Visualizzazione post con etichetta milano acquatica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta milano acquatica. Mostra tutti i post

lunedì 13 aprile 2015

Voi, Milano e ciascuno di voi/Partecipante n° 2: l’Amica Mia

Chiedere alla mia Amica di partecipare a questo giuoco costituiva una bella sfida. Una bella sfida perché costei, persona del mio quoricino, al contrario di me non è proprio un’estimatrice della città di Milano. Per questo chiederle di ragionare in positivo su questa città, la nostra città, rappresentava una sfida; a cui però la ragazza non si è sottratta, con una cospicua dose di intelligenza e coraggio, che difatti non le mancano.

La mia amica ha un nome bellissimo. Un nome di quelli che sono però difficili da portare, perché indicano uno stato d’animo, e non sempre uno quello stato d’animo se lo sente addosso. Lei però è oltre tutto questo. È più piccola di me, ma è una grande donna. Non so quante volte, parola dopo parola, è riuscita a districare i nodi delle mie cogitazioni indecise e francamente un po’ contortelle. Il tutto, immancabilmente, davanti a un caffè; per lei amaro, ma accompagnato sempre da qualcosa di dolce (al bar sì, ma il dolce portato da casa, perché comunque siamo due barbone): un biscotto, un pezzo di cioccolato, una fetta di torta, cose buone per celebrare i piccoli grandi piaceri dell’esistenza. Perché – come lei dice sempre – “cara, ogni tanto bisogna godere!”.
Così, anche l’Amica Mia, nonostante il suo rapporto conflittuale con Milano, ha preso parte al giuoco. Impegnandosi. Lasciando andare il filo dei ricordi, che non è mai un’operazione facile. E da questa bella spremitura di cuore sono uscite un sacco di cose dolci. Commoventi.

Che andiamo subito a scoprire, a cominciare dal luogo preferito… Lettori, preparate i fazzoletti.

 1.
Il luogo preferito

Notasi grafia splendidamente bohémien dell’Amica Mia

Il mio luogo preferito è via Mac Mahon, dove passava il 12, da via Caracciolo a piazza Diocleziano. Quando ero piccola ci andavo sempre con mia mamma e mia sorella per andare a fare la spesa, passeggiare e parlare tra di noi. Ci andavo e ci vado, ancora, con il mio amico del cuore, mi ricorda qualcosa che ho vissuto e che vivo ancora. Mi piacciono le sue luci in inverno, dopo le cinque del pomeriggio, l’atmosfera del quartiere, il vociare delle persone. Con mia mamma andavamo in una cartoleria che c’è da tantissimo, per comprare quaderni, evidenziatori, tratto pen e biglietti d’auguri. Mi piace l’odore del Turkuaz Kebab all’angolo e, di fronte, la scaletta accogliente dell’Hotel Mac Mahon. Penso a questa strada e mi viene in mente il sorriso di mia mamma. 

2.
Il luogo del coeur
Al parco di Trenno andavo sempre a giocare fin da bambina, con un mio caro amico, a passeggiare, a guardare le partite di calcio improvvisate tra egiziani e marocchini, le grigliate dei sudamericani e i rinfreschi e le bevute degli zingari. Mi ricordo le noccioline caramellate di un baracchino e il chiosco del gelato, con il gelataio che aveva una voce bassissima! E poi era bello vedere in lontananza il Bosco in città.

3.
Il pezzo da novanta
Per me è la scultura di piazza Santa Maria del Carmine, Il grande toscano di Igor Mitoraj, un mezzo busto maschile (eheheh, ndr). Mi piace la posizione in cui è collocata, e quando passo lì davanti con il tram, con la linea 14, non posso fare a meno di guardarla. Mi piace perché la città non sembra Milano con quella scultura, che ricorda qualcosa di antico, di greco… Sembra quasi di essere in un quadro di De Chirico. In più è un bellissimo corpo maschile, un corpo con dentro un corpo: ha un volto posizionato sul cuore e un corpo di donna che invece esce dalle costole. C’è sempre vicina una bancarella che vende vecchie cartoline e carte geografiche. Peccato per il negozio Marc Jacobs, assolutamente squallido metterlo di lì di fianco!

4.
Il luogo più sbalorditivo
Il luogo più sbalorditivo di Milano per me è il mercatino dell’usato sui Navigli, perché si respira un’atmosfera diversa, quasi parigina: gli odori dei ristoranti, la puzza del naviglio, l’odore dei colori utilizzati dai pittori delle piccole gallerie che si attraversano. E poi l’odore delle cose usate, di cantina. Mi stupisce perché è un luogo che, nonostante l’affollamento, ti permette di stare solo con te stesso, di guardare gli oggetti, la gente che tratta sul prezzo, come se fosse lo spettacolo, lo svolgimento di qualcosa, e tu lo spettatore.

5.
L’itinerario che suggerisci
Via Castellino da Castello, perché lì c’è la mia vecchia scuola elementare, la Rinnovata Pizzigoni. È un’emozione vedere dalla strada il campetto dove giocavo da bambina, gli orti, gli animali, e il  busto della grande Giuseppina Pizzigoni, guardando attraverso la porta vetrata dell’atrio. Qui si possono sentire l’odore della cacca degli asini (sembra di stare in campagna!), e il rumore della ferrovia della vicina stazione Bovisa. Ho scelto questo ‘itinerario’ perché mi ricorda quando ero bambina, e mia mamma mi portava a scuola, e scambiavo le biglie con i miei compagni (oddio, sembra che sia nata nel 1940!). E poi mi viene in mente la mia maestra, Raffaella, che voleva che gli alunni della sua classe indossassero il grembiule rosso, colore non scelto a caso. Penso a lei e mi vien sempre da commuovermi! Questa strada mi riporta insomma a sensazioni di spensieratezza, a quell’essere bambini nel vero modo di essere bambini, in un posto caldo e con le maestre buone, che ti insegnano a essere te stessa, come dovrebbe essere per tutti i bambini.

***

Insomma, ora avete avuto anche voi un assaggio di chi sia la mia amica. Gli zingari, l’odore delle cose buone, la bellezza, gli affetti. Gli affetti perché, come mi ha detto in uno dei bei pomeriggi (ehh sì, più d’uno, siam splendidamente lente!) in cui ci siamo dedicate a questo giuocone: “Bisogna avere un albero da abbracciare, che sai che ha le radici e non si sposta”…
Le risposte a queste cinque domande raccontano la mia amica in ogni sfaccettura, e sono felice che tutto ciò sia emerso parlando di Milano, città che so che non ama, ma nella quale ha trovato questi spazi di verità. Una città che le è amara, ma che ha anche qualcosa di dolce, e lei lo ha saputo trovare. Per questo penso che il nome della mia amica, ex bambina dal grembiulino rosso, sia quello giusto, l’unico che lei potrebbe portare: perché è solo vivendo con intensità, con vivida consapevolezza delle amarezze ma con la capacità, brillante e non da tutti, di potervi scovare qualcosa di buono, di dolce… che si può costruire dentro di sé l’aspirazione solida (ed è questo il traguardo vero) a una vita buona. A una vita serena…

Cara, grazie infinite per le chiacchiere, le dolcezze avvolte nella carta stagnola, e, ora, per tutte queste emozioni!

