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martedì 29 dicembre 2015

RdP – Natale a Milano

Carissimi, pazientissimi aficionados, o voi che riuscite a tollerare lunghe attese tra un post e l’altro, voi che – già lo scrissi – affollate il server che ospita il mio umile bloggo facendolo sovente crashare per l’inteso traffico che quivi provocate, voi! Voi insomma, sì, proprio voi (due): ciò attendevate da settimane è finalmente giunto! Come dite, parlate del tanto atteso post sull’Expo? Mannò miei cari, che illusi, quello arriverà forse a primavera dell’anno venturo inoltrata, quando dell’Expo non gliene fregherà più una fava ad alcuno, come praticamente già dal primo di novembre di quest’anno, quando il circobaraccone ha (finalmente) chiuso i battenti. Ma arriverà anche quel post non disperate: ché dobbiamo forse farne una questione di tempo? Ma andiamo! Vi ricordo che il titolo del bloggo che visitate cercandovi con grande affanno nuove notizie è rubacchiato da una canzone degli Afterhours dedicata a Milano, dal titolo ‘L’inutilità della puntualità’... Vi ho convinti adesso?

Sicchè se vi ho adunato qui al calar dell’anno, questo 2015 che volge a chiudersi per sempre, è proprio per parlare, come d’altra parte il titolo del post vi avrà suggerito – del Natale a Milano, con appunto il già sopracitato tempismo eheheh.
Questa volta il piccione Ambrogio nel suo volo per le strade meneghine ha catturato le immagini d’una città dicembrina che nelle sue luminarie, nelle sue luci gialle, nel suo lungo e sottile (un tantino sproporzionatello, non credete?) albero di Natale allestito in piazza Duomo e nel suo sfavillante Ottagono di violablu vestito, sa forse più di tanti altri luoghi incarnare la piena e imprevista magia di questa festa tanto attesa.

Natale a Milano, per me, per me che il Natale lo passo sempre da un’altra parte e non nella mia bella città, significa aspettarla questa festa, prepararla: fare le maratone per acquistare gli ultimi (ma diciamo anche i primi) regali, scegliere la stella di Natale più bellina e regalarla alla mia portinaia per il suo servizio pressocché quotidiano di ritiro pacchi (gli acquisti online hanno generato in me una vera addiction, nonostante non c’abbi una lira), brindare e farsi gli auguri per le feste con la mia amica e collega Marina, nella piadineria che amiamo tanto. Passeggiare al freddo con un paio di dita congelate con la persona del mio coeur, parcheggiare, dopo millemila giri e quando ti sembra d'aver trovato un posto accorgersi che c'è sempre la solita smart di minchia spinta bene in avanti (non sai dove te la spingerei per bene io, guidatore di Smart che ti diletti col tuo mezzo cervello a far questi giochetti con la tua mezza macchina), l’auto al Portello e ascoltare in radio le canzoni di Natale filodiffuse per tutto il parcheggio, comprare pan de toni, girare in auto alla sera per scovare i balconi addobbati con le luminarie, i balconi di questi milanesi vivaddio sempre meno milanesi che si impegnano ad addobbare la propria città: non la propria casa, ma l’esterno dei loro appartamenti popolari, in periferia, per condividere una decorazione collettiva, un’atmosfera di festa diffusa, partecipata. Questo significa aspettare il Natale qui.

E poi c’è il centro: sfavillante, appunto. Questa piazza così piena, lascia un vuoto che fa pena, come cantavano i La Crus nella loro meravigliosa ‘Natale a Milano’. Inno alla pubblicità, stuprare il cuore alle città, renderle solo vanità, mi fa confondere. Ma se è vero che Milano non è la verità, non è a questo che dobbiamo guardare. Non ai merdoni che fanno shopping alla Rinascente, non ai manifesti dubbi tappezzati in giro (ne ho visto uno sui marò… pietà vi prego numididdio!), non all’albero Swarovski coi piantoni in Galleria. Librare lo sguardo. Guardare in alto. Il Duomo con le vetrate accese, qualcosa da rimanere a bocca aperta. L’alberino issato in piazza Duomo (un tantino smilzo e sfighello, posso dirlo? ah l’avevo già detto?) e poi l’Ottagono, magico, con il suo stuolo di lucine tremolanti fantastiche, viola e blu, risaltanti tra i palazzi crema della Galleria, rinnovati e tornati a splendere grazie a un recente, accorto restauro. Talmente belle queste lucine che quasi ti è possibile nello sguardo espungere otticamente il simbolo del comune che vi troneggia in mezzo, una vera tristeria, ma siamo buoni e lo prendiamo come un perfetto, equilibrato e mirabile saggio estetico sul kitsch contemporaneo più spinto.

Il tutto: il tutto mentre i tram sferragliano, l’aria è ferma e incupita dallo smog e dalla nebbiolina, e il freddo è ai massimi livelli. Un’atmosfera soffusa, lattea quasi, puntellata qua e là dai punti luce dei lampioni. E se è vero che le lampade al sodio sembrano stelle con cui non puoi orientare il cuore, è in questa magica stagione (ammetto bamboccescamente di essere assai Christmas oriented), in questa magica, superlativa atmosfera natalizia di cui si ammanta la mia città, la cui luminaria più dorata e accesa resta sempre la Madonnina, che io la mia stella cometa la vedo, eccome: e nonostante tutto conduce e orienta il mio cuore sempre qui, sempre a Milano, la mia bellissima,  clamorosamente imperfetta e vera città. 










