Visualizzazione post con etichetta cose di arte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cose di arte. Mostra tutti i post

domenica 22 novembre 2015

Voi, Milano e ciascuno di voi/Partecipante n°5: Elisabetta Jankovic

Carissimi amici aficionados del bloggo, eccoci oggi a una nuova puntata del nostro giocone Voi, Milano e ciascuno di voi. Una puntata che si preannuncia particolarmente emozionante miei cari, scoppiettante direi, perché ospite del mio piccolo e umile bloggo stavolta è – ebbene sì – una vera vip. Dico sul serio eh. Non solo, come tutti i protagonisti delle puntate precedenti, una vip del mio cuore; nonnò, non solo. Proprio una vera very important person.
Signore e signori, ecco a voi… le cinque domande di Elisabetta Jankovic, architetto, professoressa di storia dell’arte, speaker e giornalista radiofonica, autrice di meraviglioserrimi libri per bimbi and much more, chi più ne ha più metta. Una donna colta, creativa, comunicativa, coinvolgente, appassionata, sensibile nonché una grande viaggiatrice. Una persona sempre pronta a sperimentare cose nuove, a misurarsi in frangenti diversi, con curiosità e pure – aggiungerei nel suo caso – un bel pizzico d’avventura. E poi, last but not least, anche una bella, bellissima gnoccolona donna, perché in tutto questo anche l’occhio, diciamocelo, vuole la sua parte.

Da dove incominciare per descrivere la sua vulcanica personalità? Davvero non saprei. Chi vi scrive ha avuto la gran fortuna di conoscerla a scuola, alle superiori: lei è stata la mia grandiosa prof di storia dell’arte, materia l'amore nei confronti della quale ha provveduto a consolidare, elargendo talvolta alla sottoscritta – perdonerete queste vanterie eheheh – 10+ (giuro!) nei compiti in classe! 10+ signoriddio! Insomma, un vero tesoro. Un’insegnante capace di uscire dal seminato angusto delle consuetudini scolastiche, per gettare qualche granello di imprevedibilità e di accesa passione nel lavoro e portarne un po’ anche in noi, valorizzando, come in questo caso, il nostro impegno e il nostro interesse… Quindi, l’aneddoto del 10+, più che parlavi di me, vi parla di lei, e della sua scherzosa originalità, merce assolutamente rara. Vederla arrivare in aula con i suoi capelli biondi luminosi, il suo sorriso contagioso e col malloppo di libri e quaderni tra le braccia mentre ci diceva ‘Ciao ragazze!’ era l’inizio di un’ora di belle cose, che scivolava via parlando di pittori, di artisti, di quadri. Ma come si faceva a non volerle bene? Che ricordi meravigliosi. E cazzperina, a fare un rapido calcolo son già passati dieci anni! [disse disperandosi per l’incipiente vecchiaia]

Poi che accadde? Che, semplicemente, come sovente succede, finito il tempo della scuola io persi le tracce di questa mia cara professoressa. Ma debbo dire che, benché ‘a distanza’, continuavo un po’ a seguirne le strepitose gesta: leggendo soprattutto i suoi libri per marmocchietti, delle vere meraviglie. Storie commuoventi, dense di significato ma così piene di leggerezza e poesia. Letture un po’ magiche, universi di carta capaci, anche presso i più cresciutelli (presente!), di far bene al cuore. Esattamente come lei. Esattamente come la mia grandissima e grintosissima prof Janko, che in parallelo continuava la sua attività di speaker in Radio Popolare e poi alla radio svizzera. Ebbene no miei cari, non sono le giornate della mia prof ad essere di cinquanta ore, è lei che è meravigliosamente multitasking, con l’aria che ha di eterna ragazzina. Piena d’entusiasmo puro e travolgente.

Eppoi è successo che… qualche mese fa, in un accesso di nostalgia per i bei tempi che furo, le ho scritto una letterina. E gliel’ho scritta a mano, recapitata alla scuola dove ancora insegna. Le ho scritto che mi mancava, che ogni tanto pensavo a lei e alla sua vulcanica personalità e che mi sarebbe piaciuto rivederla… Il pomeriggio stesso mi ha contattato per dirmi che la cosa l’aveva veramente commossa e che sì, potevamo assolutamente berci questo caffettino insieme… ed è stato per me semplicemente emozionante.
 Così ci siamo incontrate, nella cornice milanesissima dei fantastici giardini di Porta Venezia: e, santo cielo, è stato come rivederla l’ultimo mio giorno di scuola. È sempre la bella ragazza bionda con gli occhi chiari e dolci, con la quale abbiamo trascorso un’ora meravigliosa di aggiornamenti, risate e chiacchiere, prima di vederla rimontare in sella del suo scooter per le strade di Milano. Inutile dire che sembrava lei la ragazzina e io la vegliarda professoressa, gesù (ovviamente priva però della sua scienza docenziale).

Ed ecco che… potevo io non coinvolgere un’anima così sensibile, speciale e con così tante cose da raccontare, nella mia epopea bloggosa e, soprattutto nel mio diabolico giuoco delle cinque domande? Ovviamente non potevo esimermi! E ciò che mi ha veramente commosso è stato l’entusiasmo che lei ha immantinente dimostrato nel darmi le sue cinque risposte. Che ha dimostrato dunque sì nei confronti del gioco ma che, in buona sostanza, ha riservato a me, a questa sua ex alunnina un po’ stagionatella, una tra le centinaia di studenti a cui avrà raccontato, come lei sa fare, storie ed aneddoti del grande mondo dell’arte… Sostanzialmente eseguendo un compito che io, alunna, avevo assegnato a lei, prof, in un ribaltamento dei ruoli giocoso e divertente. Insomma, non vi dico l’emozione quando un giorno, aprendo la mail, ho trovato vergate le sue cinque domande. Che onore! E che emozione è stato leggerle, scoprendo dalle sue parole il suo amore per Milano, l’amore per il lato buono, bello e vero di questa città, che offre le sue bellezze migliori a chi la osserva, la vive e la respira col cuore aperto, come quello della mia ex prof… 

Per cui prof grazie di cuore per aver deciso di partecipare!
E voi miei cari amici, non siete assolutamente curiosi di conoscere le cinque risposte di Elisabetta?


No vabbè dai, ma chi è che non si scioglie di fronte a tutta questa dolcissima dolcezza della mia prof?

1.
Il luogo preferito
Amo i giardini di Porta Venezia, Giardini Montanelli. Mi piacciono perché li attraverso in bici ogni mattina andando al lavoro. Ci metto meno di tre minuti, ma sono tre minuti indispensabili perché sostituisco (sempre per tre minuti) il verde (o il rosso o il giallo o il bianco, a seconda delle stagioni) al grigio dei palazzi milanesi e dell'asfalto. I giardini Montanelli non sono “bosco”, non sono “parco”... sono proprio “giardino” e, anche se è pieno di gente, lo sento mio.

2.
Il luogo del cuore
Il mio luogo del cuore non c'è più... l'ha chiuso la polizia cinque anni fa perché non era conforme con le leggi della sicurezza. Si trattava della discoteca “Matisse”, in Piazza Carlo Erba. E con questa scelta confermo per chi non ne fosse convinto, che sono le persone che fanno i luoghi... sì perché il locale “Matisse” era veramente scrauso, cioè di certo a Milano e provincia ci saranno decine di locali più spaziosi, spettacolari, attrezzati, “performanti”. Il Matisse invece era sotterraneo, caldo, divanetti cheap e con giusto la palla stroboscopica e faretti. Però è lì che nel lontano 1999 ho presentato la seconda edizione dell'Extrafestival di Radio Popolare ed è soprattutto lì che ho conosciuto il barista che anni dopo è diventato mio marito. Ok, il matrimonio poi è naufragato, però è stato il grande grandissimo amore della mia vita. E ogni volta che passo da Piazza Carlo Erba lancio un'occhiata nostalgica alla saracinesca abbassata dell' ex Matisse e il cuore, incredibile dopo tutti questi anni, fa un tuffetto.