Dopo il mio babbo artista e l’Amica Mia, cari amici wannabe partecipanti al giuocone, essì, tocca proprio a voi! Aspettiamo dunque  le vostre risposte per scoprire nuove, segrete storie d’amore tra la città di Milano e i suoi abitanti!

domenica 1 marzo 2015

Voi, Milano e ciascuno di voi/Partecipante n° 1: Egidio

La prima persona che siamo andati a scoglionare per debuttare con il nostro anticipato giuoco Voi, Milano e ciascuno di voi, è un personaggio già illustre del bloggo, qui citato come coniatore del fondamentale neologismo gommino del tergi. Trattasi di pensionato che non sminchia gli operai stazionando davanti ai cantieri (eppoi comunque è un pensionato ggiovane e ggiovanile), perché i cantieri li apre lui, direttamente: in cucina, ove è un cuoco talentuoso e creativo; ovunque si applichi, tra fogli e foglietti, in multiformi espressioni artistiche aventi a che fare con la parola, e pure la musica (alcune delle sue composiscion sono raccolte nel bloggo, di cui è autore, Prima le parole); e sul cavalletto, ove dà vita a quadri e opere d’arte su tela, legno, carta. Ha pure la scienza e la manualità d’un sarto signori, ma che volere di più?

Va poi sottolineato, fondamentale, il fatto che sia sì un creativo ma con molto metodo, cosa che gli conferisce una solida costanza nel dedicarsi alle sue molteplici attività. E a proposito di metodo: quando dovete stipare un armadio con ingenti quantità di roba, grazie alle sue arti magiche e pure un po' chirurgiche, lui saprà addirittura incredibilmente far avanzare dello spazio.
È poi individuo molto scherzoso, giocoso e buono. Anche assai paziente, l’importante è non farlo troppo incazzare, che sennò so cazz ehehehe. Ad ogni modo davvero non c’è una cosa e dico una in cui non sia disposto ad aiutarti. A consigliarti e appoggiarti con entusiamo.
Grande lettore, estimatore di ottima musica e amante delle cartine geografiche, che provocano in lui imperscrutabili eccitazioni, è il caposquadra esploratore delle gite di Natale e Pasqua; se potesse poi percorrerebbe sempre una strada diversa, preferibilmente se in salita – d’altra parte lui è, se non un montagnolo, quantomeno un collinare.

Generoso di natura, durante la sua carriera lavorativa è stato in prima linea nella lotta, nella conquista e nella difesa dei diritti dei lavoratori, suoi colleghi, donne e uomini che si trovavano ad attraversare situazioni di vita molto delicate. Il che lo rende già un signore molto, molto speciale ai miei occhi. Sono in molti infatti a volergli ben. E poi è con lui che ho partecipato alle mie prime manifestazioni.
Eppoi, oltre a essere, come già scritto, personaggio illustre del bloggo, è soprattutto un personaggio illustre del mio cuore, in quanto che è il mio papà.
(Babbo, grazie per aver dedicato questo tempo alla tua figlia cretina, ti voglio bene!)

Quindi, prima di incominciare, un applauso fragoroso per essersi prestato, e per di più per primo, affrontando l'ignoto con il coraggio (ma anche la gloria!) che è propria dei pionieri!

E incominciamo, adunque, andando testé a scoprire cosa Mr Egidio abbia risposto alle cinque domandine, a iniziare dalla prima, che andiamo a disvelare attraverso quest’autocompilato cartoncino all’uopo predisposto:

1.
Il luogo preferito

Notasi grafia da grafico

La piazza Mercanti è senz’altro uno dei luoghi che apprezzo di più, e tra i più significativi di Milano. Circondata dai suoi portici suggestivi è un centro laico ideale della città, dove un tempo si svolgevano gli affari e l’amministrazione della giustizia. Un centro-città distinto da quello del culto di piazza del Duomo. Purtroppo credo sia trascurata e non valorizzata come a mio avviso meriterebbe. Sarebbe un ottimo salotto per la città se vi fosse un intervento di arredo urbano mirato in tal senso; con sedute introdotte nel rispetto del luogo, potrebbe diventare un luogo ancora più piacevole.

2.
Il luogo del coeur
Il luogo del cuore è la piazza Wagner dove avevo appuntamento con la mia ragazza di sempre. Piazza Wagner e tutti i luoghi intorno a via Marghera e corso Vercelli e poi la pizzeria, in una vietta vicino a piazzale Tripoli, dove finivamo spessissimo per nutrire il corpo.

3.
Il pezzo da novanta
Non so se proprio me la porterei davanti casa, ma la chiesetta di San Satiro vista dalla via Giardino ha un fascino particolarissimo. Con i suoi mattoni rossi sembra una pietra preziosa incastonata tra le viuzze strette del centro e i palazzi della vecchia Milano.

4.
Il luogo più sbalorditivo
La Certosa di Garegnano è senza dubbio un posto insolitamente fascinoso per la facciata, i cortiletti antistanti l’ingresso della chiesa, la candida pietra che di giorno riluce sotto il sole (quando c’è) e di sera, suggestiva, alla luce dei lampioni. Da vedere anche al tramonto in un giorno d’estate.

5.
L’itinerario che suggerisci
La passeggiata che suggerisco è la Milano insolita dei Navigli (quelli che sono rimasti), Darsena/Naviglio Grande/Naviglio Pavese, passando sui ponticelli da parte a parte tra le vecchie case, i cortili curati, i bar e le botteghe d’arte. È d’obbligo una foto al lavatoio del vicoletto dei lavandai.

***

Ebbravo babbo, grazie per il tuo contributo! Come vedete il nostro Egidio ci ha nel quore una Milano classica ma non scontata: Santa Maria presso San Satiro – di cui vi ricordo si è già parlato qui – e la centrale piazza Mercanti, la cui visione condivido in pienone. Figurano poi i Navigli, con lo scorcio tanto amato del vicolo dei Lavandai, cartolina meneghina senz’altro suggestiva, anche se credo che il mi babbo conservi un’immagine mentale del suddetto luogo diversa dalla mia, poiché esso mi sovviene oggidì turpemente sfigurato dalla dilagante presenza di tavolini, sciocche sediole e relativi, issati annoiati gommini del tergi (per l'appunto). Però è clamorosamente giusto ricordarsi e recuperare questo brano di milanesità perduta, anche se passata, anche se non è più, poiché quantomeno ci rammenta com’era, e com’era vera, allora, Milano.
Poi un gioiello, ma gioiello di quelli veri: la superba Certosa di Garegnano, che finisce in effetti per sorprendere, così nobile, in un lembo di periferia a ridosso delle autostrade.
In ultimo, bella bella bella la citazione di piazza Wagner, con la sua chiesa rossa e il suo milanesissimo (e antico) mercato coperto, non solo per l’originalità rispetto a tanti posti più centrali, noti e battuti di Milano, ma anche perché ‘luogo del cuore’ veramente, meta dopo una giornata di lavoro dove incontrare, finalmente, la propria metà...

Bene, aspettiamo ora fiduciosi altri volontari attirati non da premi né cotillon (‘un se vince nulla!) ma animati dalla voglia di dire la propria sulle bellezze ora palmari ora segrete, ora condivise ora personali, di questa città. 

Per chiunque non c’avesse un cazzo da fare volesse partecipare, qui è possibile scaricare la sagomina duomesca ove vergare di proprio pugno il nome del luogo mediolano più adorato. Who will be the next? 

domenica 8 febbraio 2015

Antico e nuovo, blasonato e popolare: il parco di Villa Scheibler


Perimetrato da un muro grigio un po’ malmesso e bruttarello, il parco di Villa Scheibler è, al contrario, una ricca, verde sorpresa ritagliata tra le vie in entrata e uscita dal popoloso quartiere di Quarto Oggiaro, rione milanese ingiustamente di malfama nel quale, per dire, al netto credo circoli meno cocaina che nel blasonato covso Como.
Ma non disperdiamoci già alle prime righe. Il parco in questione è, si intenderà, dunque parco periferico, di quartiere, cosa che potrebbe indurre a pensare trattarsi d’un parco nuovo. E invece nossignori. Il verde che qui vediamo è discendente antico d’una preesistente area silvestre, distribuita attorno a una villa, datata all’incirca alla seconda metà del Quattrocento. Tale villa era, ai tempi, tenuta di caccia di Ludovico il Moro, Dux Mediolani, che, tra l’avvelenamento o la sconfitta alle armi di qualche suo inviso congiunto, i progetti d’espansione dei suoi domini, l’acquisto di titoli nobiliari e l’attività di mecenate di alcuni tra i più grandi artisti del suo tempo, trovava come vediamo anche il tempo per dedicarsi a qualche giochetto venatorio. E noi che dopo sette ore di lavoro abbiamo solo la forza di buttarci sul letto a quattro di bastoni! Ma in ogni caso, il fatto che si trattasse d’un casino di caccia, è illuminante per immaginare come fosse un tempo, secoli fa, la zona che oggi è divenuta di Milano la più popolosa, quella massicciamente cementificata della periferia e dell’hinterland: boschiva.

