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martedì 6 ottobre 2015

Rotonda di via Besana: luogo d'anime e luogo dell'anima

45°27'35.1"N9°12'20.2"E


Cari amici del bloggo, finalmente rompiamo il silenzio in cui siffatto spazio virtuale era piombato con un altro avvicente pezzo (?) tutto mediolano. Quando finalmente credevate d’esservi liberati di bugnato, –zac! eccola tornare all’orizzonte come la donzelletta leopardiana, con in dote il suo prodigo fascio di strùnzatelle meneghine.
Qual sarà l’argomento scelto per questo nuovo pezzo? Trattasi miei affezionati amici della Rotonda di via Besana, che costituisce un altro di quei luoghi milanesi singolari o per meglio dire davvero unici. È luogo, finché ho avuto modo di ‘viverlo’, di grandissima piacevolezza e quiete, a poca distanza dall’asse trafficato del corso di Porta Vittoria.  
La singolarità di questo complesso, dalla storia piuttosto travagliata, si può constatare già guardando le immagini offerte dal satellite di gùgol (queste diavolerie moderne), cui potrete rapidamente accedere facendo clic su quella sfilza di numeretti verdi che bugnato con tanta dedizione appone al di sopra di ogni suo post: ebbene no cari amici, non sono numeri per giocare al lotto, quelli fateveli dare dal bisnonno in sogno, ammesso che non vi preferisca un inviso cugino, e non sono nemmanco tirati a caso: sono le coordinate di longitudine e latitudine dei loci narrati in questo bloggo; pertanto quelli quivi vergati son esattamente quelli relativi alla Rotonda di cui stiamo parlando. Che è davvero rotonda: avete visto? Ma più che rotonda, essa possiede un recinto dal perimetro sì circolare, ma decisamente ‘mosso’, superbamente curvilineo, come se si trattasse di quattro morbide parentesi graffe congiuntesi. E al centro, in mezzo all’erba, si apprezza un edificio a croce, a x, di cui uora uora diremo.
Siete pronti per questo nuovo tour da seduti della città di Milano, miei cari lettori pigroni ché al massimo vi spingete all’Esselunga di viale Certosa per fare qualcosa di diverso? (Scherzo, i miei lettori sono tutti degli appassionati e dotti esploratori, tempo e lavoro permettendo! eccomunque, nel suo piccolo, anche l’Esselunga di viale Certosa…)

La Rotonda della Besana ha qualcosa di magico. È, come abbiamo preannunziato, un edificio del tutto particolare tra le architetture milanesi, un unicum decisamente degno di una visita. Questo suggestivo nucleo architettonico tardobarocco ha conosciuto nel corso della sua storia plurime finalità, vivendo tante vite quante sono state le sue destinazioni d’utilizzo. Una capacità reincarnatoria camaleontica, una stratificazione funzionale che oggi si avverte tacita, sopita nel suo portico circolare quieto e silenzioso.  
La Rotonda della Besana nacque infatti come cimitero, chiamato ad assorbire le spoglie provenienti dal vicino Ospedale Maggiore, antichissimo nosocomio mediolano che poi altro non era che l’edificio dell’Università Statale, la quale insomma come vedete faceva morti già da allora. Ecco cosa c’era sotto a quella innocua erbetta verde: le spoglie, si stima, di almeno centocinquantamila persone. Nel bel mezzo del foppone sorgeva la chiesa di San Michele, con la sua pianta a croce greca, sormontata da una cupola ottagonale: una distribuzione dello spazio differente rispetto alla stragrande maggioranza dei luoghi di culto cristiani, dotati al contrario di una pianta a croce latina provvista d’una navata principale più larga e lunga del transetto con cui si interseca. Questa inusitata forma architettonica, complice peraltro oggi l’assenza dell’altare, fa completamente smarrire all’osservatore un punto focale utile all’orientamento. Che è già una delle cose molto molto belle che si possono sperimentare alla Rotonda della Besana.
L’effetto che si apprezza ‘dal di dentro’, è infatti quello di una vertiginosa e serrata sequenza d’alte colonne scanalate, sormontate da capitelli decorati con ossa e quattro teschi l’una, ad alludere con immancabile spirto barocco alla destinazione originaria, cimiteriale, del complesso. Ma in verità a guardare in alto sembra quasi di muoversi dentro a un apparato osseo, nel gioco reiterato delle volte forate a forma di vertebre. In effetti ho sempre pensato che la Rotonda della Besana potesse essere inserita di diritto in uno scary tour della città di Milano, insieme ad esempio a San Bernardino alle Ossa, e alla Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, tanto per cominciare.

Verso la fine del Settecento, in conseguenza dell’ordinanza austriaca che prescriveva lo spostamento dei cimiteri al di fuori dell’area urbana, il complesso perse la sua destinazione originaria, la chiesa fu sconsacrata, e la Rotonda della Besana divenne, in successione, caserma, fienile e addirittura lavanderia dell’ospedale; finché, in epoca assai più recente, fu finalmente donata a tutti, adibita a spazio espositivo per belle mostre temporanee: uno spazio espositivo coi controcazzi, suggestivo e versatile nelle sue pareti chiare, spazio aperto trasformato e definito ogni volta in qualcosa di nuovo. E questa è stata la stagione della vita della Rotonda a cui ho più partecipato, affezionandomi molto ai suoi spazi e alla sua tranquillità.

Poi che accadde?
Accadde che qualcuno volle destinare questo edificio meraviglioso a divernir sede museale. E fin qui direte: bello. Bello sì. Che ci hanno fatto? Un museo d’arte moderna? Contemporanea? No? Un museo del design? No, esiston già del resto. Un museo di fotografia? Un museo della città? Un museo del bottone, dell’ombrello, del martello, del rastrello? Ebbene no miei cari. La Rotonda della Besana è divenuta sede del MuBa, ossia il Museo dei Bambini (nooooooooooooooooooo!); il che mi ha naturalmente inibito dal farvi ritorno.
Cioè attenti bene: non un museo sull’infanzia, cosa che sarebbe stata senz’altro interessante, se non altro perché siam stati tutti dei nani cagaminchia felicemente liberi dal lavoro e dalle altre tragedie della vita adulta, no, proprio un ‘museo’ per i bambini (a questo punto però qualcuno mi spieghi perché chiamarlo museo, di grazia, quel poco di lingua italiana che conosco non mi aiuta a trovarvi una logica). Praticamente un luogo ove concentrare una serie di attività destinate ai più piccoli, attività didattiche, di gioco, di scoperta. Una cosa caruccia, certo (ma come battere l’appeal del museo del rastrello?), però… non qui. Eddai, alla Rotonda della Besana? Un luogo unico e affascinante come questo? In un ex cimitero coi teschi che guardano dall’alto i vostri piccini? Date loro un’aula della Triennale, perdio, son tutte quasi vuote, e poi vicino c’è pure un bel parco, così dopo che i mocciosi han finito di fare i piccoli adulti al banchetto possono correre al parco Sempione a fare le peggio fantastiche cose che fanno giustamente e naturalmente i bambini quando si sciamannano all’aperto. Che poi ogni museo di Milano possiede già e meno male, ché sennò sarebbe una lacuna e son seria, degli spazi destinati ai piccini in visita: il Castello Sforzesco, il Museo della Scienza e della Tecnologia, quello del Novecento, quello meraviglioso in corso Magenta, il mio adorato Museo Archeologico, dove i bimbetti possono improvvisarsi archeologi alle prese con scavi stratigrafici, scoperta e catalogazione di reperti… E mi fermo qui ma l’elenco potrebbe continuare.
Insomma, questo mi pare un ulteriore, drammatico e discutibile segno della bambinizzazione di Milano, probabilmente con la convinzione già descritta dal buon Louis CK secondo cui “Every child is a star beyond the shiny sea”. Ora, io mica voglio luoghi dove l’accesso sia consentito solo a gente uguale a me (“Accesso riservato ad analfabeti di ritorno con lavori dimmerda”), sia mai, anche perché chissà che brutta umanità vi si incontrerebbe, uh, però buondio, tutto questo spazio destinato esclusivamente signori, è questa la parola chiave per capire lo sdegno di bugnato, esclusivamente a famiglie e mocciosi in luoghi unici, come la Rotonda della Besana e il giardino della Gam, unici signori!, che dovrebbero essere di tutti e per tutti inizia francamente ad essermi indigesto.

