Visualizzazione post con etichetta stazioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta stazioni. Mostra tutti i post

domenica 22 novembre 2015

Voi, Milano e ciascuno di voi/Partecipante n°5: Elisabetta Jankovic

Carissimi amici aficionados del bloggo, eccoci oggi a una nuova puntata del nostro giocone Voi, Milano e ciascuno di voi. Una puntata che si preannuncia particolarmente emozionante miei cari, scoppiettante direi, perché ospite del mio piccolo e umile bloggo stavolta è – ebbene sì – una vera vip. Dico sul serio eh. Non solo, come tutti i protagonisti delle puntate precedenti, una vip del mio cuore; nonnò, non solo. Proprio una vera very important person.
Signore e signori, ecco a voi… le cinque domande di Elisabetta Jankovic, architetto, professoressa di storia dell’arte, speaker e giornalista radiofonica, autrice di meraviglioserrimi libri per bimbi and much more, chi più ne ha più metta. Una donna colta, creativa, comunicativa, coinvolgente, appassionata, sensibile nonché una grande viaggiatrice. Una persona sempre pronta a sperimentare cose nuove, a misurarsi in frangenti diversi, con curiosità e pure – aggiungerei nel suo caso – un bel pizzico d’avventura. E poi, last but not least, anche una bella, bellissima gnoccolona donna, perché in tutto questo anche l’occhio, diciamocelo, vuole la sua parte.

Da dove incominciare per descrivere la sua vulcanica personalità? Davvero non saprei. Chi vi scrive ha avuto la gran fortuna di conoscerla a scuola, alle superiori: lei è stata la mia grandiosa prof di storia dell’arte, materia l'amore nei confronti della quale ha provveduto a consolidare, elargendo talvolta alla sottoscritta – perdonerete queste vanterie eheheh – 10+ (giuro!) nei compiti in classe! 10+ signoriddio! Insomma, un vero tesoro. Un’insegnante capace di uscire dal seminato angusto delle consuetudini scolastiche, per gettare qualche granello di imprevedibilità e di accesa passione nel lavoro e portarne un po’ anche in noi, valorizzando, come in questo caso, il nostro impegno e il nostro interesse… Quindi, l’aneddoto del 10+, più che parlavi di me, vi parla di lei, e della sua scherzosa originalità, merce assolutamente rara. Vederla arrivare in aula con i suoi capelli biondi luminosi, il suo sorriso contagioso e col malloppo di libri e quaderni tra le braccia mentre ci diceva ‘Ciao ragazze!’ era l’inizio di un’ora di belle cose, che scivolava via parlando di pittori, di artisti, di quadri. Ma come si faceva a non volerle bene? Che ricordi meravigliosi. E cazzperina, a fare un rapido calcolo son già passati dieci anni! [disse disperandosi per l’incipiente vecchiaia]

Poi che accadde? Che, semplicemente, come sovente succede, finito il tempo della scuola io persi le tracce di questa mia cara professoressa. Ma debbo dire che, benché ‘a distanza’, continuavo un po’ a seguirne le strepitose gesta: leggendo soprattutto i suoi libri per marmocchietti, delle vere meraviglie. Storie commuoventi, dense di significato ma così piene di leggerezza e poesia. Letture un po’ magiche, universi di carta capaci, anche presso i più cresciutelli (presente!), di far bene al cuore. Esattamente come lei. Esattamente come la mia grandissima e grintosissima prof Janko, che in parallelo continuava la sua attività di speaker in Radio Popolare e poi alla radio svizzera. Ebbene no miei cari, non sono le giornate della mia prof ad essere di cinquanta ore, è lei che è meravigliosamente multitasking, con l’aria che ha di eterna ragazzina. Piena d’entusiasmo puro e travolgente.

Eppoi è successo che… qualche mese fa, in un accesso di nostalgia per i bei tempi che furo, le ho scritto una letterina. E gliel’ho scritta a mano, recapitata alla scuola dove ancora insegna. Le ho scritto che mi mancava, che ogni tanto pensavo a lei e alla sua vulcanica personalità e che mi sarebbe piaciuto rivederla… Il pomeriggio stesso mi ha contattato per dirmi che la cosa l’aveva veramente commossa e che sì, potevamo assolutamente berci questo caffettino insieme… ed è stato per me semplicemente emozionante.
 Così ci siamo incontrate, nella cornice milanesissima dei fantastici giardini di Porta Venezia: e, santo cielo, è stato come rivederla l’ultimo mio giorno di scuola. È sempre la bella ragazza bionda con gli occhi chiari e dolci, con la quale abbiamo trascorso un’ora meravigliosa di aggiornamenti, risate e chiacchiere, prima di vederla rimontare in sella del suo scooter per le strade di Milano. Inutile dire che sembrava lei la ragazzina e io la vegliarda professoressa, gesù (ovviamente priva però della sua scienza docenziale).