Il corpus edilizio, che includeva un’area destinata a scuderia e una chiesa, fu poi rimaneggiato e ampliato nel corso del Settecento, divenendo in seguito abitazione della famiglia Scheibler, di cui oggi villa e parco recano il nome; e questa fu l’ultima proprietà privata dell’edificio, lasciato in dono al comune di Milano.
Grazie a un poderoso restauro completato qualche anno orsono, la villa si staglia ora allo sguardo dell’osservatore in tutta la sua ferma bellezza, nel biancore (oggi) delle sue semplici ma a loro modo magniloquenti simmetrie, già bella nel prospetto affacciato al parco ma ancora più nobile nell’ingresso opposto, preceduto da un’ampia corte e visibile dalla strada attraverso un cancello in ferro battuto. Davvero è incredibile trovare, in quella che è oggi suburbia, un simile, piccolo gioiello, capace di deliziare il visitatore sensibile a questi doni del caso, che l’ha conservata e protetta sino ad oggi, e della Storia. E come vediamo la storia di questa villa è anche parecchio prestigiosa, avvinta alle fortune del signore che, certo discutibile in vari aspetti della sua condotta, rese purtuttavia Milano una regina italica del Rinascimento.

Il parco della villa, anch’esso sottoposto a un bell’intervento di recupero, si presenta oggi come un ampio giardino, molto semplice e raccolto, con i suoi vialetti, le panchine verdi, e alberi, alberi, alberi e ancora alberi, che in estate creano zone di preziosa frescura, e aree attrezzate dedicate a cosi movimentati come cani e bambini.
Il viale principale del parco conduce dritto dritto all’ingresso della Villa, in un punto di fuga perfettamente simmetrico e bilanciato altamente suggestivo. La simmetria della visuale è rafforzata dalla presenza d’una bella fontana a quattro vasche, con altrettanti zampilli centrali d’acqua che reiterano un gioco di gettito ora più intenso ora meno intenso, in perfetta sincronia: sembra quasi un numero di nuoto sincronizzato.
Attorno alla fontana, che è, benché decentrata, il vero cuore, pulsante, di questo parco delizioso, corrono dei sedili, come a creare uno spazio di raccolta e incontro, il cui schienale è costituito da scritte, sì, scritte in ferro verde, che ci indicano che quella che abbiamo di fronte, ebbene, è proprio la fontana di villa Scheibler; quasi delle didascalie brechtiane, a indicare il luogo in cui si svolge la nostra azione. Veramente bellissime queste sedute, un riuscitissimo colpaccio di desain. E alle spalle di queste panchine, per finire in bellezza, dei cespugli di rose canine di vari colori, bianche, avorio, rosa e rosse. Che romanticheria!

Personalmente al parco di Villa Scheibler ci ho fatto un sacco di cose carucce. Una colazione con tutta la mia famigliola. Ci ho giocato a frisbee, ma mica da mocciosa, in età adulta (bè bè, età adulta, non vorrei strafare nell’attribuirmi questo status cerebrale). Ho fatto molteplici passeggiate in beata solitudo, alcune delle quali finalizzate a raggiungere la biblioteca rionale di Quarto Oggiaro, i cui bibliotecari peraltro amano perculare i colleghi di Accursio (lo sapevano questo i bibliotecari di Accursio?). Poi ci ho fatto un pic nic, davanti alla fontana, con la persona del mi corazon, rimanendo ambedue estasiati dalle prodezze inconsulte d'un bamboccino cinese armato di spadino e sbilanciato dal suo bellissimo capoccione. Un vero fenomeno, vestito a festa per il Capodanno cinese, seguito a vista dalla mamma, giustamente infusa d’orgoglio per aver generato una simile prodigiosa creatura.
Eppoi vi ricordo – ebbene sì – momenti di studio (incredibile, cioè, momenti della mia vita in cui sono stata a studiare, pazzesco!), e più precisamente ricordo una pausa dallo studio (eheh) con bevuta d’un succhetto alla pesca, proprio come un bambino delle elementari. Certo questo ricordo può parere insignificante, ma per me non lo è; era un bel pomeriggio d’agosto, superbamente soleggiato e mosso da aria buona, e avevo con me la dispensa sul libro antico per Storia della stampa e dell’editoria. Esame da 30 e lode (li frego bene), per inciso l’ultimo dato, tempo fa… ma non l’ultimo da dare, e questo perché sono una brava cugghiuna.
E poi ancora, isolando un altro caro ricordo, fu al parco di Villa Scheibler, stavolta in un giorno estivo davvero canicolare, che sentii parlare per la prima volta d’una persona che è oggi parte del prezioserrimo paesaggio umano intorno a me; citata da una nostra allora comune conoscente, che, come spesso accade, oggi entrambe non frequentiamo più.

Ora, al di là delle sue blasonate origini, il parco ha oggi questo di speciale: essere un  parco semplice in fondo, ma assai curato nei suoi dettagli, luogo ameno in cui potersi rilassare, e prendere una pausa, ossigenandosi in un’area verde preziosamente alberata. Un bel parco insomma, ma ciò che è forse più bello è il fatto che si tratti d’un parco di periferia: un parco che per molti dunque non è da raggiungere, ma che è di strada, a due passi da casa. Sottocasa addirittura per qualcuno. Un parco che, da solo, coi suoi viali, le sue panchine, la sua erba e i suoi alberi, e niente di più, e davvero niente di più, ci ricorda che non siamo uomini a una dimensione, ma che possiamo resistere cacchio, perché il tempo libero è la nostra rivincita sul capitale, e il tempo libero in un parco è la nostra vittoria contro chi vorrebbe appiattirci nel ruolo monodimensionale di consumatori.
E se è vero che Quarto Oggiaro non è così invivibile come lo si vuole giornalisticamente considerare, è però pur vero, e non si può negare, che costituisce una delle periferie più povere e dunque difficili di Milano (oddio, ho scritto sul serio periferia difficile? gesù). Per questo è bello vedere il parco popolato da bambini e genitori, ragazzini, donne e uomini di variegata provenienza, intraitalica – difficile trovarci un milanès di quelli veri –, comunitaria o extracomunitaria. Perché se esiste un lembo di società che può ancora recuperare una coscienza rivoluzionaria è questo. Gli anti-sistema, oggi, possono essere solo costoro: quelli che sono, nei fatti, fuori dal sistema, esclusi o lasciati ai margini di esso. Gli emarginati, gli invisibili, i derelitti, le persone dal passato complicato, quelle che hanno cambiato suolo sotto ai piedi, e che ora, altrove, si applicano con fatica a riannodare le redini della loro esistenza e a ricollocare la propria identità. Ma consapevoli; ed è da costoro che può avviarsi il moto rivoluzionario: perché come scrive appunto Marcuse ne L’uomo a una dimensione, a sua volta citando Benjamin: “È solo per merito dei disperati che ci è data una speranza”.