Quindi: ricordiamo i bei tempi che furo. Quando la Rotonda della Besana la si sceglieva come meta prima o dopo una passeggiata in centro, per darsi appuntamento, per leggere sulle panchine che corrono lungo il suo meraviglioso porticato silenzioso, scandito da una sequenza dolcemente ondulata di colonne, per chiacchierare o per ascoltare musica, o ancora per godere della frescura dei suoi spazi, preziosamente ombreggiati anche in piena estate. E poi ricordo le belle mostre che vi ho visto: tra queste, quella splendida e ricchissima di Bruno Munari e quella, una vera sorpresa, del pittore bosniaco Safet Zec, con i suoi quadri dalle tinte accese ma agrodolci, nelle sue composizioni malinconiche quando non dolorose, capaci di raccontare in modo assai poetico le ferite dell’abbandono e dello scorrere del tempo, non solo sulle persone, ma anche sulle cose, sugli oggetti…

Insomma, a questo edificio così bello, così tranquillo, luogo d'anime per la sua storia e luogo dell'anima nella mia storia, mi legano vari ricordi: le immagini delle mostre viste da sola e in compagnia, la sorpresa e la commozione esplosemi nel quoricino per la sua deliziosa e perfetta bellezza, il rinnovato stupore, ad ogni visita, per la sua monumentale originalità e per la sua storia, passata, di camposanto protetto dal suo dolce recinto privo di angoli. Alla Rotonda della Besana ho trascorso tanti momenti piacevoli, ho lasciato scorrer via in chiacchiere lenti e oziosi pomeriggi primaverili e ho officiato i funerali laici d’un piccione trovato morto nel portico, raccogliendo per lui una margherita e affidandolo alle amorevoli cure del luogo. Che in fatto di cura d’anime, di certo, se ne intende.


Il dettaglio da non perdere
[Epico ritorno della rubrichetta del a chi vuoi che gliene impipi]
Ora, anche se non siete bambini, o lo siete inside ma la cosa non è provabile perché comunque sia la vostra carta d’identità dichiara per voi tutt’altro, io credo non si possa negare anche a chi non gode dello stato d’infante di fare almeno un giro attorno a quella che fu la chiesa di San Michele. E appunto: non perdete assolutamente, oltre alla meravigliosa simmetria della struttura, sormontata dal suo esile e sottile campanile, l’elemento architettonico decorativo ellittico nonché assai grafico che sovrasta la porta d’ingresso, bordato, come portone e finestre, da un bel fascione  color crema: ripetuto per sottrazione (è, difatti, un buco) anche all’interno, nello spazio tra una colonna e l’altra, è una sorta di vero e proprio marchio di fabbrica dell’edificio, ornamento modernamente stilizzato dello stile barocchetto che lo informa.

giovedì 30 luglio 2015

RdP – Metti una mattina alla Scala: la prova generale del factotum di Siviglia

Avviso alle anime sensibili: questa nuova puntata della rubrica del piccione è paesanona assai. Ma proprio assai. Ma proprio paesanona eh, intrisa di quell’entusiasmo paesano del villico che vede per la prima volta la città rimando abbacinato dalla sua grandeur.
Ciò di cui Ambrogio ci aiuterà a dire, infatti, riguarda la mia prima volta alla Scala, il supremo tempio scaligero dell’opera lirica. In ventinove, onoratissimi (?) anni di vita mediolana, infatti, ebbi modo di solcare quel portone sono alle elementari, in gita scolastica: alta quanto ora, visitai in realtà il Museo Teatrale della Scala di Milano, beandomi dei suoi ambienti carichi (già allora, come vedete, il gusto per il barocco…) e delle avvincenti storie legate al mondo dell’opera e dei suoi sublimi interpreti, grazie a una guida ganzissima che non lesinò a noi marmocchietti dettagli splatter tipo i capelli grigi di Chopin intecati (vero, nulla di splatter, ma c’avevo otto anni e che si potessero conservare i capelli d’un morto non l’avevo pensato) e la testa del verme solitario che la Maria Callas deglutì con un bel bicchiere d’acqua nel tentativo di dimagrire, in un momento in cui era un po’ tracagnotta, con tutti i disagi che tale sovrappeso poteva causare a una diva molto attenta alla propria immagine oltreché alla propria arte. A pensarci bene nemmeno questo è splatter, del resto chi di noi non ha mai pensato di brindare con una tenia? Molti di noi lo avranno anche fatto, non negate.
E chiuso il filone splatter la buona guida aprì quello tragico-tristone: parlandoci di Verdi, grandissimo protagonista della storia della Scala, che ideò la melodia malinconica e dolcissima del Va’ pensiero ancora addolorato e sconvolto dalla morte, avvenuta nel giro di pochi mesi, della moglie e dei suoi figlioletti. Evocando infine la morte del Maestro, allorquando i milanesi cosparsero di paglia le strade del quartiere ove egli risiedeva, onde non turbare, col rumore irrispettoso delle loro carrozze, l’ultimo viaggio dell’illustre e amatissimo concittadino d’adozione… Perbacco, che allegria queste gite scolastiche! Scherzo naturalmente, il ricordo dopo decenni quasi secoli da quel dì è ancora vivido, il che attesta che l’uscita fu ben congeniata; io la rimembro come una delle più interessanti di sempre, impreziosita peraltro, oltre che da una bella sosta nel solenne foyer del teatro, tutti seduti per terra, come usa con le mini scolaresche, da un rapido ma stupefacente affaccio da un palchetto della sala: oddio che meraviglia! Che ambiente maestoso si aprì al mio sguardo di moccoletta!
E la vostra bugnato deve aver conservato un (bel) po’ quel cervellino lì, se nell’occasione della sua entrée alla Scala come spettatrice d’opera lirica ha mantenuto eguale livello di stupitissimo stupore.

Ma com’è successo che bugnato, quella bugnato che piangeva lacrime di coccodrillo preparando all’ultimo i suoi compiti di musica mandando a memoria un testo del conservatorio, è approdata sin qui, nel blasonato cuore meneghino della lirica, l’elegante edificio neoclassico di Giuseppe Piermarini, scatola grandiosa d’un interno sfavillante?
È accaduto che in famiglia s’ottennero fortunosamente dei biglietti per assistere alla prova generale del rossiniano Barbiere di Siviglia nell’allestimento storico di Jean-Pierre Ponnelle e nella direzione orchestrale di Massimo Zanetti.
Si poteva forse dir di no ad una occasione sì succosa? E la sugosità del tutto, mi si permetta di dire, al di là della superba opportunità, è stata per me rappresentata dalla possibilità d’assistere proprio ad una prova, di mattina, non dunque nel canonico orario serale delle messinscene. Un appuntamento informale dunque, come piace a me, più vero forse (e solo il cielo sa quante implicazioni si inneschino nel definire vero uno spettacolo teatrale – solo il cielo e pure chi ha preparato un esame di teatro mon dieu!), non ‘ufficiale’ dunque ma con intatta tutta la solennità d’un appuntamento al Teatro alla Scala. E infatti è stata una mattinata bellissima.
Caso fortunaterrimo ha voluto, peraltro, che il posticino rimediato per me fosse ubicato in un palchetto, gesù, un palco di proscenio, il primo del second’ordine. E signori miei, mai spettacolo avrebbe potuto per me essere emozionante. Il velluto rosso, le sedie (tutte meravigliosamente scompagnate) con il profilo degli schienali dorato, la carta da parati damascata, la porticina chiusa alle mie spalle e, davanti a me, l’ambiente fantastico della sala, l’imponente lampadario, la buca dell’orchestra e il palco. Vicino, vicinissimo, tanto quasi da poter scorgere il battito di ciglia degli interpreti, e ogni sfumatura della loro espressività.