giovedì 30 luglio 2015

RdP – Metti una mattina alla Scala: la prova generale del factotum di Siviglia

Avviso alle anime sensibili: questa nuova puntata della rubrica del piccione è paesanona assai. Ma proprio assai. Ma proprio paesanona eh, intrisa di quell’entusiasmo paesano del villico che vede per la prima volta la città rimando abbacinato dalla sua grandeur.
Ciò di cui Ambrogio ci aiuterà a dire, infatti, riguarda la mia prima volta alla Scala, il supremo tempio scaligero dell’opera lirica. In ventinove, onoratissimi (?) anni di vita mediolana, infatti, ebbi modo di solcare quel portone sono alle elementari, in gita scolastica: alta quanto ora, visitai in realtà il Museo Teatrale della Scala di Milano, beandomi dei suoi ambienti carichi (già allora, come vedete, il gusto per il barocco…) e delle avvincenti storie legate al mondo dell’opera e dei suoi sublimi interpreti, grazie a una guida ganzissima che non lesinò a noi marmocchietti dettagli splatter tipo i capelli grigi di Chopin intecati (vero, nulla di splatter, ma c’avevo otto anni e che si potessero conservare i capelli d’un morto non l’avevo pensato) e la testa del verme solitario che la Maria Callas deglutì con un bel bicchiere d’acqua nel tentativo di dimagrire, in un momento in cui era un po’ tracagnotta, con tutti i disagi che tale sovrappeso poteva causare a una diva molto attenta alla propria immagine oltreché alla propria arte. A pensarci bene nemmeno questo è splatter, del resto chi di noi non ha mai pensato di brindare con una tenia? Molti di noi lo avranno anche fatto, non negate.
E chiuso il filone splatter la buona guida aprì quello tragico-tristone: parlandoci di Verdi, grandissimo protagonista della storia della Scala, che ideò la melodia malinconica e dolcissima del Va’ pensiero ancora addolorato e sconvolto dalla morte, avvenuta nel giro di pochi mesi, della moglie e dei suoi figlioletti. Evocando infine la morte del Maestro, allorquando i milanesi cosparsero di paglia le strade del quartiere ove egli risiedeva, onde non turbare, col rumore irrispettoso delle loro carrozze, l’ultimo viaggio dell’illustre e amatissimo concittadino d’adozione… Perbacco, che allegria queste gite scolastiche! Scherzo naturalmente, il ricordo dopo decenni quasi secoli da quel dì è ancora vivido, il che attesta che l’uscita fu ben congeniata; io la rimembro come una delle più interessanti di sempre, impreziosita peraltro, oltre che da una bella sosta nel solenne foyer del teatro, tutti seduti per terra, come usa con le mini scolaresche, da un rapido ma stupefacente affaccio da un palchetto della sala: oddio che meraviglia! Che ambiente maestoso si aprì al mio sguardo di moccoletta!
E la vostra bugnato deve aver conservato un (bel) po’ quel cervellino lì, se nell’occasione della sua entrée alla Scala come spettatrice d’opera lirica ha mantenuto eguale livello di stupitissimo stupore.

Ma com’è successo che bugnato, quella bugnato che piangeva lacrime di coccodrillo preparando all’ultimo i suoi compiti di musica mandando a memoria un testo del conservatorio, è approdata sin qui, nel blasonato cuore meneghino della lirica, l’elegante edificio neoclassico di Giuseppe Piermarini, scatola grandiosa d’un interno sfavillante?
È accaduto che in famiglia s’ottennero fortunosamente dei biglietti per assistere alla prova generale del rossiniano Barbiere di Siviglia nell’allestimento storico di Jean-Pierre Ponnelle e nella direzione orchestrale di Massimo Zanetti.
Si poteva forse dir di no ad una occasione sì succosa? E la sugosità del tutto, mi si permetta di dire, al di là della superba opportunità, è stata per me rappresentata dalla possibilità d’assistere proprio ad una prova, di mattina, non dunque nel canonico orario serale delle messinscene. Un appuntamento informale dunque, come piace a me, più vero forse (e solo il cielo sa quante implicazioni si inneschino nel definire vero uno spettacolo teatrale – solo il cielo e pure chi ha preparato un esame di teatro mon dieu!), non ‘ufficiale’ dunque ma con intatta tutta la solennità d’un appuntamento al Teatro alla Scala. E infatti è stata una mattinata bellissima.
Caso fortunaterrimo ha voluto, peraltro, che il posticino rimediato per me fosse ubicato in un palchetto, gesù, un palco di proscenio, il primo del second’ordine. E signori miei, mai spettacolo avrebbe potuto per me essere emozionante. Il velluto rosso, le sedie (tutte meravigliosamente scompagnate) con il profilo degli schienali dorato, la carta da parati damascata, la porticina chiusa alle mie spalle e, davanti a me, l’ambiente fantastico della sala, l’imponente lampadario, la buca dell’orchestra e il palco. Vicino, vicinissimo, tanto quasi da poter scorgere il battito di ciglia degli interpreti, e ogni sfumatura della loro espressività.

Ora, che aggiungere? Poco altro, essendo io né una melomane né un’esperta. Ma ai miei occhi e alle mie orecchie profane lo spettacolo è risultato divertente, scoppiettante, strepitosamente godibile e bello. Bello, veramente bello. Bravi gli interpreti, espressivi, appunto, a cominciare dal mattatore Figaro, il proraso di Siviglia, un carismatico baritono settantatreenne, ci dice wikipedia, dotato d’una energia di cui io neanche la metà, e nei giorni buoni eh. Divertenti tutti, belle le donne in scena (non esattamente le classiche soprano di mezza età simpaticamente barilotte), irresistibile il servitore Fiorello, un basso cinese, e fantastica e fiabesca la scenografia e i suoi meccanismi (segnalo peraltro la presenza in scena d’una sedia a dondolo Thonet uguale a quella che abbiamo in casa – ed era proprio quella infatti, tornando a casa non l’abbiam trovata più ahah). Eppoi bella, leggera e guizzante l’opera di Rossini (con un Anello del Nibelungo sarebbe andata peggione credo), l’opera italiana più rappresentata all’estero per i suoi meccanismi musicali e comici esplosivi; una storia in fondo classica, fors’anche banale, fatta d’un amore avversato, di equivoci, inganni e travestimenti, di riconoscimenti e agnizioni, ma anche di idee geniali (qui partorite dal factotum della città), per consentire ai due amorosi di coronare il loro sogno d’amore, con un occhio disincantato al potere sommo del vil danaro. Insomma, quasi degli archetipi di storie, dei topoi, degli ingredienti ricorrenti, delle carte di Propp; ma d’altra parte le carte bisogna pure saperle giocare. Rossini le ha giocate in maniera eccelsa, intessendo una trama musicale brillantemente architettata, capace di tenere alta, coi suoi salti e le sue ricche invenzioni, l’attenzione dello spettatore, sino al finale. E la regia qui ha fatto altrettanto, confezionando un’opera moderna, piena di momenti sapientemente spassosi grazie al grande talento degli attori in scena, che ho avuto modo di osservare da un’angolazione molto più che privilegiata… Dalla mia posizione ho avuto anche la meravigliosa opportunità di seguire il grandioso lavoro dei musicisti e del direttore d’orchestra, secondo polo d’uno spettacolo, quello lirico, che è bicefalo, partorito dallo sguardo registico e dal tocco del maestro. E guardare l’orchestra, quel giorno ‘in borghese’, adagiata nella sua buca, è stato una sorta di secondo spettacolo: è stato molto facile farsi rapire dagli sforzi dello scapigliato e compenetrato direttore, e, io che so suonare giusto il citofono, dalla bravura dei musicisti, peraltro sbarbi assai, dalle mosse esatte e repentine delle mani sugli strumenti, nonché, visione veramente ipnotica, dal movimento ritmico e perfettamente sincronizzato degli archetti sulle corde degli archi. Pura meraviglia. Pura meraviglia stare là, affacciata al palchetto, riconoscere i miei gengis in platea e assistere alla mia prima opera lirica… v’avevo detto che sarebbe stato un post paesanone! Peccato solo non avere con me la mia fida reflex, cosa che ha fatto sì ch’io mi riducessi a scattare foto paesane in modo paesano, con l’aifon, con i risultati paesani che potrete apprezzare. 
Ad ogni modo, volete mettere l’emozione? D’un sabato mattina di luglio, in una Milano bellissima e assolata (mitigo ma ci sarebbe da parlare di caldazza, ma comunque), in compagnia dei miei eleganti gengis, con una visuale stupenda e nell’ambiente magico d’un palchetto del famosissimo e blasonato Teatro alla Scala di Milano, a seguire un’opera lirica frizzante e briosa (mica l’epica tetesca barbogia di Wagner). 
Veramente una grossa fortuna (mammina, hai visto, non ho scritto culo!) questa mia prima volta alla Scala… Grossa fortuna e immensa, stupita (paesana) meraviglia negli occhi, nel cuore e nelle orecchie. D’altra parte, si dice, e sarà pur vero, che la prima volta non la si scorda mai.





