mercoledì 17 giugno 2015

La carta, l’inchiostro, il legno e i cristalli: la Biblioteca Nazionale Braidense


A Milano c’è un luogo che merita la qualifica di gioiello, ma gioiello con la G maiuscola, per la sua grandiosa nobiltà nonché per le superbe fattezze estetiche in cui si concreta.
Stiamo parlando della Biblioteca Nazionale Braidense, e nella fattispecie della sua sala più sublime: l’antichissima Sala Maria Teresa, titolata alla Sovrana austriaca illuminata che, nel 1770, volle dare vita a questa importante istituzione, realizzata unendo l’antica biblioteca del soppresso ordine degli amici di Gesù – di cui vi ricordo come abbiam detto nelle puntate precedenti la Braida era Collegio – a un importante lascito librario d’un conte milanese, con l’obbiettivo di aprire alla cittadinanza una nuova fonte del sapere. Una sovrana che, oltreché ‘illuminata’ definirei proprio luminosa, visto che durante la sua reggenza fece cose nel mio sistema di pensiero considerate molto belle e importanti: rese obbligatoria l’istruzione primaria, che voleva rendere accessibile a tutti,  ridimensionò i poteri del clero riaffermando il giurisdizionalismo e la laicità dello stato, dismise l’Inquisizione; voglio dire, ma che volere di più? In poche mosse questa gran signora mise delle sane toppe alle storture che i paesi del Vecchio Continente si erano trascinati per tutta l’epoca moderna.

Come già accennato blaterando a proposito dell’Orto Botanico, anche la Biblioteca Nazionale Braidense trova dunque la sua ubicazione nello ‘stracolmo’ palazzo di Brera, tra Pinacoteca, Accademia, Museo Astronomico e appunto il succitato orto. Quanta robba insomma signori miei!
Un’istituzione antichissima, dicevamo, che trae la forza della sua bellezza precisamente e dalla ‘scientificità’ che la informa (è, oltre che istituzione storica, biblioteca tutt’ora attiva, al prestito e alla consultazione), e dal suo aspetto, maestoso da togliere il fiato: dopo aver lasciato armi e bagai in un apposito stanzino (perché anche voi, facce d’angelo dei miei lettori, potreste in fondo rivelarvi sgraffignatori di libri antichi) e percorsa l’ultima rampa di scale che vi separa da questo empireo della cultura, potrete finalmente avere accesso al meraviglioso luogo in questione, superando una già irresistibile porticina lignea con targa in caratteri d’ottone che ci indica, come lo stemma in ferro battuto incontrato più sotto, la via corretta per la Biblioteca Nazionale Braidense.

Ed ecco che, arrivati qui, al cuore delle stanze dell’immenso ma sempre troppo piccolo per tutto ciò che ospita palazzo di Brera, siete pronti a farvi impossessare dallo stupore, dal silenzio, dalla meraviglia più completa e perfetta. E pure da un po’ di ‘trepida d’ansia’ e di soggezione, come racconta il buon Bianciardi nella sua Vita agra, che si apre proprio con una descrizione assai gustosa, bianciardiana appunto, di questa sala solenne. L’ambiente che vi si aprirà allo sguardo, progettato in tutta la sua scenograficità da Giuseppe Piermarini, è interamente di legno, come rettamente ci si aspetterebbe da una biblioteca antica. Se è vero che la Sala Maria Teresa non è la Österreichische Nationalbibliothek di Vienna (guarda caso austriaca pure quella), il luogo in cui muoverete felpatamente i vostri passi per non disturbare i lettori seduti nelle sale affianco (e una di queste, la più piccina e raccolta, è dedicata alla grande scrittrice, poetessa, pittrice nonché eroina della nostra Resistenza Lalla Romano), vi ispirerà un senso di commosso rispetto per tutta la cultura che ospita e che esprime: le pareti della biblioteca sono infatti interamente perimetrate da una scaffalatura continua, dai caldi toni del legno di noce, e su ogni scaffale è riposto un quantitativo ingente di libri. Antichi. Con il dorso in pelle rilegato, a volte anche un po’ macilento, a suggerire, nel suo aspetto fragile, la caducità della materia di cui è costruito ma anche la solennità e l’immortalità di quanto vi è scritto – stampato – sopra. Consegnatoci dalla Storia. È difficile spiegare, bisogna vederlo. Per me, che diedi dos esami sul tema della nascita della stampa e del libro antico, entrare qui è un’emozione fortissima. Tutte le cose antiche che hanno attraversato i secoli, del resto, la scatenano. Ma i libri antichi ancor di più. Perché sono un oggetto magico, in fondo. Non importa di che parlino; appunto parlano. Sono un dono, forse il più prezioso, del passato. E si incarnano in una materialità, sempre, come ci ricorda il buon Roger Chartier. Non è solo e puro ‘testo’: è primariamente oggetto, il libro. Che ci racconta, anche, un’affascinantissima storia della tecnica e degli uomini, delle maestranze artigiane e dei ruoli coinvolti nell’industria editoriale… Che è, non a caso, la prima industria moderna. Per capitale, per le organizzazioni sindacali nate per la prima volta in seno ad essa e per le relative, spesso aspre rivolte, per la suddivisione e la specializzazione del lavoro. Nonché per la progressiva meccanizzazione degli strumenti impiegati.