Ora, che aggiungere? Poco altro, essendo io né una melomane né un’esperta. Ma ai miei occhi e alle mie orecchie profane lo spettacolo è risultato divertente, scoppiettante, strepitosamente godibile e bello. Bello, veramente bello. Bravi gli interpreti, espressivi, appunto, a cominciare dal mattatore Figaro, il proraso di Siviglia, un carismatico baritono settantatreenne, ci dice wikipedia, dotato d’una energia di cui io neanche la metà, e nei giorni buoni eh. Divertenti tutti, belle le donne in scena (non esattamente le classiche soprano di mezza età simpaticamente barilotte), irresistibile il servitore Fiorello, un basso cinese, e fantastica e fiabesca la scenografia e i suoi meccanismi (segnalo peraltro la presenza in scena d’una sedia a dondolo Thonet uguale a quella che abbiamo in casa – ed era proprio quella infatti, tornando a casa non l’abbiam trovata più ahah). Eppoi bella, leggera e guizzante l’opera di Rossini (con un Anello del Nibelungo sarebbe andata peggione credo), l’opera italiana più rappresentata all’estero per i suoi meccanismi musicali e comici esplosivi; una storia in fondo classica, fors’anche banale, fatta d’un amore avversato, di equivoci, inganni e travestimenti, di riconoscimenti e agnizioni, ma anche di idee geniali (qui partorite dal factotum della città), per consentire ai due amorosi di coronare il loro sogno d’amore, con un occhio disincantato al potere sommo del vil danaro. Insomma, quasi degli archetipi di storie, dei topoi, degli ingredienti ricorrenti, delle carte di Propp; ma d’altra parte le carte bisogna pure saperle giocare. Rossini le ha giocate in maniera eccelsa, intessendo una trama musicale brillantemente architettata, capace di tenere alta, coi suoi salti e le sue ricche invenzioni, l’attenzione dello spettatore, sino al finale. E la regia qui ha fatto altrettanto, confezionando un’opera moderna, piena di momenti sapientemente spassosi grazie al grande talento degli attori in scena, che ho avuto modo di osservare da un’angolazione molto più che privilegiata… Dalla mia posizione ho avuto anche la meravigliosa opportunità di seguire il grandioso lavoro dei musicisti e del direttore d’orchestra, secondo polo d’uno spettacolo, quello lirico, che è bicefalo, partorito dallo sguardo registico e dal tocco del maestro. E guardare l’orchestra, quel giorno ‘in borghese’, adagiata nella sua buca, è stato una sorta di secondo spettacolo: è stato molto facile farsi rapire dagli sforzi dello scapigliato e compenetrato direttore, e, io che so suonare giusto il citofono, dalla bravura dei musicisti, peraltro sbarbi assai, dalle mosse esatte e repentine delle mani sugli strumenti, nonché, visione veramente ipnotica, dal movimento ritmico e perfettamente sincronizzato degli archetti sulle corde degli archi. Pura meraviglia. Pura meraviglia stare là, affacciata al palchetto, riconoscere i miei gengis in platea e assistere alla mia prima opera lirica… v’avevo detto che sarebbe stato un post paesanone! Peccato solo non avere con me la mia fida reflex, cosa che ha fatto sì ch’io mi riducessi a scattare foto paesane in modo paesano, con l’aifon, con i risultati paesani che potrete apprezzare. 
Ad ogni modo, volete mettere l’emozione? D’un sabato mattina di luglio, in una Milano bellissima e assolata (mitigo ma ci sarebbe da parlare di caldazza, ma comunque), in compagnia dei miei eleganti gengis, con una visuale stupenda e nell’ambiente magico d’un palchetto del famosissimo e blasonato Teatro alla Scala di Milano, a seguire un’opera lirica frizzante e briosa (mica l’epica tetesca barbogia di Wagner). 
Veramente una grossa fortuna (mammina, hai visto, non ho scritto culo!) questa mia prima volta alla Scala… Grossa fortuna e immensa, stupita (paesana) meraviglia negli occhi, nel cuore e nelle orecchie. D’altra parte, si dice, e sarà pur vero, che la prima volta non la si scorda mai.





martedì 7 luglio 2015

Voi, Milano e ciascuno di voi/Partecipante n°4: Marina

Se mi fosse dato – e per una verbosa come me sarebbe un’autentica tortura – di scegliere un solo aggettivo per definire Marina, la nostra quarta partecipante al giuocone (hey, fermi tutti: davvero quattro e dico q-u-a-t-t-r-o persone si sono prestate ad assecondare le mie turbe psyco-meneghine? gesù!), l’aggettivo che sceglierei è: sorprendente.
Sì, perché Marina è esattamente così. La sua capacità di sorprendere non è superficiale, patina posticcia con cui certe persone finto-originali cercano malamente di incipriarsi, rivestimento sottile che il più delle volte nasconde vite assai ordinarie, e pure mediocri. No, Marina ti sorprende con la sua intelligenza riflessiva, che cela al contempo un turbinio di pensieri, idee, progetti. Un fuoco d’artificio di racconti sorprendenti, appunto, di esperienze, di viaggi, di cose viste e vissute, che ha attraversato con lo sguardo e lo spirito di chi cerca di imparare e trattenere sempre qualcosa da ogni contesto. Con curiosità. Con voglia di apprendere, di mettersi in gioco. Misurandosi ogni volta in qualcosa di nuovo. Provvista d'uno sguardo attento sulle cose del mondo, sia lontane che vicine, ha saputo cimentarsi in frangenti e situazioni molteplici, manifestando dunque una certa, sanissima allergia a qualsivoglia fossilizzata staticità.
Ricordo il pomeriggio in cui, davanti a un cappuccino per me e a una spremuta d’arancia per lei (ma se la inviterete al bar, sappiate: per lei la spremuta è solo d’arancia rossa!), mi ha raccontato le sue passate esperienze lavorative: chezz, a un certo punto ho pensato che all’elenco mancasse solo il domatore di leoni! Marina mo nun ce dire che hai fatto pure quello!

Insomma, una persona curiosa, attiva, e pure creativa signori. Ha frequentato un corso di ceramica, realizza dei bijoux dolcissimi e pieni di poesia (vedere per credere), e, soprattutto, è operatrice qualificata shiatsu. Anzi, se qualcuno vuole aggiustarsi qualche incriccamento ricorrendo a una disciplina così nobile, antica e affascinante (che – mi cospargo il capo di cenere – poco conosco ma quel poco lo devo a lei) nonché soprattutto affidandosi a mani esperte e, risottolineo, qualificate, questa è l’occasione signori miei (Marina, non ci sperare, ‘sto bloggo lo leggo solo io!).

E quindi, avendole parlato di questa mia creatura virtuale e avendo fatto accenno al giuocone delle cinque domande, ho notato in lei accendersi una curiosità assai benevola nei confronti e del bloggo (grazie per la pietas, è pur sempre un epico sentimento dei nostri Avi) e del giocone, che ha considerato idea carina per, in fondo, parlare di Milano, facendo il punto su ciò che, di questa città – di cui è anche lei esploratrice indefessa ed estimatrice – amava di più. Ciò a cui era più legata. Anche perché, come vedremo, l’universo della lettura-scrittura non le è affatto estraneo. E vi pare che una persona come lei non poteva gettarsi con vitalità e passione in questa nuova, piccola sfida?
Tra il lavoro – esperienza che condividiamo quotidianamente: è mia collega! –, un giretto da turista nella propria città, qualche superviaggio all’estero, una pappa data alla sua coniglietta Penelope e molto altro, ha trovato modo di dedicare del tempo a questo gioco, a questo bloggo. A me, e la ringrazio tantissimo. E anche un po’ a tutti voi, pochissimi ma buonissimi che leggete. Perché – ricordatelo – chi si racconta in queste pagine rispondendo alle cinque domande, regala un po’ di sé stesso… ci fa un regalo. Anzi cinque.

E allora, andiamo a scoprire proprio cosa ha scritto la nostra Marina.


Ecco la mia personale classifica. Sicuramente riflette in parte gli umori del momento. Sono sicura che magari tra un anno risponderei in modo completamente diverso (ad eccezion fatta per il luogo del cuore che rimarrà sempre lo stesso…. altrimenti che luogo del cuore sarebbe?!)

1.
Il luogo preferito

Apprezzate la grafia magnificamente scapigliata di Marina!

Parco Sempione, ebbene sì. Un pezzo di verde nel centro della città. Un’oasi tra i bei palazzoni d’epoca del centro e il Castello con la mitica biblioteca dove spesso si andava a studiare nel tempo che fu.
Per i milanesi l’evoluzione poi non è stata da poco. Da luogo principe per tossici e spacciatori, con tanto di prato spelacchiato pieno di suonatori di bonghi un po’ fatti si è trasformato in un gran parco con abbagliante ghiaietta bianca e cespugli rigogliosi e decorativi. Rilassante.

2.
Il luogo del cuore
P.za Perrucchetti. È la piazza dove sono nata e dove ho vissuto fino ai sedici anni. Il ricordo è struggente e mi capita di tornarci solo per nostalgia e per ripensare a quegli anni. Rivedo mia mamma avvolta nella nebbia che aspetta alla fermata della 67 per andare al lavoro, io e mia sorella che ci avviamo a piedi con nostro padre verso la scuola, la mia amata nonna che abitava nel nostro palazzo e con la quale si andava ai giardini nel pomeriggio, la chiesa dove ho preso (mio malgrado) i sacramenti, la nevicata dell’85 con la statua del soldato ricoperta da un metro di neve, i militari della caserma S. Barbara (tantissimi allora) che erano in libera uscita e ciondolavano in gruppo senza una vera meta, la barista sotto casa che ci ha regalato i dischi del suo jukebox quando ha deciso che era ormai finita l’epoca della musica a gettoni.

3.
Il pezzo da novanta
Allora confesso che la prima cosa che mi è venuta in mente è stato il nostro Duomo. Dico ma chi ce l’ha una cosa così…… el Domm de Milan è proprio unico, poi però riflettendoci e anche pensando all’ingombro notevole di averlo fuori casa (ih ih) mi sono “ridimensionata” e ho concluso, dopo attento rimuginio sulle molte bellezze tra le quali scegliere e dopo che mi si era accesa una piccola lampadina che io, zitta zitta, mi porterei a casa il Cristo morto del Mantegna, custodito nella pinacoteca di Brera. Non è molto allegro lo so ma è talmente potente e impressionante guardarlo che tenerlo sulla parete di casa non mi dispiacerebbe proprio anzi insomma farebbe sicuramente un gran figurone.