3.
Il pezzo da novanta
Il dito medio di Cattelan. Non lo porterei davanti a casa, ma me ne farei fare un modellino piccolino e lo metterei sulla scrivania per ricordarmi che posso sempre mandare a quel paese  chiunque, in qualsiasi momento, e per tutto il tempo che voglio! Comunque la scultura di Cattelan lì piazzata davanti alla Borsa, al tempio della finanza, la trovo semplicemente geniale... perché sottoscrivo al cento per cento ciò che scriveva Herman Hesse: “questo tempo della tecnica, del denaro, della guerra, dell'avidità, un tempo che pretende avere splendore e grandezza, ma che la parte migliore di me non può ne accettare, né amare, al massimo sopportare” .

4.
Il luogo più sbalorditivo
Il finto coro realizzato da Bramante in Santa Maria presso San Satiro. Mi sorprende sempre, mi permette di far sorprendere i miei studenti e di obbligarli ad ascoltare un'intera lezione sul Rinascimento a Milano (e tutto quello che ne è seguito)!

5.
L’itinerario che suggerisci
Vale se vi suggerisco un tour che parte da Milano e arriva a Sesto Calende? Mi viene in mente questo giro in bici perché è alla portata di tutti! Si parte dalla Darsena e si va verso il lago. Settanta chilometri circa di una pista ciclabile tutta sul piano!!! Fantastica! Poi si torna in treno: in un'ora sarete in Stazione Garibaldi.

***

Signori, ma allora, che dire? La Chiesa di Santa Maria presso San Satiro continua a fare strage di cuori e si riconferma la più nominata di questo giuocone, già citata dal mio babbo e da Pinco. Il ditone medio è una gagliardissima new entry nelle risposte, sebbene già affrontato qui nel mio pezzo su Piazza Affari… E adoro, adoro, adoro le motivazioni date dalla mia prof, cui mi allineo in pieno: l’odio dal cuore per la finanza e il capitale (che è del resto, il dark side di questa città) e anche l’atto, liberatorio, di poter mandare a quel paese chi ci ruba i giorni, gli anni, la pazienza e la felicità, in un sistema sempre meno umano, solidale e ospitale. Grande prof, questa è un’altra delle cose di te che suscita tutta la mia ammirazione, lo sai!
È molto intrigante anche il percorso di settanta chilometri in bici, che purtuttavia personalmente lascio ad altri ahah… Come si dice: largo ai giovani ehhh, ai miei trenta manca meno di un mese e i miei legamenti si avviano ad intraprendere un naturale processo di senectute… Forse giusto con un degrippante potrei pedalare per settanta chilometri, oppure mannò dai, perché provarci e uccidersi anzitempo in fondo. Anche se sono sicura che l'itinerario consigliato da Elisabetta sia bellissimo.

Che dire poi dei Giardini di Porta Venezia? La mia grandissima prof mi ricorda che ne dovrò parlare anch’io, prima o poi. Non ho occasione come lei di vederli tutti i giorni (e tanto meno attraversandoli in bici per i motivi di cui sopra!), ma sono un luogo al quale sono anch’io molto affezionata, con i suoi ippocastani e i sentierini sterrati, con la sua natura – come scrive la nostra Elisabetta – in mezzo alla città… E adesso, anche con qualche ricordo in più: i caffè bevuti con la mia prof sedute sulle lunghe e frequentatissime panche del Bar Bianco.

Ultima risposta: bè, per ultima non possiamo che lasciare il luogo del cuoricino di Elisabetta, come tutti i luoghi del cuore magari misconosciuto ai più ma così grondante di dolci ricordi, di esperienze di vita vissuta, di attimi speciali inanellati nel filo della nostra vita, a cui rimarremo sempre inevitabilmente legati, anche se sono passate delle stagioni, anche se alcune cose non sono più le stesse, anche se forse, crescendo, siamo cambiati noi… Ma certe cose, certe atmosfere, certi ricordi, certi luoghi, in tutte le loro irresistibili imperfezioni, rimangono scolpiti, incisi nel cuore, tanto da – anche se per un brevissimo istante di secondo – riuscire a tagliarci il respiro e farci balzare il cuore. È magia forse? No, è semplicemente la bellezza di Milano, e di certi suoi angoli divenuti per ciascuno di noi pezzo imprescindibile della nostra storia, quinta immancabile delle nostre vite e dei nostri momenti belli. La bellezza di Milano esperita e vissuta, come dicevo, col cuore aperto d’una persona positiva e sensibile come la mia prof Janko, che ci ha regalato un po’ di sé rispondendo a queste domande…

Prof cara, ma che dire? Grazie di cuore per aver partecipato e avermi concesso questo grandissimo onore!

Allora, lettori del bloggo: fatevi sotto! I prossimi protagonisti del giuocone sarete voi! Pronti a raccontarci cinque motivi per cui amate la città meneghina? Forza!

martedì 6 ottobre 2015

Rotonda di via Besana: luogo d'anime e luogo dell'anima

45°27'35.1"N9°12'20.2"E


Cari amici del bloggo, finalmente rompiamo il silenzio in cui siffatto spazio virtuale era piombato con un altro avvicente pezzo (?) tutto mediolano. Quando finalmente credevate d’esservi liberati di bugnato, –zac! eccola tornare all’orizzonte come la donzelletta leopardiana, con in dote il suo prodigo fascio di strùnzatelle meneghine.
Qual sarà l’argomento scelto per questo nuovo pezzo? Trattasi miei affezionati amici della Rotonda di via Besana, che costituisce un altro di quei luoghi milanesi singolari o per meglio dire davvero unici. È luogo, finché ho avuto modo di ‘viverlo’, di grandissima piacevolezza e quiete, a poca distanza dall’asse trafficato del corso di Porta Vittoria.  
La singolarità di questo complesso, dalla storia piuttosto travagliata, si può constatare già guardando le immagini offerte dal satellite di gùgol (queste diavolerie moderne), cui potrete rapidamente accedere facendo clic su quella sfilza di numeretti verdi che bugnato con tanta dedizione appone al di sopra di ogni suo post: ebbene no cari amici, non sono numeri per giocare al lotto, quelli fateveli dare dal bisnonno in sogno, ammesso che non vi preferisca un inviso cugino, e non sono nemmanco tirati a caso: sono le coordinate di longitudine e latitudine dei loci narrati in questo bloggo; pertanto quelli quivi vergati son esattamente quelli relativi alla Rotonda di cui stiamo parlando. Che è davvero rotonda: avete visto? Ma più che rotonda, essa possiede un recinto dal perimetro sì circolare, ma decisamente ‘mosso’, superbamente curvilineo, come se si trattasse di quattro morbide parentesi graffe congiuntesi. E al centro, in mezzo all’erba, si apprezza un edificio a croce, a x, di cui uora uora diremo.
Siete pronti per questo nuovo tour da seduti della città di Milano, miei cari lettori pigroni ché al massimo vi spingete all’Esselunga di viale Certosa per fare qualcosa di diverso? (Scherzo, i miei lettori sono tutti degli appassionati e dotti esploratori, tempo e lavoro permettendo! eccomunque, nel suo piccolo, anche l’Esselunga di viale Certosa…)

