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martedì 29 dicembre 2015

RdP – Natale a Milano

Carissimi, pazientissimi aficionados, o voi che riuscite a tollerare lunghe attese tra un post e l’altro, voi che – già lo scrissi – affollate il server che ospita il mio umile bloggo facendolo sovente crashare per l’inteso traffico che quivi provocate, voi! Voi insomma, sì, proprio voi (due): ciò attendevate da settimane è finalmente giunto! Come dite, parlate del tanto atteso post sull’Expo? Mannò miei cari, che illusi, quello arriverà forse a primavera dell’anno venturo inoltrata, quando dell’Expo non gliene fregherà più una fava ad alcuno, come praticamente già dal primo di novembre di quest’anno, quando il circobaraccone ha (finalmente) chiuso i battenti. Ma arriverà anche quel post non disperate: ché dobbiamo forse farne una questione di tempo? Ma andiamo! Vi ricordo che il titolo del bloggo che visitate cercandovi con grande affanno nuove notizie è rubacchiato da una canzone degli Afterhours dedicata a Milano, dal titolo ‘L’inutilità della puntualità’... Vi ho convinti adesso?

Sicchè se vi ho adunato qui al calar dell’anno, questo 2015 che volge a chiudersi per sempre, è proprio per parlare, come d’altra parte il titolo del post vi avrà suggerito – del Natale a Milano, con appunto il già sopracitato tempismo eheheh.
Questa volta il piccione Ambrogio nel suo volo per le strade meneghine ha catturato le immagini d’una città dicembrina che nelle sue luminarie, nelle sue luci gialle, nel suo lungo e sottile (un tantino sproporzionatello, non credete?) albero di Natale allestito in piazza Duomo e nel suo sfavillante Ottagono di violablu vestito, sa forse più di tanti altri luoghi incarnare la piena e imprevista magia di questa festa tanto attesa.

Natale a Milano, per me, per me che il Natale lo passo sempre da un’altra parte e non nella mia bella città, significa aspettarla questa festa, prepararla: fare le maratone per acquistare gli ultimi (ma diciamo anche i primi) regali, scegliere la stella di Natale più bellina e regalarla alla mia portinaia per il suo servizio pressocché quotidiano di ritiro pacchi (gli acquisti online hanno generato in me una vera addiction, nonostante non c’abbi una lira), brindare e farsi gli auguri per le feste con la mia amica e collega Marina, nella piadineria che amiamo tanto. Passeggiare al freddo con un paio di dita congelate con la persona del mio coeur, parcheggiare, dopo millemila giri e quando ti sembra d'aver trovato un posto accorgersi che c'è sempre la solita smart di minchia spinta bene in avanti (non sai dove te la spingerei per bene io, guidatore di Smart che ti diletti col tuo mezzo cervello a far questi giochetti con la tua mezza macchina), l’auto al Portello e ascoltare in radio le canzoni di Natale filodiffuse per tutto il parcheggio, comprare pan de toni, girare in auto alla sera per scovare i balconi addobbati con le luminarie, i balconi di questi milanesi vivaddio sempre meno milanesi che si impegnano ad addobbare la propria città: non la propria casa, ma l’esterno dei loro appartamenti popolari, in periferia, per condividere una decorazione collettiva, un’atmosfera di festa diffusa, partecipata. Questo significa aspettare il Natale qui.

E poi c’è il centro: sfavillante, appunto. Questa piazza così piena, lascia un vuoto che fa pena, come cantavano i La Crus nella loro meravigliosa ‘Natale a Milano’. Inno alla pubblicità, stuprare il cuore alle città, renderle solo vanità, mi fa confondere. Ma se è vero che Milano non è la verità, non è a questo che dobbiamo guardare. Non ai merdoni che fanno shopping alla Rinascente, non ai manifesti dubbi tappezzati in giro (ne ho visto uno sui marò… pietà vi prego numididdio!), non all’albero Swarovski coi piantoni in Galleria. Librare lo sguardo. Guardare in alto. Il Duomo con le vetrate accese, qualcosa da rimanere a bocca aperta. L’alberino issato in piazza Duomo (un tantino smilzo e sfighello, posso dirlo? ah l’avevo già detto?) e poi l’Ottagono, magico, con il suo stuolo di lucine tremolanti fantastiche, viola e blu, risaltanti tra i palazzi crema della Galleria, rinnovati e tornati a splendere grazie a un recente, accorto restauro. Talmente belle queste lucine che quasi ti è possibile nello sguardo espungere otticamente il simbolo del comune che vi troneggia in mezzo, una vera tristeria, ma siamo buoni e lo prendiamo come un perfetto, equilibrato e mirabile saggio estetico sul kitsch contemporaneo più spinto.

Il tutto: il tutto mentre i tram sferragliano, l’aria è ferma e incupita dallo smog e dalla nebbiolina, e il freddo è ai massimi livelli. Un’atmosfera soffusa, lattea quasi, puntellata qua e là dai punti luce dei lampioni. E se è vero che le lampade al sodio sembrano stelle con cui non puoi orientare il cuore, è in questa magica stagione (ammetto bamboccescamente di essere assai Christmas oriented), in questa magica, superlativa atmosfera natalizia di cui si ammanta la mia città, la cui luminaria più dorata e accesa resta sempre la Madonnina, che io la mia stella cometa la vedo, eccome: e nonostante tutto conduce e orienta il mio cuore sempre qui, sempre a Milano, la mia bellissima,  clamorosamente imperfetta e vera città. 










domenica 22 novembre 2015

Voi, Milano e ciascuno di voi/Partecipante n°5: Elisabetta Jankovic

Carissimi amici aficionados del bloggo, eccoci oggi a una nuova puntata del nostro giocone Voi, Milano e ciascuno di voi. Una puntata che si preannuncia particolarmente emozionante miei cari, scoppiettante direi, perché ospite del mio piccolo e umile bloggo stavolta è – ebbene sì – una vera vip. Dico sul serio eh. Non solo, come tutti i protagonisti delle puntate precedenti, una vip del mio cuore; nonnò, non solo. Proprio una vera very important person.
Signore e signori, ecco a voi… le cinque domande di Elisabetta Jankovic, architetto, professoressa di storia dell’arte, speaker e giornalista radiofonica, autrice di meraviglioserrimi libri per bimbi and much more, chi più ne ha più metta. Una donna colta, creativa, comunicativa, coinvolgente, appassionata, sensibile nonché una grande viaggiatrice. Una persona sempre pronta a sperimentare cose nuove, a misurarsi in frangenti diversi, con curiosità e pure – aggiungerei nel suo caso – un bel pizzico d’avventura. E poi, last but not least, anche una bella, bellissima gnoccolona donna, perché in tutto questo anche l’occhio, diciamocelo, vuole la sua parte.

Da dove incominciare per descrivere la sua vulcanica personalità? Davvero non saprei. Chi vi scrive ha avuto la gran fortuna di conoscerla a scuola, alle superiori: lei è stata la mia grandiosa prof di storia dell’arte, materia l'amore nei confronti della quale ha provveduto a consolidare, elargendo talvolta alla sottoscritta – perdonerete queste vanterie eheheh – 10+ (giuro!) nei compiti in classe! 10+ signoriddio! Insomma, un vero tesoro. Un’insegnante capace di uscire dal seminato angusto delle consuetudini scolastiche, per gettare qualche granello di imprevedibilità e di accesa passione nel lavoro e portarne un po’ anche in noi, valorizzando, come in questo caso, il nostro impegno e il nostro interesse… Quindi, l’aneddoto del 10+, più che parlavi di me, vi parla di lei, e della sua scherzosa originalità, merce assolutamente rara. Vederla arrivare in aula con i suoi capelli biondi luminosi, il suo sorriso contagioso e col malloppo di libri e quaderni tra le braccia mentre ci diceva ‘Ciao ragazze!’ era l’inizio di un’ora di belle cose, che scivolava via parlando di pittori, di artisti, di quadri. Ma come si faceva a non volerle bene? Che ricordi meravigliosi. E cazzperina, a fare un rapido calcolo son già passati dieci anni! [disse disperandosi per l’incipiente vecchiaia]

Poi che accadde? Che, semplicemente, come sovente succede, finito il tempo della scuola io persi le tracce di questa mia cara professoressa. Ma debbo dire che, benché ‘a distanza’, continuavo un po’ a seguirne le strepitose gesta: leggendo soprattutto i suoi libri per marmocchietti, delle vere meraviglie. Storie commuoventi, dense di significato ma così piene di leggerezza e poesia. Letture un po’ magiche, universi di carta capaci, anche presso i più cresciutelli (presente!), di far bene al cuore. Esattamente come lei. Esattamente come la mia grandissima e grintosissima prof Janko, che in parallelo continuava la sua attività di speaker in Radio Popolare e poi alla radio svizzera. Ebbene no miei cari, non sono le giornate della mia prof ad essere di cinquanta ore, è lei che è meravigliosamente multitasking, con l’aria che ha di eterna ragazzina. Piena d’entusiasmo puro e travolgente.