4.
Il luogo più sbalorditivo
Nei miei vagabondaggi di studentessa poco volenterosa e quindi bigiosa, mi è capitato casualmente di scoprire l’ossario di San Bernardino alle Ossa, posto assolutamente oscuro e silenzioso pur trovandosi nel caos del traffico cittadino. La mia anima dark ne è rimasta affascinata e intimorita allo stesso tempo. Mi sono immaginata i tempi del Manzoni, la peste (ma non si sa davvero chi siano quei morti credo!) e quei teschi, quelle ossa che non hanno trovato altro riposo se non stare tutti insieme e per sempre a testimonianza della durezza della vita e della morte.

5.
L’itinerario che suggerisci
Tram 19 – sono anni in realtà che non lo prendo ma penso che non ci sia niente di più piacevole del guardare le vie di Milano da un bel tram sferragliante. Intendo naturalmente quelli arancioni (o meglio quelli che erano arancioni e che adesso hanno assunto i mille colori, tuttavia non sgradevoli, delle pubblicità), piccoli, rumorosi, con gli interni di legno e le lampade di vetro. Il percorso che fa suggerisce qualcosa di Milano: il naviglio poi fino a piazzale Baracca e avanti verso fiera e corso Sempione, per dirigersi speditamente verso quella periferia che una volta mi sembrava lontanissima e triste e che adesso trovo invece familiare e allegra: quella di piazzale Accursio e del Portello.

***

Cavolacci ragazzi, ma che emozione!
Che dire? Il parco Sempione è veramente un gran parco: uno spazio verde prezioso e ossigenante, il cui tappeto erboso prende avvio, senza soluzione di continuità, dal nostro Castello; non è poco per una città come Milano avere un parco così, in pieno centro.
Dopodiché l’ossario di San Bernardino, di cui si è già parlato qui, che purtuttavia dimostra d’esser luogo conosciuto e frequentato dalla nostra Marina ben prima che io ne scoprissi l’esistenza con la superdritta della mia zia! Insomma, qua Marina è stata una vera pioniera. Ed in effetti è davvero uno dei luoghi più sbalorditivi di Milano… E a pensarci bene: siamo sicuri, solo di Milano?
Eppoi… il Cristo morto del Mantegna, col suo corpo gonfio e illividito, le sue braccia lunghe, inquadrato in un taglio visuale quasi cinematografico: una vera perla di Milano, ma ciò che è davvero fenomenale è che, come avrete visto, da oggi niente più code in Pinacoteca e deca sganciati in biglietteria cari amici, basterà autoinvitarsi (elegantemente, mi raccomando, non siate i soliti grezzoni!) da Marina per gustarlo nel suo soggiorno! E nel pezzo da novanta, come darle torto, fa una comparsina pure il buon vecchio Domm, con tutta la sua potenza, già indicato, ricorderete, dal nostro Pinco.
Ma veniamo alla domanda namber faiv: il giro a bordo del tram. 19. Bingo. Questo itinerario coglie perfettamente, meravigliosamente, lo spirito della milanesità: nella risposta di Marina c’è tutta la bellezza di questi tram con la livrea arancione, vecchissimi (e caratteristici) in mezzo a tanta cangiante modernità, che sfrecciano per le strade d’una città in continua evoluzione (con, farei notare, il sempre fondamentale Portello)… Ganzissima Marina ad averci pensato!
E in ultimo… il luogo del cuore. Marina qui ci srotola un nastro ad impressione cinematografica, in cui si susseguono dolci immagini estratte dalla memoria… Veramente commovente ed emozionante. Con questi aneddoti e con tutti questi quotidianissimi ma proprio per questo toccanti e speciali ricordi, come si fa a non eleggere tale piazza a proprio luogo del cuore? Sono sicura che se qualche lettore del bloggo dovesse capitare in piazza Perrucchetti non potrebbe fare a meno, da ora, grazie a questa testimonianza, di guardarla con un senso di affettuosa benevolenza… che poi è in fondo proprio lo scopo di questo umile giuocone.

E allora come non ringraziare, e di cuore, Marina, per aver condiviso con noi tutte queste ‘narrazioni’ e queste cinque, differenti declinazioni del sentimento per la nostra città, Milano?
Grazie infinite Marina! Ah, e stasse tutti da te a vedere il Cristo morto!

E voi, lettori moltitudinari (?) del bloggo, maccome, ancora non vi siete cimentati in Voi, Milano e ciascuno di voi? Cosa state aspettando? Vi attendono ricchi premi orizzonti di gloria, ricordatelo! Forza, avanti il prossimo!

mercoledì 17 giugno 2015

La carta, l’inchiostro, il legno e i cristalli: la Biblioteca Nazionale Braidense


A Milano c’è un luogo che merita la qualifica di gioiello, ma gioiello con la G maiuscola, per la sua grandiosa nobiltà nonché per le superbe fattezze estetiche in cui si concreta.
Stiamo parlando della Biblioteca Nazionale Braidense, e nella fattispecie della sua sala più sublime: l’antichissima Sala Maria Teresa, titolata alla Sovrana austriaca illuminata che, nel 1770, volle dare vita a questa importante istituzione, realizzata unendo l’antica biblioteca del soppresso ordine degli amici di Gesù – di cui vi ricordo come abbiam detto nelle puntate precedenti la Braida era Collegio – a un importante lascito librario d’un conte milanese, con l’obbiettivo di aprire alla cittadinanza una nuova fonte del sapere. Una sovrana che, oltreché ‘illuminata’ definirei proprio luminosa, visto che durante la sua reggenza fece cose nel mio sistema di pensiero considerate molto belle e importanti: rese obbligatoria l’istruzione primaria, che voleva rendere accessibile a tutti,  ridimensionò i poteri del clero riaffermando il giurisdizionalismo e la laicità dello stato, dismise l’Inquisizione; voglio dire, ma che volere di più? In poche mosse questa gran signora mise delle sane toppe alle storture che i paesi del Vecchio Continente si erano trascinati per tutta l’epoca moderna.

Come già accennato blaterando a proposito dell’Orto Botanico, anche la Biblioteca Nazionale Braidense trova dunque la sua ubicazione nello ‘stracolmo’ palazzo di Brera, tra Pinacoteca, Accademia, Museo Astronomico e appunto il succitato orto. Quanta robba insomma signori miei!
Un’istituzione antichissima, dicevamo, che trae la forza della sua bellezza precisamente e dalla ‘scientificità’ che la informa (è, oltre che istituzione storica, biblioteca tutt’ora attiva, al prestito e alla consultazione), e dal suo aspetto, maestoso da togliere il fiato: dopo aver lasciato armi e bagai in un apposito stanzino (perché anche voi, facce d’angelo dei miei lettori, potreste in fondo rivelarvi sgraffignatori di libri antichi) e percorsa l’ultima rampa di scale che vi separa da questo empireo della cultura, potrete finalmente avere accesso al meraviglioso luogo in questione, superando una già irresistibile porticina lignea con targa in caratteri d’ottone che ci indica, come lo stemma in ferro battuto incontrato più sotto, la via corretta per la Biblioteca Nazionale Braidense.

Ed ecco che, arrivati qui, al cuore delle stanze dell’immenso ma sempre troppo piccolo per tutto ciò che ospita palazzo di Brera, siete pronti a farvi impossessare dallo stupore, dal silenzio, dalla meraviglia più completa e perfetta. E pure da un po’ di ‘trepida d’ansia’ e di soggezione, come racconta il buon Bianciardi nella sua Vita agra, che si apre proprio con una descrizione assai gustosa, bianciardiana appunto, di questa sala solenne. L’ambiente che vi si aprirà allo sguardo, progettato in tutta la sua scenograficità da Giuseppe Piermarini, è interamente di legno, come rettamente ci si aspetterebbe da una biblioteca antica. Se è vero che la Sala Maria Teresa non è la Österreichische Nationalbibliothek di Vienna (guarda caso austriaca pure quella), il luogo in cui muoverete felpatamente i vostri passi per non disturbare i lettori seduti nelle sale affianco (e una di queste, la più piccina e raccolta, è dedicata alla grande scrittrice, poetessa, pittrice nonché eroina della nostra Resistenza Lalla Romano), vi ispirerà un senso di commosso rispetto per tutta la cultura che ospita e che esprime: le pareti della biblioteca sono infatti interamente perimetrate da una scaffalatura continua, dai caldi toni del legno di noce, e su ogni scaffale è riposto un quantitativo ingente di libri. Antichi. Con il dorso in pelle rilegato, a volte anche un po’ macilento, a suggerire, nel suo aspetto fragile, la caducità della materia di cui è costruito ma anche la solennità e l’immortalità di quanto vi è scritto – stampato – sopra. Consegnatoci dalla Storia. È difficile spiegare, bisogna vederlo. Per me, che diedi dos esami sul tema della nascita della stampa e del libro antico, entrare qui è un’emozione fortissima. Tutte le cose antiche che hanno attraversato i secoli, del resto, la scatenano. Ma i libri antichi ancor di più. Perché sono un oggetto magico, in fondo. Non importa di che parlino; appunto parlano. Sono un dono, forse il più prezioso, del passato. E si incarnano in una materialità, sempre, come ci ricorda il buon Roger Chartier. Non è solo e puro ‘testo’: è primariamente oggetto, il libro. Che ci racconta, anche, un’affascinantissima storia della tecnica e degli uomini, delle maestranze artigiane e dei ruoli coinvolti nell’industria editoriale… Che è, non a caso, la prima industria moderna. Per capitale, per le organizzazioni sindacali nate per la prima volta in seno ad essa e per le relative, spesso aspre rivolte, per la suddivisione e la specializzazione del lavoro. Nonché per la progressiva meccanizzazione degli strumenti impiegati.