giovedì 25 giugno 2015

RdP – Incontro a Milano con Juan Carlos Monedero: Los reyes me gustan solo en los cuentos

Cari amici del bloggo, eccoci a una nuova puntatona della nostra rubrica del piccione, che intendiamo iberizzare per l’occasione in El rubro de la paloma, in quanto ciò che stiamo per raccontare ha a che fare proprio con la España. Ma come, qui, a Milano? Ebbene sì.

Che ci racconta il piccione Ambrogio, cos’ha visto con quei suoi occhietti persi?
Ci racconta d’un incontro occorso pochi giorni fa in quel della Fondazione Feltrinelli, sita in via Romagnosi, traversa di via Manzoni lato Teatro alla Scala, per raggiungere la quale si effettua insomma già una una piacevole camminata per le vie della città mediolanense. Protagonista dell’iniziativa era Juan Carlos Monedero, madrileno, ideologo e fondatore del partito di Podemos. Insomma, avrete già capito perché si trattava d’una cosa imperdibile.
E valore aggiunto dell’iniziativa era la presenza d’un moderatore d’eccezione, come recitava la locandina dell’incontro “sociologo presso l’Università Bicocca di Milano”, ma anche grande amico del mio cognato, una di quelle splendide e rare amicizie che si nutrono d’una felice comunione di idee, pensieri, militanza, quelle amicizie che riescono meravigliosamente non solo a sopravvivere ma proprio a vivere, nel corso degli anni, anche se i protagonisti hanno magari mutato – tra lavoro, luoghi, famiglia – le condizioni di vita in cui l’amicizia era primigeniamente nata. Ma in effetti, a meno che non siate degli strunzi, è molto difficile perdere l’amicizia del mio cognato, che è persona attenta, altruista, generosa. Quanto al nostro ricercatore, si può dire che, anche nella dimensione d’un incontro fugace, ne apprezzerete a pieno la genuina comunicatività, l’empatia, la voglia sincera di sintonizzarsi sull’altro. Ottime premesse insomma per affinare il naso e la vista d’un sociologo.
Peccato solo che, nella grande, fluviale, positiva facondia del buon Monedero, lo spazio per i comprimari moderatori del dibattito sia stato un po’ risicato; ma dal quel poco è ugualmente brillata la qualità dell’intervento del nostro.

Ma andiam con ordine. 
Appuntamento alle 17.20 (non e un quarto o emmezza, proprio e20, badate) con i miei soliti, fantastici sodali, i miei compagni d’avventura, per prepararsi alla traversata della città via metropolitana. Ci si saluta, si cazza allegramente e c’è tempo pure per agguantare al volo un paio di quadrifogli nel sozzo ma comunque verdissimo praticello dell’amena fermata di Uruguay. Saliamo a bordo d’un nuovo treno della rossa, meta piazza Duomo, per poi raggiungere a piedi il luogo dell’incontro, fissato per le ore 18. Potevamo per caso arrivare in ritardo a un appuntamento come questo? ¡Sí que podemos! Ci sono io, è chiaro che arriveremo in ritardo! Sicché giungiamo in corner alla Fondazione Feltrinelli e la saletta è quasi tutta piena... Ma il buon vecchio trucco funziona sempre: basta far vedere che conosciamo personalmente il relatore, che siamo amici allui, e immantinente dei paggi solerti approntano tre sediole per le nostre terga scultoree, accendono un ventilatore per ristorarci e ci offrono anche delle bollicine d'annata. Questo no, scherzavo. La storia dello champagne è una balla. Ad ogni modo riusciamo dunque a prender comodamente posto a  incontro con sommo culo non ancora incipiato.

Ed ecco che… dopo una breve attesa (durante la quale riconosco nel pubblico pure la mia dolcissima profesora Concha, insegnante di spagnolo all’Instituto Cervantes – che meraviglia trovarla qui!) Juan Carlos Monedero finalmente fa la sua entrée nella sala. Di nero vestito, in occhiali rotondi e gilet, incarnato nelle fattezze di Pino Strabioli. Ci piace Pino Strabioli! Ma alla fine ci piacerà un sacco anche Monedero.
Passo felpato, batte le mani verso il pubblico suscitando l’applauso, col fare stilizzato d’un ballerino di flamenco… Mi perdoni per il paragone, comunque c’è molta spagnolità in lui, molta teatralità concentrata, ecco.
E poi incomincia. Non a ballare, ebbene no, ma a parlare, seduto nella cornice della Fondazione Feltrinelli e dei suoi tomi storici, incasellati in mensole bianche incassate che perimetrano le pareti circolari della sala. E che dice, signori.

Ora, non starò certo qui a riportar malamente quanto cristallinamente enunciato dal buon Monedero, in quanto col mio sommario e impreciso resoconto rischierei giustamente di farlo incacchiare più ancora che per avergli dato del flamenchero, e sia mai ch’io incarni la pratica, descritta da Galalai Galalaia nell’incipit del suo Saggiatore,  invalsa, presso chi è ignorante in una tal materia, di voler proprio di quella risolutamente discorrere; anche perché ottimi libri e ottimi articoli – anche del nostro esimio sociologo, sapevatelo! – sono stati vergati al riguardo, con evidente maggiore scientificità di quella che la cojoncella scrivente potrebbe quivi profondere con la sua insipienza. Eppoi val sempre buona l’asserzione tratta dal Tractatus wittgensteiniano per la quale 'su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere' – che messa qui così sembra il consiglio d’una nonna di buon senso, e invece. 
Purtuttavia è interessante appuntare, in questa nostra rubrichetta de la paloma, in forma di note sparse, qualche spunto et suggestione offertici dal Juan Carlos, coll’obbiettivo quantomeno di inquadrare la vicenda di Podemos, nonché di intendere e carpirne i segreti con l’auspicio d’una sua replicabilità. Perché, d’altra parte, è di questo che parliamo. Amici spagnoli, orsù, siate generosi, diteci, come minchia avete fatto?

