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martedì 6 ottobre 2015

Rotonda di via Besana: luogo d'anime e luogo dell'anima

45°27'35.1"N9°12'20.2"E


Cari amici del bloggo, finalmente rompiamo il silenzio in cui siffatto spazio virtuale era piombato con un altro avvicente pezzo (?) tutto mediolano. Quando finalmente credevate d’esservi liberati di bugnato, –zac! eccola tornare all’orizzonte come la donzelletta leopardiana, con in dote il suo prodigo fascio di strùnzatelle meneghine.
Qual sarà l’argomento scelto per questo nuovo pezzo? Trattasi miei affezionati amici della Rotonda di via Besana, che costituisce un altro di quei luoghi milanesi singolari o per meglio dire davvero unici. È luogo, finché ho avuto modo di ‘viverlo’, di grandissima piacevolezza e quiete, a poca distanza dall’asse trafficato del corso di Porta Vittoria.  
La singolarità di questo complesso, dalla storia piuttosto travagliata, si può constatare già guardando le immagini offerte dal satellite di gùgol (queste diavolerie moderne), cui potrete rapidamente accedere facendo clic su quella sfilza di numeretti verdi che bugnato con tanta dedizione appone al di sopra di ogni suo post: ebbene no cari amici, non sono numeri per giocare al lotto, quelli fateveli dare dal bisnonno in sogno, ammesso che non vi preferisca un inviso cugino, e non sono nemmanco tirati a caso: sono le coordinate di longitudine e latitudine dei loci narrati in questo bloggo; pertanto quelli quivi vergati son esattamente quelli relativi alla Rotonda di cui stiamo parlando. Che è davvero rotonda: avete visto? Ma più che rotonda, essa possiede un recinto dal perimetro sì circolare, ma decisamente ‘mosso’, superbamente curvilineo, come se si trattasse di quattro morbide parentesi graffe congiuntesi. E al centro, in mezzo all’erba, si apprezza un edificio a croce, a x, di cui uora uora diremo.
Siete pronti per questo nuovo tour da seduti della città di Milano, miei cari lettori pigroni ché al massimo vi spingete all’Esselunga di viale Certosa per fare qualcosa di diverso? (Scherzo, i miei lettori sono tutti degli appassionati e dotti esploratori, tempo e lavoro permettendo! eccomunque, nel suo piccolo, anche l’Esselunga di viale Certosa…)

La Rotonda della Besana ha qualcosa di magico. È, come abbiamo preannunziato, un edificio del tutto particolare tra le architetture milanesi, un unicum decisamente degno di una visita. Questo suggestivo nucleo architettonico tardobarocco ha conosciuto nel corso della sua storia plurime finalità, vivendo tante vite quante sono state le sue destinazioni d’utilizzo. Una capacità reincarnatoria camaleontica, una stratificazione funzionale che oggi si avverte tacita, sopita nel suo portico circolare quieto e silenzioso.  
La Rotonda della Besana nacque infatti come cimitero, chiamato ad assorbire le spoglie provenienti dal vicino Ospedale Maggiore, antichissimo nosocomio mediolano che poi altro non era che l’edificio dell’Università Statale, la quale insomma come vedete faceva morti già da allora. Ecco cosa c’era sotto a quella innocua erbetta verde: le spoglie, si stima, di almeno centocinquantamila persone. Nel bel mezzo del foppone sorgeva la chiesa di San Michele, con la sua pianta a croce greca, sormontata da una cupola ottagonale: una distribuzione dello spazio differente rispetto alla stragrande maggioranza dei luoghi di culto cristiani, dotati al contrario di una pianta a croce latina provvista d’una navata principale più larga e lunga del transetto con cui si interseca. Questa inusitata forma architettonica, complice peraltro oggi l’assenza dell’altare, fa completamente smarrire all’osservatore un punto focale utile all’orientamento. Che è già una delle cose molto molto belle che si possono sperimentare alla Rotonda della Besana.
L’effetto che si apprezza ‘dal di dentro’, è infatti quello di una vertiginosa e serrata sequenza d’alte colonne scanalate, sormontate da capitelli decorati con ossa e quattro teschi l’una, ad alludere con immancabile spirto barocco alla destinazione originaria, cimiteriale, del complesso. Ma in verità a guardare in alto sembra quasi di muoversi dentro a un apparato osseo, nel gioco reiterato delle volte forate a forma di vertebre. In effetti ho sempre pensato che la Rotonda della Besana potesse essere inserita di diritto in uno scary tour della città di Milano, insieme ad esempio a San Bernardino alle Ossa, e alla Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, tanto per cominciare.

