lunedì 13 aprile 2015

Voi, Milano e ciascuno di voi/Partecipante n° 2: l’Amica Mia

Chiedere alla mia Amica di partecipare a questo giuoco costituiva una bella sfida. Una bella sfida perché costei, persona del mio quoricino, al contrario di me non è proprio un’estimatrice della città di Milano. Per questo chiederle di ragionare in positivo su questa città, la nostra città, rappresentava una sfida; a cui però la ragazza non si è sottratta, con una cospicua dose di intelligenza e coraggio, che difatti non le mancano.

La mia amica ha un nome bellissimo. Un nome di quelli che sono però difficili da portare, perché indicano uno stato d’animo, e non sempre uno quello stato d’animo se lo sente addosso. Lei però è oltre tutto questo. È più piccola di me, ma è una grande donna. Non so quante volte, parola dopo parola, è riuscita a districare i nodi delle mie cogitazioni indecise e francamente un po’ contortelle. Il tutto, immancabilmente, davanti a un caffè; per lei amaro, ma accompagnato sempre da qualcosa di dolce (al bar sì, ma il dolce portato da casa, perché comunque siamo due barbone): un biscotto, un pezzo di cioccolato, una fetta di torta, cose buone per celebrare i piccoli grandi piaceri dell’esistenza. Perché – come lei dice sempre – “cara, ogni tanto bisogna godere!”.
Così, anche l’Amica Mia, nonostante il suo rapporto conflittuale con Milano, ha preso parte al giuoco. Impegnandosi. Lasciando andare il filo dei ricordi, che non è mai un’operazione facile. E da questa bella spremitura di cuore sono uscite un sacco di cose dolci. Commoventi.

Che andiamo subito a scoprire, a cominciare dal luogo preferito… Lettori, preparate i fazzoletti.

 1.
Il luogo preferito

Notasi grafia splendidamente bohémien dell’Amica Mia

Il mio luogo preferito è via Mac Mahon, dove passava il 12, da via Caracciolo a piazza Diocleziano. Quando ero piccola ci andavo sempre con mia mamma e mia sorella per andare a fare la spesa, passeggiare e parlare tra di noi. Ci andavo e ci vado, ancora, con il mio amico del cuore, mi ricorda qualcosa che ho vissuto e che vivo ancora. Mi piacciono le sue luci in inverno, dopo le cinque del pomeriggio, l’atmosfera del quartiere, il vociare delle persone. Con mia mamma andavamo in una cartoleria che c’è da tantissimo, per comprare quaderni, evidenziatori, tratto pen e biglietti d’auguri. Mi piace l’odore del Turkuaz Kebab all’angolo e, di fronte, la scaletta accogliente dell’Hotel Mac Mahon. Penso a questa strada e mi viene in mente il sorriso di mia mamma. 

2.
Il luogo del coeur
Al parco di Trenno andavo sempre a giocare fin da bambina, con un mio caro amico, a passeggiare, a guardare le partite di calcio improvvisate tra egiziani e marocchini, le grigliate dei sudamericani e i rinfreschi e le bevute degli zingari. Mi ricordo le noccioline caramellate di un baracchino e il chiosco del gelato, con il gelataio che aveva una voce bassissima! E poi era bello vedere in lontananza il Bosco in città.

3.
Il pezzo da novanta
Per me è la scultura di piazza Santa Maria del Carmine, Il grande toscano di Igor Mitoraj, un mezzo busto maschile (eheheh, ndr). Mi piace la posizione in cui è collocata, e quando passo lì davanti con il tram, con la linea 14, non posso fare a meno di guardarla. Mi piace perché la città non sembra Milano con quella scultura, che ricorda qualcosa di antico, di greco… Sembra quasi di essere in un quadro di De Chirico. In più è un bellissimo corpo maschile, un corpo con dentro un corpo: ha un volto posizionato sul cuore e un corpo di donna che invece esce dalle costole. C’è sempre vicina una bancarella che vende vecchie cartoline e carte geografiche. Peccato per il negozio Marc Jacobs, assolutamente squallido metterlo di lì di fianco!

4.
Il luogo più sbalorditivo
Il luogo più sbalorditivo di Milano per me è il mercatino dell’usato sui Navigli, perché si respira un’atmosfera diversa, quasi parigina: gli odori dei ristoranti, la puzza del naviglio, l’odore dei colori utilizzati dai pittori delle piccole gallerie che si attraversano. E poi l’odore delle cose usate, di cantina. Mi stupisce perché è un luogo che, nonostante l’affollamento, ti permette di stare solo con te stesso, di guardare gli oggetti, la gente che tratta sul prezzo, come se fosse lo spettacolo, lo svolgimento di qualcosa, e tu lo spettatore.