Eppoi è successo che… qualche mese fa, in un accesso di nostalgia per i bei tempi che furo, le ho scritto una letterina. E gliel’ho scritta a mano, recapitata alla scuola dove ancora insegna. Le ho scritto che mi mancava, che ogni tanto pensavo a lei e alla sua vulcanica personalità e che mi sarebbe piaciuto rivederla… Il pomeriggio stesso mi ha contattato per dirmi che la cosa l’aveva veramente commossa e che sì, potevamo assolutamente berci questo caffettino insieme… ed è stato per me semplicemente emozionante.
 Così ci siamo incontrate, nella cornice milanesissima dei fantastici giardini di Porta Venezia: e, santo cielo, è stato come rivederla l’ultimo mio giorno di scuola. È sempre la bella ragazza bionda con gli occhi chiari e dolci, con la quale abbiamo trascorso un’ora meravigliosa di aggiornamenti, risate e chiacchiere, prima di vederla rimontare in sella del suo scooter per le strade di Milano. Inutile dire che sembrava lei la ragazzina e io la vegliarda professoressa, gesù (ovviamente priva però della sua scienza docenziale).

Ed ecco che… potevo io non coinvolgere un’anima così sensibile, speciale e con così tante cose da raccontare, nella mia epopea bloggosa e, soprattutto nel mio diabolico giuoco delle cinque domande? Ovviamente non potevo esimermi! E ciò che mi ha veramente commosso è stato l’entusiasmo che lei ha immantinente dimostrato nel darmi le sue cinque risposte. Che ha dimostrato dunque sì nei confronti del gioco ma che, in buona sostanza, ha riservato a me, a questa sua ex alunnina un po’ stagionatella, una tra le centinaia di studenti a cui avrà raccontato, come lei sa fare, storie ed aneddoti del grande mondo dell’arte… Sostanzialmente eseguendo un compito che io, alunna, avevo assegnato a lei, prof, in un ribaltamento dei ruoli giocoso e divertente. Insomma, non vi dico l’emozione quando un giorno, aprendo la mail, ho trovato vergate le sue cinque domande. Che onore! E che emozione è stato leggerle, scoprendo dalle sue parole il suo amore per Milano, l’amore per il lato buono, bello e vero di questa città, che offre le sue bellezze migliori a chi la osserva, la vive e la respira col cuore aperto, come quello della mia ex prof… 

Per cui prof grazie di cuore per aver deciso di partecipare!
E voi miei cari amici, non siete assolutamente curiosi di conoscere le cinque risposte di Elisabetta?


No vabbè dai, ma chi è che non si scioglie di fronte a tutta questa dolcissima dolcezza della mia prof?

1.
Il luogo preferito
Amo i giardini di Porta Venezia, Giardini Montanelli. Mi piacciono perché li attraverso in bici ogni mattina andando al lavoro. Ci metto meno di tre minuti, ma sono tre minuti indispensabili perché sostituisco (sempre per tre minuti) il verde (o il rosso o il giallo o il bianco, a seconda delle stagioni) al grigio dei palazzi milanesi e dell'asfalto. I giardini Montanelli non sono “bosco”, non sono “parco”... sono proprio “giardino” e, anche se è pieno di gente, lo sento mio.

2.
Il luogo del cuore
Il mio luogo del cuore non c'è più... l'ha chiuso la polizia cinque anni fa perché non era conforme con le leggi della sicurezza. Si trattava della discoteca “Matisse”, in Piazza Carlo Erba. E con questa scelta confermo per chi non ne fosse convinto, che sono le persone che fanno i luoghi... sì perché il locale “Matisse” era veramente scrauso, cioè di certo a Milano e provincia ci saranno decine di locali più spaziosi, spettacolari, attrezzati, “performanti”. Il Matisse invece era sotterraneo, caldo, divanetti cheap e con giusto la palla stroboscopica e faretti. Però è lì che nel lontano 1999 ho presentato la seconda edizione dell'Extrafestival di Radio Popolare ed è soprattutto lì che ho conosciuto il barista che anni dopo è diventato mio marito. Ok, il matrimonio poi è naufragato, però è stato il grande grandissimo amore della mia vita. E ogni volta che passo da Piazza Carlo Erba lancio un'occhiata nostalgica alla saracinesca abbassata dell' ex Matisse e il cuore, incredibile dopo tutti questi anni, fa un tuffetto.

3.
Il pezzo da novanta
Il dito medio di Cattelan. Non lo porterei davanti a casa, ma me ne farei fare un modellino piccolino e lo metterei sulla scrivania per ricordarmi che posso sempre mandare a quel paese  chiunque, in qualsiasi momento, e per tutto il tempo che voglio! Comunque la scultura di Cattelan lì piazzata davanti alla Borsa, al tempio della finanza, la trovo semplicemente geniale... perché sottoscrivo al cento per cento ciò che scriveva Herman Hesse: “questo tempo della tecnica, del denaro, della guerra, dell'avidità, un tempo che pretende avere splendore e grandezza, ma che la parte migliore di me non può ne accettare, né amare, al massimo sopportare” .

4.
Il luogo più sbalorditivo
Il finto coro realizzato da Bramante in Santa Maria presso San Satiro. Mi sorprende sempre, mi permette di far sorprendere i miei studenti e di obbligarli ad ascoltare un'intera lezione sul Rinascimento a Milano (e tutto quello che ne è seguito)!

5.
L’itinerario che suggerisci
Vale se vi suggerisco un tour che parte da Milano e arriva a Sesto Calende? Mi viene in mente questo giro in bici perché è alla portata di tutti! Si parte dalla Darsena e si va verso il lago. Settanta chilometri circa di una pista ciclabile tutta sul piano!!! Fantastica! Poi si torna in treno: in un'ora sarete in Stazione Garibaldi.

***

Signori, ma allora, che dire? La Chiesa di Santa Maria presso San Satiro continua a fare strage di cuori e si riconferma la più nominata di questo giuocone, già citata dal mio babbo e da Pinco. Il ditone medio è una gagliardissima new entry nelle risposte, sebbene già affrontato qui nel mio pezzo su Piazza Affari… E adoro, adoro, adoro le motivazioni date dalla mia prof, cui mi allineo in pieno: l’odio dal cuore per la finanza e il capitale (che è del resto, il dark side di questa città) e anche l’atto, liberatorio, di poter mandare a quel paese chi ci ruba i giorni, gli anni, la pazienza e la felicità, in un sistema sempre meno umano, solidale e ospitale. Grande prof, questa è un’altra delle cose di te che suscita tutta la mia ammirazione, lo sai!
È molto intrigante anche il percorso di settanta chilometri in bici, che purtuttavia personalmente lascio ad altri ahah… Come si dice: largo ai giovani ehhh, ai miei trenta manca meno di un mese e i miei legamenti si avviano ad intraprendere un naturale processo di senectute… Forse giusto con un degrippante potrei pedalare per settanta chilometri, oppure mannò dai, perché provarci e uccidersi anzitempo in fondo. Anche se sono sicura che l'itinerario consigliato da Elisabetta sia bellissimo.

Che dire poi dei Giardini di Porta Venezia? La mia grandissima prof mi ricorda che ne dovrò parlare anch’io, prima o poi. Non ho occasione come lei di vederli tutti i giorni (e tanto meno attraversandoli in bici per i motivi di cui sopra!), ma sono un luogo al quale sono anch’io molto affezionata, con i suoi ippocastani e i sentierini sterrati, con la sua natura – come scrive la nostra Elisabetta – in mezzo alla città… E adesso, anche con qualche ricordo in più: i caffè bevuti con la mia prof sedute sulle lunghe e frequentatissime panche del Bar Bianco.