Per questo, a colpo d’occhio, percorrere con lo sguardo e abbracciare la visione della sala Maria Teresa, spaziando da sinistra verso destra e in basso verso l’alto (da notare il meraviglioso ballatoio, che crea un doppio piano parimenti stipato rispetto al primo), mi riesce emozionante. Soprattutto se alla Sala Maria Teresa ci vai un giorno in ottima compagnia e, a tradimiento, una commessa ti sfila un libro antico a caso dalla parete e te lo apre davanti, sotto al tuo naso. Te lo mostra, lo sfoglia, e tu lo puoi guardare da vicino, senza vetri in mezzo. E ti ritrovi senza volerlo, incitata da un improvvisato pubblico di due giovani signori sconosciuti ma parecchio interessati, a tenere (io, mon dieu!) una lezione sul libro antico (ah-ah-ah-ah-ah-ah-ah!), fonte il testo,  bellissimo, di Baldacchini. E spieghi e indichi – su un esemplare dal vero, cristo re! – il corsivo aldino. E racconti delle resistenze culturali che gli uomini della generazione del manoscritto ebbero nei confronti del nuovo libro a stampa, infinite volte meno prezioso allora, e soprattutto considerato infinite volte meno affascinante. Quasi meno veritiero. E poi accorgendoti che il piccolo ma lusinghierissimo uditorio è intrippato assai, e a momenti prende appunti (oh davvero, questa è una delle cose più assurde e belle che mi siano capitate chiacchierando con degli sconosciuti!), ti soffermi anche a parlare dei nemici dei libri: il deterioramento degli inchiostri (come quello ‘arsenicato’ citato da Bianciardi, colpevole dopo duecento anni di 'rodere la carta'), muffe, animaletti, pesciolini d’argento e inadeguate condizioni termoigrometriche di conservazione… Insomma signori, una mattinata involontariamente epica! In cui comunque ho molto sudato dall’ascella, perché se è vero che in questo bloggo sono una sbruffoncella e scrivo quel che mi pare, fare il relatore (io! che nun so un cazz!), inaspettatamente, per giunta in un luogo storico e davanti a della gente che, nonostante il tuo essere manifestatamente una comune passante, ti incita e ti prende assai sul serio, financo ringraziandoti alla fine (!), non è che mi riesce proprio facilissimissimo.

Ma riprendendo il filo del nostro discorso…
Insomma, già per tutti questi motivi che ho elencato, come potrebbe la Sala Maria Teresa non essere un luogo del mio cuore?

Ma ebbene signori, c’è dell’altro. Ci sono le mostre temporanee, tutte molto belle (e aggratisse vorrei anche sottolineare). Che poi sono l’occasione per tornare in questa antichissima e meravigliosa biblioteca, tornare, tornare e ancora tornare. Nel frangente di queste esposizioni vengono all’uopo allestite le teche di legno e vetro che occupano la sala, dove esposti sono di volta in volta libri antichi, libretti d’opera, ex libris a stampa… Insomma, la Biblioteca Braidense non si smentisce mai.
Eppoi c’è un altro meraviglioso motivo per cui non si può amare questo luogo, che concorre anche questo alla definizione di un’atmosfera solenne e magica: i due lampadari. I due enormi, sfarzosi, bellissimi lampadari. Che durante le mostre riflettono in maniera proprio bellina le loro lucine sui vetri delle teche. Due giganteschi lampadari in raffinato cristallo di Boemia, a gocce sfaccettate; due degli oltre venti disposti su tre file che adornavano in maniera eccelsa, con il gioco dei loro mille riflessi sfavillanti, la Sala da Ballo di Palazzo Reale, ossia l’antica Sala delle Cariatidi. Tutti gli altri videro infrangersi la loro eleganza e il loro lucente sfavillìo sotto le bombe che colpirono Milano nel ’43. Deturparono e menomarono le sculture disciogliendone le fattezze, abbattendo completamente il soffitto dell’ampio salone. Che non fu mai ricostruito com’era un tempo, scelta-memento contro ai rovinosi, per dirla alla Goya, disastri della guerra. Gli unici due lampadari superstiti, frutto di un’attenta ricostruzione, trovarono qui la loro nuova dimora: splendenti come un tempo, a dare e ricevere lustro a questa sala consacrata al libro antico, alle scienze, alla letteratura, alla giurisprudenza, all’astronomia. Alla cultura. Una cultura pensata per tutti, in quanto ovviamente biblioteca, ente preposto alla propagazione del sapere. Che è una delle cose più belle e importanti alla quale una civiltà degna di questo nome dovrebbe sempre provvedere, onde poter modellare uomini adulti, fuoriusciti dallo stato di minorità – per citare il pensatore di Königsberg in uno dei suoi più celebri passaggi.

E mentre vagherete con lo sguardo tra gli scaffali, rimanendo a bocca aperta per la quantità di tesori che vi sono custoditi (notando anche, con una certa ironia, come il ‘peso’ della cultura abbia felicemente imbarcato le mensole lignee), vi perderete nella contemplazione di questo cosmo incantato, dove assaporare ‘ sul campo’ la vicenda di uno dei più cruciali trapassi culturali avvenuti nel corso della Storia: la nascita del libro stampato e la sua diffusione. La diffusione cioè della cultura e del sapere, la loro accessibilità, la fondamentale premessa della loro messa a disposizione per chiunque. Proseguendo dunque il vostro tour con aria leggermente poco intelligente, colti e sopraffatti dalla totale, affascinante meraviglia che vi attornia.

Il tutto… Il tutto sotto allo sguardo pacioso e sorridente della tracagnotta sovrana Maria Teresa d’Austria, illuminata e luminosa, che, nel vostro incantato vagare, vi guarda e vi segue con aria soddisfatta dal grande ritratto che campeggia all’ingresso della sala; era proprio questo, del resto, quel che voleva che accadesse.














mercoledì 20 maggio 2015

Cinquantamila sfumature di verde: l’Orto Botanico di Brera


C’è un luogo di una romanticheria unica a Milano. È un luogo dove potrete preziosamente concedervi una piccola, magica passeggiata, in un fazzoletto di verde, verde di qualità, che vi farà dimenticare per un attimo di essere a Milano. E in pieno centro per giunta. Ma d’altra parte – e in queste pagine non ci stancheremo mai di ripeterlo (piuttosto sarete voi a rompervi la minchia con siffatte reiterazioni, ma vi ricordo che gli Antichi, gente che se ne intendeva, dicevano sempre: ripetita iuvant) – Milano è anche, e soprattutto, questa.
Milano è anche, e soprattutto, questa.
Milano è anche, e soprattutto, questa.
Milano è anche, e soprattutto, questa.
Milano è anche, e soprattutto, questa.
Milano è anche, e soprattutto, questa.
Ok può bastare. Procediamo.

Il sito magico e insolito di cui stiamo parlando è l’Orto Botanico, una delle cinque istituzioni che animano, occupano e riempiono di bellezza il distretto caldissimo di Brera: Pinacoteca, Accademia, Osservatorio Astronomico, Biblioteca Braidense (un altro luogo meraviglioso, di cui prima o poi diremo) e, appunto, l’Orto Botanico, con tutte le sue sorprese.

Si tratta anzitutto d’un giardino molto antico, costituitosi nel 1774 con una precisa finalità didattica e formativa, vero e proprio strumento ‘vivente’ utile all’insegnamento delle scienze botaniche per gli allievi del ginnasio di Brera, che allora, sotto la dominazione austriaca, era appunto un collegio, in origine gesuitico e pubblico poi, divenuto tale in seguito alla soppressione del potente ma avversato ordine religioso fondato da Ignazio di Loyola.
Durante l’amministrazione francese l’orto botanico mutò pelle come cambiò il gusto dominante, e da funzionale aula didattica all’aperto si trasformò consapevolmente in una ricca e piacevole passeggiata costellata da specie esotiche ornamentali, cosa che ne incrinò l’impiego meramente didattico. L’orto subì in seguito un periodo di vero e proprio abbandono, sino a risorgere, in tempi moderni, come istituzione dal doppio volto: museo botanico scrupolosamente catalogato, in uso all’Università degli Studi di Milano, e locus amoenus per chiunque decida di farvi approdo con l’obbiettivo di deliziare occhi e cuore alla vista della sua generosa tavolozza di verdi; raccogliendo così le due passate eredità, di strumento didattico nonché di sorprendente giardino, isola di pace nel cuore della città.