Ed ecco che… potevo io non coinvolgere un’anima così sensibile, speciale e con così tante cose da raccontare, nella mia epopea bloggosa e, soprattutto nel mio diabolico giuoco delle cinque domande? Ovviamente non potevo esimermi! E ciò che mi ha veramente commosso è stato l’entusiasmo che lei ha immantinente dimostrato nel darmi le sue cinque risposte. Che ha dimostrato dunque sì nei confronti del gioco ma che, in buona sostanza, ha riservato a me, a questa sua ex alunnina un po’ stagionatella, una tra le centinaia di studenti a cui avrà raccontato, come lei sa fare, storie ed aneddoti del grande mondo dell’arte… Sostanzialmente eseguendo un compito che io, alunna, avevo assegnato a lei, prof, in un ribaltamento dei ruoli giocoso e divertente. Insomma, non vi dico l’emozione quando un giorno, aprendo la mail, ho trovato vergate le sue cinque domande. Che onore! E che emozione è stato leggerle, scoprendo dalle sue parole il suo amore per Milano, l’amore per il lato buono, bello e vero di questa città, che offre le sue bellezze migliori a chi la osserva, la vive e la respira col cuore aperto, come quello della mia ex prof… 

Per cui prof grazie di cuore per aver deciso di partecipare!
E voi miei cari amici, non siete assolutamente curiosi di conoscere le cinque risposte di Elisabetta?


No vabbè dai, ma chi è che non si scioglie di fronte a tutta questa dolcissima dolcezza della mia prof?

1.
Il luogo preferito
Amo i giardini di Porta Venezia, Giardini Montanelli. Mi piacciono perché li attraverso in bici ogni mattina andando al lavoro. Ci metto meno di tre minuti, ma sono tre minuti indispensabili perché sostituisco (sempre per tre minuti) il verde (o il rosso o il giallo o il bianco, a seconda delle stagioni) al grigio dei palazzi milanesi e dell'asfalto. I giardini Montanelli non sono “bosco”, non sono “parco”... sono proprio “giardino” e, anche se è pieno di gente, lo sento mio.

2.
Il luogo del cuore
Il mio luogo del cuore non c'è più... l'ha chiuso la polizia cinque anni fa perché non era conforme con le leggi della sicurezza. Si trattava della discoteca “Matisse”, in Piazza Carlo Erba. E con questa scelta confermo per chi non ne fosse convinto, che sono le persone che fanno i luoghi... sì perché il locale “Matisse” era veramente scrauso, cioè di certo a Milano e provincia ci saranno decine di locali più spaziosi, spettacolari, attrezzati, “performanti”. Il Matisse invece era sotterraneo, caldo, divanetti cheap e con giusto la palla stroboscopica e faretti. Però è lì che nel lontano 1999 ho presentato la seconda edizione dell'Extrafestival di Radio Popolare ed è soprattutto lì che ho conosciuto il barista che anni dopo è diventato mio marito. Ok, il matrimonio poi è naufragato, però è stato il grande grandissimo amore della mia vita. E ogni volta che passo da Piazza Carlo Erba lancio un'occhiata nostalgica alla saracinesca abbassata dell' ex Matisse e il cuore, incredibile dopo tutti questi anni, fa un tuffetto.

3.
Il pezzo da novanta
Il dito medio di Cattelan. Non lo porterei davanti a casa, ma me ne farei fare un modellino piccolino e lo metterei sulla scrivania per ricordarmi che posso sempre mandare a quel paese  chiunque, in qualsiasi momento, e per tutto il tempo che voglio! Comunque la scultura di Cattelan lì piazzata davanti alla Borsa, al tempio della finanza, la trovo semplicemente geniale... perché sottoscrivo al cento per cento ciò che scriveva Herman Hesse: “questo tempo della tecnica, del denaro, della guerra, dell'avidità, un tempo che pretende avere splendore e grandezza, ma che la parte migliore di me non può ne accettare, né amare, al massimo sopportare” .

4.
Il luogo più sbalorditivo
Il finto coro realizzato da Bramante in Santa Maria presso San Satiro. Mi sorprende sempre, mi permette di far sorprendere i miei studenti e di obbligarli ad ascoltare un'intera lezione sul Rinascimento a Milano (e tutto quello che ne è seguito)!