La Rotonda della Besana ha qualcosa di magico. È, come abbiamo preannunziato, un edificio del tutto particolare tra le architetture milanesi, un unicum decisamente degno di una visita. Questo suggestivo nucleo architettonico tardobarocco ha conosciuto nel corso della sua storia plurime finalità, vivendo tante vite quante sono state le sue destinazioni d’utilizzo. Una capacità reincarnatoria camaleontica, una stratificazione funzionale che oggi si avverte tacita, sopita nel suo portico circolare quieto e silenzioso.  
La Rotonda della Besana nacque infatti come cimitero, chiamato ad assorbire le spoglie provenienti dal vicino Ospedale Maggiore, antichissimo nosocomio mediolano che poi altro non era che l’edificio dell’Università Statale, la quale insomma come vedete faceva morti già da allora. Ecco cosa c’era sotto a quella innocua erbetta verde: le spoglie, si stima, di almeno centocinquantamila persone. Nel bel mezzo del foppone sorgeva la chiesa di San Michele, con la sua pianta a croce greca, sormontata da una cupola ottagonale: una distribuzione dello spazio differente rispetto alla stragrande maggioranza dei luoghi di culto cristiani, dotati al contrario di una pianta a croce latina provvista d’una navata principale più larga e lunga del transetto con cui si interseca. Questa inusitata forma architettonica, complice peraltro oggi l’assenza dell’altare, fa completamente smarrire all’osservatore un punto focale utile all’orientamento. Che è già una delle cose molto molto belle che si possono sperimentare alla Rotonda della Besana.
L’effetto che si apprezza ‘dal di dentro’, è infatti quello di una vertiginosa e serrata sequenza d’alte colonne scanalate, sormontate da capitelli decorati con ossa e quattro teschi l’una, ad alludere con immancabile spirto barocco alla destinazione originaria, cimiteriale, del complesso. Ma in verità a guardare in alto sembra quasi di muoversi dentro a un apparato osseo, nel gioco reiterato delle volte forate a forma di vertebre. In effetti ho sempre pensato che la Rotonda della Besana potesse essere inserita di diritto in uno scary tour della città di Milano, insieme ad esempio a San Bernardino alle Ossa, e alla Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, tanto per cominciare.

Verso la fine del Settecento, in conseguenza dell’ordinanza austriaca che prescriveva lo spostamento dei cimiteri al di fuori dell’area urbana, il complesso perse la sua destinazione originaria, la chiesa fu sconsacrata, e la Rotonda della Besana divenne, in successione, caserma, fienile e addirittura lavanderia dell’ospedale; finché, in epoca assai più recente, fu finalmente donata a tutti, adibita a spazio espositivo per belle mostre temporanee: uno spazio espositivo coi controcazzi, suggestivo e versatile nelle sue pareti chiare, spazio aperto trasformato e definito ogni volta in qualcosa di nuovo. E questa è stata la stagione della vita della Rotonda a cui ho più partecipato, affezionandomi molto ai suoi spazi e alla sua tranquillità.

Poi che accadde?
Accadde che qualcuno volle destinare questo edificio meraviglioso a divernir sede museale. E fin qui direte: bello. Bello sì. Che ci hanno fatto? Un museo d’arte moderna? Contemporanea? No? Un museo del design? No, esiston già del resto. Un museo di fotografia? Un museo della città? Un museo del bottone, dell’ombrello, del martello, del rastrello? Ebbene no miei cari. La Rotonda della Besana è divenuta sede del MuBa, ossia il Museo dei Bambini (nooooooooooooooooooo!); il che mi ha naturalmente inibito dal farvi ritorno.
Cioè attenti bene: non un museo sull’infanzia, cosa che sarebbe stata senz’altro interessante, se non altro perché siam stati tutti dei nani cagaminchia felicemente liberi dal lavoro e dalle altre tragedie della vita adulta, no, proprio un ‘museo’ per i bambini (a questo punto però qualcuno mi spieghi perché chiamarlo museo, di grazia, quel poco di lingua italiana che conosco non mi aiuta a trovarvi una logica). Praticamente un luogo ove concentrare una serie di attività destinate ai più piccoli, attività didattiche, di gioco, di scoperta. Una cosa caruccia, certo (ma come battere l’appeal del museo del rastrello?), però… non qui. Eddai, alla Rotonda della Besana? Un luogo unico e affascinante come questo? In un ex cimitero coi teschi che guardano dall’alto i vostri piccini? Date loro un’aula della Triennale, perdio, son tutte quasi vuote, e poi vicino c’è pure un bel parco, così dopo che i mocciosi han finito di fare i piccoli adulti al banchetto possono correre al parco Sempione a fare le peggio fantastiche cose che fanno giustamente e naturalmente i bambini quando si sciamannano all’aperto. Che poi ogni museo di Milano possiede già e meno male, ché sennò sarebbe una lacuna e son seria, degli spazi destinati ai piccini in visita: il Castello Sforzesco, il Museo della Scienza e della Tecnologia, quello del Novecento, quello meraviglioso in corso Magenta, il mio adorato Museo Archeologico, dove i bimbetti possono improvvisarsi archeologi alle prese con scavi stratigrafici, scoperta e catalogazione di reperti… E mi fermo qui ma l’elenco potrebbe continuare.
Insomma, questo mi pare un ulteriore, drammatico e discutibile segno della bambinizzazione di Milano, probabilmente con la convinzione già descritta dal buon Louis CK secondo cui “Every child is a star beyond the shiny sea”. Ora, io mica voglio luoghi dove l’accesso sia consentito solo a gente uguale a me (“Accesso riservato ad analfabeti di ritorno con lavori dimmerda”), sia mai, anche perché chissà che brutta umanità vi si incontrerebbe, uh, però buondio, tutto questo spazio destinato esclusivamente signori, è questa la parola chiave per capire lo sdegno di bugnato, esclusivamente a famiglie e mocciosi in luoghi unici, come la Rotonda della Besana e il giardino della Gam, unici signori!, che dovrebbero essere di tutti e per tutti inizia francamente ad essermi indigesto.

Quindi: ricordiamo i bei tempi che furo. Quando la Rotonda della Besana la si sceglieva come meta prima o dopo una passeggiata in centro, per darsi appuntamento, per leggere sulle panchine che corrono lungo il suo meraviglioso porticato silenzioso, scandito da una sequenza dolcemente ondulata di colonne, per chiacchierare o per ascoltare musica, o ancora per godere della frescura dei suoi spazi, preziosamente ombreggiati anche in piena estate. E poi ricordo le belle mostre che vi ho visto: tra queste, quella splendida e ricchissima di Bruno Munari e quella, una vera sorpresa, del pittore bosniaco Safet Zec, con i suoi quadri dalle tinte accese ma agrodolci, nelle sue composizioni malinconiche quando non dolorose, capaci di raccontare in modo assai poetico le ferite dell’abbandono e dello scorrere del tempo, non solo sulle persone, ma anche sulle cose, sugli oggetti…

Insomma, a questo edificio così bello, così tranquillo, luogo d'anime per la sua storia e luogo dell'anima nella mia storia, mi legano vari ricordi: le immagini delle mostre viste da sola e in compagnia, la sorpresa e la commozione esplosemi nel quoricino per la sua deliziosa e perfetta bellezza, il rinnovato stupore, ad ogni visita, per la sua monumentale originalità e per la sua storia, passata, di camposanto protetto dal suo dolce recinto privo di angoli. Alla Rotonda della Besana ho trascorso tanti momenti piacevoli, ho lasciato scorrer via in chiacchiere lenti e oziosi pomeriggi primaverili e ho officiato i funerali laici d’un piccione trovato morto nel portico, raccogliendo per lui una margherita e affidandolo alle amorevoli cure del luogo. Che in fatto di cura d’anime, di certo, se ne intende.


Il dettaglio da non perdere
[Epico ritorno della rubrichetta del a chi vuoi che gliene impipi]
Ora, anche se non siete bambini, o lo siete inside ma la cosa non è provabile perché comunque sia la vostra carta d’identità dichiara per voi tutt’altro, io credo non si possa negare anche a chi non gode dello stato d’infante di fare almeno un giro attorno a quella che fu la chiesa di San Michele. E appunto: non perdete assolutamente, oltre alla meravigliosa simmetria della struttura, sormontata dal suo esile e sottile campanile, l’elemento architettonico decorativo ellittico nonché assai grafico che sovrasta la porta d’ingresso, bordato, come portone e finestre, da un bel fascione  color crema: ripetuto per sottrazione (è, difatti, un buco) anche all’interno, nello spazio tra una colonna e l’altra, è una sorta di vero e proprio marchio di fabbrica dell’edificio, ornamento modernamente stilizzato dello stile barocchetto che lo informa.

domenica 9 agosto 2015

Us and them – Piazza degli Affari, Borsa di Milano e dito medium

45°27'53.5"N 9°11'01.2"E


Dunque, coloro i quali sono ormai affezionati lettori di questo bloggo (cioè io e il mio cane) e sono quindi entrati nell’ottica, enunciata dal titolo, del racconto di quella Milano che, al contrario, esprime verità, rimarranno sorpresi nell’apprendere quale sarà il tema di questo post. Ciò di cui stiamo per parlare non è in effetti quanto ci si sarebbe aspettati di trovare in questo bloggo, tra le piccole grandi perle di questa città tanto care al quoricino di bugnato.
E questo perché, miei fedeli, stiamo per parlare, ebbene sì, di piazza Affari e del palazzo della Borsa di Milano. Booom! Non ve l’aspettavate, vero? C’avete pure ragione, ma nelle righe che seguiranno vi appariranno più chiare le ragioni per cui ho deciso di narrare questo luogo (e comunque io non ho nessun cane).