Verso la fine del Settecento, in conseguenza dell’ordinanza austriaca che prescriveva lo spostamento dei cimiteri al di fuori dell’area urbana, il complesso perse la sua destinazione originaria, la chiesa fu sconsacrata, e la Rotonda della Besana divenne, in successione, caserma, fienile e addirittura lavanderia dell’ospedale; finché, in epoca assai più recente, fu finalmente donata a tutti, adibita a spazio espositivo per belle mostre temporanee: uno spazio espositivo coi controcazzi, suggestivo e versatile nelle sue pareti chiare, spazio aperto trasformato e definito ogni volta in qualcosa di nuovo. E questa è stata la stagione della vita della Rotonda a cui ho più partecipato, affezionandomi molto ai suoi spazi e alla sua tranquillità.

Poi che accadde?
Accadde che qualcuno volle destinare questo edificio meraviglioso a divernir sede museale. E fin qui direte: bello. Bello sì. Che ci hanno fatto? Un museo d’arte moderna? Contemporanea? No? Un museo del design? No, esiston già del resto. Un museo di fotografia? Un museo della città? Un museo del bottone, dell’ombrello, del martello, del rastrello? Ebbene no miei cari. La Rotonda della Besana è divenuta sede del MuBa, ossia il Museo dei Bambini (nooooooooooooooooooo!); il che mi ha naturalmente inibito dal farvi ritorno.
Cioè attenti bene: non un museo sull’infanzia, cosa che sarebbe stata senz’altro interessante, se non altro perché siam stati tutti dei nani cagaminchia felicemente liberi dal lavoro e dalle altre tragedie della vita adulta, no, proprio un ‘museo’ per i bambini (a questo punto però qualcuno mi spieghi perché chiamarlo museo, di grazia, quel poco di lingua italiana che conosco non mi aiuta a trovarvi una logica). Praticamente un luogo ove concentrare una serie di attività destinate ai più piccoli, attività didattiche, di gioco, di scoperta. Una cosa caruccia, certo (ma come battere l’appeal del museo del rastrello?), però… non qui. Eddai, alla Rotonda della Besana? Un luogo unico e affascinante come questo? In un ex cimitero coi teschi che guardano dall’alto i vostri piccini? Date loro un’aula della Triennale, perdio, son tutte quasi vuote, e poi vicino c’è pure un bel parco, così dopo che i mocciosi han finito di fare i piccoli adulti al banchetto possono correre al parco Sempione a fare le peggio fantastiche cose che fanno giustamente e naturalmente i bambini quando si sciamannano all’aperto. Che poi ogni museo di Milano possiede già e meno male, ché sennò sarebbe una lacuna e son seria, degli spazi destinati ai piccini in visita: il Castello Sforzesco, il Museo della Scienza e della Tecnologia, quello del Novecento, quello meraviglioso in corso Magenta, il mio adorato Museo Archeologico, dove i bimbetti possono improvvisarsi archeologi alle prese con scavi stratigrafici, scoperta e catalogazione di reperti… E mi fermo qui ma l’elenco potrebbe continuare.
Insomma, questo mi pare un ulteriore, drammatico e discutibile segno della bambinizzazione di Milano, probabilmente con la convinzione già descritta dal buon Louis CK secondo cui “Every child is a star beyond the shiny sea”. Ora, io mica voglio luoghi dove l’accesso sia consentito solo a gente uguale a me (“Accesso riservato ad analfabeti di ritorno con lavori dimmerda”), sia mai, anche perché chissà che brutta umanità vi si incontrerebbe, uh, però buondio, tutto questo spazio destinato esclusivamente signori, è questa la parola chiave per capire lo sdegno di bugnato, esclusivamente a famiglie e mocciosi in luoghi unici, come la Rotonda della Besana e il giardino della Gam, unici signori!, che dovrebbero essere di tutti e per tutti inizia francamente ad essermi indigesto.