5.
L’itinerario che suggerisci
Vale se vi suggerisco un tour che parte da Milano e arriva a Sesto Calende? Mi viene in mente questo giro in bici perché è alla portata di tutti! Si parte dalla Darsena e si va verso il lago. Settanta chilometri circa di una pista ciclabile tutta sul piano!!! Fantastica! Poi si torna in treno: in un'ora sarete in Stazione Garibaldi.

***

Signori, ma allora, che dire? La Chiesa di Santa Maria presso San Satiro continua a fare strage di cuori e si riconferma la più nominata di questo giuocone, già citata dal mio babbo e da Pinco. Il ditone medio è una gagliardissima new entry nelle risposte, sebbene già affrontato qui nel mio pezzo su Piazza Affari… E adoro, adoro, adoro le motivazioni date dalla mia prof, cui mi allineo in pieno: l’odio dal cuore per la finanza e il capitale (che è del resto, il dark side di questa città) e anche l’atto, liberatorio, di poter mandare a quel paese chi ci ruba i giorni, gli anni, la pazienza e la felicità, in un sistema sempre meno umano, solidale e ospitale. Grande prof, questa è un’altra delle cose di te che suscita tutta la mia ammirazione, lo sai!
È molto intrigante anche il percorso di settanta chilometri in bici, che purtuttavia personalmente lascio ad altri ahah… Come si dice: largo ai giovani ehhh, ai miei trenta manca meno di un mese e i miei legamenti si avviano ad intraprendere un naturale processo di senectute… Forse giusto con un degrippante potrei pedalare per settanta chilometri, oppure mannò dai, perché provarci e uccidersi anzitempo in fondo. Anche se sono sicura che l'itinerario consigliato da Elisabetta sia bellissimo.

Che dire poi dei Giardini di Porta Venezia? La mia grandissima prof mi ricorda che ne dovrò parlare anch’io, prima o poi. Non ho occasione come lei di vederli tutti i giorni (e tanto meno attraversandoli in bici per i motivi di cui sopra!), ma sono un luogo al quale sono anch’io molto affezionata, con i suoi ippocastani e i sentierini sterrati, con la sua natura – come scrive la nostra Elisabetta – in mezzo alla città… E adesso, anche con qualche ricordo in più: i caffè bevuti con la mia prof sedute sulle lunghe e frequentatissime panche del Bar Bianco.

Ultima risposta: bè, per ultima non possiamo che lasciare il luogo del cuoricino di Elisabetta, come tutti i luoghi del cuore magari misconosciuto ai più ma così grondante di dolci ricordi, di esperienze di vita vissuta, di attimi speciali inanellati nel filo della nostra vita, a cui rimarremo sempre inevitabilmente legati, anche se sono passate delle stagioni, anche se alcune cose non sono più le stesse, anche se forse, crescendo, siamo cambiati noi… Ma certe cose, certe atmosfere, certi ricordi, certi luoghi, in tutte le loro irresistibili imperfezioni, rimangono scolpiti, incisi nel cuore, tanto da – anche se per un brevissimo istante di secondo – riuscire a tagliarci il respiro e farci balzare il cuore. È magia forse? No, è semplicemente la bellezza di Milano, e di certi suoi angoli divenuti per ciascuno di noi pezzo imprescindibile della nostra storia, quinta immancabile delle nostre vite e dei nostri momenti belli. La bellezza di Milano esperita e vissuta, come dicevo, col cuore aperto d’una persona positiva e sensibile come la mia prof Janko, che ci ha regalato un po’ di sé rispondendo a queste domande…

Prof cara, ma che dire? Grazie di cuore per aver partecipato e avermi concesso questo grandissimo onore!

Allora, lettori del bloggo: fatevi sotto! I prossimi protagonisti del giuocone sarete voi! Pronti a raccontarci cinque motivi per cui amate la città meneghina? Forza!

lunedì 13 aprile 2015

Voi, Milano e ciascuno di voi/Partecipante n° 2: l’Amica Mia

Chiedere alla mia Amica di partecipare a questo giuoco costituiva una bella sfida. Una bella sfida perché costei, persona del mio quoricino, al contrario di me non è proprio un’estimatrice della città di Milano. Per questo chiederle di ragionare in positivo su questa città, la nostra città, rappresentava una sfida; a cui però la ragazza non si è sottratta, con una cospicua dose di intelligenza e coraggio, che difatti non le mancano.