5.
L’itinerario che suggerisci
Via Castellino da Castello, perché lì c’è la mia vecchia scuola elementare, la Rinnovata Pizzigoni. È un’emozione vedere dalla strada il campetto dove giocavo da bambina, gli orti, gli animali, e il  busto della grande Giuseppina Pizzigoni, guardando attraverso la porta vetrata dell’atrio. Qui si possono sentire l’odore della cacca degli asini (sembra di stare in campagna!), e il rumore della ferrovia della vicina stazione Bovisa. Ho scelto questo ‘itinerario’ perché mi ricorda quando ero bambina, e mia mamma mi portava a scuola, e scambiavo le biglie con i miei compagni (oddio, sembra che sia nata nel 1940!). E poi mi viene in mente la mia maestra, Raffaella, che voleva che gli alunni della sua classe indossassero il grembiule rosso, colore non scelto a caso. Penso a lei e mi vien sempre da commuovermi! Questa strada mi riporta insomma a sensazioni di spensieratezza, a quell’essere bambini nel vero modo di essere bambini, in un posto caldo e con le maestre buone, che ti insegnano a essere te stessa, come dovrebbe essere per tutti i bambini.

***

Insomma, ora avete avuto anche voi un assaggio di chi sia la mia amica. Gli zingari, l’odore delle cose buone, la bellezza, gli affetti. Gli affetti perché, come mi ha detto in uno dei bei pomeriggi (ehh sì, più d’uno, siam splendidamente lente!) in cui ci siamo dedicate a questo giuocone: “Bisogna avere un albero da abbracciare, che sai che ha le radici e non si sposta”…
Le risposte a queste cinque domande raccontano la mia amica in ogni sfaccettura, e sono felice che tutto ciò sia emerso parlando di Milano, città che so che non ama, ma nella quale ha trovato questi spazi di verità. Una città che le è amara, ma che ha anche qualcosa di dolce, e lei lo ha saputo trovare. Per questo penso che il nome della mia amica, ex bambina dal grembiulino rosso, sia quello giusto, l’unico che lei potrebbe portare: perché è solo vivendo con intensità, con vivida consapevolezza delle amarezze ma con la capacità, brillante e non da tutti, di potervi scovare qualcosa di buono, di dolce… che si può costruire dentro di sé l’aspirazione solida (ed è questo il traguardo vero) a una vita buona. A una vita serena…

Cara, grazie infinite per le chiacchiere, le dolcezze avvolte nella carta stagnola, e, ora, per tutte queste emozioni!

Dopo il mio babbo artista e l’Amica Mia, cari amici wannabe partecipanti al giuocone, essì, tocca proprio a voi! Aspettiamo dunque  le vostre risposte per scoprire nuove, segrete storie d’amore tra la città di Milano e i suoi abitanti!

domenica 15 marzo 2015

La creazione di universi: Hangar Bicocca, i Sette palazzi celesti



Dunque dunque, anche quest’oggi, miei cari lettori, come per il parco di Villa Scheibler da poco narrato, affrontiamo un brano milanese piuttosto decentrato, anche se di periferia ben diversa rispetto a quella di Quarto Oggiaro si tratta. Ci troviamo infatti quasi a ridosso di Sesto San Giovanni, in un’area della città di Milano industriale ed ex industriale. Ancora operativi alcuni stabilimenti, come quello di proprietà della famiglia dell’Emmona confindustriale, dismessi altri, sovente andati incontro a riuso, vedi il Carroponte non distante (ma lì, per una manciata di civici, si è già sconfinati nella cosiddetta Stalingrado d’Italia). Anyway, dicevamo, sì, siamo decisamente in periferia, dove i tram non vanno avanti neanche più. E difatti, se non sei macchinato, devi farti un bel tragittone a piedi prima di raggiungere il luogo di cui stiamo per dire, anch’esso passato da una destinazione industriale a una destinazione di segno culturale.