Quindi: ricordiamo i bei tempi che furo. Quando la Rotonda della Besana la si sceglieva come meta prima o dopo una passeggiata in centro, per darsi appuntamento, per leggere sulle panchine che corrono lungo il suo meraviglioso porticato silenzioso, scandito da una sequenza dolcemente ondulata di colonne, per chiacchierare o per ascoltare musica, o ancora per godere della frescura dei suoi spazi, preziosamente ombreggiati anche in piena estate. E poi ricordo le belle mostre che vi ho visto: tra queste, quella splendida e ricchissima di Bruno Munari e quella, una vera sorpresa, del pittore bosniaco Safet Zec, con i suoi quadri dalle tinte accese ma agrodolci, nelle sue composizioni malinconiche quando non dolorose, capaci di raccontare in modo assai poetico le ferite dell’abbandono e dello scorrere del tempo, non solo sulle persone, ma anche sulle cose, sugli oggetti…

Insomma, a questo edificio così bello, così tranquillo, luogo d'anime per la sua storia e luogo dell'anima nella mia storia, mi legano vari ricordi: le immagini delle mostre viste da sola e in compagnia, la sorpresa e la commozione esplosemi nel quoricino per la sua deliziosa e perfetta bellezza, il rinnovato stupore, ad ogni visita, per la sua monumentale originalità e per la sua storia, passata, di camposanto protetto dal suo dolce recinto privo di angoli. Alla Rotonda della Besana ho trascorso tanti momenti piacevoli, ho lasciato scorrer via in chiacchiere lenti e oziosi pomeriggi primaverili e ho officiato i funerali laici d’un piccione trovato morto nel portico, raccogliendo per lui una margherita e affidandolo alle amorevoli cure del luogo. Che in fatto di cura d’anime, di certo, se ne intende.


Il dettaglio da non perdere
[Epico ritorno della rubrichetta del a chi vuoi che gliene impipi]
Ora, anche se non siete bambini, o lo siete inside ma la cosa non è provabile perché comunque sia la vostra carta d’identità dichiara per voi tutt’altro, io credo non si possa negare anche a chi non gode dello stato d’infante di fare almeno un giro attorno a quella che fu la chiesa di San Michele. E appunto: non perdete assolutamente, oltre alla meravigliosa simmetria della struttura, sormontata dal suo esile e sottile campanile, l’elemento architettonico decorativo ellittico nonché assai grafico che sovrasta la porta d’ingresso, bordato, come portone e finestre, da un bel fascione  color crema: ripetuto per sottrazione (è, difatti, un buco) anche all’interno, nello spazio tra una colonna e l’altra, è una sorta di vero e proprio marchio di fabbrica dell’edificio, ornamento modernamente stilizzato dello stile barocchetto che lo informa.

martedì 7 luglio 2015

Voi, Milano e ciascuno di voi/Partecipante n°4: Marina

Se mi fosse dato – e per una verbosa come me sarebbe un’autentica tortura – di scegliere un solo aggettivo per definire Marina, la nostra quarta partecipante al giuocone (hey, fermi tutti: davvero quattro e dico q-u-a-t-t-r-o persone si sono prestate ad assecondare le mie turbe psyco-meneghine? gesù!), l’aggettivo che sceglierei è: sorprendente.
Sì, perché Marina è esattamente così. La sua capacità di sorprendere non è superficiale, patina posticcia con cui certe persone finto-originali cercano malamente di incipriarsi, rivestimento sottile che il più delle volte nasconde vite assai ordinarie, e pure mediocri. No, Marina ti sorprende con la sua intelligenza riflessiva, che cela al contempo un turbinio di pensieri, idee, progetti. Un fuoco d’artificio di racconti sorprendenti, appunto, di esperienze, di viaggi, di cose viste e vissute, che ha attraversato con lo sguardo e lo spirito di chi cerca di imparare e trattenere sempre qualcosa da ogni contesto. Con curiosità. Con voglia di apprendere, di mettersi in gioco. Misurandosi ogni volta in qualcosa di nuovo. Provvista d'uno sguardo attento sulle cose del mondo, sia lontane che vicine, ha saputo cimentarsi in frangenti e situazioni molteplici, manifestando dunque una certa, sanissima allergia a qualsivoglia fossilizzata staticità.
Ricordo il pomeriggio in cui, davanti a un cappuccino per me e a una spremuta d’arancia per lei (ma se la inviterete al bar, sappiate: per lei la spremuta è solo d’arancia rossa!), mi ha raccontato le sue passate esperienze lavorative: chezz, a un certo punto ho pensato che all’elenco mancasse solo il domatore di leoni! Marina mo nun ce dire che hai fatto pure quello!