Ultima risposta: bè, per ultima non possiamo che lasciare il luogo del cuoricino di Elisabetta, come tutti i luoghi del cuore magari misconosciuto ai più ma così grondante di dolci ricordi, di esperienze di vita vissuta, di attimi speciali inanellati nel filo della nostra vita, a cui rimarremo sempre inevitabilmente legati, anche se sono passate delle stagioni, anche se alcune cose non sono più le stesse, anche se forse, crescendo, siamo cambiati noi… Ma certe cose, certe atmosfere, certi ricordi, certi luoghi, in tutte le loro irresistibili imperfezioni, rimangono scolpiti, incisi nel cuore, tanto da – anche se per un brevissimo istante di secondo – riuscire a tagliarci il respiro e farci balzare il cuore. È magia forse? No, è semplicemente la bellezza di Milano, e di certi suoi angoli divenuti per ciascuno di noi pezzo imprescindibile della nostra storia, quinta immancabile delle nostre vite e dei nostri momenti belli. La bellezza di Milano esperita e vissuta, come dicevo, col cuore aperto d’una persona positiva e sensibile come la mia prof Janko, che ci ha regalato un po’ di sé rispondendo a queste domande…

Prof cara, ma che dire? Grazie di cuore per aver partecipato e avermi concesso questo grandissimo onore!

Allora, lettori del bloggo: fatevi sotto! I prossimi protagonisti del giuocone sarete voi! Pronti a raccontarci cinque motivi per cui amate la città meneghina? Forza!

martedì 6 ottobre 2015

Rotonda di via Besana: luogo d'anime e luogo dell'anima

45°27'35.1"N9°12'20.2"E


Cari amici del bloggo, finalmente rompiamo il silenzio in cui siffatto spazio virtuale era piombato con un altro avvicente pezzo (?) tutto mediolano. Quando finalmente credevate d’esservi liberati di bugnato, –zac! eccola tornare all’orizzonte come la donzelletta leopardiana, con in dote il suo prodigo fascio di strùnzatelle meneghine.
Qual sarà l’argomento scelto per questo nuovo pezzo? Trattasi miei affezionati amici della Rotonda di via Besana, che costituisce un altro di quei luoghi milanesi singolari o per meglio dire davvero unici. È luogo, finché ho avuto modo di ‘viverlo’, di grandissima piacevolezza e quiete, a poca distanza dall’asse trafficato del corso di Porta Vittoria.  
La singolarità di questo complesso, dalla storia piuttosto travagliata, si può constatare già guardando le immagini offerte dal satellite di gùgol (queste diavolerie moderne), cui potrete rapidamente accedere facendo clic su quella sfilza di numeretti verdi che bugnato con tanta dedizione appone al di sopra di ogni suo post: ebbene no cari amici, non sono numeri per giocare al lotto, quelli fateveli dare dal bisnonno in sogno, ammesso che non vi preferisca un inviso cugino, e non sono nemmanco tirati a caso: sono le coordinate di longitudine e latitudine dei loci narrati in questo bloggo; pertanto quelli quivi vergati son esattamente quelli relativi alla Rotonda di cui stiamo parlando. Che è davvero rotonda: avete visto? Ma più che rotonda, essa possiede un recinto dal perimetro sì circolare, ma decisamente ‘mosso’, superbamente curvilineo, come se si trattasse di quattro morbide parentesi graffe congiuntesi. E al centro, in mezzo all’erba, si apprezza un edificio a croce, a x, di cui uora uora diremo.
Siete pronti per questo nuovo tour da seduti della città di Milano, miei cari lettori pigroni ché al massimo vi spingete all’Esselunga di viale Certosa per fare qualcosa di diverso? (Scherzo, i miei lettori sono tutti degli appassionati e dotti esploratori, tempo e lavoro permettendo! eccomunque, nel suo piccolo, anche l’Esselunga di viale Certosa…)

La Rotonda della Besana ha qualcosa di magico. È, come abbiamo preannunziato, un edificio del tutto particolare tra le architetture milanesi, un unicum decisamente degno di una visita. Questo suggestivo nucleo architettonico tardobarocco ha conosciuto nel corso della sua storia plurime finalità, vivendo tante vite quante sono state le sue destinazioni d’utilizzo. Una capacità reincarnatoria camaleontica, una stratificazione funzionale che oggi si avverte tacita, sopita nel suo portico circolare quieto e silenzioso.  
La Rotonda della Besana nacque infatti come cimitero, chiamato ad assorbire le spoglie provenienti dal vicino Ospedale Maggiore, antichissimo nosocomio mediolano che poi altro non era che l’edificio dell’Università Statale, la quale insomma come vedete faceva morti già da allora. Ecco cosa c’era sotto a quella innocua erbetta verde: le spoglie, si stima, di almeno centocinquantamila persone. Nel bel mezzo del foppone sorgeva la chiesa di San Michele, con la sua pianta a croce greca, sormontata da una cupola ottagonale: una distribuzione dello spazio differente rispetto alla stragrande maggioranza dei luoghi di culto cristiani, dotati al contrario di una pianta a croce latina provvista d’una navata principale più larga e lunga del transetto con cui si interseca. Questa inusitata forma architettonica, complice peraltro oggi l’assenza dell’altare, fa completamente smarrire all’osservatore un punto focale utile all’orientamento. Che è già una delle cose molto molto belle che si possono sperimentare alla Rotonda della Besana.
L’effetto che si apprezza ‘dal di dentro’, è infatti quello di una vertiginosa e serrata sequenza d’alte colonne scanalate, sormontate da capitelli decorati con ossa e quattro teschi l’una, ad alludere con immancabile spirto barocco alla destinazione originaria, cimiteriale, del complesso. Ma in verità a guardare in alto sembra quasi di muoversi dentro a un apparato osseo, nel gioco reiterato delle volte forate a forma di vertebre. In effetti ho sempre pensato che la Rotonda della Besana potesse essere inserita di diritto in uno scary tour della città di Milano, insieme ad esempio a San Bernardino alle Ossa, e alla Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, tanto per cominciare.

Verso la fine del Settecento, in conseguenza dell’ordinanza austriaca che prescriveva lo spostamento dei cimiteri al di fuori dell’area urbana, il complesso perse la sua destinazione originaria, la chiesa fu sconsacrata, e la Rotonda della Besana divenne, in successione, caserma, fienile e addirittura lavanderia dell’ospedale; finché, in epoca assai più recente, fu finalmente donata a tutti, adibita a spazio espositivo per belle mostre temporanee: uno spazio espositivo coi controcazzi, suggestivo e versatile nelle sue pareti chiare, spazio aperto trasformato e definito ogni volta in qualcosa di nuovo. E questa è stata la stagione della vita della Rotonda a cui ho più partecipato, affezionandomi molto ai suoi spazi e alla sua tranquillità.