È dell’Hangar Bicocca che  oggidì ci occuperemo signori, sito al numero 2 di via Chiese.
Come il nome già dice, questo complesso dai soffitti smisuratamente alti e a momenti non visivamente percepibili (come dite? quella è la mia miopia? po esse, altroché. Anche la nanaggine influisce dite? pure, in effetti), era adoperato per la costruzione di locomotive e anche di velivoli: uno spazio bello grosso, dunque, del resto mica parliamo dei droni di Jeff Bezos. Un fabbricato a dir poco gigantesco (provate voi a costruire degli aerei in un monolocale), che negletta la sua funzione originaria ha trovato una nuova vocazione, artistica, divenendo spazio espositivo agile e, in ragione della sua estensione, e orizzontale e verticale, altamente versatile nonché capace di ospitare espressioni artistiche multiformi, originali, e, alla bisogna – mi si perdoni la banalizzazione –, pure ingombranti.  
Superato un bel cancellozzo grigio, che già fa industrial, si accede all’area dell’originario hangar, il cui ingresso è preceduto, e quasi ‘mascherato’, da un’opera d’arte di Fausto Melotti, intitolata Sequenza, che con i suoi listoni di ferro costituisce già un assaggio del gigantismo che si respirerà più oltre. Circondata da una vegetazione che per disposizione, cromatismo e varietas partecipa al gioco ritmico dell’opera, la Sequenza sembra quasi la tastiera d’un pianoforte dai tasti sì giustapposti, ma ora avanzati ora arretrati, a suggerire chissà quali, nuove, impreviste melodie. Ma vista così, nei toni di marrone delle sue superfici, tra le spighe ocra che la circondano, pare quasi, per la disposizione dei suoi volumi, una semplificazione rettangolare del Quarto stato pelliziano, che qui apparentemente immobile avanza invece monumentale (orsù abbiate pietas, sapete che m’è invalsa l’abitudine di piantare a caso dubbi nessi artistici).

Sicché – dopo aver disseminato qualche strùnzatella sull’incolpevole opera del buon Melotti – seguitiamo pure a descrivere il nostro lento avvicinamento all’hangar: aggiriamo dunque la grande scultura modulare, quasi una soglia che ci immette nel mondo dell’arte, e apprestiamoci ad entrare nell’edificio vero e proprio, che ci attende in fondo coi suoi mattoncini rossi martellinati, á la Turbinenfabrik AEG di Behrens.
Un primo corpo del fabbricato, dalle dimensioni ancora umane, ospita i servizi: guardaroba, video e cartacei dispensatori di generose informazioni circa le mostre in programmazione, sale per le attività didattiche destinate a bambini e regazzetti, e, di fronte, un bistrot un po’ fichetta (ma domeneddio, quale ‘bistrot’ non è già costituzionalmente fichetta?) per radical gommini – d’altra parte il presidente della fondazione Hangar Bicocca, vi ricordo, è pur sempre Tronchetti Provera (mentre il curatore, giusto per dare un guardo alle facce del management artistico meneghino, è questo gnomo spilungone – non me ne voglia, eppoi ci mancherebbe, io ho già detto che sono una nana con le lenti spesse) –; radical gommini dicevamo che dopo aver parcheggiato la regal progenie negli spazi antistanti, possono finalmente godersi il loro brunch.
Percorso questo primo stanzone, si arriva ad un passaggio aperto, che immette in un altro spazio. È un varco, un passaggio che tende a preparare al silenzio, da questo momento in avanti percepito e anche ‘prodotto’: prodotto perché, di fatto, ciò che si intravede induce al silenzio. Si tende a parlare a bassissima voce, dopo. Oppure, a non parlare affatto. Percepito perché, entrati nel cuore vero dell’Hangar, con i suoi soffitti altissimi, quasi un cielo nero, si entra davvero in un altro mondo. In un altro universo. E l’unica cosa che si sente, ed è dato di sentire, è il rumore del silenzio. Quel lievissimo, impercettibile brusio che si avverte quando tutto intorno tace. (Eccomunque in realtà io e il mi cognato ci faremmo partire pure la suite di Atom heart mother in questa sala! minchiate a parte, è francamente epica al punto giusto, cinematografica e apocalittica come quel che si vedrà dopo.)
Ma dopo queste notazioni uditive (alcuni delle quali pure discutibili, mi rendo conto), è lo sguardo ad essere completamente e perfettamente rapito.
Ci sono i Sette palazzi celesti dell’artista tedesco Anselm Kiefer, là dietro. Oltrepassato quel varco, c’è un’opera potente, inesprimibile, che non si può dire, che non è raccontabile, ma che va vista. Provata. Un’opera potente: questo è l’aggettivo.
Sette presenze, sette torri (sembra un trailer di Maccio!), sette strutture a modulo impilato che paiono così meravigliosamente instabili eppure non lo sono, fisse, superbamente immote, saldamente ancorate a un terreno di sabbia grigia recintato. Un modulo, una casina di cemento sbozzato a base quadrata dalle pareti grigie ondulate, ripetuto in verticale. E la struttura così ottenuta moltiplicata per sette, quasi ad ottenere un isolato escheriano di condomini impossibili, inabitabili, deserti, in cemento e ferro, dalle cui strutture escono disordinatamente i nervi dell’armatura, a testimoniare un evento di distruzione, rovinoso ma non letale. Che ha lasciato questi incredibili palazzi in piedi, per miracolo, sconquassati eppure saldi nello loro solide macerie.