È proprio questa avvincente dicotomia ad informare l’Orto Botanico, e a costituire il carattere precipuo della sua bellezza, che lo rende, decisamente, non un giardino qualsiasi.
Una croccante ghiaia riveste i sentieri bordeggianti le aiuole, rettangolari, coltivate a piante aromatiche, cereali, fiori di tutti i colori e di tutte le forme, erbe officinali, arbusti e ortaggi attentamente classificati, ciascuno indicato da un cartellino su cui sono apposti il nome latino, derivato dalla nomenclatura binomiale del buon Linneo, la famiglia di appartenenza e, per noi dummies, il nome comune.
Potrete farvi stuzzicare dall’odore appetitoso del rosmarino (in termini olfattivi dire rosmarino è dire arrosto, non negatelo, drogati di Ariosto – e non mi riferisco al letterato ma all’insaporitore da cucina – dico a te sorella! uscirai da questa spirale, ce la puoi fare, vedrai!), da quello fresco della salvia, o da quello dolcissimo e delicato delle rose; potrete giocare a cogliere – ammesso che come me non siate dei mioponi – le mille sottilissime differenze tra le spighe di qualità differenti di grano, scoprendo la forma dell’avena, che certo solo mangiando kinder cereali non avreste mai potuto indovinare. Potrete commuovervi di fronte alla maestosità delle magnolie e alla nobile e ragguardevole età del ginkgo biloba, e, se ci capitate nel momento giusto dell’anno, potrete sorridere di come i papaveri giochino a invadere, con i loro delicatissimi ma tenaci fiori rossi, le aiuole destinate a tutt’altro… Ma si sa, del resto, che la casa è di chi la abita (cit.).

L’Orto Botanico offre insomma a ogni stagione uno spettacolo sempre nuovo, e assai prezioso per chi voglia, da totale profano, apprendere qualcosina in più sul multiforme e infinito mondo vegetale. Eppoi si possono fare degli ottimi incontri: seguire i saltelli d’un merlo (del resto Al cor gentil rempaira sempre amore, come appunto l’ausello in selva a la verdura), fare la conoscenza con lo spaventapasseri addetto a salvaguardare l’aiuola a ortaggi, apprezzare la frenetica attività delle formiche che incedono laboriose e indaffarate sui petali vellutati delle roselline, mentre voi siete lì a non fare un cazzo, e le state pure disturbando: non è bello stare a guardare chi lavora in effetti.
In più, potrete sedervi in mezzo al verde, o su alcune belle panchine di legno massiccio oppure sulle sedioline gialle che si fondono con grande poesia nel paesaggio circostante, creando spazi di sosta e contemplazione perfetti.
Le volte che sono stata all’Orto Botanico, approfittando di alcune fortunose estensioni dell’orario d’apertura e visita, altrimenti un po’ stitichello, ed è un peccato, sono veramente rimasta estasiata da questo ulteriore brano di città, che non fa altro che riconfermarmi quanto sappia essere bella Milano, e di quanti e quali colori possa tingersi. Passeggiandovi all’interno ho avuto davvero la sensazione di essere finita in un quadro, in un altrove misteriosamente slegato dal contesto – le vie del centro cittadino – che lo ospita. Un luogo della scienza e della natura, della ricerca di didattica ma anche della bellezza, la bellezza di quanto è sì bello ma anche buono, come lo sono cereali, verdura, aromi (abbiamo detto aromi, aromi veri eh, non l’Ariosto!).
Ed è proprio questo ad avermi insegnato l’Orto Botanico, negli sprazzi di seria lucidità (quale lucidità?) che il cazzare con i miei compagni di viaggio, o anche da sola, nella mia testa (che roba triste e terribile, lo so), mi concede: la bellezza delle cose buone. La bellezza delle aiuole di rosmarino. La bellezza delle sfumature delle qualità di salvia. E soprattutto, la bellezza, impagabile, delle spighe di frumento. Sì, proprio delle spighe di frumento. Di grano. Di quel cereale speciale e prezioso alla base della nostra alimentazione, quel ‘crescente pane’ celebrato da Parini, il mio abate Parino, in un’immagine d’altissima e condensata poesia. Parini che, peraltro, l’Orto Botanico doveva conoscerlo bene, avendo a Brera praticato la sua attività di insegnante.

All’Orto Botanico di Brera quindi, a Milano, nella mia città ricca di sorprese come neanche un uovo di Pasqua, nella vertiginosa quantità di colture stretta e raccolta armoniosamente in un giardino sì piccino, come se tutte le pianticelle si dessero manforte a vicenda, in un sodalizio bellissimo e commovente, ecco che si può trovare, oltre a mille, innumerevoli altre meraviglie: il pane. Il pane e anche le rose. Che è poi un ottimo modo per ripassare le cose fondamentali per la cui conquista dobbiamo sempre lottare.













domenica 15 marzo 2015

La creazione di universi: Hangar Bicocca, i Sette palazzi celesti



Dunque dunque, anche quest’oggi, miei cari lettori, come per il parco di Villa Scheibler da poco narrato, affrontiamo un brano milanese piuttosto decentrato, anche se di periferia ben diversa rispetto a quella di Quarto Oggiaro si tratta. Ci troviamo infatti quasi a ridosso di Sesto San Giovanni, in un’area della città di Milano industriale ed ex industriale. Ancora operativi alcuni stabilimenti, come quello di proprietà della famiglia dell’Emmona confindustriale, dismessi altri, sovente andati incontro a riuso, vedi il Carroponte non distante (ma lì, per una manciata di civici, si è già sconfinati nella cosiddetta Stalingrado d’Italia). Anyway, dicevamo, sì, siamo decisamente in periferia, dove i tram non vanno avanti neanche più. E difatti, se non sei macchinato, devi farti un bel tragittone a piedi prima di raggiungere il luogo di cui stiamo per dire, anch’esso passato da una destinazione industriale a una destinazione di segno culturale.

È dell’Hangar Bicocca che  oggidì ci occuperemo signori, sito al numero 2 di via Chiese.
Come il nome già dice, questo complesso dai soffitti smisuratamente alti e a momenti non visivamente percepibili (come dite? quella è la mia miopia? po esse, altroché. Anche la nanaggine influisce dite? pure, in effetti), era adoperato per la costruzione di locomotive e anche di velivoli: uno spazio bello grosso, dunque, del resto mica parliamo dei droni di Jeff Bezos. Un fabbricato a dir poco gigantesco (provate voi a costruire degli aerei in un monolocale), che negletta la sua funzione originaria ha trovato una nuova vocazione, artistica, divenendo spazio espositivo agile e, in ragione della sua estensione, e orizzontale e verticale, altamente versatile nonché capace di ospitare espressioni artistiche multiformi, originali, e, alla bisogna – mi si perdoni la banalizzazione –, pure ingombranti.  
Superato un bel cancellozzo grigio, che già fa industrial, si accede all’area dell’originario hangar, il cui ingresso è preceduto, e quasi ‘mascherato’, da un’opera d’arte di Fausto Melotti, intitolata Sequenza, che con i suoi listoni di ferro costituisce già un assaggio del gigantismo che si respirerà più oltre. Circondata da una vegetazione che per disposizione, cromatismo e varietas partecipa al gioco ritmico dell’opera, la Sequenza sembra quasi la tastiera d’un pianoforte dai tasti sì giustapposti, ma ora avanzati ora arretrati, a suggerire chissà quali, nuove, impreviste melodie. Ma vista così, nei toni di marrone delle sue superfici, tra le spighe ocra che la circondano, pare quasi, per la disposizione dei suoi volumi, una semplificazione rettangolare del Quarto stato pelliziano, che qui apparentemente immobile avanza invece monumentale (orsù abbiate pietas, sapete che m’è invalsa l’abitudine di piantare a caso dubbi nessi artistici).