Per questo, a colpo d’occhio, percorrere con lo sguardo e abbracciare la visione della sala Maria Teresa, spaziando da sinistra verso destra e in basso verso l’alto (da notare il meraviglioso ballatoio, che crea un doppio piano parimenti stipato rispetto al primo), mi riesce emozionante. Soprattutto se alla Sala Maria Teresa ci vai un giorno in ottima compagnia e, a tradimiento, una commessa ti sfila un libro antico a caso dalla parete e te lo apre davanti, sotto al tuo naso. Te lo mostra, lo sfoglia, e tu lo puoi guardare da vicino, senza vetri in mezzo. E ti ritrovi senza volerlo, incitata da un improvvisato pubblico di due giovani signori sconosciuti ma parecchio interessati, a tenere (io, mon dieu!) una lezione sul libro antico (ah-ah-ah-ah-ah-ah-ah!), fonte il testo,  bellissimo, di Baldacchini. E spieghi e indichi – su un esemplare dal vero, cristo re! – il corsivo aldino. E racconti delle resistenze culturali che gli uomini della generazione del manoscritto ebbero nei confronti del nuovo libro a stampa, infinite volte meno prezioso allora, e soprattutto considerato infinite volte meno affascinante. Quasi meno veritiero. E poi accorgendoti che il piccolo ma lusinghierissimo uditorio è intrippato assai, e a momenti prende appunti (oh davvero, questa è una delle cose più assurde e belle che mi siano capitate chiacchierando con degli sconosciuti!), ti soffermi anche a parlare dei nemici dei libri: il deterioramento degli inchiostri (come quello ‘arsenicato’ citato da Bianciardi, colpevole dopo duecento anni di 'rodere la carta'), muffe, animaletti, pesciolini d’argento e inadeguate condizioni termoigrometriche di conservazione… Insomma signori, una mattinata involontariamente epica! In cui comunque ho molto sudato dall’ascella, perché se è vero che in questo bloggo sono una sbruffoncella e scrivo quel che mi pare, fare il relatore (io! che nun so un cazz!), inaspettatamente, per giunta in un luogo storico e davanti a della gente che, nonostante il tuo essere manifestatamente una comune passante, ti incita e ti prende assai sul serio, financo ringraziandoti alla fine (!), non è che mi riesce proprio facilissimissimo.

Ma riprendendo il filo del nostro discorso…
Insomma, già per tutti questi motivi che ho elencato, come potrebbe la Sala Maria Teresa non essere un luogo del mio cuore?