Un evento rovinoso sì, ma, appunto, non letale. Ed è attorno a questa ‘sopravvivenza’ che ruota tutto il fascino di quest’opera. Macerie che resistono, dopotutto. Macerie che incrollabili resistono in piedi, e con cui dobbiamo fare i conti; non tutto è andato distrutto, e le macerie non completamente macerie sono lì a sfidarci, a imporci qualcosa, perché non possiamo ricostruirci sopra. Un evento esiziale che non è riuscito a produrre una tabula rasa, non ha polverizzato l’esistente ma ha lasciato un cumulo di rovine salde, ostinatamente vive. Presenti. A ricordarci il danno subito, a continuare, di fatto, a farci guardare indietro e a impedirci di guardare avanti come se niente fosse stato.
Anselm Kiefer nacque nel 1945. Il seno del freddo suolo che lo accolse nella sua venuta al mondo nutriva ancora una lucida e tagliata follia di massa, partoriva e accudiva il progetto pianificato di uno sterminio di uomini. Una lacerazione così profonda da non poter essere superata senza lasciare incisa una traccia psichica profonda. Non solo delle vittime parliamo. Una ferita che dovrebbe (dovrebbe) obbligare chi ne fu coinvolto a fare i conti con le macerie rimaste, sventrate ma in piedi, memento di qualcosa che si vorrebbe invece – e sarebbe più comodo – dimenticare.
Per Kiefer i palazzi celesti, installazione site-specific ideata appositamente per l’Hangar Bicocca di Milano, sono un modo, nei loro sette nomi rimandanti all’ebraismo, di riflettere sul ruolo dell’artista tedesco dopo la seconda guerra mondiale, e dopo gli esiti di quella follia d’odio piantata a fondo nel ventre dell’Europa. Quantunque, occorre constatatare, la buona Germania, in questo stringente momento storico, nel suo ruolo di capofila economico europeo (ottenuto all’opinabile suono di mini job e Hartz 4) seguita a dare dimostrazione d’una volontà di potenza (che è poi concetto per nulla estraneo – benché mistificato – alla storia culturale tedesca, e tant’è) e di prevaricazione, assumente la forma usuale delle civilissime società ‘avanzate’: quella sottile ma ugualmente muscolare e strangolante del neoliberismo capitalista che impone povertà a chi sta indietro. A chi non è produttivo. Ausmerzen, ancora. “Sopprimere chi rallenta la marcia”. Prima i malati, poi gli storpi, gli omosessuali, gli zingari, gli ebrei. Oggi i greci, e domani chissà, magari tocca proprio a noi, come ci ricorda una bella poesiola di Brecht. E forse verrebbe quasi da smentirlo, il motto bello del buon (e questa volta non c’è ironia in questo aggettivo) Arrigoni, il quale diceva: restiamo umani. Ché forse dovremmo imparare prima a diventarlo.

Tutta questa ampia, lunga digressione, per raccontare, per restituire malamente un briciolo della maestosità di quest’opera grandiosa, perché io, signori miei, ci vedo tutto questo (comunque già l’ho detto che son miope eh). Ma è evidente che oltre a questo fascino ‘mentale’, anzi, congiunto ad esso, vi sia un fascino estetico ineludibile, offerto dal taglio dello sguardo a questi sette palazzi d’un altro mondo – che è poi forse il nostro passato, e addirittura il nostro presente, e fors’anche il nostro futuro – nelle loro sfumature bluette e mattone, tracciate sul cemento grezzo – materiale mai così espressivo – delle loro superfici.  