Ed ecco che, in uno spagnolo declamato (anche questo teatrale assai, è evidente che il nostro ci sa fare – non per nulla è stato uno dei protagonisti della Tuerka), frase per frase, in una scansione dettata da pause utili alla traduzione, il buon Juan Carlos rende a poco a poco il suo spagnolo comprensibile, magicamente e misteriosamente comprensibile, coinvolgendoci, da bravo affabulatore, nel racconto della nascita di Podemos, ma soprattutto nella vivida descrizione del sostrato economico e pure emotivo che ne ha costituito fondamentale premessa; che è quello sul quale il movimento-partito di Podemos ha saputo tracciare un orizzonte di partecipazione, adesione e azione chiaro, netto, necessario.
Dando una risposta a chi si sentiva in colpa per aver perso, per una legge ingiusta e terribile, oltre i limiti del disumano, la propria casa. Dando una risposta a chi si sentiva in colpa per non avere un lavoro, o per averlo precario (d’altra parte,  “se non ti sei messo a studiare cinese su internet alle cinque del mattino, come credi d’aver diritto a rivendicare un lavoro?” – eccerto). Dando una risposta a chi s’affannava a capire come ‘investire’ su sé stesso, ragionando sulla propria ‘redditività’, e sulla propria spendibilità e collocabilità nel mercato del lavoro: un repertorio lessicale mutuato acquiescentemente, senza averne coscienza, dal sistema del capitale, ove ogni cosa è merce. Ad indicare quanto ci siamo finiti dentro, fino al collo, e senza accorgercene. Una bella, inquietante riflessione sulla mercificazione e monetizzazione delle cose. Di ogni cosa (e detto da uno che si chiama Monedero cioè portamonete eheh – come vedete la mia demenza non ha davvero limiti, abbiate pietà). Perfino le emozioni, perfino noi stessi. Noi stessi. C’è un sacco di Marx nelle parole di Monedero, ed è una vera gioia del quoricino ascoltarlo.  
Dando una risposta insomma a chi era preda del miedo. Della paura. A quella gente ‘decente’ – come recita il titolo del suo libro – che non vuole e non se la sente di recidere del tutto i legami, fattisi esili quanto il filo di bava d’una ragnatela, della solidarietà sociale. Del collettivo. E in tempi così duri. Gente decente che non vuole essere mangiata, ma non vuole neanche mangiare. Quelle persone buone vivaddio non individualiste. Ché alla fine lo dicon pure gli adagi popolari: l’unione fa la forza.

Come è riuscita Podemos in tutto ciò? E in quel ‘come’ c’è dentro un mondo. Un mondo sterminato di speranze anche nostre.
La ricetta non è semplice. In punti sparsi: guardare all’esperienza dell’America Latina. A Chavez ad esempio (e qua soddisfatti ammiccamenti a gogo tra il cognato nel pubblico e l’amico ricercatore: grande scena!). Evitare di parlare di ‘destra’ e ‘sinistra’ (ribaltamento dei miei intestini, ma poi Monedero spiega meglio e si fa quasi perdonare – quasi). Avvicinarsi alla ‘mayoría silenciosa’, e farlo con impegno, attraverso tutti i canali. Non solo l’internet, appannaggio vieppiù d’una popolazione ciovane, ma anche attraverso la televisione. La Tuerka Tv e i suoi programmi hanno contribuito a far conoscere i volti delle donne e degli uomini di Podemos, le loro parole, le loro idee. Le loro posizioni. E, naturalmente, grande capacità di Podemos è stata quella di raccogliere l’eredità di un movimento grande e partecipato come il Movimiento 15-M, quello degli indignati. E non era facile incanalare le energie e le nuove coscienze liberatesi in quel momento. Eppure Podemos ce la sta facendo; ma come spiega Monedero ci vuole pure una buona dose di fortuna, di caso favorevole. Non sempre bastano solo gli elementi giusti. È così anche nelle fiabe, del resto: un re incontra una principessa… d’accordo, ma appunto si devono incontrare. E comunque, ha chiosato Monedero, “a me i re piacciono solo nelle fiabe”. E buongesù, quanto non essere d’accordo con lui (e detto da uno con un nome da monarca spagnolo… ok ok la smetto).

Ultimissima nota, e qui entra in gioco il nostro sociologo, è quella che inerisce la natura felicemente ibrida di partito-movimento di Podemos. Perché un partito ha sempre bisogno dell’ossigeno vitale d’una innervatura sociale; e perché un movimento ha sempre bisogno d’una spinta trainante dall’alto, senza la quale piazze piene rimangono inascoltate da governi che, appunto, ‘vanno avanti’. Riassumo molto, impoverendola di parecchio, una bella disamina del nostro ricercatore bicocchiano. Si può fare anche qui? Tutto ciò si può fare anche qui, dove abbiamo vissuto un’atomizzazione della sinistra come neanche le chiese giudaiche in Brian di Nazareth, paragone di Monedero, che è uno scoppiettante e divertente oratore?
La risposta passa per l’avveramento di tutte le condizione enunciate dal buon Monedero. Ma il nostro amico sociologo per certi versi ci rassicura: indicandoci esperienze importanti e belle come i movimenti no tav, no muos e quello contro la privatizzazione della gestione dell’acqua. Grandi battaglie agite da persone con una coscienza, persone decenti che non si sono mosse nella logica dell’intoccabilità del proprio giardino, deviando da una prerogativa nimby, individualista, ma riuscendo al contrario a creare un prezioso network di lotte, di contestazioni, di battaglie non isolate ma vicine, unite, sovrapponibili. Partecipate insieme, in una logica collettiva. È questo fermento che va coltivato, sperando di averne forza e intelligenza, come le donne e gli uomini di Podemos. Per il lavoro, per la casa, per la salute, per l’ambiente, per tutti quei diritti fondamentali dell’uomo enunciati in modo avanzato nella Dichiarazione universale dei diritti umani del ’48. Con forza, dicevamo, e intelligenza. E – ha sottolineato più volte Monedero – anche con emoción… Del resto semo latini, ci vogliamo mettere un po’ di corazón?