Ma ebbene signori, c’è dell’altro. Ci sono le mostre temporanee, tutte molto belle (e aggratisse vorrei anche sottolineare). Che poi sono l’occasione per tornare in questa antichissima e meravigliosa biblioteca, tornare, tornare e ancora tornare. Nel frangente di queste esposizioni vengono all’uopo allestite le teche di legno e vetro che occupano la sala, dove esposti sono di volta in volta libri antichi, libretti d’opera, ex libris a stampa… Insomma, la Biblioteca Braidense non si smentisce mai.
Eppoi c’è un altro meraviglioso motivo per cui non si può amare questo luogo, che concorre anche questo alla definizione di un’atmosfera solenne e magica: i due lampadari. I due enormi, sfarzosi, bellissimi lampadari. Che durante le mostre riflettono in maniera proprio bellina le loro lucine sui vetri delle teche. Due giganteschi lampadari in raffinato cristallo di Boemia, a gocce sfaccettate; due degli oltre venti disposti su tre file che adornavano in maniera eccelsa, con il gioco dei loro mille riflessi sfavillanti, la Sala da Ballo di Palazzo Reale, ossia l’antica Sala delle Cariatidi. Tutti gli altri videro infrangersi la loro eleganza e il loro lucente sfavillìo sotto le bombe che colpirono Milano nel ’43. Deturparono e menomarono le sculture disciogliendone le fattezze, abbattendo completamente il soffitto dell’ampio salone. Che non fu mai ricostruito com’era un tempo, scelta-memento contro ai rovinosi, per dirla alla Goya, disastri della guerra. Gli unici due lampadari superstiti, frutto di un’attenta ricostruzione, trovarono qui la loro nuova dimora: splendenti come un tempo, a dare e ricevere lustro a questa sala consacrata al libro antico, alle scienze, alla letteratura, alla giurisprudenza, all’astronomia. Alla cultura. Una cultura pensata per tutti, in quanto ovviamente biblioteca, ente preposto alla propagazione del sapere. Che è una delle cose più belle e importanti alla quale una civiltà degna di questo nome dovrebbe sempre provvedere, onde poter modellare uomini adulti, fuoriusciti dallo stato di minorità – per citare il pensatore di Königsberg in uno dei suoi più celebri passaggi.

E mentre vagherete con lo sguardo tra gli scaffali, rimanendo a bocca aperta per la quantità di tesori che vi sono custoditi (notando anche, con una certa ironia, come il ‘peso’ della cultura abbia felicemente imbarcato le mensole lignee), vi perderete nella contemplazione di questo cosmo incantato, dove assaporare ‘ sul campo’ la vicenda di uno dei più cruciali trapassi culturali avvenuti nel corso della Storia: la nascita del libro stampato e la sua diffusione. La diffusione cioè della cultura e del sapere, la loro accessibilità, la fondamentale premessa della loro messa a disposizione per chiunque. Proseguendo dunque il vostro tour con aria leggermente poco intelligente, colti e sopraffatti dalla totale, affascinante meraviglia che vi attornia.

Il tutto… Il tutto sotto allo sguardo pacioso e sorridente della tracagnotta sovrana Maria Teresa d’Austria, illuminata e luminosa, che, nel vostro incantato vagare, vi guarda e vi segue con aria soddisfatta dal grande ritratto che campeggia all’ingresso della sala; era proprio questo, del resto, quel che voleva che accadesse.














martedì 9 giugno 2015

RdP – Rosso, viola, giallo, blu. La trapunta di fiori al Castello Sforzesco

Orbene, se è vero che in queste pagine abbiamo già enunciato il concetto della beltà di Milano, sarà opportuno ricorrere allo strumento della Rubrica del Piccione per cristallizzare in queste cronache – più che di Milano come sapete del mio quoricino – alcune inattese immagini meravigliose offerteci dalla città mediolana in questo scorcio di primavera.
Che ci racconta questa volta il piccione Ambrogio, dopo avere per l’ennesima volta scaricato il discutibile contenuto dei suoi intestini sulle portiere della mia auto, perdio, che mai come in questi giorni è guanata assai?
Ci racconta di quanto bello è, in questo periodo, il Castello Sforzesco, e nella fattispecie il suo nobile Cortile delle Armi, dove peraltro cose molto carine e importanti son accadute per me… Ma non è di questo che ora parliamo. Ne parleremo quando sarà dedicato un pezzo, che immagino mooolto luuungo, proprio al Castello Sforzesco.
Per ora, in questa nostra rubrichetta ambrosiana, mi limito a descrivere lo spettacolo grandioso che, da qualche giorno a questa parte, rende ancora più speciale Milano. Non sto parlando della nuova collocazione della Pietà di Michelangelo, pietà, è proprio il caso di dirlo (“Come sfracellare un allestimento storico del gruppo BBPR e trasformarlo in un ‘evento’ ché la gggente vuole vedere solo un’opera – non di più eh, per carità – purché sia importante –pardon! purché le dicano che sia importante”); parlo difatti di quella meraviglia multicolore che si stende in due aiuole del cortile: due campi a fiori. A fiori di campo. Splendidamente mescolati tra loro, senza regola, senza divisioni, senza giochetti geometrici da giardiniere privo di fantasia. Papaveri, fiordalisi – questo l’ho sentito dire a una signora, mi debbo fidare? (googleimmaggini comunque suffraga la signò!) – e altri non meglio precisati ma bellissimi fiorellini. Non le solite pansè insomma. Che insieme creano un campo verde a composizione libera, puntellato di macchioline ora più grandi ora più piccole di tutti colori: rosso, rosa, fucsia, blu, viola e giallo. Tra l’altro signori vorrei anche dire che è qui, a Milano, al Castello Sforzesco per giunta, una delle opere più spettacolari, grandiose e belle della nostra città, che io ho appreso che i papaveri non sono solo rossi, ma alla sommità dei loro esili ma resistenti steli pelosetti possono essere pure rosa, bianchi, e rossi con il dentro ('il dentro' gesù, apprezzate tutta la mia scienza botanica) non nero ma bianco… Apperò.