Al parco di Villa Scheibler, questa speranza, le persone semplici che incontri, ognuna con la propria, lontana storia ma tutti lì in quel momento, a godere del verde vicino casa, a respirare lontano dal traffico, a sorridere delle cose buffe fatte dai bambini e a scaldarsi al sole, questa speranza, le persone che incontri, se la portano inconsapevolmente addosso, e un po’ te la trasmettono. 







mercoledì 7 gennaio 2015

Flamingos in Milan: la sorpresa tutta rosa di Villa Invernizzi


Cari strenui visitatori di questo languente bloggo, voi che imperterriti cercate di collegarvi di tanto in tanto dai vostri dispositivi mobile per vedere se bugnato ha aggiornato qualche rigo e invece macché, quest’oggi incignamo il 2015 con un post illustrante anch’esso, come gli altri che hanno preceduto, una nicchia di inattesa meravigliosità messaci fortunosamente a disposizione dalla città del biscione.
Con il pezzo che andrete a leggere andiamo infatti a disvelare una perla, una perlina, della città di Milano, che è difficile catalogare poiché costituisce un vero e proprio unicum. Per questo guardare coi propri occhi lo spettacolo di cui si andrà a dire è particolarmente emozionante.
Parliamo oggidì difatti della superba e meravigliosa colonia di fenicotteri che popola la nostra città. Esatto, fenicotteri, sì, come molti di voi già sapranno.

Passeggiare per corso Venezia e poi entrare lateralmente meta via dei Cappuccini pregustando lo spettacolo è già esaltante. Per quanto via bella assai di Milano, infatti, il detto corso è molto trafficato. Ma basta entrare in una sua strada perpendicolare per assaporare la quiete e il perfetto silenzio che si respirano tra le nobili residenze di via Serbelloni, che offrono viste allo sguardo architettonicamente parecchio intriganti – i palazzi più belli di Milano, signori, sono qua. Ma la sorpresa la trovate dopo. La sorpresa la trovate al civico 9 di via dei Cappuccini, dietro a un cancello nero con dettagli ocra. Una villa dalla facciata seminascosta dalle chiome di numerosi alberi, ma che si intravede massiccia e sontuosa, vi si apre allo sguardo, affacciata su di un cortile che la scosta dal bordo stradale. Qui la quiete e il silenzio si vestono di qualche esile, dolce rumore: il rumore dell’acqua di una fontana, quello zampillo rilassante che ognuno di noi vorrebbe sentire in soggiorno, e invece guarda tu quante metropolitane dobbiamo prendere per poterlo intercettare. Ché al massimo a casa si sente il rubinetto che perde oppure, nella notte, il vicino che piscia. Ma ecco che, come al solito, divago scrivendo cazzeite.
Infatti: torniamo all’acqua. All’acqua e alla villa. La villa è Villa Invernizzi, blasonato cognome del padre della certosa e della robiolina: esatto, la villa è proprio loro, dei formaggiari. I quali, con l’eccentricità che i ricchi non si negano – e perché dovrebbero in fondo, i soldi li hanno, e come ci insegna la troika l’austerità è tutta per noi – hanno deciso di arredare il loro giardinone, oltreché con quella fontana che noi appunto non possiamo permetterci, con un gruppo di fenicotteri, una meravigliosa colonia di fenicotteri parcheggiata in giardino. Anvedi. Del resto, quando ti capita di vedere fenicotteri, apparte che nelle terribbili fantasie anni ottanta tornate in voga l’altranno, fenicotteri veri intendo, e non dico a Milano eh, ma in generale? In tutta franchezza: chi se la sente di raggiungere l’Asia Meridionale, sfatti come siamo anche solo dopo un giro sulla 90? Ma soprattutto: chi ci ha i soldi? Ed ecco che i signori Invernizzi, assecondando non si sa quale loro singolare uzzolo, hanno creato questo unico e originale allestimento faunistico con esemplari di splendidi phoenicopterus nel proprio giardino, collateralmente regalandone ai passanti, sbircianti attraverso il fogliame delle siepi che corrono lungo il cancello, la visione.
Che è quella che infatti vi suggerisco, un dì che siete da quelle parti, per andare a visitare la Gam, per entrare al Planetario a riveder le stelle, o se siete semplicemente in giro a bighellonare anche solo per bervi un caffè ai giardini di Porta Venezia.  
Certo qualcuno potrebbe considerare poco desiderabile questo mantenimento in stato di cattività delle suddette bestiole; tuttavia il trattamento che ricevono è quello del classico animale domestico, curato e nutrito (piuttosto direi è la vita dei gamberetti che si mangiano, e che conferiscono loro il colore delle piume, ad essere un tantino meno entusiasmante, come la mettiamo?). Vedo il verde, l’acqua, il cibo e lo spazio; non vedo gabbie, non vedo sofferenze. O almeno ecco non più grandi di quelle d’un buon cervello costretto a lavorare in un call center. Nella vita insomma quel che arriva arriva, te lo prendi eccome (cit.).

Ma tornando alla nostra visita…
Ok, potrebbe parere un po’ tristino in realtà questo spiare, quasi dal buco della serratura, guardando attraverso le inferriate d’un cancello, noi poveracci, il giardino d’una villa facoltosa per godere delle sue delizie; e forse cari amici del bloggo pure lo è un po’, modello Nino Manfredi in Pane e cioccolata mentre guarda i biondi al bagno. Però però… se, pur non abbandonando un senso politico delle cose, ci affidiamo a un senso poetico (che in ogni caso mai va disgiunto dal primo), ecco che Villa Invernizzi e il suo spettacolo di fenicotteri rosa dal piumaggio sfumato in tinte vivaci, come il completo di Théo de Il paradiso degli orchi, ci appaiono come una visione d’alterità, una venatura di questo paesaggio urbano che non ci si sarebbe aspettati, una chicca, impensata, qualcosa per cui entusiasmarsi, meravigliarsi, sorridere, in fondo. Sorridere. Perché quando al 9 di via Cappuccini ci vai per la prima volta, e con le persone a cui tieni, si sorride, si sorride e si vede nell’entusiasmo degli altri il riflesso del proprio. È quasi una cosa magica: un gruppo di elegantissimi, sgargianti fenicotteri che incuranti, come fosse la cosa più ordinaria del mondo il loro stare, qui, a Milano, e in quella situazione, si nutrono, mangiano, stanno su una gamba e a volte su due, immergono il  muso nell’acqua e la bevono, si acciambellano sul prato verde e riposano. Pazzesco. Ecco perché è una cosa magica, poetica. Sono milanesi anche loro dopotutto. Fenicotteri di Milano, che per quel poco e tanto che ci regalano sono in fondo un po’ di tutti.


lunedì 3 novembre 2014

Il giardino filosofico - Com'è bello com'è bello il nuovo parco del Portello



Quest’oggi, miei millemila lettori, andiamo alla scoperta di un altro angolo(ne) di verde milanese di tutto rispetto, non antico ma recente, simbolo anche questo della trasformazione urbana di cui, nel bene e nel male, è stata oggetto negli ultimi otto-dieci anni la città della scrofa semilanuta.
Il parco di cui parliamo è stato infatti inaugurato solo nel 2012, dopo un’attesa impaziente, una gestazione lunghissima durante la quale circolavano sul web rendering capaci solo d’accrescere l’acquolina in bocca e la curiositas. Un mega cantiere misterioso, sorto in una zona della città, quella del Portello, lustri addietro occupata dallo stabilimento dell’Alfa Romeo, allora la FIAT milanese, per estensione e numero di addetti, pur fatte le debite proporzioni. Un’ex area industriale dunque, risorta dopo l’abbandono per merito d’un massiccio ma azzeccato sconvolgimento edilizio, articolato in molteplici e riusciti interventi architettonici, sotto l’egida d’un macroprogetto targato Studio Valle: la realizzazione del fondamentale CC Portello, le case nuove di Cino Zucchi in largo Zanuso (di cui però parleremo un’altra volta, onde concentrarci quivi sul già corposo capitolo del parco), svariati ponti, braccia tese d’acciaio che fungono da collegamento tra i quartieri contigui, e, last but not least, il parco di cui testé andremo a raccontare. Insomma, come vedete c’è molta carnazza al fuoco, e io, che da par mio non so cucinare nemmanco una minestrina, sarò il vostro chef.

