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venerdì 17 ottobre 2014

Via Brisa, un quadrato di Roma Antica a Milano – Spin off del Museo Archeologico


Avendo parlato di quella meraviglia che è il Museo Archeologico non si può non parlare di un altro luogo unico in Mediolanum, al Museo peraltro concettualmente e quasi fisicamente connesso: stiamo parlando delle rovine romane di via Brisa. Per me è un luogo imprescindibile della mia città, e non saprei spiegarne il motivo, forse perché di motivi ce ne sono più d’uno. Forse perché è magnificamente defilato e, se non hai ragioni per andarci, in via Brisa neanche ci entri, cosa che protegge questo luogo miracoloso dal passaggio delle folle. Forse anche perché, con una bella faccia da cül, ho cercato di far la splendida con un romano con l’argomento delle rovine romane milanesi, ed ha pure funzionato. O forse mi piace perché non posso nascondere che la mia vita si è rimessa in moto da qui, o in fondo mi piace perché questo luogo, questo piccolo, protetto, meraviglioso e insolito quadrato di città, è semplicemente bellissimo, e rappresenta una Milano che non sembra Milano ma proprio per questo è una Milano ancor più vera. La vera Milano. Che è quella che in questo bloggo si va cercando.

Le rovine sono ciò che resta del palazzo dell’imperatore Massimiano, allorquando Mediolanum era la capitale del Sacro Romano Impero d’Occidente; quello che decadde, come il Carlo Maria Cipolla ci spiega con molto humour, perché la classe aristocratica romana si faceva di piombo, molto piombo, piombo in quantità. Ma Mediolanum fu città-guida in un'epoca (286-402 d.C.), seppur di poco, precedente, non ancora di declino, per cui evidentemente deduciamo che i nobili mediolanesi non avessero ancora maturato in maniera sì massiccia tali gusti alimentari un po’ discutibili e un tantino indigesti.
Ad ogni modo, nella fattispecie, l’edificio di cui si ammirano i resti pare – pare – fosse quello adibito ad usum termale, perché, tra tepidarium e calidarium, sappiam bene che gli antichi romani amavano molto dilatarsi le vene coi bagni bollenti – e in queste abitudini e relative conseguenze io sono una loro degna discendente (vero dottore che mi fai l’ecocolordoppler?). Era inoltre poco più avanti da qui che si estendeva la parte finale del circo (la cui torre, vi ricordo nel caso in cui non siate state attenti nelle puntati precedenti, fu ‘riciclata’ come campanile del convento di San Maurizio); e il circo era il passatempo principe degli antichi romani, che, come Angela padre e Angela figlio sapientemente ci spiegano, ci avevano pure gusti un po’ sadici nei loro divertissement. Ma cosa aspettarsi da gente che assumeva quelle quantità di piombo.
Terme dunque, e circo: due luoghi simbolo della civiltà romana. Qui, a Milano, ed è veramente meraviglioso ciò che si apre allo sguardo entrando nella stretta viuzza di via Brisa da corso Magenta, dopo aver superato la Drogheria Soana con i suoi interni fermi agli anni Sessanta e le sue ipnotiche e stipate vetrine: un recinto di ferro delimita i resti archeologici, che emergono logicamente a parecchi metri più in basso rispetto al piano stradale (e comunque Milano è o non è, del resto, la città che sale?), dai mattoni rossi, mattoni color mattone praticamente, in mezzo all’erbetta fresca e verde che li circonda. Il mio sogno proibito, lo ammetto, sarebbe scendere e poterci camminare in mezzo: credo che il mio piccolo quore esploderebbe di felicità, e più volte, assistendo a manovre di giardinieri incaricati dal Comune di manutenere il verde, loro sì autorizzati a scendere, e in possesso delle chiavi del cancelletto, ho pensato finanche di corromperli a cedere l’esclusiva con profferte di danaro… Un veloce calcolo delle mie liquidità mi ha tuttavia istantaneamente dissuaso dall’azzardare la proposta. Ma un giorno, quando sarò ricca e abiterò nel ficherrimo palazzo chiaro che si affaccia proprio sulle rovine (poi dicheno che uno non deve essere invidioso perché fa peccato), oltre a godermele dal balcone di casa durante la colazione, troverò il modo di avervi accesso con la classica scusa della mutanda stesa ad asciugare scivolatami di sotto.  
Ma tutto sommato è un bene, e son seria, che non vi sia libero accesso a questo spazio. Ma non perché trattasi di resti monumentali da proteggere – pur avendo in effetti a notare la diffusione d’una invero poco comoda usanza di confezionarsi originali e pesantissimi souvenir delle vacanze smontando sassi dalle aree archeologiche – o comunque, non solo; quanto piuttosto per il fatto che essi sono la casa, magnifica e degna, d’una colonia di gatti bianchi e neri, che ne sono i veri e legittimi padroni, e che mi suscitano sempre interrogativi salingeriani, quando è freddo e il suolo ghiaccia, su dove potranno andare a stare, come le anatre di Central Park. Ed è giusto così. I gatti riescono ad avere un sentimento speciale per le rovine antiche: se le prendono, ne fanno la loro dimora, e le riportano in vita, a distanza di secoli, esattamente come accade a Roma. Sembra quasi una cosa magica, ancestrale. E per questi mici dal pelo lucido che stanno sdraiati sulle antiche strutture e vi passeggiano felpatamente in mezzo, senza fretta, non si prova invidia, affatto, come se fosse così ristabilito, in questa loro conquista, un ordine cosmico giusto, retto, incontrovertibile.