Insomma, una persona curiosa, attiva, e pure creativa signori. Ha frequentato un corso di ceramica, realizza dei bijoux dolcissimi e pieni di poesia (vedere per credere), e, soprattutto, è operatrice qualificata shiatsu. Anzi, se qualcuno vuole aggiustarsi qualche incriccamento ricorrendo a una disciplina così nobile, antica e affascinante (che – mi cospargo il capo di cenere – poco conosco ma quel poco lo devo a lei) nonché soprattutto affidandosi a mani esperte e, risottolineo, qualificate, questa è l’occasione signori miei (Marina, non ci sperare, ‘sto bloggo lo leggo solo io!).

E quindi, avendole parlato di questa mia creatura virtuale e avendo fatto accenno al giuocone delle cinque domande, ho notato in lei accendersi una curiosità assai benevola nei confronti e del bloggo (grazie per la pietas, è pur sempre un epico sentimento dei nostri Avi) e del giocone, che ha considerato idea carina per, in fondo, parlare di Milano, facendo il punto su ciò che, di questa città – di cui è anche lei esploratrice indefessa ed estimatrice – amava di più. Ciò a cui era più legata. Anche perché, come vedremo, l’universo della lettura-scrittura non le è affatto estraneo. E vi pare che una persona come lei non poteva gettarsi con vitalità e passione in questa nuova, piccola sfida?
Tra il lavoro – esperienza che condividiamo quotidianamente: è mia collega! –, un giretto da turista nella propria città, qualche superviaggio all’estero, una pappa data alla sua coniglietta Penelope e molto altro, ha trovato modo di dedicare del tempo a questo gioco, a questo bloggo. A me, e la ringrazio tantissimo. E anche un po’ a tutti voi, pochissimi ma buonissimi che leggete. Perché – ricordatelo – chi si racconta in queste pagine rispondendo alle cinque domande, regala un po’ di sé stesso… ci fa un regalo. Anzi cinque.

E allora, andiamo a scoprire proprio cosa ha scritto la nostra Marina.


Ecco la mia personale classifica. Sicuramente riflette in parte gli umori del momento. Sono sicura che magari tra un anno risponderei in modo completamente diverso (ad eccezion fatta per il luogo del cuore che rimarrà sempre lo stesso…. altrimenti che luogo del cuore sarebbe?!)

1.
Il luogo preferito

Apprezzate la grafia magnificamente scapigliata di Marina!

Parco Sempione, ebbene sì. Un pezzo di verde nel centro della città. Un’oasi tra i bei palazzoni d’epoca del centro e il Castello con la mitica biblioteca dove spesso si andava a studiare nel tempo che fu.
Per i milanesi l’evoluzione poi non è stata da poco. Da luogo principe per tossici e spacciatori, con tanto di prato spelacchiato pieno di suonatori di bonghi un po’ fatti si è trasformato in un gran parco con abbagliante ghiaietta bianca e cespugli rigogliosi e decorativi. Rilassante.

2.
Il luogo del cuore
P.za Perrucchetti. È la piazza dove sono nata e dove ho vissuto fino ai sedici anni. Il ricordo è struggente e mi capita di tornarci solo per nostalgia e per ripensare a quegli anni. Rivedo mia mamma avvolta nella nebbia che aspetta alla fermata della 67 per andare al lavoro, io e mia sorella che ci avviamo a piedi con nostro padre verso la scuola, la mia amata nonna che abitava nel nostro palazzo e con la quale si andava ai giardini nel pomeriggio, la chiesa dove ho preso (mio malgrado) i sacramenti, la nevicata dell’85 con la statua del soldato ricoperta da un metro di neve, i militari della caserma S. Barbara (tantissimi allora) che erano in libera uscita e ciondolavano in gruppo senza una vera meta, la barista sotto casa che ci ha regalato i dischi del suo jukebox quando ha deciso che era ormai finita l’epoca della musica a gettoni.

3.
Il pezzo da novanta
Allora confesso che la prima cosa che mi è venuta in mente è stato il nostro Duomo. Dico ma chi ce l’ha una cosa così…… el Domm de Milan è proprio unico, poi però riflettendoci e anche pensando all’ingombro notevole di averlo fuori casa (ih ih) mi sono “ridimensionata” e ho concluso, dopo attento rimuginio sulle molte bellezze tra le quali scegliere e dopo che mi si era accesa una piccola lampadina che io, zitta zitta, mi porterei a casa il Cristo morto del Mantegna, custodito nella pinacoteca di Brera. Non è molto allegro lo so ma è talmente potente e impressionante guardarlo che tenerlo sulla parete di casa non mi dispiacerebbe proprio anzi insomma farebbe sicuramente un gran figurone.