Il nuovo parco del Portello, realizzato dallo studio Land, nasce da un’idea di Charles Jencks, apprezzato e noto paesaggista, americano ma scozzese d’adozione, signore non giovanissimissimo che val sul serio l’impegno di conoscere. E forse bisogna proprio partire da lui, per parlare del parco del Portello. Amico di Peter Higgs (quello del bosone, ricordate? - qui una foto che li ritrae assieme in gioviale compagnia del fu direttore del Cern; ovviamente Jencks è quello vestito da giardiniere) e di Jeremy Watson, scopritore del DNA, ha saputo modellare, con intelligenza e cultura che di certo non gli mancano, un parco che è più di un parco: è un percorso narrativo, una passeggiata in cui nulla è lasciato al caso, ma anzi in cui tutto, ogni singolo tassello, concorre a un disegno unitario e meditato, che risponde alla precisa esigenza di avere un significato. Senza volervi annoiare addentrandomi in particolarismi et vicessitudini dell’architettura d’oggidi (anche perché io stessa non ne so naturalmente un cazzosega), cari miei millemila lettori (sì, sono un tantino più sbruffoncella di Manzoni), Jencks si offre dal suo punto di vista in antitesi ad edifici che egli considera vuotamente iconici come il Guggenheim di Bilbao, di Frank O. Gehry, che ha a suo dire segnato uno iato nell’architettura contemporanea, aprendo una sorta di gara inutile all’edificio più ‘più’; epperò qui Mr Jencks mi trova in disaccordo con lui. Il suddetto Museo è bello, più dei brutti grattacieli che Isozaki e Renzo Piano stanno disseminando in molte città italiane. E non direi che sia vuoto di significato: è in fondo un edificio-opera d’arte che funge da museo per altre opere d’arte contemporanea. Il nesso dunque, quantunque magari semplicistico, mi par ci sia, piacciano o non piacciano le linee studiatamente sbilenche che lo compongono – tipo hey Frank, hai litigato con la carta stagnola.
Ma al di là di questa piccola divergenza di vedute rispetto all’opera di Gehry, sono assolutamente concorde con Jencks quando afferma che un edificio, o una realizzazione destinata al tessuto urbano, non deve essere in sé gratuita, priva di pensiero, slegata dallo Zeitgeist, ma frutto del suo tempo o ancor meglio dello spirito del tempo, offrendo a coloro i quali ne saranno, in senso lato, gli ‘abitanti’, uno spazio di fruizione non solo materiale, strictu sensu (è un parco, chiaro, ci si passeggia, gioca e ci si piscia il cane), ma di pensiero, di riflessione, esperita in prima persona.
La decadenza dell’architettura contemporanea è legata, secondo Jencks, al declino di quelle narrative laiche condivise, come progresso, socialismo e democrazia. Per questo l’architettura e l’architettura di paesaggio in particolare, quest’ultima utilizzando quali proprie componenti i secolari strumenti offerti dalla Terra, terra, semi, erba, acqua e luce, debbono tornare a mettere al centro d’un progetto un senso. Un senso che nel parco del Portello si individua perfettamente: tutta la composizione di questo giardino costituisce un inno alla scienza, al progresso, al lungo percorso di conoscenza, scoperta ed elaborazione intrapreso dall’uomo sin dalla sua comparsa; un’esaltazione del positivismo del postmoderno. Questo è il senso affidato da Jencks alla sua opera milanese. Un manuale, da sfogliare, per ricordarci il cammino straordinario della Terra e dell’uomo, un riassunto dell’evoluzione, come ci ha condotto sin qui dall’alba del mondo.
Il parco del Portello racconta tutto questo; non rifugge il concetto, il ragionamento, l’intelligenza, ma ne è al contrario informato. In un progetto che, oltre a ciò (e forse proprio questo), anche nella sua fruizione più immediata, e nel semplice aspetto parchistico ‘visivo’ si rivela bellissimo e radioso. Ancor più di come appariva nei rendering diffusi prima della realizzazione e dell’apertura. L’intelligenza è, del resto, bellezza.       
E altro merito del progetto di Jencks, squisitamente sotto al profilo formale, è quello di aver realizzato, in controtendenza rispetto all’attualità, un parco assai disegnato – e come tale ben poco a bassa manutenzione – accostabile per ambizione ai superbi giardini cinque e secenteschi; con un’accuratezza e nitidezza delle forme, quasi scolpite, che nel giardino moderno non si erano decisamente vedute più. E ciò conferisce ulteriore valore a questo parco e a questo progettista.

E giustamente, dopo questi sproloqui, vi starete chiedendo come minchia è fatto questo parco.
Andiamo dunque a descriverlo.

Con i suoi ottantamila metri quadri, il parco del Portello non è esattamente quello che si potrebbe definire un giardinetto. È una composizione complessa, un accostamento di zone, di aree differenti, in una passeggiata coinvolgente, sempre nuova e mai uguale, ricca di visuali.
Possiede una montagnola verdissima, la cui sommità è raggiungibile da un doppio percorso di sentieri a spirale, che nel loro snodarsi non si incontrano mai; come le eliche del DNA. E difatti in cima è collocata una fontana al centro della quale sorge una scultura, che proprio un segmento di acido deossiribonucleico rappresenta. Da qui potrete godere d’una spettacolare visuale sul parco, o se preferite (son gusti) d’una visuale sull’ameno viale Serra, forse una delle vie più inquinate di Milano. Ora ben contrastata, però, da questo meraviglioso polmone verde.
Accanto alla montagnola, che dialoga, benché a distanza, col Montestella poco più avanti, storica ‘montagnetta’ della città di Milano, sorge una doppia collina sinuosa, a forma di S, che sembra il dorso d’una creatura preistorica, il cui crinale è percorribile, avventurandosi nella stradina di ghiaia ricavata tra due filari paralleli di siepi. E nello spazio creatosi al centro, il laghetto: uno specchio d’acqua circolare, tagliato da una lingua di terra erbosa che fa somigliare i due bacini così ricavati, come mi suggeriva un evidentemente attento collega (ebbravo Andrea!), al sole e allo spicchio di luna (bisogna vederlo). Tutto intorno al laghetto, a ridosso della collina, corre una panchina, messa in opera solo dopo l’apertura del parco, una panchina infinita, la classica panchina a listarelle verdi dei parchi, che è però qui continua, e sembra quasi voler riunire tutti i visitatori, anziché in panche disperse e separate, in un’unica seduta. Che è già un’idea geniale e meravigliosa.
Superata la zona delle collinette, ecco un’area destinata ai bimbi, tra altalene, giochi vari e un'altra lunga panca per gli sfatti genitori.
Ma ecco che, da qui, percorsa una passerella in discesa, si accede alla zona più raccolta e meravigliosa di tutto il parco. Un giardino segreto, un luogo di tranquillità purissima e di bellezza assoluta, scandito da una trama di piante, fiori e arbusti che crea una visione unica, quasi un acquerello dominato dai colori del rosa. Ciliegi, lavanda, rose canine, edera e barberis rosso; in primavera è un’esplosione, tra i ciliegi in fiore, i cui petali si radunano in modo struggente per terra, creando un pavimentino umidiccio sul quale atterrare di culo è invero assai facile, e il muro rossastro che lo cinge dall’altra parte, sotto a un pergolato d’edera.
Questo spazio si chiama Time garden, ed è attraversato longitudinalmente da un sentiero rivestito da 183 piastrelle nere e 182 piastrelle bianche, a simboleggiare i 365 giorni dell’anno, in un percorso che racconta le ere della preistoria, storia e presente, scandite dai grandi trapassi dell’evoluzione: l’origine, la creazione degli atomi, le galassie, la nascita della Terra e le prime forme di vita. Che poi sono le cose superbelle che ci insegnano le maestre alle elementari, solo che poi tendiamo lentamente a dimenticarle. E sui sedili rosa che lo bordeggiano, ecco incisi su lastre d’acciaio satinato i nomi delle stagioni e su divisori aggettanti i nomi dei mesi dell’anno.
Lo scorrere del tempo, quindi, in piccolo e in grande. A misura d’uomo e a misura del cosmo. Questo è il racconto fatto dal giardino del Tempo. Ed è commovente come questo delicato hortus conclusus costituisca, tutt’altro che casualmente, una visuale impagabile, e anche uno spazio da vivere, per gli ospiti della casa di riposo di fronte; persone che di scorrere del tempo se ne intendono. Insomma, finalmente qualcuno che pensa pure ai vecchiarelli, mica solo (si veda il giardino della GAM) ai mocciosi!
Nella morfologia del parco ricorrono riferimenti a galassie, conchiglie, spirali ed eliche; forme primordiali, antiche quanto è antico il mondo ma così faticosamente scoperte e descritte dall’uomo, nel suo lungo, avvincente cammino d’esperienza e conoscenza, assistito dagli strumenti che la tecnica ha saputo via via approntare. Un lungo cammino difficile, irto di superstizioni e credenze da abbattere, di teologie e dottrine avverse, di ipse dixit, di libri bruciati e di altri esaltati come il vangelo (letteralmente!), di processi, roghi e abiure da scontare. Ma è un cammino che ci ha condotti fin qui, che ci ha fatto conoscere la sfericità della Terra, il sistema solare, il moto celeste, il funzionamento del nostro organismo, l’atomo, il DNA. E il bosone di Higgs, eh, non ce lo dimentichiamo, che Higgs è pure amico di Charles Jencks. Un cammino irrinunciabile e irrinunciabilmente laico.