Insomma, le rovine romane di via Brisa rappresentano per me un luogo speciale, che riesce a infondermi una tranquillità che veramente pochissimi altri luoghi riescono ad offrirmi. È bello fermarsi qui, in ogni stagione, col caldo e col freddo, di giorno, magari dopo aver bevuto un cappuccino nelle tazze gialle del consigliatissimo bar El Canton poco più avanti, vero bar milanese nel senso migliore dell’espressione, piacevolmente old fashion, o di sera, quando le rovine s’accendono d’un caldo giallo dorato di grandiosa suggestione.
Ma in qualsiasi momento vogliate raggiungere questo fazzoletto di terra solcato dalle vestigia d’una civiltà che fu, vi accorgerete di avere a disposizione un luogo dove fermare lo sguardo al di là d’una balaustra, come davanti al mare, o a un lago, nonostante ahimè l’iperattività edilizia alle sue spalle, seguendo con gli occhi le curve e le rette descritte dalle antiche fondazioni, per perdervi nella visione e trovare, davvero, qualche prezioso granello di pace e di bellezza.
Un luogo di Milano, le rovine romane di via Brisa, raccolto e silenzioso, e, come tutti i resti di antichissime strutture, immoto e pacificato nel lungo cammino del Tempo, e quindi capace di dispensare vera quiete. E questo, personalmente, non credo sia poco.

Il dettaglio da non perdere
[Rubrichetta del a chi vuoi che gliene impipi]
Il dettaglio di cui di seguito poco ha a che fare con i resti archeologici romani in sé, ma, sorgendovi a pochi passi, possiamo dire completi il paesaggio di via Brisa. Percorrendo e superando il perimetro delle vestigia si arriva all’incrocio con via Gorani e… ci siete? Bene, guardate in su. Bravi, l’avete trovata: la terrazza quadrata con piantato un ulivo, esattamente in cima a un palazzo chiaro, ma proprio in cima eh. Una diapositiva da gomminodeltergilandia, verissimo, ma senza dubbio un angolo di città insolito e da vedere. Eppoi, caro (?) Boeri, se non un bosco verticale un ulivo verticale prima di quella doppia strùnzata che troneggia con le sue sterpi e le sue tristi piastrelle nere in Garibaldi. Cioè: se lo godranno in pochissimi, magari due o solo uno, ma ha molto più stile e soprattutto non finge d’esser verde per i cittadini – pur costituendo per i cittadini una deliziosamente inconsueta visione. Tiè.