Sicché – dopo aver disseminato qualche strùnzatella sull’incolpevole opera del buon Melotti – seguitiamo pure a descrivere il nostro lento avvicinamento all’hangar: aggiriamo dunque la grande scultura modulare, quasi una soglia che ci immette nel mondo dell’arte, e apprestiamoci ad entrare nell’edificio vero e proprio, che ci attende in fondo coi suoi mattoncini rossi martellinati, á la Turbinenfabrik AEG di Behrens.
Un primo corpo del fabbricato, dalle dimensioni ancora umane, ospita i servizi: guardaroba, video e cartacei dispensatori di generose informazioni circa le mostre in programmazione, sale per le attività didattiche destinate a bambini e regazzetti, e, di fronte, un bistrot un po’ fichetta (ma domeneddio, quale ‘bistrot’ non è già costituzionalmente fichetta?) per radical gommini – d’altra parte il presidente della fondazione Hangar Bicocca, vi ricordo, è pur sempre Tronchetti Provera (mentre il curatore, giusto per dare un guardo alle facce del management artistico meneghino, è questo gnomo spilungone – non me ne voglia, eppoi ci mancherebbe, io ho già detto che sono una nana con le lenti spesse) –; radical gommini dicevamo che dopo aver parcheggiato la regal progenie negli spazi antistanti, possono finalmente godersi il loro brunch.
Percorso questo primo stanzone, si arriva ad un passaggio aperto, che immette in un altro spazio. È un varco, un passaggio che tende a preparare al silenzio, da questo momento in avanti percepito e anche ‘prodotto’: prodotto perché, di fatto, ciò che si intravede induce al silenzio. Si tende a parlare a bassissima voce, dopo. Oppure, a non parlare affatto. Percepito perché, entrati nel cuore vero dell’Hangar, con i suoi soffitti altissimi, quasi un cielo nero, si entra davvero in un altro mondo. In un altro universo. E l’unica cosa che si sente, ed è dato di sentire, è il rumore del silenzio. Quel lievissimo, impercettibile brusio che si avverte quando tutto intorno tace. (Eccomunque in realtà io e il mi cognato ci faremmo partire pure la suite di Atom heart mother in questa sala! minchiate a parte, è francamente epica al punto giusto, cinematografica e apocalittica come quel che si vedrà dopo.)
Ma dopo queste notazioni uditive (alcuni delle quali pure discutibili, mi rendo conto), è lo sguardo ad essere completamente e perfettamente rapito.
Ci sono i Sette palazzi celesti dell’artista tedesco Anselm Kiefer, là dietro. Oltrepassato quel varco, c’è un’opera potente, inesprimibile, che non si può dire, che non è raccontabile, ma che va vista. Provata. Un’opera potente: questo è l’aggettivo.
Sette presenze, sette torri (sembra un trailer di Maccio!), sette strutture a modulo impilato che paiono così meravigliosamente instabili eppure non lo sono, fisse, superbamente immote, saldamente ancorate a un terreno di sabbia grigia recintato. Un modulo, una casina di cemento sbozzato a base quadrata dalle pareti grigie ondulate, ripetuto in verticale. E la struttura così ottenuta moltiplicata per sette, quasi ad ottenere un isolato escheriano di condomini impossibili, inabitabili, deserti, in cemento e ferro, dalle cui strutture escono disordinatamente i nervi dell’armatura, a testimoniare un evento di distruzione, rovinoso ma non letale. Che ha lasciato questi incredibili palazzi in piedi, per miracolo, sconquassati eppure saldi nello loro solide macerie.

Un evento rovinoso sì, ma, appunto, non letale. Ed è attorno a questa ‘sopravvivenza’ che ruota tutto il fascino di quest’opera. Macerie che resistono, dopotutto. Macerie che incrollabili resistono in piedi, e con cui dobbiamo fare i conti; non tutto è andato distrutto, e le macerie non completamente macerie sono lì a sfidarci, a imporci qualcosa, perché non possiamo ricostruirci sopra. Un evento esiziale che non è riuscito a produrre una tabula rasa, non ha polverizzato l’esistente ma ha lasciato un cumulo di rovine salde, ostinatamente vive. Presenti. A ricordarci il danno subito, a continuare, di fatto, a farci guardare indietro e a impedirci di guardare avanti come se niente fosse stato.
Anselm Kiefer nacque nel 1945. Il seno del freddo suolo che lo accolse nella sua venuta al mondo nutriva ancora una lucida e tagliata follia di massa, partoriva e accudiva il progetto pianificato di uno sterminio di uomini. Una lacerazione così profonda da non poter essere superata senza lasciare incisa una traccia psichica profonda. Non solo delle vittime parliamo. Una ferita che dovrebbe (dovrebbe) obbligare chi ne fu coinvolto a fare i conti con le macerie rimaste, sventrate ma in piedi, memento di qualcosa che si vorrebbe invece – e sarebbe più comodo – dimenticare.
Per Kiefer i palazzi celesti, installazione site-specific ideata appositamente per l’Hangar Bicocca di Milano, sono un modo, nei loro sette nomi rimandanti all’ebraismo, di riflettere sul ruolo dell’artista tedesco dopo la seconda guerra mondiale, e dopo gli esiti di quella follia d’odio piantata a fondo nel ventre dell’Europa. Quantunque, occorre constatatare, la buona Germania, in questo stringente momento storico, nel suo ruolo di capofila economico europeo (ottenuto all’opinabile suono di mini job e Hartz 4) seguita a dare dimostrazione d’una volontà di potenza (che è poi concetto per nulla estraneo – benché mistificato – alla storia culturale tedesca, e tant’è) e di prevaricazione, assumente la forma usuale delle civilissime società ‘avanzate’: quella sottile ma ugualmente muscolare e strangolante del neoliberismo capitalista che impone povertà a chi sta indietro. A chi non è produttivo. Ausmerzen, ancora. “Sopprimere chi rallenta la marcia”. Prima i malati, poi gli storpi, gli omosessuali, gli zingari, gli ebrei. Oggi i greci, e domani chissà, magari tocca proprio a noi, come ci ricorda una bella poesiola di Brecht. E forse verrebbe quasi da smentirlo, il motto bello del buon (e questa volta non c’è ironia in questo aggettivo) Arrigoni, il quale diceva: restiamo umani. Ché forse dovremmo imparare prima a diventarlo.

Tutta questa ampia, lunga digressione, per raccontare, per restituire malamente un briciolo della maestosità di quest’opera grandiosa, perché io, signori miei, ci vedo tutto questo (comunque già l’ho detto che son miope eh). Ma è evidente che oltre a questo fascino ‘mentale’, anzi, congiunto ad esso, vi sia un fascino estetico ineludibile, offerto dal taglio dello sguardo a questi sette palazzi d’un altro mondo – che è poi forse il nostro passato, e addirittura il nostro presente, e fors’anche il nostro futuro – nelle loro sfumature bluette e mattone, tracciate sul cemento grezzo – materiale mai così espressivo – delle loro superfici.  

Ricordo perfettamente la prima volta che ci andai. E in realtà, fo un bel coming-out, ciò che mi condusse all’Hangar fu un’altra mostra, la deliziosa From here to ear (v.15) di Céleste Boursier-Mougenot (che difatti solo un luogo come l’Hangar Bicocca avrebbe potuto ospitare). Ma, bontà mia, da stupidella non mi aspettavo ci fosse, superato quell’accesso, anche tutta questa roba, io che vi ero approdata con l’animo leggero di chi vuol vedere uccellini cicciottelli suonare delle chitarre elettriche. Sicché, non appena mi trovai davanti l’opera di Kiefer… fu un boato mentale, esplosomi dentro e temo anche fuori, cristallizzato nella mia mascella molto, molto stupita, e anche stìupida. Conto e spero, al buio, di non aver fatto troppe figure daddemente, rimanendo così, a bocca aperta. E da quel sabato mattina (ci tornai peraltro il giorno dopo) è stato sempre un riandarci, con le persone del mio quore, conducendole all’esplorazione di questo cosmo (bella e superbamente ipnotica, qui, anche Unidisplay di Carsten Nicolai), che conferma più d’ogni altra cosa, più d’ogni altro luogo mediolano, la mia salda convinzione che solo l’arte contemporanea possa, oggi, creare universi. Che è una cosa molto preziosa, e molto potente.
Ed è per questo che sono felice, irrimediabilmente felice, che i Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, ideati e realizzati appositamente per lo spazio smisurato dell’Hangar Bicocca, in via Chiese al numero 2, abbiano per casa la mia casa.
Cioè Milano. 








venerdì 26 settembre 2014

Il Museo Archeologico di Milano, giostra di meraviglie


Come già ivi anticipato, il Civico Museo Archeologico di corso Magenta 15, con il suo portalone barocco e l’ingresso verdino con l’insegna in ottone, è un luogo meneghino per me assai strettamente e delicatamente connesso alla nascita del mio amore per questa città.
La sua scoperta avvenne in solitaria, in un’estate un po’ tristanzuola in cui mi gettai in una disordinata ma vorace perlustrazione delle vie di Milano e dei suoi tesori; che seppero elargirmi, anche questo anticipato nel post d'apertura del mio seguitissimo bloggo, non poco conforto. E possiamo dire che il detto Museo Archeologico, spazio incantevole, giostra meravigliosa da affrontare con l’entusiasmo di quei piccoli cosi chiamati bambini, ampio ruolo ebbe in ciò, visti i ripetuti wow di stupore che disseminai durante la visita alle varie sale, facendo la figura dell’idiota al cospetto delle telecamere di videosorveglianza e di qualche sconcertato custode di turno.
E vediamone dunque i motivi, di questo amore, tutti importanti, tutti preziosi, ognuno un piccolo fuoco d’artificio esploso nel mio quoricino.