Poi che accadde?
Accadde che qualcuno volle destinare questo edificio meraviglioso a divernir sede museale. E fin qui direte: bello. Bello sì. Che ci hanno fatto? Un museo d’arte moderna? Contemporanea? No? Un museo del design? No, esiston già del resto. Un museo di fotografia? Un museo della città? Un museo del bottone, dell’ombrello, del martello, del rastrello? Ebbene no miei cari. La Rotonda della Besana è divenuta sede del MuBa, ossia il Museo dei Bambini (nooooooooooooooooooo!); il che mi ha naturalmente inibito dal farvi ritorno.
Cioè attenti bene: non un museo sull’infanzia, cosa che sarebbe stata senz’altro interessante, se non altro perché siam stati tutti dei nani cagaminchia felicemente liberi dal lavoro e dalle altre tragedie della vita adulta, no, proprio un ‘museo’ per i bambini (a questo punto però qualcuno mi spieghi perché chiamarlo museo, di grazia, quel poco di lingua italiana che conosco non mi aiuta a trovarvi una logica). Praticamente un luogo ove concentrare una serie di attività destinate ai più piccoli, attività didattiche, di gioco, di scoperta. Una cosa caruccia, certo (ma come battere l’appeal del museo del rastrello?), però… non qui. Eddai, alla Rotonda della Besana? Un luogo unico e affascinante come questo? In un ex cimitero coi teschi che guardano dall’alto i vostri piccini? Date loro un’aula della Triennale, perdio, son tutte quasi vuote, e poi vicino c’è pure un bel parco, così dopo che i mocciosi han finito di fare i piccoli adulti al banchetto possono correre al parco Sempione a fare le peggio fantastiche cose che fanno giustamente e naturalmente i bambini quando si sciamannano all’aperto. Che poi ogni museo di Milano possiede già e meno male, ché sennò sarebbe una lacuna e son seria, degli spazi destinati ai piccini in visita: il Castello Sforzesco, il Museo della Scienza e della Tecnologia, quello del Novecento, quello meraviglioso in corso Magenta, il mio adorato Museo Archeologico, dove i bimbetti possono improvvisarsi archeologi alle prese con scavi stratigrafici, scoperta e catalogazione di reperti… E mi fermo qui ma l’elenco potrebbe continuare.
Insomma, questo mi pare un ulteriore, drammatico e discutibile segno della bambinizzazione di Milano, probabilmente con la convinzione già descritta dal buon Louis CK secondo cui “Every child is a star beyond the shiny sea”. Ora, io mica voglio luoghi dove l’accesso sia consentito solo a gente uguale a me (“Accesso riservato ad analfabeti di ritorno con lavori dimmerda”), sia mai, anche perché chissà che brutta umanità vi si incontrerebbe, uh, però buondio, tutto questo spazio destinato esclusivamente signori, è questa la parola chiave per capire lo sdegno di bugnato, esclusivamente a famiglie e mocciosi in luoghi unici, come la Rotonda della Besana e il giardino della Gam, unici signori!, che dovrebbero essere di tutti e per tutti inizia francamente ad essermi indigesto.

Quindi: ricordiamo i bei tempi che furo. Quando la Rotonda della Besana la si sceglieva come meta prima o dopo una passeggiata in centro, per darsi appuntamento, per leggere sulle panchine che corrono lungo il suo meraviglioso porticato silenzioso, scandito da una sequenza dolcemente ondulata di colonne, per chiacchierare o per ascoltare musica, o ancora per godere della frescura dei suoi spazi, preziosamente ombreggiati anche in piena estate. E poi ricordo le belle mostre che vi ho visto: tra queste, quella splendida e ricchissima di Bruno Munari e quella, una vera sorpresa, del pittore bosniaco Safet Zec, con i suoi quadri dalle tinte accese ma agrodolci, nelle sue composizioni malinconiche quando non dolorose, capaci di raccontare in modo assai poetico le ferite dell’abbandono e dello scorrere del tempo, non solo sulle persone, ma anche sulle cose, sugli oggetti…

Insomma, a questo edificio così bello, così tranquillo, luogo d'anime per la sua storia e luogo dell'anima nella mia storia, mi legano vari ricordi: le immagini delle mostre viste da sola e in compagnia, la sorpresa e la commozione esplosemi nel quoricino per la sua deliziosa e perfetta bellezza, il rinnovato stupore, ad ogni visita, per la sua monumentale originalità e per la sua storia, passata, di camposanto protetto dal suo dolce recinto privo di angoli. Alla Rotonda della Besana ho trascorso tanti momenti piacevoli, ho lasciato scorrer via in chiacchiere lenti e oziosi pomeriggi primaverili e ho officiato i funerali laici d’un piccione trovato morto nel portico, raccogliendo per lui una margherita e affidandolo alle amorevoli cure del luogo. Che in fatto di cura d’anime, di certo, se ne intende.


Il dettaglio da non perdere
[Epico ritorno della rubrichetta del a chi vuoi che gliene impipi]
Ora, anche se non siete bambini, o lo siete inside ma la cosa non è provabile perché comunque sia la vostra carta d’identità dichiara per voi tutt’altro, io credo non si possa negare anche a chi non gode dello stato d’infante di fare almeno un giro attorno a quella che fu la chiesa di San Michele. E appunto: non perdete assolutamente, oltre alla meravigliosa simmetria della struttura, sormontata dal suo esile e sottile campanile, l’elemento architettonico decorativo ellittico nonché assai grafico che sovrasta la porta d’ingresso, bordato, come portone e finestre, da un bel fascione  color crema: ripetuto per sottrazione (è, difatti, un buco) anche all’interno, nello spazio tra una colonna e l’altra, è una sorta di vero e proprio marchio di fabbrica dell’edificio, ornamento modernamente stilizzato dello stile barocchetto che lo informa.

domenica 9 agosto 2015

Us and them – Piazza degli Affari, Borsa di Milano e dito medium

45°27'53.5"N 9°11'01.2"E


Dunque, coloro i quali sono ormai affezionati lettori di questo bloggo (cioè io e il mio cane) e sono quindi entrati nell’ottica, enunciata dal titolo, del racconto di quella Milano che, al contrario, esprime verità, rimarranno sorpresi nell’apprendere quale sarà il tema di questo post. Ciò di cui stiamo per parlare non è in effetti quanto ci si sarebbe aspettati di trovare in questo bloggo, tra le piccole grandi perle di questa città tanto care al quoricino di bugnato.
E questo perché, miei fedeli, stiamo per parlare, ebbene sì, di piazza Affari e del palazzo della Borsa di Milano. Booom! Non ve l’aspettavate, vero? C’avete pure ragione, ma nelle righe che seguiranno vi appariranno più chiare le ragioni per cui ho deciso di narrare questo luogo (e comunque io non ho nessun cane).

Ma andiamo con ordine. Piazza Affari, come è usualmente, giornalisticamente appellata, non si chiama così in realtà. Il toponimo esatto, riferito certo non alle attività borsistiche ma alla sede fisica ove esse avvengono, scritto nero su bianco sulla lastra di marmo leggibile in loco, è piazza degli Affari; con quella preposizione articolata che, bella serafica, ci racconta come in questo luogo si ‘facciano affari’. O meglio, più esatto, come qualcuno faccia affari. E mai come ora, visto che son questi gli anni in cui il neoliberismo ha vestito il capitale d’un volto finanziario, facendo della borsa – e non delle fabbriche, il che è ancora più inquietante – il suo laboratorio produttivo – ammesso che per l’appunto, in questo decennio di delocalizzazioni prima e desertificazione industriale poi, sia ancora lecito, parlando di economia, adoperare la definizione di ‘produttivo’. Insomma, una di quelle borse che si rassicurano nel saperci più poveri, reagendo a notizie tragiche come licenziamenti, tagli di salari e austerità con rialzi d’eccitazione perversa. Insomma, c’è parecchio di spaventoso in tutto ciò.