4.
Il luogo più sbalorditivo
Nei miei vagabondaggi di studentessa poco volenterosa e quindi bigiosa, mi è capitato casualmente di scoprire l’ossario di San Bernardino alle Ossa, posto assolutamente oscuro e silenzioso pur trovandosi nel caos del traffico cittadino. La mia anima dark ne è rimasta affascinata e intimorita allo stesso tempo. Mi sono immaginata i tempi del Manzoni, la peste (ma non si sa davvero chi siano quei morti credo!) e quei teschi, quelle ossa che non hanno trovato altro riposo se non stare tutti insieme e per sempre a testimonianza della durezza della vita e della morte.

5.
L’itinerario che suggerisci
Tram 19 – sono anni in realtà che non lo prendo ma penso che non ci sia niente di più piacevole del guardare le vie di Milano da un bel tram sferragliante. Intendo naturalmente quelli arancioni (o meglio quelli che erano arancioni e che adesso hanno assunto i mille colori, tuttavia non sgradevoli, delle pubblicità), piccoli, rumorosi, con gli interni di legno e le lampade di vetro. Il percorso che fa suggerisce qualcosa di Milano: il naviglio poi fino a piazzale Baracca e avanti verso fiera e corso Sempione, per dirigersi speditamente verso quella periferia che una volta mi sembrava lontanissima e triste e che adesso trovo invece familiare e allegra: quella di piazzale Accursio e del Portello.

***

Cavolacci ragazzi, ma che emozione!
Che dire? Il parco Sempione è veramente un gran parco: uno spazio verde prezioso e ossigenante, il cui tappeto erboso prende avvio, senza soluzione di continuità, dal nostro Castello; non è poco per una città come Milano avere un parco così, in pieno centro.
Dopodiché l’ossario di San Bernardino, di cui si è già parlato qui, che purtuttavia dimostra d’esser luogo conosciuto e frequentato dalla nostra Marina ben prima che io ne scoprissi l’esistenza con la superdritta della mia zia! Insomma, qua Marina è stata una vera pioniera. Ed in effetti è davvero uno dei luoghi più sbalorditivi di Milano… E a pensarci bene: siamo sicuri, solo di Milano?
Eppoi… il Cristo morto del Mantegna, col suo corpo gonfio e illividito, le sue braccia lunghe, inquadrato in un taglio visuale quasi cinematografico: una vera perla di Milano, ma ciò che è davvero fenomenale è che, come avrete visto, da oggi niente più code in Pinacoteca e deca sganciati in biglietteria cari amici, basterà autoinvitarsi (elegantemente, mi raccomando, non siate i soliti grezzoni!) da Marina per gustarlo nel suo soggiorno! E nel pezzo da novanta, come darle torto, fa una comparsina pure il buon vecchio Domm, con tutta la sua potenza, già indicato, ricorderete, dal nostro Pinco.
Ma veniamo alla domanda namber faiv: il giro a bordo del tram. 19. Bingo. Questo itinerario coglie perfettamente, meravigliosamente, lo spirito della milanesità: nella risposta di Marina c’è tutta la bellezza di questi tram con la livrea arancione, vecchissimi (e caratteristici) in mezzo a tanta cangiante modernità, che sfrecciano per le strade d’una città in continua evoluzione (con, farei notare, il sempre fondamentale Portello)… Ganzissima Marina ad averci pensato!
E in ultimo… il luogo del cuore. Marina qui ci srotola un nastro ad impressione cinematografica, in cui si susseguono dolci immagini estratte dalla memoria… Veramente commovente ed emozionante. Con questi aneddoti e con tutti questi quotidianissimi ma proprio per questo toccanti e speciali ricordi, come si fa a non eleggere tale piazza a proprio luogo del cuore? Sono sicura che se qualche lettore del bloggo dovesse capitare in piazza Perrucchetti non potrebbe fare a meno, da ora, grazie a questa testimonianza, di guardarla con un senso di affettuosa benevolenza… che poi è in fondo proprio lo scopo di questo umile giuocone.