Ma andiamo con ordine. Piazza Affari, come è usualmente, giornalisticamente appellata, non si chiama così in realtà. Il toponimo esatto, riferito certo non alle attività borsistiche ma alla sede fisica ove esse avvengono, scritto nero su bianco sulla lastra di marmo leggibile in loco, è piazza degli Affari; con quella preposizione articolata che, bella serafica, ci racconta come in questo luogo si ‘facciano affari’. O meglio, più esatto, come qualcuno faccia affari. E mai come ora, visto che son questi gli anni in cui il neoliberismo ha vestito il capitale d’un volto finanziario, facendo della borsa – e non delle fabbriche, il che è ancora più inquietante – il suo laboratorio produttivo – ammesso che per l’appunto, in questo decennio di delocalizzazioni prima e desertificazione industriale poi, sia ancora lecito, parlando di economia, adoperare la definizione di ‘produttivo’. Insomma, una di quelle borse che si rassicurano nel saperci più poveri, reagendo a notizie tragiche come licenziamenti, tagli di salari e austerità con rialzi d’eccitazione perversa. Insomma, c’è parecchio di spaventoso in tutto ciò.

Ora, viste le debite premesse, diciamo la verità: per qual motivo pellegrinare verso piazza Affari, recandosi al cospetto del Palazzo della Borsa Italiana, anche detto Palazzo Mezzanotte dal nome dell’architetto che, nel 1931, lo progettò, e per di più menandovi in visita pure dei forestieri, come ho avuto l’onore di fare? Noi anagraficamente adulti (ma solo anagraficamente) che non abbiamo ancora superato la fase escrementizia, ci si va, ammettiamolo, solo per vedere il tanto discusso ditone medio, la scultura intitolata, assai ironicamente, L.O.V.E. Quanto ci piace il ditone di Maurizio Cattelan. Che sarà anche un furbastro, però è un furbastro molto simpatico. Sicché ci si va, in piazza degli Affari, per vedere il ditone che la Borsa ci pianta in quer posto. Che poi a guardarlo non è che la mano proprio alza il medio, gli è che ha le altre dita mozze; come a dire no ecco vedi, noi non vorremmo sfruttarvi, ridurvi alla fame e nel contempo arricchirci, ma vedi, non ci possiamo fare niente, è andata così, ma ti giuro che io non volevo, questa Mercedes, credimi io non la volevo. Insomma, il medio media tra noi e loro. Us and them. Come diceva lo zio Roger. Loro, noi e il medio in mezzo, in un messaggio che appare perfettamente intelligibile. Benché grossa, non è decisamente una mano che ci darà una mano questa. È una mano che dà tutt'altra idea, e appare pronta e capace, nel suo gigantismo, a prevaricare, e uso il termine ‘prevaricare’ giusto per non esser volgare. E pensate, le basta solo un dito! Insomma, qua il medium (è proprio il caso di dirlo) è esattamente il messaggio, per citare il sociologo avente il nome d’un amplificatore e per cognome McLuhan.
Per cui perché non andarci, via, sono pure ammessi i selfie di gruppo col medio alzato (ma senza bastone, vi prego: andiamo suvvia, l’umanità ha compiuto la sua strepitosa evoluzione e noi la buttiamo nel cesso con questa prolunga per scemi?), buontemponi che non siete altro, e del resto l’ho fatto pure io, ma mica con quattro amici zozzoni, bensì con la mia dolce famigliola (benché a onor delle cronache la mia composta mammina si sia astenuta dal gestaccio). Ora, quale momento migliore della giornata per darsi a queste buffonerie? Ecco, io sconsiglierei di raggiungere piazza degli Affari di giorno, sortita che si rivelerebbe un po’ amara e pure poco entusiasmante, vista la quota di piantoni e di gommini del tergi regimental vomitati fuori dal palazzo della Borsa, con le loro gambine sottili da cavallette. Avete fatto caso che questi personaggi son sempre alti e stecchi?
Ma di sera è tutta un'altra cosa. Il suggerimento è quello di arrivare da via San Maurilio, sfidando le asperità del pavè. Per vedere schiudersi allo sguardo una prima, parziale visione della piazza, inquadrata suggestivamente tra gli archi dell’edificio di fronte a Palazzo Mezzanotte, che creano quasi, nella luce della sera, uno scenario metafisico. E passo dopo passo, nell’inconfondibile luce calda gialla della notte milanese, ecco schiarirsi e definirsi le linee, quelle decò del Palazzo della Borsa (benché montate su un impianto di neoclassicismo semplificato che fa subito ventennio), tra semicolonne, fregi, le statue imponenti e massicce e naturalmente il ditone di Cattelan, che conserva anche in ore tarde il suo stupefacente biancore marmoreo, con le belle vene che lo attraversano, notazione anatomica esatta per un’opera che, in macro, evoca formalmente una rinascimentalità toscana, e non solo per l’impiego del marmo carrarese.

E quindi eccola la piazza: sgombra, vuota, deserta, coi piantoni che ci saranno pure sottoforma di occhi meccanici ma che almeno non si vedono, muta nelle architetture che la delimitano, e che offrono le loro facciate immobili allo sguardo e alla meraviglia dell’osservatore. Già, meraviglia, anche qui. Anche qui, anche se si è in piazza degli Affari e c’è puzza di merda, ma la bellezza malinconica di questo posto, che può essere bello solo di notte e mai di giorno, nella salubre pausa notturna dal viavai dei loschi personaggi che se ne appropriano, appare nitida, irrevocabile, insindacabile.
Ma la visione davvero forte cui è dato di assistere di notte in questo pezzo di città consacrato agli ‘affari’, affari sempre di qualcun altro, è la presenza, consuetudinaria e stanziale, di barboni. Sì, barboni. Senzacasa, clochard, chiamiamoli come ci pare. Down and out, it can't be helped but there's a lot of it about. Barboni, persone che vivono in strada. E che scelgono questo posto per la loro notte. Per dormire. Per vivere, per campare sotto alla luna. Come se s’affrontassero, nello spazio di cento metri, i due poli parossistici d’un sistema che ci impone un prezzo altissimo da pagare. Quello del finanzcapitalismo, la finanza liquida per non dire gassosa, fatta d’indici, di speculazioni finanziarie, sempre più lontana dall’economia reale e dalle tradizionali forme produttive su cui il capitale prospera(va), incarnata dal palazzo della Borsa di Milano, fabbrica di sperequazioni sociali e di sofferenze, per nulla gassose ma concrete e materiali; e quello della povertà nel suo volto di miseria senza più domande, ripiegata a testa in giù e premuta contro le vetrine delle banche che affollano le vie circostanti, quasi un EUR mediolano, nelle loro roboanti architetture fasciste. Due poli opposti d’un sistema con in mezzo, dicevamo, a mediare, il dito medio.
Il colpo d’occhio che abbraccia il palazzo della Borsa e queste presenze è notevole, logico e irreale al tempo stesso, come se un fumettista avesse voluto condensare nella stessa striscia la raffigurazione di fatti, eventi, situazioni legati tra loro da un nesso causale, ma senza mostrare lo srotolarsi delle singole connessioni che, da un polo, hanno condotto all’altro. Alla sua conseguenza. Dalla finanza alla miseria, bellezza, e te lo mostro tutto in un’unica inquadratura. Milano è capace di darti anche questo.
Questo ma non solo questo: perché è proprio grazie alle uniche presenze vive d’una piazza silenziosa e immobile, a questi tristiallegri derelitti che pasteggiano con vino, accampati sotto i portici, a dirsi qualcosa o a bere o a dormire, o a fare tutte e tre le cose contemporaneamente, che, in un’ottica sanamente ribaltata, piazza Affari diventa altro. Un altro palcoscenico, in cui si proiettano vite vere. Nei banchetti rimediati, nei sonni di sasso, nelle frasi scambiate arredando di sporte di plastica, coperte e cartoni il loro appartamento comune a cielo aperto affacciato su Palazzo Mezzanotte, costoro dimostrano di saperla lunga, con la conquista di questo rettangolo di Milano di cui la notte – almeno la notte e solo la notte – divengono legittimi proprietari. Luogo dove dormire, mangiare, parlare, pisciare. Facendosi beffa superba della Borsa, dei controlli, dei piantoni, delle telecamere, dei cartelli di proprietà privata e di sosta vietata sotto a cui dormono i loro sonni, e pure del dito medio. Un luogo che grazie a queste presenze si fa più accogliente, caldo, autentico, nostro insomma e non solo di chi, di giorno, lo anima con la sua discutibile presenza. Ed è solo grazie a queste presenze reali, in carne e ossa, proprietarie di questo pezzo di città per una manciata d’ore della notte, uomini veri e non ombre d’una umanità evanescente asservitasi al capitale, che piazza degli Affari recupera la dignità di luogo milanese vero, di persone vere, luogo senza colpa e senza bugia, dalla bellezza priva di macchie e di venature ambigue.