Questa rubrica del piccione ha voluto dare conto di questo, di una importante e utile conversazione che si è svolta in Milano appena qualche sera fa, nella cornice limpida e tranquilla di uno degli ultimi giorni di questa ormai conclusa primavera. Il teatro, come ricordato, è stato la Fondazione Feltrinelli: un luogo che rende giustizia al suo nome ricordando chi era davvero Feltrinelli, 'bibliofilo ideologico', come chi lo conosce bene lo definì, che sarà pure stato un padre padrone, come lo descrivono i collaboratori dell’epoca, ma che non avrebbe mai pasteggiato da Reds sotto l’Unicredit con in mano un libro di Pansa. La Biblioteca Feltrinelli nasceva come archivio di documenti e testi sul socialismo internazionale e sul movimento operaio. Questo aveva in testa Giangiacomo. Dall’inizio alla fine: il suo ultimo irrealizzato progetto, inseguito a lungo e concepito durante i suoi viaggi a Cuba, ove spostò il baricentro della sua identità da editore a militante, d’un libro-diario di Fidel Castro, buondio ce lo conferma. E per carità, è vero che non disdegnò di dedicarsi a quella che egli stesso chiamava ‘letteratura di consumo’; ma cristoddeo, la letteratura di consumo di allora erano gli autori latino-americani e la narrativa europea (scovati grazie a cacciatori di libri che erano scrittori essi stessi nonché editati e tradotti da gente come Bianciardi, Bianciardi signori, mannaggia la mignotta!). Mica l’oroscopo, le biografie di Brosio, la ‘letteratura femminile’ (oh, giuro che è chiamata così all’interno delle Feltrinelli!) e la dieta del muco. Che poi è tutta la merda che impesta, oggi, le commercialissime librerie che di Giangiacomo Feltrinelli portano il cognome. Voglio dire, allora questa merda me la compro in Esselunga, che tanto c'è anche lì e costa pure di meno. Per questo è stata pura gioia, al termine dell’incontro, avvicinarmi alle succitate mensole piene di libri che facevano da fondale ai relatori e leggere sul dorso largo del primo, vecchio librone rilegato guardato a caso: “Compère-Morel. Grand Dictionnaire Socialiste”.
Una visione per me bellissima e pure un po’ emozionantella, ciliegina d’un pomeriggio-sera milanese in ottima compagnia e pieno di belle parole, intenso, utile e ossigenante. Vero.


Notasi posa flamenco di Monedero e a sinistra (sinistra ovviamente) il nostro sociologo


martedì 9 giugno 2015

RdP – Rosso, viola, giallo, blu. La trapunta di fiori al Castello Sforzesco

Orbene, se è vero che in queste pagine abbiamo già enunciato il concetto della beltà di Milano, sarà opportuno ricorrere allo strumento della Rubrica del Piccione per cristallizzare in queste cronache – più che di Milano come sapete del mio quoricino – alcune inattese immagini meravigliose offerteci dalla città mediolana in questo scorcio di primavera.
Che ci racconta questa volta il piccione Ambrogio, dopo avere per l’ennesima volta scaricato il discutibile contenuto dei suoi intestini sulle portiere della mia auto, perdio, che mai come in questi giorni è guanata assai?
Ci racconta di quanto bello è, in questo periodo, il Castello Sforzesco, e nella fattispecie il suo nobile Cortile delle Armi, dove peraltro cose molto carine e importanti son accadute per me… Ma non è di questo che ora parliamo. Ne parleremo quando sarà dedicato un pezzo, che immagino mooolto luuungo, proprio al Castello Sforzesco.
Per ora, in questa nostra rubrichetta ambrosiana, mi limito a descrivere lo spettacolo grandioso che, da qualche giorno a questa parte, rende ancora più speciale Milano. Non sto parlando della nuova collocazione della Pietà di Michelangelo, pietà, è proprio il caso di dirlo (“Come sfracellare un allestimento storico del gruppo BBPR e trasformarlo in un ‘evento’ ché la gggente vuole vedere solo un’opera – non di più eh, per carità – purché sia importante –pardon! purché le dicano che sia importante”); parlo difatti di quella meraviglia multicolore che si stende in due aiuole del cortile: due campi a fiori. A fiori di campo. Splendidamente mescolati tra loro, senza regola, senza divisioni, senza giochetti geometrici da giardiniere privo di fantasia. Papaveri, fiordalisi – questo l’ho sentito dire a una signora, mi debbo fidare? (googleimmaggini comunque suffraga la signò!) – e altri non meglio precisati ma bellissimi fiorellini. Non le solite pansè insomma. Che insieme creano un campo verde a composizione libera, puntellato di macchioline ora più grandi ora più piccole di tutti colori: rosso, rosa, fucsia, blu, viola e giallo. Tra l’altro signori vorrei anche dire che è qui, a Milano, al Castello Sforzesco per giunta, una delle opere più spettacolari, grandiose e belle della nostra città, che io ho appreso che i papaveri non sono solo rossi, ma alla sommità dei loro esili ma resistenti steli pelosetti possono essere pure rosa, bianchi, e rossi con il dentro ('il dentro' gesù, apprezzate tutta la mia scienza botanica) non nero ma bianco… Apperò.

Quindi ecco, una visita la vale proprio, ma non solo una: questa visione meravigliosa sarà approdo durante le vostre passeggiate in centro, prima o dopo aver sorbito una granita sicula, arrostendovi al sole sulle panchine di pietra, oppure inseguendo gli angoli ombreggiati del Cortile delle Armi, lungo la parete col bugnato a trompe l’oeil, o, ancora, camminando in mezzo ai fiori… Sì, in mezzo: percorrendo dei sentierini che vi faranno sentire completamente circondati (se non sovrastati, se come me siete più nani dei gambi di papavero) da questa natura generosa e superba, spettacolo incredibile, qui, a Milano, in pieno centro città.
Insomma, se l’ondata di caldazza non infragilirà fiaccandole queste aiuole magnifiche, ciò che si può e si potrà ammirare all’ombra della Torre del Filarete sono due campi dalla trama pittorica, che sembrano visivamente usciti da una tela del Klimt paesaggista, o di Monet, ricordando anche, quantomeno per tonalità, i fiori galleggianti del vano bouquet d'una sposa mancata, che attorniano l’esanime Ofelia di Sir John Everett Millais; solo che anziché essere partoriti con molta poesia dalla tavolozza e dal meticoloso pennello d’un pittore, sono esplosi a primavera a Milano, grazie a un mescolìo casuale di sementi. Spontaneo. Meravigliosamente imprevisto. Che ci mostra quanto la natura sappia bene come essere suggestiva, specie se inquadrata dalla cornice storica del nostro Castello e delle sue spesse mura fortificate.