Questo è ciò che il signor Jencks ci racconta nel suo parco meraviglioso.
Ed è per questo che, per assaporare in pieno le potenzialità di questo parco, è bello tornarci in tutte le stagioni, vederlo in fiore e sotto la neve, per calarvi in una sorta di metafruizione d’un giardino che vuole esattamente raccontarvi questo: il Time walk, lo scorrere del Tempo.
Dopodiché rimane un parco, un parco dove poter fare tutte le cose che si fanno in un parco. Correre, camminare, sedersi sull’erba sfidando animali feroci come vespe e zanzare, ma anche offrendosi la possibilità di fare incontri casuali con coccinelle e piccoli maggiolini cangianti di passaggio. Un luogo in cui cercare quadrifogli, leggere, passeggiare e sostare, magari improvvisando piacevoli picnic. Nel Time Garden ad esempio i tavolini di pietra con relativi sedili, immersi tra i fiori (e qua veramente chapeau a chi ha avuto l’idea di inserirli), sembrano esattamente invogliare a un sano aperitivo biologico, tra succo di pomodoro e barrette vegan (scherzavo eh, crodino fonzies e rutto libero è la giusta combinazione – e comunque vicino c’è pure un Mc Donald’s in cui rifornirsi di cibo quello sì de sostanza).

Non so misurare la sorpresa che ebbi quando percorsi per la prima volta gli spazi completamente nuovi del parco del Portello: era dicembre, aveva appena nevicato e la collina era bianca come se qualcuno le avesse polverizzato sopra, con un setaccio, dello zucchero a velo, splendeva il sole e per fare onore all’età mia e a quella di chi era con me ci si dedicò a simpatici giuochi con le lastre di ghiaccio trovate qua e là intorno al laghetto – che era, difatti, completamente ghiacciato. Un paesaggio sconosciuto ma che ci aveva già fornito gli elementi per cazzare sentirci accolti e a proprio agio in questo grembo racchiuso, cinto tra le dune erbose.
E bello fu tornarci a primavera, coi ciliegi in fiore, un fuoco d’artificio rosa da rimanere a bocca aperta, sotto una pioggia lenta di petali chiari. Poi è venuta la calda estate, per sperimentare, riparati dall’edera, tra chiacchiere fitte con le persone giuste, un po’ di sana sudazza dall’ascella; e poi di nuovo l’autunno, con il suo paesaggio esanime e sfiorente, preparazione a un freddo inverno incubatore d’una nuova primavera. E mobbasta, perché stiamo finendo in zona Kokin waka shū, e non vorrei, mica sono un lirico giapponese.

Tutto questo per dire, e di parole ne ho spese sin troppe, che il parco del Portello è un parco bellissimo, e che vederlo una sola volta non basta, ma occorre tornarci, come in tutti i bei luoghi di questa città.
Un giardino filosofico, quello che il signor Charles Jencks ha deciso di regalarmi a pochi minuti da casa mia, che potrebbe entrare già ora, di diritto, nel libriccino sull’arte dei giardini di Pierre Grimal. Proprio come espressione e proiezione migliore del suo tempo, un tempo della Scienza e della ricerca della verità, che ci invita a trovare spazio per il pensiero e la lentezza, in un mondo dominato da logiche mercantili (e capitaliste) e a liberarci di antiche zavorre e idoli ingombranti che impediscono il progresso dell’umanità. Che è una di quelle narrative laiche nel cui declino Jencks intravede fenomeni di decadenza, dell’architettura e, azzarderei, non solo.

Quante cose, insomma, se si vuole, possono esserci in un parco. Al nuovo parco bellissimo del Portello, a Milano, nella nostra città, thanks to Mr Jencks, oggi, si trova tutto questo.



















giovedì 17 luglio 2014

Galleria d’Arte Moderna: la Villa, la civica collezione, gli scorci del giardino romantico


Parlare della Gam è un po’ come affrontare quegli argomenti monstre sui quali c’è veramente un sacco ma un sacco da dire. Perché se esiste a Milano un luogo dove anche i detrattori più irriducibili di questa città possono veder scricchiolare il loro castello di certezze, e forse che ti forse, pure un po’ cambiare idea, quel luogo è, precisamente, per dirla in maniera estesa e non con quelle sigle che tanto di moda van oggidì nella galassia museale, la Galleria d’Arte Moderna di via Palestro 14.
La civica collezione, sculturea e pittorica, è ospitata in uno degli edifici più fastigiosi di Milano. Trattasi della Villa Belgiojoso poi denominata Villa Reale, opera architettonica di Leopoldo Pollack, allievo del Piermarini, uno dei massimi esponenti del neoclassicismo italiano. Quattro colonne ioniche scandiscono l’ingresso dell’edificio, villa di configurazione suburbana benché, già allora, pienamente cittadina, con un lato su strada e uno interno, affacciato al meraviglioso giardino, un luogo da sogno di cui tra qualche riga diremo (uso il plurare perché nella mia testa siamo in tanti).
L’edificio stesso è un manuale tridimensionale del Neoclassicismo: il cortile d’onore, il bugnato pulito e razionale, la sequenza di colonne; con l’acme del retro, vero e proprio lato forte della struttura, non solo per l’eccellente affaccio sul giardino. Degna di nota è sicuramente la balaustra che perimetra il tetto della villa, da cui fanno capolino numerose sculture realizzate dalle stesse maestranze attive nel cantiere della Fabbrica del Duomo, su progetto di – udite udite – Giuseppe Parini, a cui si deve il mitologico programma iconografico della Villa. Quando fu che appresi del contributo del buon abate Parino alla realizzazione dell’edificio, forse il più bello della città di Milano, venni colta da vertigine: e questo perché, per vicende legate alla mia biografia scombinatella, infinito bene voglio al poeta di Bosisio, milanese non di nascita ma d’adozione, Maestro di ironia, e scusate se è poco, nonché precursore di elementi di lotta di classe (ora mi levano il 30 in letteratura, tanto, esame più esame meno!), caustico e puntuto dissacratore dell’azzimata e affettata nobiltà settecentesca (ogni epoca ha del resto i suoi gommini del tergi) con cui, purtuttavia, anche per ragioni di sopravvivenza, aveva forzosamente a che fare; purtroppo è sempre difficile non sporcarsi di merda. Dello stretto rapporto Parini/aristocrazia è prova anche la stessa partecipazione al progetto costruttivo di questo villone, chiaramente destinato a esponenti dell’upper class, mica ai servi ricoverati nelle infime stanze, infelici e maltrattati, quelli con cui Parini solidarizza ne Il Giorno; un villone che andò peraltro a ospitare, nel lasso di tempo in cui fu proprietà bonapartesca, la Paolina dal Canova ritratta addivanata.