Quindi ecco, una visita la vale proprio, ma non solo una: questa visione meravigliosa sarà approdo durante le vostre passeggiate in centro, prima o dopo aver sorbito una granita sicula, arrostendovi al sole sulle panchine di pietra, oppure inseguendo gli angoli ombreggiati del Cortile delle Armi, lungo la parete col bugnato a trompe l’oeil, o, ancora, camminando in mezzo ai fiori… Sì, in mezzo: percorrendo dei sentierini che vi faranno sentire completamente circondati (se non sovrastati, se come me siete più nani dei gambi di papavero) da questa natura generosa e superba, spettacolo incredibile, qui, a Milano, in pieno centro città.
Insomma, se l’ondata di caldazza non infragilirà fiaccandole queste aiuole magnifiche, ciò che si può e si potrà ammirare all’ombra della Torre del Filarete sono due campi dalla trama pittorica, che sembrano visivamente usciti da una tela del Klimt paesaggista, o di Monet, ricordando anche, quantomeno per tonalità, i fiori galleggianti del vano bouquet d'una sposa mancata, che attorniano l’esanime Ofelia di Sir John Everett Millais; solo che anziché essere partoriti con molta poesia dalla tavolozza e dal meticoloso pennello d’un pittore, sono esplosi a primavera a Milano, grazie a un mescolìo casuale di sementi. Spontaneo. Meravigliosamente imprevisto. Che ci mostra quanto la natura sappia bene come essere suggestiva, specie se inquadrata dalla cornice storica del nostro Castello e delle sue spesse mura fortificate.












   

giovedì 28 maggio 2015

Voi, Milano e ciascuno di voi/Partecipante n° 3: Pinco

Carissimi voi tutti, ecco che quest’oggi torniamo a dedicarci al nostro coinvolgente giocone Voi, Milano e ciascuno di voi, anche colloquialmente detto Il giuoco delle 5 domande. Per questa terza, gloriosa ed emozionante puntata siamo andati a scoglionare una celebrity del bloggo: proprio lui, il Pinco unico commentatore (lo pago per farlo), il quale si rivela pertanto essere non uno sconosciuto, misterioso navigante intrigato dal mio sagace stile di scrittura (prego?) bensì un fidanzato pietoso, e uso ‘fidanzato’, termine che mi riesce francamente imbarazzante, proprio per accentuare il patetico della situazione.
Comunque Pinco io ti voglio proprio benone anzi di più, grazie mille per esserti prestato a tutto ciò!

Ma insomma, chi è poi questo Pinco?
Non è un milanese. I lettori attenti del bloggo (lettori?) sapranno già essere un romano. Ma proprio romano de Roma. Il fatto che si tratti d’un non-milanese fa sì che le sue risposte siano ancora più interessanti, proprio per capire cosa, della nostra città, colpisce chi è abituato ai fasti e alla grandiosità di una città sublime come la Capitale. Che potrà pensare un suo abitante, per di più grande conoscitore della sua città, di questa caccola grigia che prende il nome di Milano?
Ma non solo. Soppesare le sue risposte consente sì di capire come un romano ‘vede’ Milano, ma anche come un milanese presenta la propria città. La cosa si fa dunque doppiamente intrigante, andando a generare un gioco prismatico dalle mille sfaccettature, un poliedro dagli innumerevoli lati, perfetto insomma per chi, come me, non ha ancora capito come calcolare l’area di un triangolo equilatero.