   

giovedì 7 maggio 2015

RdP: Ed Expo fu

E finalmente, dopo giorni, mesi, anni anzi di febbrile attesa (ma n’dove?) l’Expo 2015 di Milano è stato inaugurato, l’Albero della Vita funziona, i rattoppi a quanto pare anche, nel senso fanno il loro dovere celando elegantemente l’incompiuto, e c’è stato pure il tempo per qualche baracconata tipo il pianoforte bianco in marmo del Bocellone nazionale, così tanto per non farci mancare nulla (e rendiamo grazie al colonnino morboso di Repubblica.it, lato destro dello schermo, che con tanta solerzia ci aggiorna su queste notizie fondamentali).
Ora, è purtuttavia innegabile che, dopo averne tanto parlato, dopo aver sfruculiato la minchia co ’sto cazzo di Expo, un po' di curiositas ci sia, specie in chi, come, me è animale curioso di suo.

L’Expo 2015 di Milano è ed è stato, iniziamo col dirlo, una lercissima sentina di cose da buttar via, da bruciare, da depennare. E anche di gente da metter al gabbio. Loschi personaggi chiamati a presiedere l’allestimento epocale, mafiosaggini come in ogni grande cantiere, un giro affaristico di cui manco una goccia giunge agli assetati, contratti di lavoro dubbi come dubbi sono del resto oggidì tutti i contratti di lavoro a “norma di legge”, di queste leggi, l’esibizione ipertrofica e autoreferenziale di un nuovo capitalismo ‘leggero’ (che è comunque un ossimoro), startappiano, una sorta di salone del mobile più fuorisalone dedicato non al mobile ma al cibo; il tutto con l’obbiettivo, alquanto astruso viste le premesse, di udite udite, salvare il pianeta e combattere la fame nel mondo. Booom! Suvvia, non ci crederebbe manco un tontolone, e infatti io non ci credo. Ma andiamo, la facevate una sagra se non del cibo dell'alimentazione internazionale e la cosa poteva pure passare, ma il nobile intento umanitario è proprio una presa pecculo.
A questo aggiungiamoci che, dopo l’inquietante balletto delle nomine del cda, tutto il baraccone dell’Expo è stato realizzato secondo un modus operandi che ricorda me quando alle superiori dovevo preparare i temibbili compitini in classe di musica (su un ostico testo del Conservatorio, il tutto per crudele uzzolo della prof, non essendo il nostro istituto né un liceo musicale né una scuola di musica): lunedì spensieratezza a palate e ozio a gogo, marte e merco cazzeggio allo stato puro, giove anche e venerdì – prima del sabato in cui era fissata l’insidiosa prova – spavento, disperazione cupissima, Grande Ansia, tremori, lacrime di coccodrillo e notte insonne et tachicardica a farsi gli occhi microscopici per recuperare il tempo perduto. Cose comiche, me ne rendo conto, ma son passati più di dieci anni, ero una sbarba (comunque temo che mi ricomporterei esattamente così de-eh…). Solo pochissimi mesi fa, infatti, il terreno ove ora sorge l’Expo e tutti i suoi allegri alambicchi era un vasto sterrato fangoso, spianato, tipico dei grandi cantieri. Dei grandi cantieri fermi. E questo chi ha percorso l’A8 lo ha veduto, eccome. Nelle ultime settimane l’affanoso recupero: praticamente la mia notte insonne tra il venerdì e il sabato. Operai che si spaccano la schiena (ehi mamma, hai visto che almeno qui non son stata volgare?) per salvare il salvabile e questo gigantesco, colossale luna park che pian piano prende forma. Emerge. Una lotta contro il tempo, tra padiglioni ancora da finire, camouflage (gesù!), e aree che saranno ultimate dopo l’inaugurazione. Tutto uguale insomma al mio traccheggiare prima della prova di musica, però non dimentichiamoci che quella era la mia incoscienza di diciassettenne, questo è un eventone internescional e per di più i vari presidenti & Co. si beccano un non malo stipendio. Io a diciassettanni non c’avevo ’na lira, e manco adesso. Nessuno mi pagava per preparare il compito di musica, tantomeno per farlo in tempo.

Insomma, ce ne è abbastanza per sentire fin qui l’odore di merda.
Eppure…
Eppure c’è qualcosa, nel profondo del mio quoricino, che mi fa guardare, nonostante tutto, all’Expo, con una certa benevolenza. Qualcosa che in fondo, ma proprio in fondo fondo eh, mi ha addirittura condotto alla decisione, negli ultimi giorni, di dotarmi del ticket (ebbene…) per entrare in questa immensa cittadella consacrata al cibo e alle colture di alcune culture e paesi del mondo. 
Posso ravvisare origine e senso di questa vaga affezione nell’affetto, grande, provato nello studiare per un esame, dato tempo fa, qualche accenno della storia delle esposizioni internazionali. Cosa sono state, cosa hanno significato in architettura (l’esame era proprio storia dell’architettura infatti), e come hanno inciso sulla definizione del paesaggio urbano configuratosi successivamente e non solo. Una storia di idee, magnifiche, avente per protagoniste la fantasia e la tecnica di uomini che sapevano guardare in lungo, più in là della loro epoca e forse ancora oltre.