Dopo questa digressione letteraria, veniamo ora all’interno della villa: i suoi ambienti, raccordati dallo scalone monumentale, sono anch’essi eccelsi, e non solo per le opere d’arte che custodiscono, ma per i loro soffitti, gli stucchi dorati, gli affreschi e le decorazioni, come la magniloquente Sala da Ballo coi suoi pomposi lampadari. La civica raccolta annovera testimonianze artistiche italiane dal Canova ai primi scoppiettii futuristi, in una enfilade di sale superbe altamente illuminate dagli ampi finestroni (con fresche visuali sul parco), cosa che in taluni casi non giova alla fruizione delle opere pittoriche, specie di quelle più crepuscolari; ma non importa. Onore all’architettura che si lascia pervadere dalla luce, cosa che nell’era elettrica si è imperdonabilmente dimenticata, come se la luce artificiale potesse o addirittura dovesse sostituire quella naturale. Dopodiché, sul fascino che può esercitare l’Ottocento artistico italiano fate vobis: a me non fa proprio impazzire, eh, pur riconoscendone la grandiosa qualità, sia mai. Però son gusti, e in ogni caso non si può dire che questa carrellata di super pittori non mi mova e non mi appassioni. Poi c’è sicuramente chi si incanta percorrendo il corridoio di sculture cerose di Medardo Rosso, come la mia supercollega.
Mi appassionano molto molto però le miniature esposte al piano terra, luxury toys degli aristocratici del tempo, dipinte con una minuzia a dir poco spaventosa (da segnalare che una coeva, raccolta similare è ospitata al Museo Poldi Pezzoli). Personalmente poi trovo irrinunciabile l’ultimo piano della Gam, il sottotetto dai pavimenti parquettati e scricchiolanti ove ha sede la raccolta Grassi, come la sottostante collezione Vismara dal respiro internazionale e assai blasonato: Morandi, Cézanne, van Gogh con le sue acquarellate donne bretoni (avete presente il quadro scopiazzato da Émile Bernard? quello, bravi, ecco, van Gogh qui è stato un eccelso copione). E poi Ensor, in un quadro apparentemente molto composto, un vaso di fiori poggiato su un centrino di pizzo, ma condotto con una vaga intemperanza della mano e del tratto che presagisce gli scenari irregolari e grotteschi della sua arte. E poi la chicca vera, il paesaggio di Utrillo, cacchio, con quel suo lampione magistrale, roba da perdere i sensi. Questo Utrillo emozionante, per me, vale già tutta la visita.
Quando poi arrivate all’ultimo piano, superando il mezzanino con la vetrinetta in cui sono esposte le statuette di Buddha dalle mani sottili, fisse in pose ipnotiche (talmente sottili che hanno in molti perso le dita), specie se è estate, complice il caldo, può darsi voi siate vagamente stanchi: e allora non posso che suggerire una sosta sulle sedie in tubolari d’acciaio e tela nera alla Mies van der Rohe sparse, per la gioia del visitatore, per le sale della Grassi, sulle quali adagiare il proprio tergo è un’emozione, perché c’è sempre la paura che si ribaltino, che non reggano, e che si richiudano con voi e il vostro culo dentro, facendovi atterrare con fracasso mattacchione sul già parlante parquet. Vorrete mica fare una figura di merda davanti a Cézanne? E quando vi rimettete in piedi alla fine siete più stanchi di prima, perché non avete riposato per un cazzo, rigidi e contratti, intenti a non farvi fottere dalla (s)comoda poltroncina (pur godendovi poi il trionfo interiore: alla fine ho vinto io, sediolinadesign dimmerda).

Ma la bellezza vera della Gam, come abbiamo già in parte anticipato (nella mia testa siamo sempre in tanti), si concentra nel dialogo che la dimora allestisce con il suo giardino, e in ultima analisi nel parco stesso, luogo da sogno che più da sogno non si può. Innanzitutto si tratta del primo parco realizzato in Milano secondo i dettami del pittoresco: avventurarsi per i suoi viali è una passeggiata di scoperte avvincenti, distribuite attorno al laghetto dai contorni sinuosi, con l’acqua ora mossa a cascata ora immobile, a lasciare spazio agli altri rumori della natura. Un piccolo bosco, misurato e raccolto, che lascia obliare in maniera così perfetta e tonda il traffico di là fuori, e la città vorticosa che lo circonda. Un giardino all’inglese con un percorso botanico ricchissimo, che include più di cinquanta specie, fuse magicamente in un meraviglioso e accordato concerto di verde, che è una gioia per gli occhi e per l’anima. E del giardino all’inglese, i giardini della Gam contemplano tutti gli immancabili topoi: i ponticelli di legno, le vedute affascinanti, le salite ora ripide e rocciose, l’acqua scintillante al sole in cui si inzuppano le foglie delle piante e dei rami cresciuti al bordo. Un luogo magico insomma, un cosmo miracoloso appartenente a un altro mondo, forse trapiantato dall’era del Mito. L’idea di essere in un mitico Altrove è d’altra parte suggerita anche dalle presenze archittoniche sparse per il giardino: statue interrotte nella loro integrità, ma soprattutto il tempietto circolare, trionfo romantico in un giardino romantico. Pura meraviglia.