E allora come non ringraziare, e di cuore, Marina, per aver condiviso con noi tutte queste ‘narrazioni’ e queste cinque, differenti declinazioni del sentimento per la nostra città, Milano?
Grazie infinite Marina! Ah, e stasse tutti da te a vedere il Cristo morto!

E voi, lettori moltitudinari (?) del bloggo, maccome, ancora non vi siete cimentati in Voi, Milano e ciascuno di voi? Cosa state aspettando? Vi attendono ricchi premi orizzonti di gloria, ricordatelo! Forza, avanti il prossimo!

lunedì 4 agosto 2014

Lo spettacolo della morte: la cappella di San Bernardino alle Ossa


Ma interrompiamo per un attimo il gioviale racconto d’una città ariosa, tutta parchi e delizie che ho vergato sinora, per affrontare un brano mediolanense un tantinello più complesso, sicuramente meno immediato nel piacere che potrà generare nel visitatore, ma non per questo meno affascinante. Affascinante come tutte le cose che producono conoscenza, e che stimolano conseguentemente un pensiero, un’opinione, e dunque una presa di posizione, tramite in questo caso l’esperienza d’un vivido scuotimento emozionale capace di irraggiarsi alle papille gustative cerebrali; col valore aggiunto d’essere un’acquisizione preziosamente maturata sul campo, e non desunta dai libri. Un piacere di tipo storico insomma. Tutta questa fumosa introduzione per dire in soldoni che stiamo parlando della chiesa, anche questa centralissima come San Satiro, di San Bernardino alle Ossa, e d’una sua appendice architettonica.

La prima volta che ho visitato San Bernardino ero da sola. Era una scura mattina d’un freddo inverno milanese. Ne venni a conoscenza grazie a una mia cara zia, che di ciò ringrazio, e che si chiama zia Grazia (avevo voglia d’allitterare). Così mi dissi che avrei dovuto per forza farci un giro. Rigorosamente da sola però: senza distrazioni, battute, alleggerimenti. Una bella prova di coraggio per me, che ho la spavalderia grossomodo di un coniglio nano.
E questo perché lo spettacolo al quale s’assiste una volta percorso sino in fondo il corridoio a destra, indicato da un cartello con la scritta ‘Ossario’ e relativa freccia, può legittimamente impressionare e risultare inquietante.
Preceduta da un atrio rettangolare e accessibile dopo aver salito qualche gradino, la chiesa, ricostruita nel 1712 a seguito d’un incendio, possiede un aspetto piuttosto chiaro e luminoso. La nota lugubre e orrorifica è però anticipata dalla statuetta d’un neonato abbigliato di trine, dall’espressione vuota e fissa, un po’ come certi manichini della parte chinatown di Milano; anche se probabilmente detta statuina ha un più nobile e prossimo parente nel bambinello dell’Aracoeli di Roma Capitale, anch’esso infagottato di merletti e spaventosità.  Ma che gli viene in mente a ‘sti chierici, dico io. È poi volgendo verso destra che si intravede il secondo appetizer dello spettacolo scary che si intravedrà più oltre. Una parete di ex voto metallici, appesi in teche di legno e velluto, immancabilmente a forma di cuore, con la tipica punta inclinata; un oggetto che, confesso, mi impressiona sempre un po’, per l’odore acre che sprigiona di superstizione e Controriforma. E infine eccolo, in fondo al corridoio. Ciò che motiva la denominazione “alle Ossa” della chiesa. Il cartello e l’emerito custode, un mezzo clochard che staziona davanti all’edificio e che vi accoglie dandovi il buongiorno e indicandovi l’ossario con l’intenzione di ricevere un nichelino in cambio dell’informazione, non mentivano. Eccolo infatti, l’ossario. Quadrato, non particolarmente ampio ma nemmeno vivaddio particolarmente scuro, illuminato da qualche finestra di fortuna. L’ossario, con l’altare e le panche.
E alle pareti il motivo per cui molto probabilmente siete venuti al Verziere. Nicchie riempite di ossa umane trattenute da grate. Ossa disposte non a muzzo ma con ragionata precisione, assecondando un progetto decorativo evidente. In ogni nicchia, al centro, è realizzata, grazie all’accostamento dei teschi, una croce. Teschi uno sull’altro e uno accanto all’altro, con in mezzo un mare di vertebre. E non solo: scorrendo l’occhio verso l’alto, ecco ancora filari di teschi che corrono lungo cornicioni e scanalature prima della volta. E alle colonne, ulteriori ex voto intecati, e decorazioni di teschi e ossa affiancate a realizzare motivi ornamentali, in uno stile oltrebarocco, quasi con leziosità rococò. C’è pure il simbolo dei pirati, teschio e tibie incrociate! Ma che gli viene in mente a ‘sti chierici, ridico, numiddidio! E ci sarebbe veramente da chiederselo in effetti.
Ora, sulla provenienza delle ossa circolano diverse voci. Qualcuno ama raccontare che siano appartenute a deliquenti e briganti giustiziati; ma con maggiore probabilità si trattava invece delle spoglie dei defunti del vicino Ospedale del Brolo. Ancora l’annoso problema dei mediolani che non sapevano dove smaltire i corpi dei morti della città? Bè, non in questo caso. Non è conservazione questa. È gusto decorativo, certo un poco dubbio forse. Dubbio, già, sfido a dire il contrario. Dubbio ma non affatto inedito, nella storia degli edifici di culto cattolici. Resti umani incastonati a prefigurare l’ascensione e il trionfo delle anime raccontati dall’arioso affresco della volta, opera di Sebastiano Ricci (1695), un trompe l’oeil illusionistico tra angeli e putti, messo lì a rianimare l’occhio e l’animo dell’osservatore avvilito da questo insistito e debordante memento mori.