La grande avventura delle Expo fu degnamente inaugurata nel 1851, con la Great Exhibition londinese, che affascinò il mondo, e continua ad affascinarlo, con l’idea fiabesca – eppure parecchio sostanziata architettonicamente – d’un palazzo di cristallo, quel Crystal Palace che conosciamo nel suo aspetto grazie a suggestivi disegni d’epoca, scatola di ferro e vetro trasparente, scintillante, scrigno magnifico per contenere proposte di modernità. Il rovinoso incendio che lo distrusse risparmiò solo i pescetti rossi della grande fontana-ninfeo che stupiva i visitatori all’ingresso dell’edificio, rinvenuti ancora vivi e guizzanti nella vasca. Una vita breve quella del Crystal Palace, ma un’esistenza sfolgorante. E un’idea architettonica, l’impiego del vetro e del ferro, eccellente: il suo ideatore e realizzatore, Joseph Paxton, altri non era che un giardiniere, assai pratico nella costruzione di serre: il principio era quello, in fondo. Facendo entrare la luce a pervadere gli spazi. Una meraviglia che deve aver stupito parecchio i contemporanei, e la cui immagine stupisce anche noi, a distanza d’un secolo emmezzo. Un’idea architettonica sopravvissuta alla realizzazione stessa che per prima ne rendeva testimonianza.
Altra Expo, Parigi, 1889, un secolo dopo la Rivoluzione Francese, il cui centenario l’Exposition Universelle doveva celebrare: Tour Eiffel. Basterebbe già solo dire questo. Invece è bello aggiungere che si trattava d’un manufatto che doveva mostrare al mondo l’utilizzo d’un materiale costruttivo ancora giovane, il ferro, spinto all’acme della sua usabilità. Un manufatto che poi, a Expo conclusa, doveva essere smontato. Smontato come invece, prima della manifestazione, era stato montato pezzo per pezzo. E invece eccola ancora lì, la Torre Eiffel, così chiamata dal nome dell’ingegnere, monsieur Gustave, che la progettò, elemento imprescindibile del paesaggio parigino e forse simbolo d’una nazione. Espressiva, grafica, moderna. Che segna un bel trapasso nella storia dell’architettura: non solo per l’impiego massivo del ferro, materiale evidentemente versatile e qui anche espressivo, ma anche per la preminenza che viene ora a conquistare la figura dell’ingegnere su quella dell’architetto nel definire – e firmare – un progetto architettonico. Ingegneria, gusto e, soprattutto, una visione. 
Londra e poi Parigi, E, anni dopo, Milano. Ma non la Milano del 2015, quella del 1906. Esposizione universale dedicata ai trasporti, per mostrare al mondo il prodigio del traforo del Sempione, rimasta per anni la più lunga galleria ferroviaria al mondo. Palloni aerostatici, una linea tranviaria sopraelevata che attraversava un pezzo di città (cioè, capito?), purtroppo poi smantellata, e un sacco di idee nuove, prototipi e cose destinate a lasciare il segno: il primo self service nel padiglione della Germania e il primo ristorante cinese nel padiglione della Cina. Fu il parco Sempione l’area designata ad ospitare l’Expo, unitamente all’area fiera che veniva da poco inaugurata. Ciò che rimane della prima esposizione universale meneghina sono alcune bellissime foto in b/n che ci mostrano un parco Sempione allestito a festa, alcune cartoline ricordo e, soprattutto, com’ebbi modo di scrivere già in questo post, lascito fortunoso e tangibile della manifestazione, il bellissimo Acquario Civico, imperdibile e sontuoso esempio di liberty italiano.

Ecco insomma, è con questo clima nel cuore, è pensando a tutte queste cose che si è acceso in me l’interesse positivo per questo eventone, che accade hic et nunc, ora e nella mia città (in realtà accade a Rho, come facevano notare i Vallanzaska anni fa, ma comunque). Mi aspetto – ed è con questo orizzonte d’attesa che ho acquistato i biglietti, sborsando euri assai per le mie miserande finanze – di potervi fare passeggiate straordinarie, di visitare cose e luoghi nuovi, di stupirmi davanti alla meraviglia di certi allestimenti che tecnica e sensibilità artistica hanno saputo approntare. Un luogo provvisorio, destinato a svanire così come è stato realizzato, ma capace, mi aspetto e spero, di essere in una qualche misura coinvolgente ed emozionante. Una grande mostra a cielo aperto, una fiera, un parco divertimenti, un luna park: fate voi come definirlo. Probabilmente l’Expo di Milano sarà ed è tutte queste cose, e in forza di questa ragione ho deciso di esserci. Folle ciclopiche permettendo: schiverò plotoni di happy tourists, gente che non è mai uscita di casa per vedere una mostra/un museo però va a vedere l’Expo, gente che non è mai venuta a Milano ma ci viene per vedere l’Expo, gente che farà ‘fotografie’ con l’iPad (vi prego questo no!), gente che userà il bastone per i selfie, e purtroppo non sulla propria testa. Ok, mi sta già passando un po’ l’entusiasmo ma lo farò, aspetto solo il momento in cui l’esposizione universale, per la seconda volta nella mia città, il tanto discusso Expo 2015 di Milano, schiuderà al mio sguardo ciò che mi aspetto di trovarvi, ovverosia tutte le sue prodigiose, avveniristiche e potenti bellezze.   


Ebbene sì, sono anche sorcia coop 

giovedì 30 aprile 2015

RdP: Milano 25 aprile 2015, settantesimo in piazza

Ed eccoci qui, a inaugurare immantinente la nuova rubrica di cui il bloggo si è dotato, ovverosia la già acclamata et celeberrima (?) Rubrica del Piccione. Dove ci condurrà in questa prima puntata il piccione Ambrogio?
È per me meravigliosamente bello poter incipiare questo nuovo spazio con un evento assai importante che ha riguardato non solo Milano, senz’altro, ma in fondo Milano un po’ in particolare; e questo perché la mia città, la mia splendida e straordinariamente imperfetta città, è, orgogliosamente, la città di piazzale di Loreto. Non credo occorra spiegare il significato di certi eventi storici: ogni cuore giusto saprà farlo, e apprezzare, da sé. Apprezzare e commuoversi: questo significa ricordare il gesto e il coraggio estremo degli antifascisti, partigiani, uomini e donne diventati combattenti per difendere le libertà contro una sordida dittatura. Ribellarsi, lottare, partecipare, vincere. Questa è stata l’avventura emozionante dei partigiani e delle compagne Teresa, donne di ferro che ci sorridono dolcemente in belle foto d’epoca, a volte armate fino all’osso senza perdere la gentilezza delle loro figure, altre volte armate solo del loro cuore grande e della loro intelligenza. “Solo”. La bellezza del coraggio. La bellezza della lotta per sé e per gli altri, per ciò che è giusto, per l'uguaglianza contro l'absurdum delle leggi razziali, nel nome della solidarietà umana e sociale.
E Milano è stata una delle protagoniste del grande movimento di Resistenza. La ricorrenza della Liberazione, 25 aprile, è occorsa pochi giorni fa, in un anniversario uguale a tutti gli altri, cioè importante come sempre, ma per gli amanti delle cifre tonde particolarmente simbolico: compie settant’anni questa nostra rivoluzione, questo movimento di civiltà e uguaglianza, spontaneo, partecipato, e grandioso.

Per cui – fine parte seria del post – era molto più che opportuno prendere parte al corteo ricordo di tutto ciò, affinché la memoria della Resistenza non diventi esperienza morta, fatto storico confinato nelle pagine stampate, ma si conservi viva e in fermento nelle nostre teste e nei nostri cuori.  E così è stato.

Dunque…
Concentramento (classicone) in Palestro per un corteo che aveva come naturale obbiettivo piazza Duomo. Io e i miei fidati sodali, meravigliosi compagni d’avventura in numerose situazioni, affrontiamo la calca della metropolitana milanese e facciamo approdo, in orario, al luogo programmato. Qui cerchiamo di raggiungere e di ubicarci vicino agli amici della Grecia, sostenitori di Syriza nella sua lotta di formichina contro il rognoso elefante della troika.