Ora, viste le debite premesse, diciamo la verità: per qual motivo pellegrinare verso piazza Affari, recandosi al cospetto del Palazzo della Borsa Italiana, anche detto Palazzo Mezzanotte dal nome dell’architetto che, nel 1931, lo progettò, e per di più menandovi in visita pure dei forestieri, come ho avuto l’onore di fare? Noi anagraficamente adulti (ma solo anagraficamente) che non abbiamo ancora superato la fase escrementizia, ci si va, ammettiamolo, solo per vedere il tanto discusso ditone medio, la scultura intitolata, assai ironicamente, L.O.V.E. Quanto ci piace il ditone di Maurizio Cattelan. Che sarà anche un furbastro, però è un furbastro molto simpatico. Sicché ci si va, in piazza degli Affari, per vedere il ditone che la Borsa ci pianta in quer posto. Che poi a guardarlo non è che la mano proprio alza il medio, gli è che ha le altre dita mozze; come a dire no ecco vedi, noi non vorremmo sfruttarvi, ridurvi alla fame e nel contempo arricchirci, ma vedi, non ci possiamo fare niente, è andata così, ma ti giuro che io non volevo, questa Mercedes, credimi io non la volevo. Insomma, il medio media tra noi e loro. Us and them. Come diceva lo zio Roger. Loro, noi e il medio in mezzo, in un messaggio che appare perfettamente intelligibile. Benché grossa, non è decisamente una mano che ci darà una mano questa. È una mano che dà tutt'altra idea, e appare pronta e capace, nel suo gigantismo, a prevaricare, e uso il termine ‘prevaricare’ giusto per non esser volgare. E pensate, le basta solo un dito! Insomma, qua il medium (è proprio il caso di dirlo) è esattamente il messaggio, per citare il sociologo avente il nome d’un amplificatore e per cognome McLuhan.
Per cui perché non andarci, via, sono pure ammessi i selfie di gruppo col medio alzato (ma senza bastone, vi prego: andiamo suvvia, l’umanità ha compiuto la sua strepitosa evoluzione e noi la buttiamo nel cesso con questa prolunga per scemi?), buontemponi che non siete altro, e del resto l’ho fatto pure io, ma mica con quattro amici zozzoni, bensì con la mia dolce famigliola (benché a onor delle cronache la mia composta mammina si sia astenuta dal gestaccio). Ora, quale momento migliore della giornata per darsi a queste buffonerie? Ecco, io sconsiglierei di raggiungere piazza degli Affari di giorno, sortita che si rivelerebbe un po’ amara e pure poco entusiasmante, vista la quota di piantoni e di gommini del tergi regimental vomitati fuori dal palazzo della Borsa, con le loro gambine sottili da cavallette. Avete fatto caso che questi personaggi son sempre alti e stecchi?
Ma di sera è tutta un'altra cosa. Il suggerimento è quello di arrivare da via San Maurilio, sfidando le asperità del pavè. Per vedere schiudersi allo sguardo una prima, parziale visione della piazza, inquadrata suggestivamente tra gli archi dell’edificio di fronte a Palazzo Mezzanotte, che creano quasi, nella luce della sera, uno scenario metafisico. E passo dopo passo, nell’inconfondibile luce calda gialla della notte milanese, ecco schiarirsi e definirsi le linee, quelle decò del Palazzo della Borsa (benché montate su un impianto di neoclassicismo semplificato che fa subito ventennio), tra semicolonne, fregi, le statue imponenti e massicce e naturalmente il ditone di Cattelan, che conserva anche in ore tarde il suo stupefacente biancore marmoreo, con le belle vene che lo attraversano, notazione anatomica esatta per un’opera che, in macro, evoca formalmente una rinascimentalità toscana, e non solo per l’impiego del marmo carrarese.

E quindi eccola la piazza: sgombra, vuota, deserta, coi piantoni che ci saranno pure sottoforma di occhi meccanici ma che almeno non si vedono, muta nelle architetture che la delimitano, e che offrono le loro facciate immobili allo sguardo e alla meraviglia dell’osservatore. Già, meraviglia, anche qui. Anche qui, anche se si è in piazza degli Affari e c’è puzza di merda, ma la bellezza malinconica di questo posto, che può essere bello solo di notte e mai di giorno, nella salubre pausa notturna dal viavai dei loschi personaggi che se ne appropriano, appare nitida, irrevocabile, insindacabile.
Ma la visione davvero forte cui è dato di assistere di notte in questo pezzo di città consacrato agli ‘affari’, affari sempre di qualcun altro, è la presenza, consuetudinaria e stanziale, di barboni. Sì, barboni. Senzacasa, clochard, chiamiamoli come ci pare. Down and out, it can't be helped but there's a lot of it about. Barboni, persone che vivono in strada. E che scelgono questo posto per la loro notte. Per dormire. Per vivere, per campare sotto alla luna. Come se s’affrontassero, nello spazio di cento metri, i due poli parossistici d’un sistema che ci impone un prezzo altissimo da pagare. Quello del finanzcapitalismo, la finanza liquida per non dire gassosa, fatta d’indici, di speculazioni finanziarie, sempre più lontana dall’economia reale e dalle tradizionali forme produttive su cui il capitale prospera(va), incarnata dal palazzo della Borsa di Milano, fabbrica di sperequazioni sociali e di sofferenze, per nulla gassose ma concrete e materiali; e quello della povertà nel suo volto di miseria senza più domande, ripiegata a testa in giù e premuta contro le vetrine delle banche che affollano le vie circostanti, quasi un EUR mediolano, nelle loro roboanti architetture fasciste. Due poli opposti d’un sistema con in mezzo, dicevamo, a mediare, il dito medio.
Il colpo d’occhio che abbraccia il palazzo della Borsa e queste presenze è notevole, logico e irreale al tempo stesso, come se un fumettista avesse voluto condensare nella stessa striscia la raffigurazione di fatti, eventi, situazioni legati tra loro da un nesso causale, ma senza mostrare lo srotolarsi delle singole connessioni che, da un polo, hanno condotto all’altro. Alla sua conseguenza. Dalla finanza alla miseria, bellezza, e te lo mostro tutto in un’unica inquadratura. Milano è capace di darti anche questo.
Questo ma non solo questo: perché è proprio grazie alle uniche presenze vive d’una piazza silenziosa e immobile, a questi tristiallegri derelitti che pasteggiano con vino, accampati sotto i portici, a dirsi qualcosa o a bere o a dormire, o a fare tutte e tre le cose contemporaneamente, che, in un’ottica sanamente ribaltata, piazza Affari diventa altro. Un altro palcoscenico, in cui si proiettano vite vere. Nei banchetti rimediati, nei sonni di sasso, nelle frasi scambiate arredando di sporte di plastica, coperte e cartoni il loro appartamento comune a cielo aperto affacciato su Palazzo Mezzanotte, costoro dimostrano di saperla lunga, con la conquista di questo rettangolo di Milano di cui la notte – almeno la notte e solo la notte – divengono legittimi proprietari. Luogo dove dormire, mangiare, parlare, pisciare. Facendosi beffa superba della Borsa, dei controlli, dei piantoni, delle telecamere, dei cartelli di proprietà privata e di sosta vietata sotto a cui dormono i loro sonni, e pure del dito medio. Un luogo che grazie a queste presenze si fa più accogliente, caldo, autentico, nostro insomma e non solo di chi, di giorno, lo anima con la sua discutibile presenza. Ed è solo grazie a queste presenze reali, in carne e ossa, proprietarie di questo pezzo di città per una manciata d’ore della notte, uomini veri e non ombre d’una umanità evanescente asservitasi al capitale, che piazza degli Affari recupera la dignità di luogo milanese vero, di persone vere, luogo senza colpa e senza bugia, dalla bellezza priva di macchie e di venature ambigue.

Questo è il motivo per cui, visto a mezzanotte, Palazzo Mezzanotte compare in questo bloggo, perché fermo nei suoi meccanismi e nei suoi ingranaggi meschini, strappato anche se per poco ai suoi manovratori, spogliato della menzogna e recuperato bello, limpido, corrusco.  E, in attesa di fare la Rivoluzione, come ripeteva sempre il libraio ambulante amico del topo Firmino, in una fugace ma epica rivincita sotto la luna, può veramente diventare nostro, sottratto a loro almeno per qualche ora.   










mercoledì 17 giugno 2015

La carta, l’inchiostro, il legno e i cristalli: la Biblioteca Nazionale Braidense


A Milano c’è un luogo che merita la qualifica di gioiello, ma gioiello con la G maiuscola, per la sua grandiosa nobiltà nonché per le superbe fattezze estetiche in cui si concreta.
Stiamo parlando della Biblioteca Nazionale Braidense, e nella fattispecie della sua sala più sublime: l’antichissima Sala Maria Teresa, titolata alla Sovrana austriaca illuminata che, nel 1770, volle dare vita a questa importante istituzione, realizzata unendo l’antica biblioteca del soppresso ordine degli amici di Gesù – di cui vi ricordo come abbiam detto nelle puntate precedenti la Braida era Collegio – a un importante lascito librario d’un conte milanese, con l’obbiettivo di aprire alla cittadinanza una nuova fonte del sapere. Una sovrana che, oltreché ‘illuminata’ definirei proprio luminosa, visto che durante la sua reggenza fece cose nel mio sistema di pensiero considerate molto belle e importanti: rese obbligatoria l’istruzione primaria, che voleva rendere accessibile a tutti,  ridimensionò i poteri del clero riaffermando il giurisdizionalismo e la laicità dello stato, dismise l’Inquisizione; voglio dire, ma che volere di più? In poche mosse questa gran signora mise delle sane toppe alle storture che i paesi del Vecchio Continente si erano trascinati per tutta l’epoca moderna.