La mia amica ha un nome bellissimo. Un nome di quelli che sono però difficili da portare, perché indicano uno stato d’animo, e non sempre uno quello stato d’animo se lo sente addosso. Lei però è oltre tutto questo. È più piccola di me, ma è una grande donna. Non so quante volte, parola dopo parola, è riuscita a districare i nodi delle mie cogitazioni indecise e francamente un po’ contortelle. Il tutto, immancabilmente, davanti a un caffè; per lei amaro, ma accompagnato sempre da qualcosa di dolce (al bar sì, ma il dolce portato da casa, perché comunque siamo due barbone): un biscotto, un pezzo di cioccolato, una fetta di torta, cose buone per celebrare i piccoli grandi piaceri dell’esistenza. Perché – come lei dice sempre – “cara, ogni tanto bisogna godere!”.
Così, anche l’Amica Mia, nonostante il suo rapporto conflittuale con Milano, ha preso parte al giuoco. Impegnandosi. Lasciando andare il filo dei ricordi, che non è mai un’operazione facile. E da questa bella spremitura di cuore sono uscite un sacco di cose dolci. Commoventi.

Che andiamo subito a scoprire, a cominciare dal luogo preferito… Lettori, preparate i fazzoletti.

 1.
Il luogo preferito

Notasi grafia splendidamente bohémien dell’Amica Mia

Il mio luogo preferito è via Mac Mahon, dove passava il 12, da via Caracciolo a piazza Diocleziano. Quando ero piccola ci andavo sempre con mia mamma e mia sorella per andare a fare la spesa, passeggiare e parlare tra di noi. Ci andavo e ci vado, ancora, con il mio amico del cuore, mi ricorda qualcosa che ho vissuto e che vivo ancora. Mi piacciono le sue luci in inverno, dopo le cinque del pomeriggio, l’atmosfera del quartiere, il vociare delle persone. Con mia mamma andavamo in una cartoleria che c’è da tantissimo, per comprare quaderni, evidenziatori, tratto pen e biglietti d’auguri. Mi piace l’odore del Turkuaz Kebab all’angolo e, di fronte, la scaletta accogliente dell’Hotel Mac Mahon. Penso a questa strada e mi viene in mente il sorriso di mia mamma. 

2.
Il luogo del coeur
Al parco di Trenno andavo sempre a giocare fin da bambina, con un mio caro amico, a passeggiare, a guardare le partite di calcio improvvisate tra egiziani e marocchini, le grigliate dei sudamericani e i rinfreschi e le bevute degli zingari. Mi ricordo le noccioline caramellate di un baracchino e il chiosco del gelato, con il gelataio che aveva una voce bassissima! E poi era bello vedere in lontananza il Bosco in città.

3.
Il pezzo da novanta
Per me è la scultura di piazza Santa Maria del Carmine, Il grande toscano di Igor Mitoraj, un mezzo busto maschile (eheheh, ndr). Mi piace la posizione in cui è collocata, e quando passo lì davanti con il tram, con la linea 14, non posso fare a meno di guardarla. Mi piace perché la città non sembra Milano con quella scultura, che ricorda qualcosa di antico, di greco… Sembra quasi di essere in un quadro di De Chirico. In più è un bellissimo corpo maschile, un corpo con dentro un corpo: ha un volto posizionato sul cuore e un corpo di donna che invece esce dalle costole. C’è sempre vicina una bancarella che vende vecchie cartoline e carte geografiche. Peccato per il negozio Marc Jacobs, assolutamente squallido metterlo di lì di fianco!

4.
Il luogo più sbalorditivo
Il luogo più sbalorditivo di Milano per me è il mercatino dell’usato sui Navigli, perché si respira un’atmosfera diversa, quasi parigina: gli odori dei ristoranti, la puzza del naviglio, l’odore dei colori utilizzati dai pittori delle piccole gallerie che si attraversano. E poi l’odore delle cose usate, di cantina. Mi stupisce perché è un luogo che, nonostante l’affollamento, ti permette di stare solo con te stesso, di guardare gli oggetti, la gente che tratta sul prezzo, come se fosse lo spettacolo, lo svolgimento di qualcosa, e tu lo spettatore.

5.
L’itinerario che suggerisci
Via Castellino da Castello, perché lì c’è la mia vecchia scuola elementare, la Rinnovata Pizzigoni. È un’emozione vedere dalla strada il campetto dove giocavo da bambina, gli orti, gli animali, e il  busto della grande Giuseppina Pizzigoni, guardando attraverso la porta vetrata dell’atrio. Qui si possono sentire l’odore della cacca degli asini (sembra di stare in campagna!), e il rumore della ferrovia della vicina stazione Bovisa. Ho scelto questo ‘itinerario’ perché mi ricorda quando ero bambina, e mia mamma mi portava a scuola, e scambiavo le biglie con i miei compagni (oddio, sembra che sia nata nel 1940!). E poi mi viene in mente la mia maestra, Raffaella, che voleva che gli alunni della sua classe indossassero il grembiule rosso, colore non scelto a caso. Penso a lei e mi vien sempre da commuovermi! Questa strada mi riporta insomma a sensazioni di spensieratezza, a quell’essere bambini nel vero modo di essere bambini, in un posto caldo e con le maestre buone, che ti insegnano a essere te stessa, come dovrebbe essere per tutti i bambini.