Innanzitutto stiamo parlando d’un distretto archeologico caldissimo per la Mediolanum che fu: e il pregio del Museo è quello di aver conservato una certa stratigrafia, che dà modo di vedere oggi, o quantomeno poter bene immaginare, cosa doveva esservi sorto un tempo. Tra via Nirone, corso Magenta, via Luini e via Brisa si ergeva infatti il palazzo imperiale di Massimiano, risalente all’epoca in cui Milano era capitale dell’Impero. E racchiusa dalle acciottolate mura massimiane era l’estesa struttura del circo, una torre del quale è sopravvissuta in quanto trasformata in campanile del monastero di San Maurizio, ricovero claustrale delle monache benedettine sorto nel corso del Cinquecento, che, detto ‘la Sistina di Milano’, merita però un capitolo a parte.
La torre, quadrata nei suoi mattoni rossi e nelle piccole aperture, si apprezza nella sua antica imponenza dal cortile porticato del Museo, che è al detto monastero perfettamente attiguo, nel senso che dall’uno si entra nell’altro e viceversa, il che è onestamente spettacolare; e io ancora non mi capacito di questa meraviglia, che è il motivo n° 1 per definire il Museo una vera e propria giostra. D’altra parte, quel che oggi è cortile del museo, era un tempo cortile del convento, luogo deputato alla fruizione dell’aria aperta da parte delle monache di clausura.
Un cortile porticato che è qualcosa di indescrivibile. Caspiterina, come si può descrivere tanta bellezza? L’hibiscus lilla che aggetta dal prato, il retro con il melo selvatico gravato dai suoi frutti, i resti di cornicioni antichi e capitelli accatastati per terra e striati dal muschio, le stele marmoree disposte lungo il portico, quasi un cimitero senza spoglie; e la seconda torre legata alla storia del museo: la torre poligonale, a ben ventiquattro lati, risalente all’epoca tardo-imperiale e appartenente al circuito delle mura della città, oggi raggiungibile da una comoda e salda passerella, mentre prima della recente, massiccia ristrutturazione del Museo, si dovevano affondare i piedi nel bagnato del prato e salire su una pericolante scala (emozionante anche quello a suo modo). Una meraviglia, la torre poligonale, basterebbe già questa a rendere Milano speciale. Al suo interno furono affrescate, in epoca medievale - testimoni della trasformazione da torre difensiva a cappella - scene religiose, con Cristo e una teoria di santi, tra cui Francesco raffigurato mentre riceve le stimmate, rappresentate sottoforma di lampi di luce; una scena quanto mai iconograficamente rara e affascinante, che possiede un che di bozzettistico. E il fatto che si tratti d'affresco d'epoca e gusto medievali è attestato anche dalla sinuosa decorazione a girali vegetali, che percorre a fascia la porzione di parete sottostante i santissimi. Ora all'interno della torre è stato posizionato un dormiente, di Mimmo Paladino, che solo soletto là dentro, con la sua faccia di creta sconquassata e senza volto, raggomitolato nella classica posizione fetale, fa pure un po’ paura, sembrando uno lasciato a crepare senz’acqua né cibo chiuso nella torre; ma credo che in effetti non vi sia luogo milanese più appropriato per dargli casa.

Alle spalle della torre poligonale, la cui sommità fa da punto di raccolta per vivaci rondinotti (uno spettacolo ipnotico seguirli nei loro voli di primavera), superando un antro ritagliato da un vecchio muro di mattoni, ecco l’accesso all’area nuova, esito più esplicito dell’intervento di ristrutturazione di cui sopra: un’architettura di vetro e acciaio, perfettamente internazionale moderno ma in miniatura, a misura, integrata nel contesto antico in cui è stata inserita, ondulata come il dormitorio della Baker House di Alvar Aalto (riferimenti a cazzo lo ammetto, mi avete scoperto), dove sono albergate le collezioni delle civiltà longobarda, etrusca, villanoviana e, all’ultimo piano, quasi un cammino verso l’Empireo, la sezione più nobile e bella, la mia preferita: quella greca. Con le loro meraviglie: il canopo con testa antropomorfa in legno di pero, splendidamente e miracolosamente conservato; i giocattoli dei bimbi, la bambolina snodata e animaletti; gli ori e la sublime arte metallurgica dei longobardi; i superbi bracciali di vetro; e poi i vasi bellissimi, in un’ampia gamma di forme vascolari, tra crateri, skyphoi, kantharoi, kylikes, coppe a occhioni, olpi e piccoli aryballoi, tutti con le loro minuziose e dettagliate scene mitologiche, o di vita quotidiana, di banchetto, palestra e allenamento degli atleti; e pure con qualche scena un po’ zozza (sulla quale però non dico nulla, ve la cercate da soli). E poi Lui, la commozione, la Felicità di quell’estate che faceva buio mentre fuori splendeva il sole, il pezzo da lacrima sommessa: un frammento di vaso attribuito a Euphronios signori, Euphronios, raffigurante Eracle con leontè: si guardi la cura strepitosa delle ciglia, della barba, l’occhio vispo e il tratto sottile tracciato da una mano sicura, come poteva essere solo quella del grande maestro delle figure nere… Lui o un altro non importa, nel mio quoricino io sono arciconvinta che quello, poche storie, sia proprio un pezzo di Euphronios! Che è poi un metodo scientificissimo per andare di attribuzione, il buon Bianchi Bandinelli andrebbe fiero di me.

Ed ecco che a ritroso – sì lo so, vi sto facendo fare un tour un po’ scombiccherato – riscesi i piani dell’edificio nuovo e dopo essersi ristupiti, a ogni livello, per la visione del paesaggio offerta dalla parete curtain wall, riattraversato il cortile delle meraviglie, siamo ritornati nella parte vecchia, dove prima erano accatastate le raccolte ora più ariosamente distribuite. Qui, nelle sezioni Mediolanum, è da non perdere un pezzone da novanta del Museo, il reperto dal nome complicato di coppa Diatreta Trivulzio, oggettino assai pregevole, di vero artigianato di lusso, adoperato come lucerna o forse come coppa per bere, come suggerisce l’iscrizione in elegantissimo bluette che corre lungo il vetro esterno, e che sembra essere una godereccia ed etilica esortazione: “bibe, vivas multis annis”: bevi se vuoi vivere a lungo. Bisogna seguire i consigli degli antichi, quindi beviamo! Io ad esempio bevo pure poca acqua, e non credo che i miei reni sian contenti.
Poi è bello qui scendere le scale sulla sinistra; e affrontare un altro, spettacolare giro di giostra:  “La sala è tutta sua. Si sbizzarrisca” sono state le parole di una dolcissima custode un giorno che coglionando il Comune di Milano ho optato per una visita mordi e fuggi durante l’ultima, gratuita ora di apertura. E ho tenuto fede all’invito: gustandomi prima il piccolo nucleo d’arte del Gandhara, con Buddha baffuti e belle dee dalle tette sode e prosperose; per poi rituffarmi nell’atmosfera romana, girovagando in una sala letteralmente tagliata in due dalle mura massimiane (non si può dire, lo si deve vedere); e percorrendo più e più volte, come se fosse un giro di giostra e anzi meglio, una passerella sopraelevata sovrastante una decorazione musiva pavimentale mediolana, rinvenuta in piazza Missori. Che meraviglia questa passerella, ogni volta che ci torno me la rifaccio saltellando un cifro di volte e con estremo sollazzo, per non smentire la fama di idiota al cospetto delle telecamere di videosorveglianza e di qualche sconcertato custode di turno. E non è questo, dicevamo, che l’ennesimo motivo per considerare il Museo una giostra emozionante.

Insomma, il Museo Archeologico di Milano è un luogo che non è solo un museo archeologico scientificamente valido ed avvincente, ma che è anche davvero un piccolo grande gioiello della città di Milano, misconosciuto, a torto sottostimato e sempre desertissimo, un luogo da vedere, da “provare”, da esperire nella sua articolazione avventurosa, da conoscere e da amare. Un luogo importante per Milano, scritto dallo scorrere dei secoli, che, strato dopo strato, lo hanno scolpito nella sua attuale, imperdibile e unica configurazione. Una passeggiata nel tempo, in bilico tra la Milano romana, medievale, cinquecentesca e attuale. La Milano che era, che è stata e che è.
Ed ecco perché qui ci ho portato e ci sono venute quasi tutte le persone del mio cuore, i punti luminosi della mia costellazione degli affetti, mutata negli anni a suon di defezioni più o meno amare, e di aggiunte dolcissime. Ecco perché: per tutti i motivi che ho elencato.
E quindi ecco signori, questa è la mia giostra, questa la mia promenade arquelogique in pieno centro, a Milano. Questo è il mio Museo Archeologico signori, e io Milano ho iniziato ad amarla da qua dentro.

Suggerimento per la visita
[Rubrichetta del a chi vuoi che gliene impipi]
Se durante la visita al Museo, complice l’arietta ghiacciata che si avverte nelle sale, che punzecchia birichinamente la vescica, dovete andare al cesso a svuotare la secchia, cercate di andarci nella parte nuova (quella ondulata come il dormitorio etc etc). Nulla di sconveniente nei bagni del vecchio edificio, ci mancherebbe, ma gli è che quelli nuovi son fighissimi, spaziosi, luminosi, e con visuali spettacolose dalle finestre, con affaccio sul cortile e sulla torre poligonale. Insomma, anche se non dovete pisciare io fossi in voi un giro dentro me lo farei.