Come già accennato blaterando a proposito dell’Orto Botanico, anche la Biblioteca Nazionale Braidense trova dunque la sua ubicazione nello ‘stracolmo’ palazzo di Brera, tra Pinacoteca, Accademia, Museo Astronomico e appunto il succitato orto. Quanta robba insomma signori miei!
Un’istituzione antichissima, dicevamo, che trae la forza della sua bellezza precisamente e dalla ‘scientificità’ che la informa (è, oltre che istituzione storica, biblioteca tutt’ora attiva, al prestito e alla consultazione), e dal suo aspetto, maestoso da togliere il fiato: dopo aver lasciato armi e bagai in un apposito stanzino (perché anche voi, facce d’angelo dei miei lettori, potreste in fondo rivelarvi sgraffignatori di libri antichi) e percorsa l’ultima rampa di scale che vi separa da questo empireo della cultura, potrete finalmente avere accesso al meraviglioso luogo in questione, superando una già irresistibile porticina lignea con targa in caratteri d’ottone che ci indica, come lo stemma in ferro battuto incontrato più sotto, la via corretta per la Biblioteca Nazionale Braidense.

Ed ecco che, arrivati qui, al cuore delle stanze dell’immenso ma sempre troppo piccolo per tutto ciò che ospita palazzo di Brera, siete pronti a farvi impossessare dallo stupore, dal silenzio, dalla meraviglia più completa e perfetta. E pure da un po’ di ‘trepida d’ansia’ e di soggezione, come racconta il buon Bianciardi nella sua Vita agra, che si apre proprio con una descrizione assai gustosa, bianciardiana appunto, di questa sala solenne. L’ambiente che vi si aprirà allo sguardo, progettato in tutta la sua scenograficità da Giuseppe Piermarini, è interamente di legno, come rettamente ci si aspetterebbe da una biblioteca antica. Se è vero che la Sala Maria Teresa non è la Österreichische Nationalbibliothek di Vienna (guarda caso austriaca pure quella), il luogo in cui muoverete felpatamente i vostri passi per non disturbare i lettori seduti nelle sale affianco (e una di queste, la più piccina e raccolta, è dedicata alla grande scrittrice, poetessa, pittrice nonché eroina della nostra Resistenza Lalla Romano), vi ispirerà un senso di commosso rispetto per tutta la cultura che ospita e che esprime: le pareti della biblioteca sono infatti interamente perimetrate da una scaffalatura continua, dai caldi toni del legno di noce, e su ogni scaffale è riposto un quantitativo ingente di libri. Antichi. Con il dorso in pelle rilegato, a volte anche un po’ macilento, a suggerire, nel suo aspetto fragile, la caducità della materia di cui è costruito ma anche la solennità e l’immortalità di quanto vi è scritto – stampato – sopra. Consegnatoci dalla Storia. È difficile spiegare, bisogna vederlo. Per me, che diedi dos esami sul tema della nascita della stampa e del libro antico, entrare qui è un’emozione fortissima. Tutte le cose antiche che hanno attraversato i secoli, del resto, la scatenano. Ma i libri antichi ancor di più. Perché sono un oggetto magico, in fondo. Non importa di che parlino; appunto parlano. Sono un dono, forse il più prezioso, del passato. E si incarnano in una materialità, sempre, come ci ricorda il buon Roger Chartier. Non è solo e puro ‘testo’: è primariamente oggetto, il libro. Che ci racconta, anche, un’affascinantissima storia della tecnica e degli uomini, delle maestranze artigiane e dei ruoli coinvolti nell’industria editoriale… Che è, non a caso, la prima industria moderna. Per capitale, per le organizzazioni sindacali nate per la prima volta in seno ad essa e per le relative, spesso aspre rivolte, per la suddivisione e la specializzazione del lavoro. Nonché per la progressiva meccanizzazione degli strumenti impiegati.

Per questo, a colpo d’occhio, percorrere con lo sguardo e abbracciare la visione della sala Maria Teresa, spaziando da sinistra verso destra e in basso verso l’alto (da notare il meraviglioso ballatoio, che crea un doppio piano parimenti stipato rispetto al primo), mi riesce emozionante. Soprattutto se alla Sala Maria Teresa ci vai un giorno in ottima compagnia e, a tradimiento, una commessa ti sfila un libro antico a caso dalla parete e te lo apre davanti, sotto al tuo naso. Te lo mostra, lo sfoglia, e tu lo puoi guardare da vicino, senza vetri in mezzo. E ti ritrovi senza volerlo, incitata da un improvvisato pubblico di due giovani signori sconosciuti ma parecchio interessati, a tenere (io, mon dieu!) una lezione sul libro antico (ah-ah-ah-ah-ah-ah-ah!), fonte il testo,  bellissimo, di Baldacchini. E spieghi e indichi – su un esemplare dal vero, cristo re! – il corsivo aldino. E racconti delle resistenze culturali che gli uomini della generazione del manoscritto ebbero nei confronti del nuovo libro a stampa, infinite volte meno prezioso allora, e soprattutto considerato infinite volte meno affascinante. Quasi meno veritiero. E poi accorgendoti che il piccolo ma lusinghierissimo uditorio è intrippato assai, e a momenti prende appunti (oh davvero, questa è una delle cose più assurde e belle che mi siano capitate chiacchierando con degli sconosciuti!), ti soffermi anche a parlare dei nemici dei libri: il deterioramento degli inchiostri (come quello ‘arsenicato’ citato da Bianciardi, colpevole dopo duecento anni di 'rodere la carta'), muffe, animaletti, pesciolini d’argento e inadeguate condizioni termoigrometriche di conservazione… Insomma signori, una mattinata involontariamente epica! In cui comunque ho molto sudato dall’ascella, perché se è vero che in questo bloggo sono una sbruffoncella e scrivo quel che mi pare, fare il relatore (io! che nun so un cazz!), inaspettatamente, per giunta in un luogo storico e davanti a della gente che, nonostante il tuo essere manifestatamente una comune passante, ti incita e ti prende assai sul serio, financo ringraziandoti alla fine (!), non è che mi riesce proprio facilissimissimo.

Ma riprendendo il filo del nostro discorso…
Insomma, già per tutti questi motivi che ho elencato, come potrebbe la Sala Maria Teresa non essere un luogo del mio cuore?

Ma ebbene signori, c’è dell’altro. Ci sono le mostre temporanee, tutte molto belle (e aggratisse vorrei anche sottolineare). Che poi sono l’occasione per tornare in questa antichissima e meravigliosa biblioteca, tornare, tornare e ancora tornare. Nel frangente di queste esposizioni vengono all’uopo allestite le teche di legno e vetro che occupano la sala, dove esposti sono di volta in volta libri antichi, libretti d’opera, ex libris a stampa… Insomma, la Biblioteca Braidense non si smentisce mai.
Eppoi c’è un altro meraviglioso motivo per cui non si può amare questo luogo, che concorre anche questo alla definizione di un’atmosfera solenne e magica: i due lampadari. I due enormi, sfarzosi, bellissimi lampadari. Che durante le mostre riflettono in maniera proprio bellina le loro lucine sui vetri delle teche. Due giganteschi lampadari in raffinato cristallo di Boemia, a gocce sfaccettate; due degli oltre venti disposti su tre file che adornavano in maniera eccelsa, con il gioco dei loro mille riflessi sfavillanti, la Sala da Ballo di Palazzo Reale, ossia l’antica Sala delle Cariatidi. Tutti gli altri videro infrangersi la loro eleganza e il loro lucente sfavillìo sotto le bombe che colpirono Milano nel ’43. Deturparono e menomarono le sculture disciogliendone le fattezze, abbattendo completamente il soffitto dell’ampio salone. Che non fu mai ricostruito com’era un tempo, scelta-memento contro ai rovinosi, per dirla alla Goya, disastri della guerra. Gli unici due lampadari superstiti, frutto di un’attenta ricostruzione, trovarono qui la loro nuova dimora: splendenti come un tempo, a dare e ricevere lustro a questa sala consacrata al libro antico, alle scienze, alla letteratura, alla giurisprudenza, all’astronomia. Alla cultura. Una cultura pensata per tutti, in quanto ovviamente biblioteca, ente preposto alla propagazione del sapere. Che è una delle cose più belle e importanti alla quale una civiltà degna di questo nome dovrebbe sempre provvedere, onde poter modellare uomini adulti, fuoriusciti dallo stato di minorità – per citare il pensatore di Königsberg in uno dei suoi più celebri passaggi.