***

Insomma, ora avete avuto anche voi un assaggio di chi sia la mia amica. Gli zingari, l’odore delle cose buone, la bellezza, gli affetti. Gli affetti perché, come mi ha detto in uno dei bei pomeriggi (ehh sì, più d’uno, siam splendidamente lente!) in cui ci siamo dedicate a questo giuocone: “Bisogna avere un albero da abbracciare, che sai che ha le radici e non si sposta”…
Le risposte a queste cinque domande raccontano la mia amica in ogni sfaccettura, e sono felice che tutto ciò sia emerso parlando di Milano, città che so che non ama, ma nella quale ha trovato questi spazi di verità. Una città che le è amara, ma che ha anche qualcosa di dolce, e lei lo ha saputo trovare. Per questo penso che il nome della mia amica, ex bambina dal grembiulino rosso, sia quello giusto, l’unico che lei potrebbe portare: perché è solo vivendo con intensità, con vivida consapevolezza delle amarezze ma con la capacità, brillante e non da tutti, di potervi scovare qualcosa di buono, di dolce… che si può costruire dentro di sé l’aspirazione solida (ed è questo il traguardo vero) a una vita buona. A una vita serena…

Cara, grazie infinite per le chiacchiere, le dolcezze avvolte nella carta stagnola, e, ora, per tutte queste emozioni!

Dopo il mio babbo artista e l’Amica Mia, cari amici wannabe partecipanti al giuocone, essì, tocca proprio a voi! Aspettiamo dunque  le vostre risposte per scoprire nuove, segrete storie d’amore tra la città di Milano e i suoi abitanti!

domenica 22 giugno 2014

Milano diventa un’altra cosa – Stazione Garibaldi, Torre Unicredit, piazza Gae Aulenti, nessi e connessi


Ordunque, avendo una storia a distanza, sto affilando come una lama la mia conoscenza delle stazioni ferroviarie milanesi. Vi avevo già detto qualcosa a proposito della Stazione Centrale, ma invero la stazione che frequento di più è quella di Porta Garibaldi. Nulla da dire in particolare sulla stazioncella, piccina e senz’altro meno dispersiva della Centrale; c’è chi infatti la preferisce per questo. Quello che è davvero degno d’attenzione – non solo per i milanès in fondo, ma anche per chi è interessato all’architettura d’oggidì e alle trasformazioni urbane – è l’intorno della stazione, il quartiere che, come da titolo, sta trasformando Milano in: un’altra cosa.
Il modo migliore per accorgersene è arrivarci in auto, in stazione, dal cimitero Monumentale. Oggi – domani potrebbe già essere, per l’appunto, un’altra cosa – questo distretto di città è un cantierone tortuoso e incasinato assai, roba che nel tratto di strada precedente potrebbe quasi strapparvi un bestemmione mentre siete alla guida, specie se, come me, al volante non siete esattamente degli sgamati.
Poi però vi avvicinate pian piano ai nuovi palazzoni, recumbenti su piazza Gae Aulenti: e anche il cuore indurito del guidatore incacchiato non può, non può non farsi rapire da ciò che gli si para davanti. Uno spettacolo irreale, che personalmente mi fa scoppiare a ridere (vabbè sì, questa è l’insania che c’è in me) forse come reazione di distensione dopo la concentrazione della guida. E allora rido, sì, me la rido di brutto, perché sono arrivata in stazione e ce l’ho fatta, e me la rido, scoppio a ridere e me la rido dentro alla grande perché guardo dal parabrezza la mia città e vedo cosa diventa, e me la rido, e penso che Milano in fondo è la mia sposa (cit.) ed è bello accorgersi di essere ancora innamorati persi del proprio coniuge, capace di darci ancora grandi soddisfazioni. 