Questo è il motivo per cui, visto a mezzanotte, Palazzo Mezzanotte compare in questo bloggo, perché fermo nei suoi meccanismi e nei suoi ingranaggi meschini, strappato anche se per poco ai suoi manovratori, spogliato della menzogna e recuperato bello, limpido, corrusco.  E, in attesa di fare la Rivoluzione, come ripeteva sempre il libraio ambulante amico del topo Firmino, in una fugace ma epica rivincita sotto la luna, può veramente diventare nostro, sottratto a loro almeno per qualche ora.   










martedì 7 luglio 2015

Voi, Milano e ciascuno di voi/Partecipante n°4: Marina

Se mi fosse dato – e per una verbosa come me sarebbe un’autentica tortura – di scegliere un solo aggettivo per definire Marina, la nostra quarta partecipante al giuocone (hey, fermi tutti: davvero quattro e dico q-u-a-t-t-r-o persone si sono prestate ad assecondare le mie turbe psyco-meneghine? gesù!), l’aggettivo che sceglierei è: sorprendente.
Sì, perché Marina è esattamente così. La sua capacità di sorprendere non è superficiale, patina posticcia con cui certe persone finto-originali cercano malamente di incipriarsi, rivestimento sottile che il più delle volte nasconde vite assai ordinarie, e pure mediocri. No, Marina ti sorprende con la sua intelligenza riflessiva, che cela al contempo un turbinio di pensieri, idee, progetti. Un fuoco d’artificio di racconti sorprendenti, appunto, di esperienze, di viaggi, di cose viste e vissute, che ha attraversato con lo sguardo e lo spirito di chi cerca di imparare e trattenere sempre qualcosa da ogni contesto. Con curiosità. Con voglia di apprendere, di mettersi in gioco. Misurandosi ogni volta in qualcosa di nuovo. Provvista d'uno sguardo attento sulle cose del mondo, sia lontane che vicine, ha saputo cimentarsi in frangenti e situazioni molteplici, manifestando dunque una certa, sanissima allergia a qualsivoglia fossilizzata staticità.
Ricordo il pomeriggio in cui, davanti a un cappuccino per me e a una spremuta d’arancia per lei (ma se la inviterete al bar, sappiate: per lei la spremuta è solo d’arancia rossa!), mi ha raccontato le sue passate esperienze lavorative: chezz, a un certo punto ho pensato che all’elenco mancasse solo il domatore di leoni! Marina mo nun ce dire che hai fatto pure quello!

Insomma, una persona curiosa, attiva, e pure creativa signori. Ha frequentato un corso di ceramica, realizza dei bijoux dolcissimi e pieni di poesia (vedere per credere), e, soprattutto, è operatrice qualificata shiatsu. Anzi, se qualcuno vuole aggiustarsi qualche incriccamento ricorrendo a una disciplina così nobile, antica e affascinante (che – mi cospargo il capo di cenere – poco conosco ma quel poco lo devo a lei) nonché soprattutto affidandosi a mani esperte e, risottolineo, qualificate, questa è l’occasione signori miei (Marina, non ci sperare, ‘sto bloggo lo leggo solo io!).

E quindi, avendole parlato di questa mia creatura virtuale e avendo fatto accenno al giuocone delle cinque domande, ho notato in lei accendersi una curiosità assai benevola nei confronti e del bloggo (grazie per la pietas, è pur sempre un epico sentimento dei nostri Avi) e del giocone, che ha considerato idea carina per, in fondo, parlare di Milano, facendo il punto su ciò che, di questa città – di cui è anche lei esploratrice indefessa ed estimatrice – amava di più. Ciò a cui era più legata. Anche perché, come vedremo, l’universo della lettura-scrittura non le è affatto estraneo. E vi pare che una persona come lei non poteva gettarsi con vitalità e passione in questa nuova, piccola sfida?
Tra il lavoro – esperienza che condividiamo quotidianamente: è mia collega! –, un giretto da turista nella propria città, qualche superviaggio all’estero, una pappa data alla sua coniglietta Penelope e molto altro, ha trovato modo di dedicare del tempo a questo gioco, a questo bloggo. A me, e la ringrazio tantissimo. E anche un po’ a tutti voi, pochissimi ma buonissimi che leggete. Perché – ricordatelo – chi si racconta in queste pagine rispondendo alle cinque domande, regala un po’ di sé stesso… ci fa un regalo. Anzi cinque.

E allora, andiamo a scoprire proprio cosa ha scritto la nostra Marina.


Ecco la mia personale classifica. Sicuramente riflette in parte gli umori del momento. Sono sicura che magari tra un anno risponderei in modo completamente diverso (ad eccezion fatta per il luogo del cuore che rimarrà sempre lo stesso…. altrimenti che luogo del cuore sarebbe?!)

1.
Il luogo preferito

Apprezzate la grafia magnificamente scapigliata di Marina!

Parco Sempione, ebbene sì. Un pezzo di verde nel centro della città. Un’oasi tra i bei palazzoni d’epoca del centro e il Castello con la mitica biblioteca dove spesso si andava a studiare nel tempo che fu.
Per i milanesi l’evoluzione poi non è stata da poco. Da luogo principe per tossici e spacciatori, con tanto di prato spelacchiato pieno di suonatori di bonghi un po’ fatti si è trasformato in un gran parco con abbagliante ghiaietta bianca e cespugli rigogliosi e decorativi. Rilassante.

2.
Il luogo del cuore
P.za Perrucchetti. È la piazza dove sono nata e dove ho vissuto fino ai sedici anni. Il ricordo è struggente e mi capita di tornarci solo per nostalgia e per ripensare a quegli anni. Rivedo mia mamma avvolta nella nebbia che aspetta alla fermata della 67 per andare al lavoro, io e mia sorella che ci avviamo a piedi con nostro padre verso la scuola, la mia amata nonna che abitava nel nostro palazzo e con la quale si andava ai giardini nel pomeriggio, la chiesa dove ho preso (mio malgrado) i sacramenti, la nevicata dell’85 con la statua del soldato ricoperta da un metro di neve, i militari della caserma S. Barbara (tantissimi allora) che erano in libera uscita e ciondolavano in gruppo senza una vera meta, la barista sotto casa che ci ha regalato i dischi del suo jukebox quando ha deciso che era ormai finita l’epoca della musica a gettoni.