venerdì 26 settembre 2014

Il Museo Archeologico di Milano, giostra di meraviglie


Come già ivi anticipato, il Civico Museo Archeologico di corso Magenta 15, con il suo portalone barocco e l’ingresso verdino con l’insegna in ottone, è un luogo meneghino per me assai strettamente e delicatamente connesso alla nascita del mio amore per questa città.
La sua scoperta avvenne in solitaria, in un’estate un po’ tristanzuola in cui mi gettai in una disordinata ma vorace perlustrazione delle vie di Milano e dei suoi tesori; che seppero elargirmi, anche questo anticipato nel post d'apertura del mio seguitissimo bloggo, non poco conforto. E possiamo dire che il detto Museo Archeologico, spazio incantevole, giostra meravigliosa da affrontare con l’entusiasmo di quei piccoli cosi chiamati bambini, ampio ruolo ebbe in ciò, visti i ripetuti wow di stupore che disseminai durante la visita alle varie sale, facendo la figura dell’idiota al cospetto delle telecamere di videosorveglianza e di qualche sconcertato custode di turno.
E vediamone dunque i motivi, di questo amore, tutti importanti, tutti preziosi, ognuno un piccolo fuoco d’artificio esploso nel mio quoricino.

Innanzitutto stiamo parlando d’un distretto archeologico caldissimo per la Mediolanum che fu: e il pregio del Museo è quello di aver conservato una certa stratigrafia, che dà modo di vedere oggi, o quantomeno poter bene immaginare, cosa doveva esservi sorto un tempo. Tra via Nirone, corso Magenta, via Luini e via Brisa si ergeva infatti il palazzo imperiale di Massimiano, risalente all’epoca in cui Milano era capitale dell’Impero. E racchiusa dalle acciottolate mura massimiane era l’estesa struttura del circo, una torre del quale è sopravvissuta in quanto trasformata in campanile del monastero di San Maurizio, ricovero claustrale delle monache benedettine sorto nel corso del Cinquecento, che, detto ‘la Sistina di Milano’, merita però un capitolo a parte.
La torre, quadrata nei suoi mattoni rossi e nelle piccole aperture, si apprezza nella sua antica imponenza dal cortile porticato del Museo, che è al detto monastero perfettamente attiguo, nel senso che dall’uno si entra nell’altro e viceversa, il che è onestamente spettacolare; e io ancora non mi capacito di questa meraviglia, che è il motivo n° 1 per definire il Museo una vera e propria giostra. D’altra parte, quel che oggi è cortile del museo, era un tempo cortile del convento, luogo deputato alla fruizione dell’aria aperta da parte delle monache di clausura.
Un cortile porticato che è qualcosa di indescrivibile. Caspiterina, come si può descrivere tanta bellezza? L’hibiscus lilla che aggetta dal prato, il retro con il melo selvatico gravato dai suoi frutti, i resti di cornicioni antichi e capitelli accatastati per terra e striati dal muschio, le stele marmoree disposte lungo il portico, quasi un cimitero senza spoglie; e la seconda torre legata alla storia del museo: la torre poligonale, a ben ventiquattro lati, risalente all’epoca tardo-imperiale e appartenente al circuito delle mura della città, oggi raggiungibile da una comoda e salda passerella, mentre prima della recente, massiccia ristrutturazione del Museo, si dovevano affondare i piedi nel bagnato del prato e salire su una pericolante scala (emozionante anche quello a suo modo). Una meraviglia, la torre poligonale, basterebbe già questa a rendere Milano speciale. Al suo interno furono affrescate, in epoca medievale - testimoni della trasformazione da torre difensiva a cappella - scene religiose, con Cristo e una teoria di santi, tra cui Francesco raffigurato mentre riceve le stimmate, rappresentate sottoforma di lampi di luce; una scena quanto mai iconograficamente rara e affascinante, che possiede un che di bozzettistico. E il fatto che si tratti d'affresco d'epoca e gusto medievali è attestato anche dalla sinuosa decorazione a girali vegetali, che percorre a fascia la porzione di parete sottostante i santissimi. Ora all'interno della torre è stato posizionato un dormiente, di Mimmo Paladino, che solo soletto là dentro, con la sua faccia di creta sconquassata e senza volto, raggomitolato nella classica posizione fetale, fa pure un po’ paura, sembrando uno lasciato a crepare senz’acqua né cibo chiuso nella torre; ma credo che in effetti non vi sia luogo milanese più appropriato per dargli casa.