Già, ma che diavolo si vede dal parabrezza?
Chiedo scusa, ho divagato, ora lo racconto cercando di recuperare la lucidità.
La prima visione è quella della Torre Unicredit, il grattacielo più alto d’Italia*, opera dell’italo-argentino César Pelli, circondato dai suoi più modesti colleghi. La Torre Unicredit è un complesso di tre grattacieli, che descrivono con le loro planimetrie un semicerchio, assecondando la forma circolare, volutamente classica, di piazza Gae Aulenti. 
Uh, il grattacielo, che novità! Piaccia o non piaccia però, costoro c’han maledettamente preso: a meno di due anni dalla realizzazione sta sul serio diventando il nuovo simbolo di Milano, col suo pinnacolo grafico che si vede anche dalla periferia della città, e pure dalle tangenziali, guglia in una città nota per le guglie. D’accordo, l’idea del grattacielo non è originale e direi pure vecchia (d’altra parte, porino, il buon Pelli vi ricordo è classe 1926, non proprio un giovanotto). E manco è originale l’avervi allocato una banca, l’Unicredit, su cui puoi contare finché non fallisce. Insomma, il solito arrogante saggio di finanzcapitalismo. Era meglio una onlus, un circolo arci, o un circolo della birra diamine, andava bene pure quello.
E invece no: tutta la zona di piazza Gae Aulenti sembra nata per il trastullo dei gommini del tergi (per conoscere il significato di questa espressione, citofonare Egidio ore pasti: ne è lui l’involontario coniatore). All’ingresso della Torre Unicredit, ad esempio, troneggia Red, declinazione commerciale del mondo delle già fichette librerie Feltrinelli prontamente adattata al contesto: pochi libri ma vacui, atmosfera da bistrot fintofrancese, e un cesso preceduto dalle parole di – oh! – Catherine Zeta-Jones, moglie del figlio di Spartacus, bella snappola lei per carità, ma citarne le massime in una libreria no, che ci spiega come il segreto di un buon matrimonio sia quello di avere un bagno a testa, uno per consorte. Bella frase, io non riuscirò manco a comprarmi un magazzino delle scope per risolvermi il problema della casa, raddoppiare il numero delle tazze del cesso è francamente l’ultima delle mie preoccupazioni. Ed è stato qui esattamente qui che, tra le visioni sconfortanti di radical gommini dall’aria annoiata dai loro agi, con sottobraccio Repubblica e Sole 24 Ore, che con dita untazzate di croissant sfogliano le pagine dei libri in esposizione, sovente umettandosi con la loro regal saliva il regal polpastrello, ho pensato che il se il buon Giangiacomo (Feltrinelli) avesse veduto, o anche solo immaginato tutto questo, sarebbe corso ad appendersi al traliccio sotto al quale trovò in altro modo la morte, cercandone a piene mani il fascio d’alta tensione.

Ma se descrivo tutto questo, non è per disgustarvi, lo giuro. Perché nonostante tutto a me questa piazza Gae Aulenti, così grigia nei suoi eleganti toni di grigio, piace. E obbiettivamente non si può dire che sia brutta o non riuscita, anzi. Ci si fa una gradevole passeggiata in mezzo, attraversando su di una passerella una fontana dall’acqua tremolante ai cui bordi corre un sedile per sostare (e anche per bere il caffè: fatevi furbi, portatevi un thermos, dei cioccolatini, mamma e papà e i vostri amici, e sarà festa senza aver foraggiato il Red là di fronte). Vista da lì, la guglia della torre Unicredit sembra un ago non che gratta, ma che punge il cielo.
Ma la sortita prosegue, tra le vetrine dei vari negozi, alcuni già aperti e altri che poi apriranno. Ma non sono queste le cose cui prestare attenzione. Moderatamente carina è l’idea degli ottoni, il massimo della minchiata simpatica, con in alto un suggestivo squarcio che inquadra sempre lui, il pinnacolone. Poi da qui passeggiando si vede il Bosco Verticale, progetto dello Studio Boeri consistente anch’esso di due grattacieli. Ma non fatevi ingannare dalle idee pseudodemocratiche di cui vorrebbe farsi latore: ‘più verde per tutti, più ossigeno alla città’; balle, non è verde cittadino, non è verde per passeggiare, leggere, giocare, darsi appuntamento. Se lo godranno i gomminoni del tergi che c’andranno ad abitare, insieme a cicale, cavallette, zanzare e grilli. Ma ricordino i gommini: per queste bestiole il passo dalla pianticella sul terrazzo alla vostra camera da letto sarà breve, molto breve.
Più bello il lato sulla destra di chi è arrivato alla piazza dalla Stazione Garibaldi, attraverso il sottopasso o le scale mobili coperte dalla tettoia. I palazzi, anche parecchio pregevoli e nuovi, tornano a misura (non affatto male la Corte Verde di Corso Como, di Cino Zucchi, cugina di largo Zanuso, progetto dello stesso studio e si vede): e la cosa migliore è la discesa verso corso Como, architettonicamente ben azzeccata e piacevole (anche qui comunque apriranno presto negozi luzzuosi). E girando ancora verso destra, la vera meraviglia: il giardino Anna Politkovskaja, in realtà una strisciolina di verde, ma così graziosa e defilata e così surreale nello spazio che si è ritagliata dietro a questi palazzoni lucidi e nuovi di pacca, che non può non commuovere, per le sue panchine, i cespugli, le roselline, i sentierini ed anche naturalmente per la buona persona a cui è intitolato.