3.
Il pezzo da novanta
Allora confesso che la prima cosa che mi è venuta in mente è stato il nostro Duomo. Dico ma chi ce l’ha una cosa così…… el Domm de Milan è proprio unico, poi però riflettendoci e anche pensando all’ingombro notevole di averlo fuori casa (ih ih) mi sono “ridimensionata” e ho concluso, dopo attento rimuginio sulle molte bellezze tra le quali scegliere e dopo che mi si era accesa una piccola lampadina che io, zitta zitta, mi porterei a casa il Cristo morto del Mantegna, custodito nella pinacoteca di Brera. Non è molto allegro lo so ma è talmente potente e impressionante guardarlo che tenerlo sulla parete di casa non mi dispiacerebbe proprio anzi insomma farebbe sicuramente un gran figurone.

4.
Il luogo più sbalorditivo
Nei miei vagabondaggi di studentessa poco volenterosa e quindi bigiosa, mi è capitato casualmente di scoprire l’ossario di San Bernardino alle Ossa, posto assolutamente oscuro e silenzioso pur trovandosi nel caos del traffico cittadino. La mia anima dark ne è rimasta affascinata e intimorita allo stesso tempo. Mi sono immaginata i tempi del Manzoni, la peste (ma non si sa davvero chi siano quei morti credo!) e quei teschi, quelle ossa che non hanno trovato altro riposo se non stare tutti insieme e per sempre a testimonianza della durezza della vita e della morte.

5.
L’itinerario che suggerisci
Tram 19 – sono anni in realtà che non lo prendo ma penso che non ci sia niente di più piacevole del guardare le vie di Milano da un bel tram sferragliante. Intendo naturalmente quelli arancioni (o meglio quelli che erano arancioni e che adesso hanno assunto i mille colori, tuttavia non sgradevoli, delle pubblicità), piccoli, rumorosi, con gli interni di legno e le lampade di vetro. Il percorso che fa suggerisce qualcosa di Milano: il naviglio poi fino a piazzale Baracca e avanti verso fiera e corso Sempione, per dirigersi speditamente verso quella periferia che una volta mi sembrava lontanissima e triste e che adesso trovo invece familiare e allegra: quella di piazzale Accursio e del Portello.

***

Cavolacci ragazzi, ma che emozione!
Che dire? Il parco Sempione è veramente un gran parco: uno spazio verde prezioso e ossigenante, il cui tappeto erboso prende avvio, senza soluzione di continuità, dal nostro Castello; non è poco per una città come Milano avere un parco così, in pieno centro.
Dopodiché l’ossario di San Bernardino, di cui si è già parlato qui, che purtuttavia dimostra d’esser luogo conosciuto e frequentato dalla nostra Marina ben prima che io ne scoprissi l’esistenza con la superdritta della mia zia! Insomma, qua Marina è stata una vera pioniera. Ed in effetti è davvero uno dei luoghi più sbalorditivi di Milano… E a pensarci bene: siamo sicuri, solo di Milano?
Eppoi… il Cristo morto del Mantegna, col suo corpo gonfio e illividito, le sue braccia lunghe, inquadrato in un taglio visuale quasi cinematografico: una vera perla di Milano, ma ciò che è davvero fenomenale è che, come avrete visto, da oggi niente più code in Pinacoteca e deca sganciati in biglietteria cari amici, basterà autoinvitarsi (elegantemente, mi raccomando, non siate i soliti grezzoni!) da Marina per gustarlo nel suo soggiorno! E nel pezzo da novanta, come darle torto, fa una comparsina pure il buon vecchio Domm, con tutta la sua potenza, già indicato, ricorderete, dal nostro Pinco.
Ma veniamo alla domanda namber faiv: il giro a bordo del tram. 19. Bingo. Questo itinerario coglie perfettamente, meravigliosamente, lo spirito della milanesità: nella risposta di Marina c’è tutta la bellezza di questi tram con la livrea arancione, vecchissimi (e caratteristici) in mezzo a tanta cangiante modernità, che sfrecciano per le strade d’una città in continua evoluzione (con, farei notare, il sempre fondamentale Portello)… Ganzissima Marina ad averci pensato!
E in ultimo… il luogo del cuore. Marina qui ci srotola un nastro ad impressione cinematografica, in cui si susseguono dolci immagini estratte dalla memoria… Veramente commovente ed emozionante. Con questi aneddoti e con tutti questi quotidianissimi ma proprio per questo toccanti e speciali ricordi, come si fa a non eleggere tale piazza a proprio luogo del cuore? Sono sicura che se qualche lettore del bloggo dovesse capitare in piazza Perrucchetti non potrebbe fare a meno, da ora, grazie a questa testimonianza, di guardarla con un senso di affettuosa benevolenza… che poi è in fondo proprio lo scopo di questo umile giuocone.

E allora come non ringraziare, e di cuore, Marina, per aver condiviso con noi tutte queste ‘narrazioni’ e queste cinque, differenti declinazioni del sentimento per la nostra città, Milano?
Grazie infinite Marina! Ah, e stasse tutti da te a vedere il Cristo morto!

E voi, lettori moltitudinari (?) del bloggo, maccome, ancora non vi siete cimentati in Voi, Milano e ciascuno di voi? Cosa state aspettando? Vi attendono ricchi premi orizzonti di gloria, ricordatelo! Forza, avanti il prossimo!

lunedì 13 aprile 2015

Voi, Milano e ciascuno di voi/Partecipante n° 2: l’Amica Mia

Chiedere alla mia Amica di partecipare a questo giuoco costituiva una bella sfida. Una bella sfida perché costei, persona del mio quoricino, al contrario di me non è proprio un’estimatrice della città di Milano. Per questo chiederle di ragionare in positivo su questa città, la nostra città, rappresentava una sfida; a cui però la ragazza non si è sottratta, con una cospicua dose di intelligenza e coraggio, che difatti non le mancano.

La mia amica ha un nome bellissimo. Un nome di quelli che sono però difficili da portare, perché indicano uno stato d’animo, e non sempre uno quello stato d’animo se lo sente addosso. Lei però è oltre tutto questo. È più piccola di me, ma è una grande donna. Non so quante volte, parola dopo parola, è riuscita a districare i nodi delle mie cogitazioni indecise e francamente un po’ contortelle. Il tutto, immancabilmente, davanti a un caffè; per lei amaro, ma accompagnato sempre da qualcosa di dolce (al bar sì, ma il dolce portato da casa, perché comunque siamo due barbone): un biscotto, un pezzo di cioccolato, una fetta di torta, cose buone per celebrare i piccoli grandi piaceri dell’esistenza. Perché – come lei dice sempre – “cara, ogni tanto bisogna godere!”.
Così, anche l’Amica Mia, nonostante il suo rapporto conflittuale con Milano, ha preso parte al giuoco. Impegnandosi. Lasciando andare il filo dei ricordi, che non è mai un’operazione facile. E da questa bella spremitura di cuore sono uscite un sacco di cose dolci. Commoventi.

Che andiamo subito a scoprire, a cominciare dal luogo preferito… Lettori, preparate i fazzoletti.

 1.
Il luogo preferito

Notasi grafia splendidamente bohémien dell’Amica Mia

Il mio luogo preferito è via Mac Mahon, dove passava il 12, da via Caracciolo a piazza Diocleziano. Quando ero piccola ci andavo sempre con mia mamma e mia sorella per andare a fare la spesa, passeggiare e parlare tra di noi. Ci andavo e ci vado, ancora, con il mio amico del cuore, mi ricorda qualcosa che ho vissuto e che vivo ancora. Mi piacciono le sue luci in inverno, dopo le cinque del pomeriggio, l’atmosfera del quartiere, il vociare delle persone. Con mia mamma andavamo in una cartoleria che c’è da tantissimo, per comprare quaderni, evidenziatori, tratto pen e biglietti d’auguri. Mi piace l’odore del Turkuaz Kebab all’angolo e, di fronte, la scaletta accogliente dell’Hotel Mac Mahon. Penso a questa strada e mi viene in mente il sorriso di mia mamma. 