Alle spalle della torre poligonale, la cui sommità fa da punto di raccolta per vivaci rondinotti (uno spettacolo ipnotico seguirli nei loro voli di primavera), superando un antro ritagliato da un vecchio muro di mattoni, ecco l’accesso all’area nuova, esito più esplicito dell’intervento di ristrutturazione di cui sopra: un’architettura di vetro e acciaio, perfettamente internazionale moderno ma in miniatura, a misura, integrata nel contesto antico in cui è stata inserita, ondulata come il dormitorio della Baker House di Alvar Aalto (riferimenti a cazzo lo ammetto, mi avete scoperto), dove sono albergate le collezioni delle civiltà longobarda, etrusca, villanoviana e, all’ultimo piano, quasi un cammino verso l’Empireo, la sezione più nobile e bella, la mia preferita: quella greca. Con le loro meraviglie: il canopo con testa antropomorfa in legno di pero, splendidamente e miracolosamente conservato; i giocattoli dei bimbi, la bambolina snodata e animaletti; gli ori e la sublime arte metallurgica dei longobardi; i superbi bracciali di vetro; e poi i vasi bellissimi, in un’ampia gamma di forme vascolari, tra crateri, skyphoi, kantharoi, kylikes, coppe a occhioni, olpi e piccoli aryballoi, tutti con le loro minuziose e dettagliate scene mitologiche, o di vita quotidiana, di banchetto, palestra e allenamento degli atleti; e pure con qualche scena un po’ zozza (sulla quale però non dico nulla, ve la cercate da soli). E poi Lui, la commozione, la Felicità di quell’estate che faceva buio mentre fuori splendeva il sole, il pezzo da lacrima sommessa: un frammento di vaso attribuito a Euphronios signori, Euphronios, raffigurante Eracle con leontè: si guardi la cura strepitosa delle ciglia, della barba, l’occhio vispo e il tratto sottile tracciato da una mano sicura, come poteva essere solo quella del grande maestro delle figure nere… Lui o un altro non importa, nel mio quoricino io sono arciconvinta che quello, poche storie, sia proprio un pezzo di Euphronios! Che è poi un metodo scientificissimo per andare di attribuzione, il buon Bianchi Bandinelli andrebbe fiero di me.

Ed ecco che a ritroso – sì lo so, vi sto facendo fare un tour un po’ scombiccherato – riscesi i piani dell’edificio nuovo e dopo essersi ristupiti, a ogni livello, per la visione del paesaggio offerta dalla parete curtain wall, riattraversato il cortile delle meraviglie, siamo ritornati nella parte vecchia, dove prima erano accatastate le raccolte ora più ariosamente distribuite. Qui, nelle sezioni Mediolanum, è da non perdere un pezzone da novanta del Museo, il reperto dal nome complicato di coppa Diatreta Trivulzio, oggettino assai pregevole, di vero artigianato di lusso, adoperato come lucerna o forse come coppa per bere, come suggerisce l’iscrizione in elegantissimo bluette che corre lungo il vetro esterno, e che sembra essere una godereccia ed etilica esortazione: “bibe, vivas multis annis”: bevi se vuoi vivere a lungo. Bisogna seguire i consigli degli antichi, quindi beviamo! Io ad esempio bevo pure poca acqua, e non credo che i miei reni sian contenti.
Poi è bello qui scendere le scale sulla sinistra; e affrontare un altro, spettacolare giro di giostra:  “La sala è tutta sua. Si sbizzarrisca” sono state le parole di una dolcissima custode un giorno che coglionando il Comune di Milano ho optato per una visita mordi e fuggi durante l’ultima, gratuita ora di apertura. E ho tenuto fede all’invito: gustandomi prima il piccolo nucleo d’arte del Gandhara, con Buddha baffuti e belle dee dalle tette sode e prosperose; per poi rituffarmi nell’atmosfera romana, girovagando in una sala letteralmente tagliata in due dalle mura massimiane (non si può dire, lo si deve vedere); e percorrendo più e più volte, come se fosse un giro di giostra e anzi meglio, una passerella sopraelevata sovrastante una decorazione musiva pavimentale mediolana, rinvenuta in piazza Missori. Che meraviglia questa passerella, ogni volta che ci torno me la rifaccio saltellando un cifro di volte e con estremo sollazzo, per non smentire la fama di idiota al cospetto delle telecamere di videosorveglianza e di qualche sconcertato custode di turno. E non è questo, dicevamo, che l’ennesimo motivo per considerare il Museo una giostra emozionante.