Ricordo perfettamente la prima volta che ci andai. E in realtà, fo un bel coming-out, ciò che mi condusse all’Hangar fu un’altra mostra, la deliziosa From here to ear (v.15) di Céleste Boursier-Mougenot (che difatti solo un luogo come l’Hangar Bicocca avrebbe potuto ospitare). Ma, bontà mia, da stupidella non mi aspettavo ci fosse, superato quell’accesso, anche tutta questa roba, io che vi ero approdata con l’animo leggero di chi vuol vedere uccellini cicciottelli suonare delle chitarre elettriche. Sicché, non appena mi trovai davanti l’opera di Kiefer… fu un boato mentale, esplosomi dentro e temo anche fuori, cristallizzato nella mia mascella molto, molto stupita, e anche stìupida. Conto e spero, al buio, di non aver fatto troppe figure daddemente, rimanendo così, a bocca aperta. E da quel sabato mattina (ci tornai peraltro il giorno dopo) è stato sempre un riandarci, con le persone del mio quore, conducendole all’esplorazione di questo cosmo (bella e superbamente ipnotica, qui, anche Unidisplay di Carsten Nicolai), che conferma più d’ogni altra cosa, più d’ogni altro luogo mediolano, la mia salda convinzione che solo l’arte contemporanea possa, oggi, creare universi. Che è una cosa molto preziosa, e molto potente.
Ed è per questo che sono felice, irrimediabilmente felice, che i Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, ideati e realizzati appositamente per lo spazio smisurato dell’Hangar Bicocca, in via Chiese al numero 2, abbiano per casa la mia casa.
Cioè Milano. 








domenica 1 marzo 2015

Voi, Milano e ciascuno di voi/Partecipante n° 1: Egidio

La prima persona che siamo andati a scoglionare per debuttare con il nostro anticipato giuoco Voi, Milano e ciascuno di voi, è un personaggio già illustre del bloggo, qui citato come coniatore del fondamentale neologismo gommino del tergi. Trattasi di pensionato che non sminchia gli operai stazionando davanti ai cantieri (eppoi comunque è un pensionato ggiovane e ggiovanile), perché i cantieri li apre lui, direttamente: in cucina, ove è un cuoco talentuoso e creativo; ovunque si applichi, tra fogli e foglietti, in multiformi espressioni artistiche aventi a che fare con la parola, e pure la musica (alcune delle sue composiscion sono raccolte nel bloggo, di cui è autore, Prima le parole); e sul cavalletto, ove dà vita a quadri e opere d’arte su tela, legno, carta. Ha pure la scienza e la manualità d’un sarto signori, ma che volere di più?

Va poi sottolineato, fondamentale, il fatto che sia sì un creativo ma con molto metodo, cosa che gli conferisce una solida costanza nel dedicarsi alle sue molteplici attività. E a proposito di metodo: quando dovete stipare un armadio con ingenti quantità di roba, grazie alle sue arti magiche e pure un po' chirurgiche, lui saprà addirittura incredibilmente far avanzare dello spazio.
È poi individuo molto scherzoso, giocoso e buono. Anche assai paziente, l’importante è non farlo troppo incazzare, che sennò so cazz ehehehe. Ad ogni modo davvero non c’è una cosa e dico una in cui non sia disposto ad aiutarti. A consigliarti e appoggiarti con entusiamo.
Grande lettore, estimatore di ottima musica e amante delle cartine geografiche, che provocano in lui imperscrutabili eccitazioni, è il caposquadra esploratore delle gite di Natale e Pasqua; se potesse poi percorrerebbe sempre una strada diversa, preferibilmente se in salita – d’altra parte lui è, se non un montagnolo, quantomeno un collinare.

Generoso di natura, durante la sua carriera lavorativa è stato in prima linea nella lotta, nella conquista e nella difesa dei diritti dei lavoratori, suoi colleghi, donne e uomini che si trovavano ad attraversare situazioni di vita molto delicate. Il che lo rende già un signore molto, molto speciale ai miei occhi. Sono in molti infatti a volergli ben. E poi è con lui che ho partecipato alle mie prime manifestazioni.
Eppoi, oltre a essere, come già scritto, personaggio illustre del bloggo, è soprattutto un personaggio illustre del mio cuore, in quanto che è il mio papà.
(Babbo, grazie per aver dedicato questo tempo alla tua figlia cretina, ti voglio bene!)