2.
Il luogo del coeur
Al parco di Trenno andavo sempre a giocare fin da bambina, con un mio caro amico, a passeggiare, a guardare le partite di calcio improvvisate tra egiziani e marocchini, le grigliate dei sudamericani e i rinfreschi e le bevute degli zingari. Mi ricordo le noccioline caramellate di un baracchino e il chiosco del gelato, con il gelataio che aveva una voce bassissima! E poi era bello vedere in lontananza il Bosco in città.

3.
Il pezzo da novanta
Per me è la scultura di piazza Santa Maria del Carmine, Il grande toscano di Igor Mitoraj, un mezzo busto maschile (eheheh, ndr). Mi piace la posizione in cui è collocata, e quando passo lì davanti con il tram, con la linea 14, non posso fare a meno di guardarla. Mi piace perché la città non sembra Milano con quella scultura, che ricorda qualcosa di antico, di greco… Sembra quasi di essere in un quadro di De Chirico. In più è un bellissimo corpo maschile, un corpo con dentro un corpo: ha un volto posizionato sul cuore e un corpo di donna che invece esce dalle costole. C’è sempre vicina una bancarella che vende vecchie cartoline e carte geografiche. Peccato per il negozio Marc Jacobs, assolutamente squallido metterlo di lì di fianco!

4.
Il luogo più sbalorditivo
Il luogo più sbalorditivo di Milano per me è il mercatino dell’usato sui Navigli, perché si respira un’atmosfera diversa, quasi parigina: gli odori dei ristoranti, la puzza del naviglio, l’odore dei colori utilizzati dai pittori delle piccole gallerie che si attraversano. E poi l’odore delle cose usate, di cantina. Mi stupisce perché è un luogo che, nonostante l’affollamento, ti permette di stare solo con te stesso, di guardare gli oggetti, la gente che tratta sul prezzo, come se fosse lo spettacolo, lo svolgimento di qualcosa, e tu lo spettatore.

5.
L’itinerario che suggerisci
Via Castellino da Castello, perché lì c’è la mia vecchia scuola elementare, la Rinnovata Pizzigoni. È un’emozione vedere dalla strada il campetto dove giocavo da bambina, gli orti, gli animali, e il  busto della grande Giuseppina Pizzigoni, guardando attraverso la porta vetrata dell’atrio. Qui si possono sentire l’odore della cacca degli asini (sembra di stare in campagna!), e il rumore della ferrovia della vicina stazione Bovisa. Ho scelto questo ‘itinerario’ perché mi ricorda quando ero bambina, e mia mamma mi portava a scuola, e scambiavo le biglie con i miei compagni (oddio, sembra che sia nata nel 1940!). E poi mi viene in mente la mia maestra, Raffaella, che voleva che gli alunni della sua classe indossassero il grembiule rosso, colore non scelto a caso. Penso a lei e mi vien sempre da commuovermi! Questa strada mi riporta insomma a sensazioni di spensieratezza, a quell’essere bambini nel vero modo di essere bambini, in un posto caldo e con le maestre buone, che ti insegnano a essere te stessa, come dovrebbe essere per tutti i bambini.

***

Insomma, ora avete avuto anche voi un assaggio di chi sia la mia amica. Gli zingari, l’odore delle cose buone, la bellezza, gli affetti. Gli affetti perché, come mi ha detto in uno dei bei pomeriggi (ehh sì, più d’uno, siam splendidamente lente!) in cui ci siamo dedicate a questo giuocone: “Bisogna avere un albero da abbracciare, che sai che ha le radici e non si sposta”…
Le risposte a queste cinque domande raccontano la mia amica in ogni sfaccettura, e sono felice che tutto ciò sia emerso parlando di Milano, città che so che non ama, ma nella quale ha trovato questi spazi di verità. Una città che le è amara, ma che ha anche qualcosa di dolce, e lei lo ha saputo trovare. Per questo penso che il nome della mia amica, ex bambina dal grembiulino rosso, sia quello giusto, l’unico che lei potrebbe portare: perché è solo vivendo con intensità, con vivida consapevolezza delle amarezze ma con la capacità, brillante e non da tutti, di potervi scovare qualcosa di buono, di dolce… che si può costruire dentro di sé l’aspirazione solida (ed è questo il traguardo vero) a una vita buona. A una vita serena…

Cara, grazie infinite per le chiacchiere, le dolcezze avvolte nella carta stagnola, e, ora, per tutte queste emozioni!

Dopo il mio babbo artista e l’Amica Mia, cari amici wannabe partecipanti al giuocone, essì, tocca proprio a voi! Aspettiamo dunque  le vostre risposte per scoprire nuove, segrete storie d’amore tra la città di Milano e i suoi abitanti!

domenica 15 marzo 2015

La creazione di universi: Hangar Bicocca, i Sette palazzi celesti



Dunque dunque, anche quest’oggi, miei cari lettori, come per il parco di Villa Scheibler da poco narrato, affrontiamo un brano milanese piuttosto decentrato, anche se di periferia ben diversa rispetto a quella di Quarto Oggiaro si tratta. Ci troviamo infatti quasi a ridosso di Sesto San Giovanni, in un’area della città di Milano industriale ed ex industriale. Ancora operativi alcuni stabilimenti, come quello di proprietà della famiglia dell’Emmona confindustriale, dismessi altri, sovente andati incontro a riuso, vedi il Carroponte non distante (ma lì, per una manciata di civici, si è già sconfinati nella cosiddetta Stalingrado d’Italia). Anyway, dicevamo, sì, siamo decisamente in periferia, dove i tram non vanno avanti neanche più. E difatti, se non sei macchinato, devi farti un bel tragittone a piedi prima di raggiungere il luogo di cui stiamo per dire, anch’esso passato da una destinazione industriale a una destinazione di segno culturale.

È dell’Hangar Bicocca che  oggidì ci occuperemo signori, sito al numero 2 di via Chiese.
Come il nome già dice, questo complesso dai soffitti smisuratamente alti e a momenti non visivamente percepibili (come dite? quella è la mia miopia? po esse, altroché. Anche la nanaggine influisce dite? pure, in effetti), era adoperato per la costruzione di locomotive e anche di velivoli: uno spazio bello grosso, dunque, del resto mica parliamo dei droni di Jeff Bezos. Un fabbricato a dir poco gigantesco (provate voi a costruire degli aerei in un monolocale), che negletta la sua funzione originaria ha trovato una nuova vocazione, artistica, divenendo spazio espositivo agile e, in ragione della sua estensione, e orizzontale e verticale, altamente versatile nonché capace di ospitare espressioni artistiche multiformi, originali, e, alla bisogna – mi si perdoni la banalizzazione –, pure ingombranti.  
Superato un bel cancellozzo grigio, che già fa industrial, si accede all’area dell’originario hangar, il cui ingresso è preceduto, e quasi ‘mascherato’, da un’opera d’arte di Fausto Melotti, intitolata Sequenza, che con i suoi listoni di ferro costituisce già un assaggio del gigantismo che si respirerà più oltre. Circondata da una vegetazione che per disposizione, cromatismo e varietas partecipa al gioco ritmico dell’opera, la Sequenza sembra quasi la tastiera d’un pianoforte dai tasti sì giustapposti, ma ora avanzati ora arretrati, a suggerire chissà quali, nuove, impreviste melodie. Ma vista così, nei toni di marrone delle sue superfici, tra le spighe ocra che la circondano, pare quasi, per la disposizione dei suoi volumi, una semplificazione rettangolare del Quarto stato pelliziano, che qui apparentemente immobile avanza invece monumentale (orsù abbiate pietas, sapete che m’è invalsa l’abitudine di piantare a caso dubbi nessi artistici).