Insomma, il Museo Archeologico di Milano è un luogo che non è solo un museo archeologico scientificamente valido ed avvincente, ma che è anche davvero un piccolo grande gioiello della città di Milano, misconosciuto, a torto sottostimato e sempre desertissimo, un luogo da vedere, da “provare”, da esperire nella sua articolazione avventurosa, da conoscere e da amare. Un luogo importante per Milano, scritto dallo scorrere dei secoli, che, strato dopo strato, lo hanno scolpito nella sua attuale, imperdibile e unica configurazione. Una passeggiata nel tempo, in bilico tra la Milano romana, medievale, cinquecentesca e attuale. La Milano che era, che è stata e che è.
Ed ecco perché qui ci ho portato e ci sono venute quasi tutte le persone del mio cuore, i punti luminosi della mia costellazione degli affetti, mutata negli anni a suon di defezioni più o meno amare, e di aggiunte dolcissime. Ecco perché: per tutti i motivi che ho elencato.
E quindi ecco signori, questa è la mia giostra, questa la mia promenade arquelogique in pieno centro, a Milano. Questo è il mio Museo Archeologico signori, e io Milano ho iniziato ad amarla da qua dentro.

Suggerimento per la visita
[Rubrichetta del a chi vuoi che gliene impipi]
Se durante la visita al Museo, complice l’arietta ghiacciata che si avverte nelle sale, che punzecchia birichinamente la vescica, dovete andare al cesso a svuotare la secchia, cercate di andarci nella parte nuova (quella ondulata come il dormitorio etc etc). Nulla di sconveniente nei bagni del vecchio edificio, ci mancherebbe, ma gli è che quelli nuovi son fighissimi, spaziosi, luminosi, e con visuali spettacolose dalle finestre, con affaccio sul cortile e sulla torre poligonale. Insomma, anche se non dovete pisciare io fossi in voi un giro dentro me lo farei. 