Questo è il luogo milanese migliore per il vostro sabato mattina, specie se è primavera e il giardino è bagnato dal sole, sia che siate in compagnia di voi stessi o di qualcuno a cui volete ben. Sappiate però che: al momento l’ingresso al museo è gratuito (al momento)*, poiché, com’ebbi di rimembrare con un dotto e gentilissimo custode della Villa, esso, ospitando una raccolta civica, esprime, attraverso la gratuità del suo accesso, la volontà d’una fruizione pubblica recata in offerta alla cittadinanza, secondo un ideale di formazione e di educazione culturale per tutti. È davvero singolare invece scoprire che il parco della Gam sia accessibile soltanto (quantomeno in linea teorica oserei dire eh!), come illustra un cartello affisso al ferro battuto del suo portone, ai minori di anni 12 e agli adulti che li accompagnano. Davvero. E temo che in un accesso di imbecillità il comune di Milano vada anche drammaticamente fiero di questa trovata. Che è invece discriminatoria. Ammetto qui con tutto il candore di cui sono capace, che questo divieto l’ho aggirato, più e più volte, assumendomi anche la responsabilità di farlo violare alle persone che eran di volta in volta con me, milanes (o più o meno insomma) e anche forestieri. E so intimamente di avere fatto non bene, di più. Perché ho regalato a costoro degli attimi meravigliosi, e delle avventure dello sguardo indimenticabili. Qui, a Milano, nella mia città. Un legittimo esproprio culturale, e non dico che lo rifarei perché lo rifarò, sicuramente. Dei divieti ingiusti bisogna impiparsene. Sul serio: par normale tutto ciò? Immedesimatevi in un undicenne (vabbè su, almeno provateci), che ci ha giocato fino all’altroieri; poi – puff!, arriva il dodicesimo compleanno, manco il tempo di spengere le candeline sulla torta che è costretto a sloggiare. Ma vi pare? E poi detto fra noi, che volete gliene freghi ai moccolosi di questa bellezza? I marmocchi son felici anche a ravanare nei giardinetti sottocasa giocando con le cacche dei cani e raccogliendo margheritine. Lasciamoli lì, o portiamoli anche qui, per carità, ma non si vieti a nessuno questo contatto con la natura, questa possibilità, che è imperdibile, di essere così ‘immersi’, e non è un’esagerazione, perché questa è davvero un’immersione nella natura, tra le foglie, le ombreggiature, gli alberi, la quiete. Che è il preciso proposito, qui pienamente raggiunto e realizzato, che sottende il giardino romantico. Perché privare un ragazzino, un adulto, un anziano di tutto ciò? Non ha senso. Il mio consiglio è: andateci in questo posto, andiamoci e prendiamocelo. È veramente, forse, il luogo più bello e straordinario di questa città, quell’interlinea di verità di cui dobbiamo appropriarci, diamine, facendone un luogo preziosamente familiare. Ci si vada, da soli o in compagnia, ma ci si vada. E ci si torni, e torni ancora. Ci si vada alla Gam e si passeggi nel suo giardino, scoprendone di volta in volta scorci diversi e rinverdendo lo stupore e l’incanto per l’abbraccio dolce e narrativo della natura. Per vedere, ancora una volta, e scoprirlo, e portaselo nel cuore e negli occhi, quanto bella è Milano.









  

*EDIT - [8/2014]
Come per tutti i Musei Civici della città, l’ingresso è divenuto testé a pagamento. Secondo me anche il dotto custode è incazzato, trasformato ingloriosamente in bigliettaio. Il suggerimento è di succiare il più possibile le occasioni di entrarvi gratuitamente: tutti i giorni dall’ultima ora di apertura, magari smezzando l'esplorazione in più riprese. E fare cippirimerlo a quei stronzi del Comune di Milano. Che dire, il vento è cambiato davvero, e porta in giro un inconfondibile odore di merda.

lunedì 2 giugno 2014

L'antica, quieta e verde Guastalla


I giardini della Guastalla sono un altro luogo che rende bella Milano, e che ci consente di proseguire il nostro descubrimiento del sottostimato verde cittadino. Sicché bisogna anzitutto dire che questo parchetto fu il primo tra i giardini pubblici milanesi, il più antico, realizzato nel lontanissimo 1555, mentre insomma l’Europa cattolica era percorsa da quello che i sudditi di sua maestà il papa chiamavano morbo protestante. Chissà che faceva in quell’anno il buon Gert dal Pozzo, protagonista del romanzoneoneone Q, le cui vicende avventurose sono incuneate giusto giusto in quei decenni lì. Forse se ne stava già ad Istanbul. Ma se fosse passato a Milano nel suo lungo peregrinare avrebbe potuto riposare le ossa in questo silenzioso e delicato fazzoletto di verde, scavalcandone con facilità il cancello.
In origine il parco della Guastalla era il giardino privato d’un collegio di pie fanciulle, e mutua il suo nome dalla benefattrice che, rimasta vedova assai giovane, ne fu fondatrice ed ospite ella stessa. Solo in pieno Novecento il parco venne espropriato dal Comune e aperto alla cittadinanza, inaugurato nel 1939.

Il giardino della Guastalla come appare oggi è un tesoro nascosto da una cancellata. È incastonato a sorpresa tra le rettilinee delle strade adiacenti. Di speciale ha l’erba verde, d’un verde tenero, i sentieri sterrati, le panchine di legno e di pietra e l’atmosfera inattesa, inconfondibilmente quieta e ovattata, che solo i parchi in centro e a ridosso di corsie trafficate possono offrire.
Si scende una breve scalinata per entrarci: ed è già meraviglia. Allo sguardo si apre una peschiera, una spettacolare vascona rettangolare delimitata da una serrata balaustra di granito poroso e da una recinzione in ferro battuto, in una doppia, sensuale sequenza di angoli e curve. A primavera le siepi di rose canine che la circondano esplodono in macchie rosse. Risale al Seicento, conserva intatta tutta la sinuosità barocca e trovarsela davanti è gioia per gli occhi. Non te lo aspetti questo specchio d’acqua d’antica memoria, là in mezzo. Passeggiando lungo il percorso botanico si incontrano statue meravigliosamente aggredite dal muschio, che ha ricamato sui loro fianchi sottilissimi abiti verdi; e c’è pure un tempietto neoclassico, invero un po’ male in arnese oggidì, ma comunque pur sempre opera architettonica del buon Cagnola che, sapevatelo, fu il progettista dell’Arco della Pace.
Al parco della Guastalla ho trascorso parecchie domeniche di quando ero giovine, quasi una sbarba rispetto a ora. Le sue panchine sono anche state il teatro di mattacchione cene en plein air svoltesi nella dimensione numerica d’un quartetto d’amici che allora sembrava inseparabile… e invece. E invece abbiam perso un elemento per strada, ma poco male. La vita è come una marea che sommerge (quasi) tutto, e superate le delusioni e anche qualche incazzatura posso dire che, del quartetto che fu, è rimasto un terzetto superior, e accanto mi sono rimaste le persone migliori. Due persone speciali, dolcissime, generose, toccate dalla grazia di quei doni rari ed elevatissimi che sono ironia, intelligenza, e naturale voglia di condivisione. Mica le virtù teologali insomma. Eppoi al parco della Guastalla vi son successe varie altre cose molto importanti per me.

Se ci vai di pomeriggio ci trovi barboni sdraiati per il lungo sulle panchine, cani di ogni tipologia, padroni di cani di ogni tipologia, forzati della corsetta e irriducibili dell’informatica in mobilità. Anche persone immerse nel piacere: gente che legge o coppie di innamorati.  
La storia tra mi e il mi ragazzo si può dire sia incominciata qui, perché è qui che il cazzare idiota delle più belle amicizie si è trasformato nel meraviglioso, cazzare idiota tra due persone che capiscono di aver voglia di stare insieme. Una bella cornice per l’inizio di una storia, la Guastalla, ma non c’è stato alcun pilotato programma estetico in ciò (ma qualcuno crede davvero ch’io sia in grado di programmare qualcheduna cosa, mi dimando?): sul serio, è accaduto tutto in maniera perfettamente casuale. Seduti sull’erba, in un caldo giorno d’agosto che ha licenziato subito dopo un lievissima e tiepida pioggerella. Ed è quello che ricordo assai bene di quella giornata: noi due, l’erba verde, d’un verde tenero, vari cani a destra e a manca e a volte pure in rapido avvicinamento (giusto per smorzare il quadretto troppo romanticone eh), il giardino della Guastalla tutto intorno a noi e le sottili e rade gocce di pioggia finite a confondersi nell’acqua della vasca peschiera. Ed è stato il giorno dopo che ho ricevuto in regalo Q, dei Wu Ming, allora Luther Blissett. E penso che sì, nel 1555, prima di rimettersi in viaggio per abbandonare l’Europa, Gert avrebbe potuto fare sosta sotto un albero della Guastalla, e ho la presunzione di credere che, in questo antichissimo luogo della mia città, il suo sarebbe stato un quieto e fruttuoso riposo.