Quindi, prima di incominciare, un applauso fragoroso per essersi prestato, e per di più per primo, affrontando l'ignoto con il coraggio (ma anche la gloria!) che è propria dei pionieri!

E incominciamo, adunque, andando testé a scoprire cosa Mr Egidio abbia risposto alle cinque domandine, a iniziare dalla prima, che andiamo a disvelare attraverso quest’autocompilato cartoncino all’uopo predisposto:

1.
Il luogo preferito

Notasi grafia da grafico

La piazza Mercanti è senz’altro uno dei luoghi che apprezzo di più, e tra i più significativi di Milano. Circondata dai suoi portici suggestivi è un centro laico ideale della città, dove un tempo si svolgevano gli affari e l’amministrazione della giustizia. Un centro-città distinto da quello del culto di piazza del Duomo. Purtroppo credo sia trascurata e non valorizzata come a mio avviso meriterebbe. Sarebbe un ottimo salotto per la città se vi fosse un intervento di arredo urbano mirato in tal senso; con sedute introdotte nel rispetto del luogo, potrebbe diventare un luogo ancora più piacevole.

2.
Il luogo del coeur
Il luogo del cuore è la piazza Wagner dove avevo appuntamento con la mia ragazza di sempre. Piazza Wagner e tutti i luoghi intorno a via Marghera e corso Vercelli e poi la pizzeria, in una vietta vicino a piazzale Tripoli, dove finivamo spessissimo per nutrire il corpo.

3.
Il pezzo da novanta
Non so se proprio me la porterei davanti casa, ma la chiesetta di San Satiro vista dalla via Giardino ha un fascino particolarissimo. Con i suoi mattoni rossi sembra una pietra preziosa incastonata tra le viuzze strette del centro e i palazzi della vecchia Milano.

4.
Il luogo più sbalorditivo
La Certosa di Garegnano è senza dubbio un posto insolitamente fascinoso per la facciata, i cortiletti antistanti l’ingresso della chiesa, la candida pietra che di giorno riluce sotto il sole (quando c’è) e di sera, suggestiva, alla luce dei lampioni. Da vedere anche al tramonto in un giorno d’estate.

5.
L’itinerario che suggerisci
La passeggiata che suggerisco è la Milano insolita dei Navigli (quelli che sono rimasti), Darsena/Naviglio Grande/Naviglio Pavese, passando sui ponticelli da parte a parte tra le vecchie case, i cortili curati, i bar e le botteghe d’arte. È d’obbligo una foto al lavatoio del vicoletto dei lavandai.

***

Ebbravo babbo, grazie per il tuo contributo! Come vedete il nostro Egidio ci ha nel quore una Milano classica ma non scontata: Santa Maria presso San Satiro – di cui vi ricordo si è già parlato qui – e la centrale piazza Mercanti, la cui visione condivido in pienone. Figurano poi i Navigli, con lo scorcio tanto amato del vicolo dei Lavandai, cartolina meneghina senz’altro suggestiva, anche se credo che il mi babbo conservi un’immagine mentale del suddetto luogo diversa dalla mia, poiché esso mi sovviene oggidì turpemente sfigurato dalla dilagante presenza di tavolini, sciocche sediole e relativi, issati annoiati gommini del tergi (per l'appunto). Però è clamorosamente giusto ricordarsi e recuperare questo brano di milanesità perduta, anche se passata, anche se non è più, poiché quantomeno ci rammenta com’era, e com’era vera, allora, Milano.
Poi un gioiello, ma gioiello di quelli veri: la superba Certosa di Garegnano, che finisce in effetti per sorprendere, così nobile, in un lembo di periferia a ridosso delle autostrade.
In ultimo, bella bella bella la citazione di piazza Wagner, con la sua chiesa rossa e il suo milanesissimo (e antico) mercato coperto, non solo per l’originalità rispetto a tanti posti più centrali, noti e battuti di Milano, ma anche perché ‘luogo del cuore’ veramente, meta dopo una giornata di lavoro dove incontrare, finalmente, la propria metà...

Bene, aspettiamo ora fiduciosi altri volontari attirati non da premi né cotillon (‘un se vince nulla!) ma animati dalla voglia di dire la propria sulle bellezze ora palmari ora segrete, ora condivise ora personali, di questa città. 

Per chiunque non c’avesse un cazzo da fare volesse partecipare, qui è possibile scaricare la sagomina duomesca ove vergare di proprio pugno il nome del luogo mediolano più adorato. Who will be the next?