Con questo si conclude il giro di Porta Nuova, nel complesso piacevole, dai. L’immagine che mi tengo è quella, arrivando in auto, dei palazzoni grigi dal profilo aguzzo che si stagliano nel grigio del cielo plumbeo della città: una sorta di gara tra sfumature, giusto interrotta dalle lucine rosse che bordeggiano per questioni di sicurezza i punti estremi degli edifici, immagine vagamente apocalittica. Anche le gru dei cantieri ancora aperti sembrano amalgamarsi nel paesaggio, simbolo concreto della città in trasformazione, della Milano che diventa, si diceva, un’altra cosa. Io le gru lascerei lì anche quando sarà tutto finito.    
Per il resto s’è già in parte detto: una banca a guardarci dall’alto verso il basso, cantieri a volte fermi perché le imprese sono candidamente insolventi, le mani in pasta di Ligresti.
Ecco perché tifo per le cavallette (già avvistata qualcuna in zona). E per i topi. Già, di topi qui ce ne sono parecchi, nel parcheggio davanti alla stazione, lato Tecnimont. Sfrecciano di qua e di là, si dicon cose e corrono via, ravanano nella spazzatura, fanno simpatiche scorribande. E anche questa è una cartolina di Milano: il grattacielo Unicredit con la sua algida cuspide e in basso la vivace comunità di ratti che saccheggia, in un trionfo d’anarchia e collettivismo, i cassonetti dell’immondizia. E io, appunto, tifo per i topi.







* EDIT – [12/2014]
Ebbene, la Torre Unicredit non è più l’edificio più alto d’Italia. L’illustre (?) primato è rimasto in Milano, conquistato da un grattacielo in zona vecchia fiera, opera d’un noto architetto nipponico, Arata Isozaki, il quale dimostra dunque di averlo più lungo. Pelli dovrà farsene una ragione. Una domanda purtuttavia si fa strada ficcante: serviva proprio questo grattacielo a sezione sottile, che ha peraltro sminchiato il profilo architettonico mediolano, visto che ovunque tu sia lui appare in tutta la sua banale forma rettangulea? È originale forse? Nuovo? Azzardo: bello? O quantomeno dotato d’un nesso concettuale, per quanto opinabile, che lo lega alla città di Milano, come il pinnacolo della Torre Pelli vuol essere citazione delle guglie del Domm? La risposta è no, no, no e ancora no, nulla di tutto questo è la Torre Isozaki. Che per rendere omaggio ai natali del suo fine creatore, sarà da oggi ribattezzata, in modo più calzante, Soshito Nakagata. 