E mentre vagherete con lo sguardo tra gli scaffali, rimanendo a bocca aperta per la quantità di tesori che vi sono custoditi (notando anche, con una certa ironia, come il ‘peso’ della cultura abbia felicemente imbarcato le mensole lignee), vi perderete nella contemplazione di questo cosmo incantato, dove assaporare ‘ sul campo’ la vicenda di uno dei più cruciali trapassi culturali avvenuti nel corso della Storia: la nascita del libro stampato e la sua diffusione. La diffusione cioè della cultura e del sapere, la loro accessibilità, la fondamentale premessa della loro messa a disposizione per chiunque. Proseguendo dunque il vostro tour con aria leggermente poco intelligente, colti e sopraffatti dalla totale, affascinante meraviglia che vi attornia.

Il tutto… Il tutto sotto allo sguardo pacioso e sorridente della tracagnotta sovrana Maria Teresa d’Austria, illuminata e luminosa, che, nel vostro incantato vagare, vi guarda e vi segue con aria soddisfatta dal grande ritratto che campeggia all’ingresso della sala; era proprio questo, del resto, quel che voleva che accadesse.














martedì 9 giugno 2015

RdP – Rosso, viola, giallo, blu. La trapunta di fiori al Castello Sforzesco

Orbene, se è vero che in queste pagine abbiamo già enunciato il concetto della beltà di Milano, sarà opportuno ricorrere allo strumento della Rubrica del Piccione per cristallizzare in queste cronache – più che di Milano come sapete del mio quoricino – alcune inattese immagini meravigliose offerteci dalla città mediolana in questo scorcio di primavera.
Che ci racconta questa volta il piccione Ambrogio, dopo avere per l’ennesima volta scaricato il discutibile contenuto dei suoi intestini sulle portiere della mia auto, perdio, che mai come in questi giorni è guanata assai?
Ci racconta di quanto bello è, in questo periodo, il Castello Sforzesco, e nella fattispecie il suo nobile Cortile delle Armi, dove peraltro cose molto carine e importanti son accadute per me… Ma non è di questo che ora parliamo. Ne parleremo quando sarà dedicato un pezzo, che immagino mooolto luuungo, proprio al Castello Sforzesco.
Per ora, in questa nostra rubrichetta ambrosiana, mi limito a descrivere lo spettacolo grandioso che, da qualche giorno a questa parte, rende ancora più speciale Milano. Non sto parlando della nuova collocazione della Pietà di Michelangelo, pietà, è proprio il caso di dirlo (“Come sfracellare un allestimento storico del gruppo BBPR e trasformarlo in un ‘evento’ ché la gggente vuole vedere solo un’opera – non di più eh, per carità – purché sia importante –pardon! purché le dicano che sia importante”); parlo difatti di quella meraviglia multicolore che si stende in due aiuole del cortile: due campi a fiori. A fiori di campo. Splendidamente mescolati tra loro, senza regola, senza divisioni, senza giochetti geometrici da giardiniere privo di fantasia. Papaveri, fiordalisi – questo l’ho sentito dire a una signora, mi debbo fidare? (googleimmaggini comunque suffraga la signò!) – e altri non meglio precisati ma bellissimi fiorellini. Non le solite pansè insomma. Che insieme creano un campo verde a composizione libera, puntellato di macchioline ora più grandi ora più piccole di tutti colori: rosso, rosa, fucsia, blu, viola e giallo. Tra l’altro signori vorrei anche dire che è qui, a Milano, al Castello Sforzesco per giunta, una delle opere più spettacolari, grandiose e belle della nostra città, che io ho appreso che i papaveri non sono solo rossi, ma alla sommità dei loro esili ma resistenti steli pelosetti possono essere pure rosa, bianchi, e rossi con il dentro ('il dentro' gesù, apprezzate tutta la mia scienza botanica) non nero ma bianco… Apperò.

Quindi ecco, una visita la vale proprio, ma non solo una: questa visione meravigliosa sarà approdo durante le vostre passeggiate in centro, prima o dopo aver sorbito una granita sicula, arrostendovi al sole sulle panchine di pietra, oppure inseguendo gli angoli ombreggiati del Cortile delle Armi, lungo la parete col bugnato a trompe l’oeil, o, ancora, camminando in mezzo ai fiori… Sì, in mezzo: percorrendo dei sentierini che vi faranno sentire completamente circondati (se non sovrastati, se come me siete più nani dei gambi di papavero) da questa natura generosa e superba, spettacolo incredibile, qui, a Milano, in pieno centro città.
Insomma, se l’ondata di caldazza non infragilirà fiaccandole queste aiuole magnifiche, ciò che si può e si potrà ammirare all’ombra della Torre del Filarete sono due campi dalla trama pittorica, che sembrano visivamente usciti da una tela del Klimt paesaggista, o di Monet, ricordando anche, quantomeno per tonalità, i fiori galleggianti del vano bouquet d'una sposa mancata, che attorniano l’esanime Ofelia di Sir John Everett Millais; solo che anziché essere partoriti con molta poesia dalla tavolozza e dal meticoloso pennello d’un pittore, sono esplosi a primavera a Milano, grazie a un mescolìo casuale di sementi. Spontaneo. Meravigliosamente imprevisto. Che ci mostra quanto la natura sappia bene come essere suggestiva, specie se inquadrata dalla cornice storica del nostro Castello e delle sue spesse mura fortificate.












   

giovedì 28 maggio 2015

Voi, Milano e ciascuno di voi/Partecipante n° 3: Pinco

Carissimi voi tutti, ecco che quest’oggi torniamo a dedicarci al nostro coinvolgente giocone Voi, Milano e ciascuno di voi, anche colloquialmente detto Il giuoco delle 5 domande. Per questa terza, gloriosa ed emozionante puntata siamo andati a scoglionare una celebrity del bloggo: proprio lui, il Pinco unico commentatore (lo pago per farlo), il quale si rivela pertanto essere non uno sconosciuto, misterioso navigante intrigato dal mio sagace stile di scrittura (prego?) bensì un fidanzato pietoso, e uso ‘fidanzato’, termine che mi riesce francamente imbarazzante, proprio per accentuare il patetico della situazione.
Comunque Pinco io ti voglio proprio benone anzi di più, grazie mille per esserti prestato a tutto ciò!

Ma insomma, chi è poi questo Pinco?
Non è un milanese. I lettori attenti del bloggo (lettori?) sapranno già essere un romano. Ma proprio romano de Roma. Il fatto che si tratti d’un non-milanese fa sì che le sue risposte siano ancora più interessanti, proprio per capire cosa, della nostra città, colpisce chi è abituato ai fasti e alla grandiosità di una città sublime come la Capitale. Che potrà pensare un suo abitante, per di più grande conoscitore della sua città, di questa caccola grigia che prende il nome di Milano?
Ma non solo. Soppesare le sue risposte consente sì di capire come un romano ‘vede’ Milano, ma anche come un milanese presenta la propria città. La cosa si fa dunque doppiamente intrigante, andando a generare un gioco prismatico dalle mille sfaccettature, un poliedro dagli innumerevoli lati, perfetto insomma per chi, come me, non ha ancora capito come calcolare l’area di un triangolo equilatero.