Sicché – dopo aver disseminato qualche strùnzatella sull’incolpevole opera del buon Melotti – seguitiamo pure a descrivere il nostro lento avvicinamento all’hangar: aggiriamo dunque la grande scultura modulare, quasi una soglia che ci immette nel mondo dell’arte, e apprestiamoci ad entrare nell’edificio vero e proprio, che ci attende in fondo coi suoi mattoncini rossi martellinati, á la Turbinenfabrik AEG di Behrens.
Un primo corpo del fabbricato, dalle dimensioni ancora umane, ospita i servizi: guardaroba, video e cartacei dispensatori di generose informazioni circa le mostre in programmazione, sale per le attività didattiche destinate a bambini e regazzetti, e, di fronte, un bistrot un po’ fichetta (ma domeneddio, quale ‘bistrot’ non è già costituzionalmente fichetta?) per radical gommini – d’altra parte il presidente della fondazione Hangar Bicocca, vi ricordo, è pur sempre Tronchetti Provera (mentre il curatore, giusto per dare un guardo alle facce del management artistico meneghino, è questo gnomo spilungone – non me ne voglia, eppoi ci mancherebbe, io ho già detto che sono una nana con le lenti spesse) –; radical gommini dicevamo che dopo aver parcheggiato la regal progenie negli spazi antistanti, possono finalmente godersi il loro brunch.
Percorso questo primo stanzone, si arriva ad un passaggio aperto, che immette in un altro spazio. È un varco, un passaggio che tende a preparare al silenzio, da questo momento in avanti percepito e anche ‘prodotto’: prodotto perché, di fatto, ciò che si intravede induce al silenzio. Si tende a parlare a bassissima voce, dopo. Oppure, a non parlare affatto. Percepito perché, entrati nel cuore vero dell’Hangar, con i suoi soffitti altissimi, quasi un cielo nero, si entra davvero in un altro mondo. In un altro universo. E l’unica cosa che si sente, ed è dato di sentire, è il rumore del silenzio. Quel lievissimo, impercettibile brusio che si avverte quando tutto intorno tace. (Eccomunque in realtà io e il mi cognato ci faremmo partire pure la suite di Atom heart mother in questa sala! minchiate a parte, è francamente epica al punto giusto, cinematografica e apocalittica come quel che si vedrà dopo.)
Ma dopo queste notazioni uditive (alcuni delle quali pure discutibili, mi rendo conto), è lo sguardo ad essere completamente e perfettamente rapito.
Ci sono i Sette palazzi celesti dell’artista tedesco Anselm Kiefer, là dietro. Oltrepassato quel varco, c’è un’opera potente, inesprimibile, che non si può dire, che non è raccontabile, ma che va vista. Provata. Un’opera potente: questo è l’aggettivo.
Sette presenze, sette torri (sembra un trailer di Maccio!), sette strutture a modulo impilato che paiono così meravigliosamente instabili eppure non lo sono, fisse, superbamente immote, saldamente ancorate a un terreno di sabbia grigia recintato. Un modulo, una casina di cemento sbozzato a base quadrata dalle pareti grigie ondulate, ripetuto in verticale. E la struttura così ottenuta moltiplicata per sette, quasi ad ottenere un isolato escheriano di condomini impossibili, inabitabili, deserti, in cemento e ferro, dalle cui strutture escono disordinatamente i nervi dell’armatura, a testimoniare un evento di distruzione, rovinoso ma non letale. Che ha lasciato questi incredibili palazzi in piedi, per miracolo, sconquassati eppure saldi nello loro solide macerie.

Un evento rovinoso sì, ma, appunto, non letale. Ed è attorno a questa ‘sopravvivenza’ che ruota tutto il fascino di quest’opera. Macerie che resistono, dopotutto. Macerie che incrollabili resistono in piedi, e con cui dobbiamo fare i conti; non tutto è andato distrutto, e le macerie non completamente macerie sono lì a sfidarci, a imporci qualcosa, perché non possiamo ricostruirci sopra. Un evento esiziale che non è riuscito a produrre una tabula rasa, non ha polverizzato l’esistente ma ha lasciato un cumulo di rovine salde, ostinatamente vive. Presenti. A ricordarci il danno subito, a continuare, di fatto, a farci guardare indietro e a impedirci di guardare avanti come se niente fosse stato.
Anselm Kiefer nacque nel 1945. Il seno del freddo suolo che lo accolse nella sua venuta al mondo nutriva ancora una lucida e tagliata follia di massa, partoriva e accudiva il progetto pianificato di uno sterminio di uomini. Una lacerazione così profonda da non poter essere superata senza lasciare incisa una traccia psichica profonda. Non solo delle vittime parliamo. Una ferita che dovrebbe (dovrebbe) obbligare chi ne fu coinvolto a fare i conti con le macerie rimaste, sventrate ma in piedi, memento di qualcosa che si vorrebbe invece – e sarebbe più comodo – dimenticare.
Per Kiefer i palazzi celesti, installazione site-specific ideata appositamente per l’Hangar Bicocca di Milano, sono un modo, nei loro sette nomi rimandanti all’ebraismo, di riflettere sul ruolo dell’artista tedesco dopo la seconda guerra mondiale, e dopo gli esiti di quella follia d’odio piantata a fondo nel ventre dell’Europa. Quantunque, occorre constatatare, la buona Germania, in questo stringente momento storico, nel suo ruolo di capofila economico europeo (ottenuto all’opinabile suono di mini job e Hartz 4) seguita a dare dimostrazione d’una volontà di potenza (che è poi concetto per nulla estraneo – benché mistificato – alla storia culturale tedesca, e tant’è) e di prevaricazione, assumente la forma usuale delle civilissime società ‘avanzate’: quella sottile ma ugualmente muscolare e strangolante del neoliberismo capitalista che impone povertà a chi sta indietro. A chi non è produttivo. Ausmerzen, ancora. “Sopprimere chi rallenta la marcia”. Prima i malati, poi gli storpi, gli omosessuali, gli zingari, gli ebrei. Oggi i greci, e domani chissà, magari tocca proprio a noi, come ci ricorda una bella poesiola di Brecht. E forse verrebbe quasi da smentirlo, il motto bello del buon (e questa volta non c’è ironia in questo aggettivo) Arrigoni, il quale diceva: restiamo umani. Ché forse dovremmo imparare prima a diventarlo.

Tutta questa ampia, lunga digressione, per raccontare, per restituire malamente un briciolo della maestosità di quest’opera grandiosa, perché io, signori miei, ci vedo tutto questo (comunque già l’ho detto che son miope eh). Ma è evidente che oltre a questo fascino ‘mentale’, anzi, congiunto ad esso, vi sia un fascino estetico ineludibile, offerto dal taglio dello sguardo a questi sette palazzi d’un altro mondo – che è poi forse il nostro passato, e addirittura il nostro presente, e fors’anche il nostro futuro – nelle loro sfumature bluette e mattone, tracciate sul cemento grezzo – materiale mai così espressivo – delle loro superfici.  

Ricordo perfettamente la prima volta che ci andai. E in realtà, fo un bel coming-out, ciò che mi condusse all’Hangar fu un’altra mostra, la deliziosa From here to ear (v.15) di Céleste Boursier-Mougenot (che difatti solo un luogo come l’Hangar Bicocca avrebbe potuto ospitare). Ma, bontà mia, da stupidella non mi aspettavo ci fosse, superato quell’accesso, anche tutta questa roba, io che vi ero approdata con l’animo leggero di chi vuol vedere uccellini cicciottelli suonare delle chitarre elettriche. Sicché, non appena mi trovai davanti l’opera di Kiefer… fu un boato mentale, esplosomi dentro e temo anche fuori, cristallizzato nella mia mascella molto, molto stupita, e anche stìupida. Conto e spero, al buio, di non aver fatto troppe figure daddemente, rimanendo così, a bocca aperta. E da quel sabato mattina (ci tornai peraltro il giorno dopo) è stato sempre un riandarci, con le persone del mio quore, conducendole all’esplorazione di questo cosmo (bella e superbamente ipnotica, qui, anche Unidisplay di Carsten Nicolai), che conferma più d’ogni altra cosa, più d’ogni altro luogo mediolano, la mia salda convinzione che solo l’arte contemporanea possa, oggi, creare universi. Che è una cosa molto preziosa, e molto potente.
Ed è per questo che sono felice, irrimediabilmente felice, che i Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, ideati e realizzati appositamente per lo spazio smisurato dell’Hangar Bicocca, in via Chiese al numero 2, abbiano per casa la mia casa.
Cioè Milano.