degli edifici più brutti al mondo. Buondio, questi inglesi non capiscono un cazzo. La Torre Velasca è semplicemente bellissima.
Per  via  delle  sue  travi oblique, quasi  una  trasposizione  concreta  dei  disegni  più  arditi  del   buon Eugène  Viollet-le-Duc, i milanesi la soprannominarono ‘grattacielo con le bretelle’ o, più maliziosamente, ‘con le giarrettiere’. Nel complesso non possiede per nulla un aspetto tozzo, e se è vero che non è slanciata è però misteriosamente equilibrata nelle sue forme, solido gigante di béton brut.
Le parole migliori per descriverla sono quelle di uno dei suoi creatori, Ernesto Nathan Rogers:
“La torre si propone di riassumere culturalmente e senza ricalcare il linguaggio di nessuno dei suoi edifici, l’atmosfera della città di Milano, l’ineffabile eppure percepibile caratteristica”.
Imparate a memoria questa frase e fatevi fichi con gli amici, pronunziandola a surprise (ma anche con un certo grado di disinvoltura, mi raccomando) mentre ci passate sotto: cos’è in effetti la Torre Velasca, sgraziata ma in realtà bellissima, se non un condensato culturale della città di Milano?

Ecco, per me la Torre Velasca è esattamente un’apparizione. Bella e strana da sembrare inventata, uscita dall’inchiostro d’un fumetto vintage di supereroi, più dei grattacieli a sezione sottile che gareggiano in altezza, impegnati a primeggiare, ma senza troppa personalità.
Per me la Torre Velasca è l’apparizione vista correndo, nel mio irregolare andirivieni per quelle zone, perennemente in ritardo e con le guance tagliate in due dal freddo milanese; ma forzatamente ferma al semaforo pedonale di piazza Velasca – che non è per soffrire di manie di persecuzione ma giuro che non m’è capitato una volta che fosse una di beccarlo verde in vita mia. Ma queste son quelle piccole beffe del destino burlone che si rivelano al contrario prodighe assai. Difatti: tutto il tempo di guardarmela, la Torre Velasca, e di scoprirla epifanicamente nella sua potenza; e di perdermi nelle sue scanalature rosate, nella sequenza ritmica delle sue finestrone, nella sua immobile solidità. E ci si perde talmente tanto da far diventare il semaforo che dapprincipio era rosso verde, e poi rosso di nuovo, o forse sono io che son cogliona. Oppure è la Torre Velasca che è bellissima, o con molta probabilità in effetti tutte e due le cose.
Vederla in una domenica mattina grigia e plumbea è aspirare, quasi farsi un aerosol di milanesità, cacciandosela fin dentro ai polmoni (a vostro rischio insomma). E per fruirla al meglio non posso che suggerire una sosta nel bar di fronte, quello ad angolo, bianco e lucido, interamente vetrato. Il caffè è buono, le sedie e i tavolini in giusta quantità, e se si solleva la testa la Torre Velasca riappare ancora, così vicina da non vederla allungarsi nel cielo. Invece lo sai che spicca dai tetti circostanti, con l’aria di chi la sa lunga ma non lo dà a vedere. Intoccata nella sua potenza, figa e modernissima, distillato puro dell’anima imprendibile di questa città.