Bon, che effetto fece a me vedere l'ossario quando fu che c’andai per la prima volta, solina, in una mattina brumosa d’un deserto giorno feriale? Apparte che mi fece più impressione l’attigua chiesa di Santo Stefano, scurissima quasi da non percerpirne visivamente l’altare, ma questa è un’altra storia, ma se si esclude un signore non esattamente in sé che con una vissuta sportina di plastica tipo supermercato se ne stava in un angolo dell’ossario a salmodiare versi incomprensibili in una lenta nenia a bassa voce e con gli occhi chiusi, la mia reazione non fu di spavento, orrore o raccapriccio. Ma di pena. Per quelle povere ossa costrette all’esposizione perpetua. Per l’inciviltà d’un destino post mortem non scelto ma imposto (vabbè ch’eran tempi che pure il destino pre mortem era piuttosto, come dire, indirizzato dalla Madre Chiesa). Per questi uomini e donne, anime forse non sante, forse peccatrici, addossate e costrette a far mostra di sé negli effetti prodotti dal lavorìo sottraente della morte, che restituisce di noi solo l’interno scarnificato (anche se c’è da scommettere che tale materiale umano abbia subito come minimo una bella spazzolatura per poter essere usato, alla maniera del solenne Balkan Baroque di Marina Abramovic). Uomini che un volto ce l’avevano eccome, diamine. E che forse non avrebbero gradito quella sorte. Anime costrette a fare sensazione, poiché questo era lo scopo in fondo. Per questo ogniqualvolta mi capiti di mettere piede nella cappella dell’Ossario di San Bernardino alle Ossa, a Milano, mi pervade un automatico senso di rispetto, e di solidarietà per quelle vite del passato, violate e trasformate senza scrupolo, dopo l’ora del loro ultimo respiro, in uno spettacolo visivo barocco, raro, d’effetto. Una sorta di pornografia della morte.  
Ma questo luogo milanese, calco d’altri sparsi in varie latitudini del mondo cattolico, rimane invito, ineludibile, a una riflessione che sollecita corde mentali più ascose, utili a conoscere meglio, e quindi a valutare, certe pratiche e soprattutto certe secolari istituzioni, nell’azione e nell’illimitato potere che hanno impunemente potuto esercitare nel diacronico snodarsi della Storia. L’oscenità di questo luogo, il suo raccapriccio, sta in fondo tutto qui.

Suggerimento per la visita
(Rubrichetta del a chi vuoi che gliene impipi)
Dunque ordunque, se vi va d’andarci, e sarebbe la prima volta, andateci da soli. Dopo portateci amico/collega/nonna/zio, ma appunto, dopo. È tutta un’altra cosa. Se non altro per godervi di sottecchi il terror e la soggezione negli occhi del vostro congiunto, che per un attimo forse vi odierà per averlo portato lì, ma poi non potrà far altro che amarvi, per tutta la vita, pensando che siete maledettamente ganzi a conoscere queste chicche!