La folla è parecchia, e ci riserva tutte le sue delizie, pure olfattive: anche la piazza del resto ha i suoi odori. È meraviglioso questo essere qui, tutti insieme; poi però se ti concentri sul vicino quel moto d’amore diffuso e aleggiante si ridimensiona un po’, ma fa parte del gioco, via. Del resto si dice in questi casi (cito Pinco, la battuta non è mia) che amare il proprio prossimo è difficile, più facile amare quello un po’ più in là. Soprattutto se capiti proprio affianco alle bellezze scultoree del bronzo di riace che vende birra, acqua e bibite agli assetati.

La foto non rende giustizia, e comunque io ancora non ho capito quale lingua (dialetto?) parlasse

Così si partecipa la manifestazione, e la si segue, come al solito, un po’ cazzando un po’ facendo i seri, sinché non si affacciano le varie esigenze di ognuno: pisciata, pausa, caffè e pure dolcino, cannolo siciliano nella fattispecie. Combattenti sì, ma anche goderecci, sempre. Per poi proseguire, riconoscendo i vip della piazza, tutti avvistati dal cognato con la sua vista di lince: il primissimo è l’onnipresente boscaiolo Muhlby Muhlbauer, seguito dal giornalista greco Argiris Panagopoulos. Ma il terzo a sbucare, immancabilmente riconoscibile dalla tuta rossa targata FIOM, è Landini, vera star del momento. Cacchio, quando le donne vedono Landini non capiscono più nulla, completamente. Ma stai scherzando? (cit.)
 
Selfie di signore con il Saldatore Landini

Dopo qualche metro ecco comparire Ferrero, e quando mi è stato detto ‘Ehi, c’è Ferrero’ io ho pure pensato al presidente della città di Sampdoria. In effetti, non se lo filava nessuno porino.
At last, ecco sbucare Gino Strada, per molti una sorta di Iddio in terra: e infatti Gino Strada scatena le stesse passioni sfrenate accese da Landini, non solo sulle donne però, anche su uomini eterosessuali, che cercano di strappargli foto insieme.

Ora, al di là di tutte queste amabili strùnzatelle, che hanno reso comunque bella e intensa la giornata, bisogna proprio dire che è stata una manifestazione emozionante. Forse davvero ho raschiato tutto il senso commovente della canzone Bella ciao, ascoltata sfilando per le vie vecchie che si snodano verso piazza alla Scala, riempiendomene il coeur. Una canzone al di là di ogni retorica bellissima, da cantare e condividere, da godere in ogni suo verso struggente, da ‘sentire’, dentro, col pugno alzato, sempre. Ora e sempre Resistenza, che sembra magari uno slogan (in quanto appunto slogan) un po’ banale, ma che si porta dentro un sacco di cose, un’idea e la promessa d’un futuro, fatto da noi, migliore. E cavolo quanto ce ne è bisogno.    

Milano è stata bella, ancora più bella, perfetta per ospitare nelle sue vie dello sciopping appaltate ai sarti di cui l’Italia fa vanto, questa sfilata non di moda e soprattutto con ben altre stoffe, drappi colorati così leggeri in aria ma così carichi di senso, di vicinanza solidale, di incazzatura anche, e di speranza. 


Infatti mentre ero al corteo mi veniva in mente, e me la canticchiavo dentro, una bella canzona scritta dal mio babbo, sì, lui, l’impavido primo partecipante al giuocone Voi Milano e ciascuno di voi, che è intitolata La mia bandiera, e che vi invito ad ascoltare cliccando qui… (il babbo l’ha pubblicata sul suo bloggo il 25 aprile medesimo, minghia babbo sei troppo sul pezzo!).
Insomma, questa giornata profondamente milanese è stata una grandiosa celebrazione della Resistenza, di quella già fatta e di quella ancora da fare, di tutte quelle ancora da fare, la resistenza di Atene, di Gaza, di Kobane; oggi Milano ha comunicato al mondo tutto questo, e io sono felice di esserci stata e sono felice d’esser stata e di esser parte, oggi più che mai, di questa città.



domenica 26 aprile 2015

RdP - La Rubrica del Piccione


Let me introduce you il piccione Ambrogio

Cari amici del bloggo, o voi che con la vostra moltitudinaria presenza su queste frequenze mandate sovente in sovraccarico il server, quest’oggi incignamo una nuova rubrichetta che verrà ora in avanti ospitata su queste pagine virtuali: come avrete potuto scoprire leggendo il titolo del post, la rubrichetta avrà per nome La Rubrica del Piccione, e questo perché ne sarà protagonista proprio un piccione, simbolo milanese par excellence.
Se è vero che i piccioni non danno proprio quell’idea di essere intelligentissimi e molto svegli, è però pur vero che con quei loro occhietti persi vedono tutto, o meglio registrano tutto – qualsiasi cosa vogliano o possano poi fare con quelle informazioni. Oddio, magari non proprio tutto tutto, spesso addentrandosi audacemente in bar e luoghi chiusi (e in effetti bisognerà constatare come, mosso dai suoi istinti, il pegione sia animale molto coraggioso) essi danno prova di non distinguere resti di cibo e briciole di brioche, di cui son ghiotti, da micro-immondizia varia, avventandosi famelicamente e indiscriminatamente un po’ su tutto quanto capiti loro a tiro; però è pur vero che assai civilmente i piccioni di Milano hanno imparato ad attraversare la strada, con grande eleganza e urbanità, sulle strisce pedonali. E ad essere onesti debbo constatare come anche la mia macchina oramai la conoscano bene, centrandola bisogna dirlo con una certa maestria.

Per questo i piccioni, detestati da tutti ma proprio per questo assolutamente amabili, sono animali molto simpatici, veri abitanti di questa città, che conoscono perfettamente, addentrandosi tra le scanalature a noi invisibili delle sculture a cielo aperto e conquistando le più recondite insenature degli elaborati cornicioni dei bei palazzi mediolani.

Da oggi pertanto il bloggo avrà un proprio ambasciatore (termine che l’Expo ha riportato assai in auge a queste latitudini), un piccione, milanese naturalmente, che chiameremo Ambrogio, che in mezzo ai post dedicati ai luoghi di Milano tanto cari alla vostra bugnato e in parallelo allo svolgersi del giocone Voi, Milano e ciascuno di noi (per cui vi ricordo si accettano sempre candidature), farà capolino per raccontarci qualcosa di ciò che succede in questa città. Ovviamente, nello stile e nell’ispirazione del bloggo: anche la Rubrica del Piccione si occuperà di quegli sprazzi di verità mediolana, quegli attimi, fugaci o prolungati, in cui Milano è vera, perché, come scrissi nel post d’apertura, sono questi a interessarci. Sono questi da menar in primo piano, nello sguardo sulla nostra città. La Rubrica del Piccione farà dunque il punto su ogni momento di bellezza e piacevolezza offerto in maniera imprevista e generosa dalla realtà meneghina, sorvolata a volo d’uccello (e a scacazzo di piccione).