venerdì 28 febbraio 2014

Stazione di Milano Centrale – Arrivi, partenze, ritardi


Dedichiamoci ora a quella che può essere a ben diritto considerata la porta, l’ingresso di questa città, al punto che sarebbe forse stato logico e sensato incipiare il bloggo proprio con questo pezzo (ma ammetto di non avere molta confidenza con le cose logiche e sensate): stiamo parlando della Stazione Centrale di Milano.
Ora, se siete forestieri in Milano, di passaggio in Stazione Centrale, e vi siete persi, e vi dovesse capitare di incontrare me sul vostro cammino, fate caso alla mia espressione perduta e sconvolta, e cacciate indietro il proposito di chiedere a me indicazioni. Probabilmente, oltre ad essere di sicuro in ritardo, mi sono appena persa anch’io, e anch’io, pur essendo autoctona, sto puntando un cristo a cui chieder lumi.
La Stazione Centrale post intervento di riqualificazione, ultimato nel 2010, è un involucro di anfratti, piani ammezzati, corridoi ciechi, connettori mobili, passaggi, ingressi laterali, imperscrutabili scale che si tuffano nelle viscere cittadine della metropolitana milanese. Ci vorrebbe un gps per orientarsi, figuriamoci come potrebbe cavarsela una porella, cioè io, notoriamente priva del benché minimo senso dell’orientamento.
I miei unici punti di riferimento sono, nell’ordine, l’ingresso che da sulla stazione dei taxi (ma a volte in uscita mi sbaglio pure su quello, e riemergo dal lato opposto); il tabellone gigante degli arrivi e delle partenze; e, last but not least, il bar Segafredo, quello tutto rosso e lucido, senza posti per sedersi ma con un paio di tavoli alti, per un caffettino rapido ma buono.
Vista da fuori la Stazione Centrale è un edificione intarsiato in una sorta di decò fascista, tra aquile, cavalli, chimere e leoni aggettanti, sigle SPQR e altri tocchi di romanità, nei bassorilievi e nelle teste con elmo. D’altra parte s’era nel 1931 quando venne ultimata, opera di Ulisse Stacchini (autore pure dello stadio di San Siro, sapevatelo!). Ma nei suoi fregi squadrati e severi, dal tocco faronico, c’è addirittura qualcosa di egizio. Per apprezzare in pieno il linguaggio art decò che ne informa i dettagli, inoltre, occorre cercare con lo sguardo lampadari e punti luce sparsi per gli atri e le gallerie, precipuamente plasmati da questo stile.
Il meglio di sé lo dà però nella volta sopra i binari. È lì che, in mezzo ai suoni, alle folle, al caos e alle correnti d’aria gelida che solo le stazioni hanno il piacere di offrire, tra un ipnotico piccione che si muove a scatti (il pegione è, d’altra parte, pur sempre un simbolo meneghino) e che, esattamente come voi, non capisce se è ancora dentro o se può considerarsi già fuori, appare la piena bellezza della Stazione Centrale di Milano: la sua superba volta internazionale, a tre navate, in ferro e vetro, à la Galerie des Machines di Dutert e Contamin, nobile capostipite del genere. Roba da commuoverti per il maestoso nitore delle sue linee arcuate e delle sue nervature, come se fosse uscita da una foto d’epoca pubblicata su un manuale di storia dell’architettura, quelle foto in bianco e nero che vogliono mostrarti la modernità d’un progetto; e allora ti sembra di intenderla, tutta quella modernità, una modernità che rimane moderna ma che è già un classico. E che ti fa esclamare dentro, nonostante la fretta, nonostante il rimbombo, nonostante il freddo, nonostante i passanti che coi loro bagai a ruote cercano, allegri chirurghi, di amputarti uno o più piedi e nonostante il solito, onnipresente dubbio di non aver azzeccato il binario giusto: porca puttana che stazione la Stazione Centrale di Milano!

Per me la Stazione Centrale è luogo non solo di viaggi, miei ed altrui, ma anche di transiti esistenziali, di mete raggiunte, di persone viste arrivare e ripartire, a volte senza sapere se e quando le avrei riviste. Sì lo so, facile dire così, ma v’assicuro è proprio vero.
Alla Stazione Centrale ho accolto una persona che sarebbe diventata molto importante nella mia vita, appena approdata da Roma. “Con la stazione avete vinto, è molto più bella di Termini” son state le sue prime parole in terra milanese. Oh, non so come ma il regazzetto sapeva già come far colpo.
Dalla Stazione Centrale ho affrontato il mio primo viaggio in treno da sola: un impegnativissimo Milano-Novara di quarantacinque minuti che mi pareva una cosona epica, per il quale ero equipaggiata come manco un papaboy in viaggio per la giornata mondiale della gioventù; per poi scoprire che ci si impiega più tempo a far, Milano per Milano, da Duomo a casa mia.
Sicché, snocciolando una metafora imperdonabilmente abusata, è vero che le stazioni, e ancor più la Stazione di Milano Centrale, somigliano alla vita. Treni che vanno e che vengono, ed anche persone che vanno e che vengono. Snodi, coincidenze, partenze, arrivi. Il tutto in un dedalo labirintico in cui incontrarsi, non incontrarsi, perdersi e trovarsi è veramente il più puro frutto del caso.

Suggerimento per la visita
(Rubrichetta del a chi vuoi che gliene impipi)
Asseriva qualcuno che fosse cosa suggestiva recarsi nelle stazioni senza avere necessità di partire, ma solo per scrutare le facce dei viaggiatori e partecipare dell’atmosfera. Balle: la Stazione Centrale la si deve vedere solo se si deve viaggiare, o andare a prendere qualcuno, nel ristretto lasso di tempo di quei minuti indispensabili. Così della Stazione non saprete un cazzo né lo imparerete mai, e saranno corse, strade sbagliate, richieste di indicazioni elemosinate piangendo ai passanti. Perché è solo così che, della Stazione Centrale, potrete assaporare l’intimo suo brulicare, e il suo caratteristico, informe e seducente caos.