venerdì 14 febbraio 2014

La cripta senza chiesa: San Giovanni in Conca, un romanico a Milano


Non importa da dove siate arrivati, se da via Mazzini, se dal dedalo di stradine che si dipanano di fronte a piazza sant’Alessandro o se vi siate appena lasciati alle spalle la Torre Velasca, scendendo da quella via molto larga che si chiama via Larga: il fatto è che ora siete in piazza Missori, e la cosa è esattamente là in mezzo.
Sei siete di Milano molto probabilmente anche voi, come me, nel peregrinare frenetico tipico di questa comunità così operosa, opulenta e vanitosa (cit.), ci sarete passati davanti un miliardo di volte, notandola sì, ma sempre troppo di corsa per vederla davvero; rimanendo così sospesi, per un rapido nanosecondo, in un grano di curiosità e chiedendovi anche voi, come me: oh, ma chissà che minchia è quella roba là! Un lampo, solo un fugace baluginio mentale, e poi il ritorno ai vostri pensieri e alle vostre faccende. Sicché è facile che poi, immersi nei ritmi convulsi di cui sopra, vi siate scordati di approfondire, trovandovi ancora a non conoscere una bega di questa cosa, che stà là, nel mezzo di piazza Missori, con la sua forma accattivante, con la sua offerta d’altrove che spezza – discreta ma potente – il volto più omogeneo dello slargo viario.
Quella cosa è un'abside. O almeno quel che ne resta. I mattoni rossastri descrivono una curva, tipica del perimetro murario del retro d’un altare. L’altare d’una chiesa romanica, San Giovanni in Conca. Della chiesa oggi resta solo ciò che si vede: i resti della parete absidale, con una bella monofora, apertura scenografica sulla boccioniana Milano che sale più oltre, coi suoi palazzi, coi suoi tram arancioni e nei giochi sovrapposti dei loro pantografi; e la teoria d’archetti svuotati, tipica del romanico meneghino. 
Ma della chiesa, invero, resta anche ciò che non si vede. O meglio, per vederlo bisogna scendere. Dietro ciò che resta dell’edificio di culto c’è infatti una scala in pietra, alla quale si accede attraverso la porta d’un cancelletto in ferro. Se la porticina è munificamente aperta, allora potrete scendere; preparandovi a uno spettacolo assolutamente irripetibile in Milano. Percorsi i gradini, fiancheggiati da un bel verde fiorito, ecco aprirsi allo sguardo l’ambiente di quella che fu l’antichissima cripta della chiesa. L’unica romanica originale che oggi si conservi a Milano.

In effetti la chiesa di San Giovanni in Conca ne ha vissute davvero di ogni. Sconsacrata dagli austriaci, fu chiusa dai francesi che la trasformarono in magazzino di ferramenta e carri. Poi arrivarono gli svedesi e… scherzavo, gli svedesi in questa storia non ci sono. Ad ogni modo susseguentemente fu deciso il riassetto urbanistico della piazza, che decretò nel 1948 la demolizione della chiesa per ragioni viarie. La facciata fu venduta ai Valdesi, che se la rimontarono, con qualche variazione, nella loro chiesa, nella vicina via Francesco Sforza, di fronte alla Guastalla; e così, a testimoniare antichi riti, rimase solo l’abside diroccata, quasi un capriccio in mezzo al paesaggio urbano via via modernizzatosi, e poi, appunto, la cripta. Una cripta senza più chiesa. Al suo interno, lungo il perimetro, sono esposti, oltre a interessanti foto che documentano le fasi finali dell’esistenza dell’edificio, antichi reperti rinvenuti in zona: statue, pavimenti, decorazioni. La scoperte migliori sono però visitabili al Castello Sforzesco e anche all’adorato Museo Archeologico di corso Magenta (ne parlerò, per me è un pezzo di cuore): su tutti il bellissimo pavimento musivo con decorazioni geometriche e la raffigurazione d’un felino, appeso alla parete sulla destra del Museo, appena entrati.
La cripta di San Giovanni in Conca per me è un luogo commuovente: là fuori, in alto, la vita brulica, i milanesi ci passano e ripassano sopra e accanto… e la cripta è là, sotto i loro piedi, da secoli, fedele a sé stessa, nel suo fresco umido naturale.
Un giorno che ero sotto per le solite cose son scesa dal tram per tornarci, e passeggiare sotto alle sue volte basse, tra i capitelli smussati delle sue colonne di pietra, materiali di riuso come vuole, del resto, il romanico medesimo. La cripta mi ha accolto senza dire una parola, e si è lasciata guardare come si guardano i miracoli, e le cose tenacemente resistite a un destino che ne avrebbe comandato la dispersione. La chiesa non c’è più, ma per fortuna la cripta è ancora al suo posto, suggestiva bolla d’ossigeno nelle viscere cittadine. Due chiacchiere con la volontaria del Touring, un ultimo sguardo e poi il respiro finale: inforcando le scale in salita, per tornare nella frenesia della città che sale. Con un iniezione di bellezza nel cuore, che d’accordo, non avrà spazzato via del tutto ogni tristezza ma tant’è.