Ma che altro dire su Pinco? Il poco, davvero poco che c'è da dire quando si parla del proprio compagno. Che poi è poco perché, semplicemente, è tutto.
È un ragazzo, un giovane uomo dolce, generoso, compagno. È la persona più distratta e più attenta che io conosca. Per realizzare i miei sogni è riuscito addirittura a far giungere da oltreoceano un quokka, tutto per me (di pezza, amici del wwf, nessun contrabbando illegale d’animali esotici, tranqui! – piuttosto preoccupatevi del fatto che una persona di 29 anni abbia come sogno quello di possedere un quokka di peluche). Accumulatore di monete nelle tasche, che spesso semina senza accorgersene per terra, negli insidiosi spazi tra i sedili della macchina, sotto al letto, dietro agli armadi. Bevitore di caffè (l'avevo detto che è il mio uomo!), dipendente da Evernote, lavoratore operoso,  meticoloso archivista: riuscirebbe a creare fogli di lavoro su qualsiasi argomento. Ve lo giuro.
È inoltre il mio personalissimo tour guide in Rome, città che nonostante la sua sconfinata grandezza e l’infinità di cose, luoghi, segreti che reca in sé, inizio meravigliosamente a conoscere. Ad averne cognizione, e solo grazie a lui. Superlettore di libri spesso dalla mole spaventosa, pasticcere sorprendente, persona curiosa, giocosa, buona. Ironica. Autoironica. Colta. E con la barba, aggiungerei, che non è un dettaglio da poco. Eppoi è lui che mi ha regalato Q, condannandomi a mesi e mesi di lettura senza capire 'na mazza del plot.

Insomma, non siete curiosi di conoscere le sue cinque risposte? Ecco quindi i luoghi più significativi e beddi della nostra città secondo Pinco!

1.
Il luogo preferito

Contrariamente a quanto crede l’interessato, questa grafia l'è propri caruccia!

Il luogo di Milano che preferisco è il Portello, con annessi e connessi. Lo so, lo so è un tempio del capitalismo, ma è anche il luogo che quando sono a Milano mi fa da casa, o almeno da salotto e da cucina. È inoltre il posto in cui il quartiere vive, s'incontra e dov’è che una città è vera se non nei luoghi in cui le vite che la compongono s'intersecano? E poi per essere quello che è, non è affatto male. Che dire poi del suo parco meraviglioso e "filosofico" in cui ho passato tanti bei momenti? Insomma, io al Portello ci sto come un topo nel formaggio.

2.
Il luogo del coeur
La risposta è semplice da trovare, ma non è semplice da esporre. Il luogo in questione non può che essere il parco della Guastalla. È il luogo che ha visto cambiare la mia vita perché li ho conosciuto veramente e mi sono legato definitivamente ad un'altra vita, meravigliosa, che mi ha accolto nella sua, e non saprei che altro dire perché qualsiasi cosa dica non sarà mai abbastanza per descrivere la gratitudine verso questo parco semplice, antico e galeotto.

3.
Il pezzo da novanta/1
Sarà banale, sarà il luogo più turistico di Milano ma il Duomo è il Duomo. Ogni volta che ne effettuo il periplo trovo nuovi dettagli e come potrebbe essere diversamente... sono infiniti. Infinite guglie, rosoni, statue, cariatidi, cose... insomma è un gran bel colpo d'occhio. Non so se lo porterei proprio davanti casa, un po' troppi piccioni e giapponesi, però abbastanza vicino da andarlo a vedere frequentemente per trovare un nuovo dettaglio, conscio che ne troverò sempre uno nuovo.

Il pezzo da novanta/2
Il luogo che più di tutti traslocherei nel mio quartiere è la Certosa di Garegnano per due ragioni. La prima è che è proprio bella; ma lasciando da parte questo giudizio estetico articolato e profondamente pregnante passiamo alla seconda ragione. È un luogo che si adatta bene ad una periferia, o meglio, lascia stupefatti trovare una simile bellezza in periferia (e infatti era candidabile anche per la domanda n°4) ma superato lo stupore è quasi naturale immaginarsela immersa nella luce di una bella domenica mattina incastonata nell'atmosfera del piccolo borgo, o piccola borgata nel mio caso. Insomma è un luogo che richiama il senso di comunità. E poi la sua magnifica conservazione, forse dovuta a un buon restauro, non so, la fa sembrare quasi moderna, pardon contemporanea, forse eterna.

4.
Il luogo più sbalorditivo
"Ma cosa... come... aspetta un momento ". Più o meno sono queste le parole che ho bofonchiato una volta messo, a tradimento,  di fronte a quella presa per il... a quel raggiro illusionistico- prospettico che è la finta abside del vero altare del Bramante nella chiesa di Santa Maria presso San Satiro. Insomma io che venivo da una città barocca sono rimasto stupito da questo gioiellino del rinascimento lombardo che anticipa di parecchio i lazzi architettonici del barocco.

5.
L’itinerario che suggerisci
Non ricordo i nomi delle strade e stradine che ho percorso, a dire il vero non ricordo nemmeno da dove sono partito, ma ricordo una bella passeggiata per arrivare all'Università degli Studi di Milano. La monumentalità della Ca' Granda mi ha molto stupito, al pari della sua bellezza. Un'istituzione accademica che tuttavia non ha nei suoi edifici un tono severo, ma l'accogliente armonie di forme rinascimentali. I suoi cortili devono essere qualcosa di magnifico, peccato che chi li percorre sarà probabilmente percorso dall'ansia da prestazione, poco propenso a godere di tanta bellezza. Inoltre davanti al cancello c'è un bel parchetto, con delle panchine, e anche lì ho passato dei bei momenti.

***

Dunque dunque, come volevasi dimostrare, la provenienza romana ha costituito una lente forte attraverso cui guardare la città di Milano. Innanzitutto, balza all’occhio la sensibilità per le forme rinascimentali (“Il senso di Pinco per il Rinascimento”, ahah), epoca di cui poca traccia stilistica si conserva in Roma, espunta dagli artifici barocchi architettati in gloria dei pontefici e delle loro famiglie, e realizzati, va detto, con scarsissimo senso della conservazione storica. Ecco quindi citati Santa Maria presso San Satiro (impagabile la sua espressione la prima volta che ce lo portai!) e la Certosa, le quali si beccano così due nominesciòn, da parte di Pinco e del mi babbo. E proprio parlando della bella Certosa di Garegnano, esce fori il termine borgata, che potrebbe essere considerato banalmente un sinonimo di quartiere, ma per i romani la borgata è un’altra cosa, un concetto ancora più forte, legato proprio al senso di comunità – che questa chiesa periferica sembra dunque ispirargli.
La passeggiata migliore è per Pinco quella attorno all’Università Statale (anche questo esempio egregio di rinascimentalità), evidentemente dimentico che la sua donna ha lì vanamente lasciato un rene, parecchi dobloni e a cui deve i suoi precoci capelli bianchi. Però fischia se la Cà Granda è bella. Ricordo anch’io quella passeggiata, e pure il passo di tango improvvisato nel chiostro. Del resto l’università serve a questo, a farci i scemi, mica, chessò, a darci esami.
E tornando alle chiese, il Dom; eh, non è facile essere indifferenti al suo fascino in effetti. E poi la Guastalla: il bloggo sigilla così questo doppio, prezioso ricordo, il mio e il suo, di alcuni momenti molto, molto emozionantelli.

Ma in ultimo: numideddeo, il Portello!
Ok, ora, ciò che potrebbe sembrare un fallimento della mia opera ciceroniana in Milano è invece una vittoria. E cercherò di dimostrarvelo con i miei consueti funambolismi dialettici ehehehe. Anzitutto, si tratta d’un luogo nuovo della città – che meriterebbe un post tutto per sé, e così sarà (vi ricordo comunque che già qui si parla del suo parco) – e che rappresenta forse davvero l’esempio più egregio di trasformazione urbana di Milano, città che è precipuamente, costituzionalmente cangiante. È vero, ci han fatto un centro commerciale… ma non solo. Eppoi prima c’era un rudere industriale. Per me è un luogo del cuore, anche questo, un luogo peraltro del mio quotidiano, e quindi non posso che essere felice e pure commossa se, oltre che mio, è divenuto un luogo anche suo. Anche di Pinco. Nonostante la sua lontananza, un luogo anche del suo ‘quotidiano’. Il suo preferito in Milano, addirittura. Un luogo nostro insomma… e di certo non è poco.

Pinco, grazie infinite per il tuo bellissimo contributo! E per molte altre cose…

Lettori del bloggo, fatevi avanti! Qui le domande e qui la sagomina da compilare, che aspettate? Noi non aspettiamo altro che poter scoprire i cinque punti cardinali milanesi del vostro cuore. Daje!