Ma che altro dire su Pinco? Il poco, davvero poco che c'è da dire quando si parla del proprio compagno. Che poi è poco perché, semplicemente, è tutto.
È un ragazzo, un giovane uomo dolce, generoso, compagno. È la persona più distratta e più attenta che io conosca. Per realizzare i miei sogni è riuscito addirittura a far giungere da oltreoceano un quokka, tutto per me (di pezza, amici del wwf, nessun contrabbando illegale d’animali esotici, tranqui! – piuttosto preoccupatevi del fatto che una persona di 29 anni abbia come sogno quello di possedere un quokka di peluche). Accumulatore di monete nelle tasche, che spesso semina senza accorgersene per terra, negli insidiosi spazi tra i sedili della macchina, sotto al letto, dietro agli armadi. Bevitore di caffè (l'avevo detto che è il mio uomo!), dipendente da Evernote, lavoratore operoso,  meticoloso archivista: riuscirebbe a creare fogli di lavoro su qualsiasi argomento. Ve lo giuro.
È inoltre il mio personalissimo tour guide in Rome, città che nonostante la sua sconfinata grandezza e l’infinità di cose, luoghi, segreti che reca in sé, inizio meravigliosamente a conoscere. Ad averne cognizione, e solo grazie a lui. Superlettore di libri spesso dalla mole spaventosa, pasticcere sorprendente, persona curiosa, giocosa, buona. Ironica. Autoironica. Colta. E con la barba, aggiungerei, che non è un dettaglio da poco. Eppoi è lui che mi ha regalato Q, condannandomi a mesi e mesi di lettura senza capire 'na mazza del plot.

Insomma, non siete curiosi di conoscere le sue cinque risposte? Ecco quindi i luoghi più significativi e beddi della nostra città secondo Pinco!

1.
Il luogo preferito

Contrariamente a quanto crede l’interessato, questa grafia l'è propri caruccia!

Il luogo di Milano che preferisco è il Portello, con annessi e connessi. Lo so, lo so è un tempio del capitalismo, ma è anche il luogo che quando sono a Milano mi fa da casa, o almeno da salotto e da cucina. È inoltre il posto in cui il quartiere vive, s'incontra e dov’è che una città è vera se non nei luoghi in cui le vite che la compongono s'intersecano? E poi per essere quello che è, non è affatto male. Che dire poi del suo parco meraviglioso e "filosofico" in cui ho passato tanti bei momenti? Insomma, io al Portello ci sto come un topo nel formaggio.

2.
Il luogo del coeur
La risposta è semplice da trovare, ma non è semplice da esporre. Il luogo in questione non può che essere il parco della Guastalla. È il luogo che ha visto cambiare la mia vita perché li ho conosciuto veramente e mi sono legato definitivamente ad un'altra vita, meravigliosa, che mi ha accolto nella sua, e non saprei che altro dire perché qualsiasi cosa dica non sarà mai abbastanza per descrivere la gratitudine verso questo parco semplice, antico e galeotto.

3.
Il pezzo da novanta/1
Sarà banale, sarà il luogo più turistico di Milano ma il Duomo è il Duomo. Ogni volta che ne effettuo il periplo trovo nuovi dettagli e come potrebbe essere diversamente... sono infiniti. Infinite guglie, rosoni, statue, cariatidi, cose... insomma è un gran bel colpo d'occhio. Non so se lo porterei proprio davanti casa, un po' troppi piccioni e giapponesi, però abbastanza vicino da andarlo a vedere frequentemente per trovare un nuovo dettaglio, conscio che ne troverò sempre uno nuovo.

Il pezzo da novanta/2
Il luogo che più di tutti traslocherei nel mio quartiere è la Certosa di Garegnano per due ragioni. La prima è che è proprio bella; ma lasciando da parte questo giudizio estetico articolato e profondamente pregnante passiamo alla seconda ragione. È un luogo che si adatta bene ad una periferia, o meglio, lascia stupefatti trovare una simile bellezza in periferia (e infatti era candidabile anche per la domanda n°4) ma superato lo stupore è quasi naturale immaginarsela immersa nella luce di una bella domenica mattina incastonata nell'atmosfera del piccolo borgo, o piccola borgata nel mio caso. Insomma è un luogo che richiama il senso di comunità. E poi la sua magnifica conservazione, forse dovuta a un buon restauro, non so, la fa sembrare quasi moderna, pardon contemporanea, forse eterna.

4.
Il luogo più sbalorditivo
"Ma cosa... come... aspetta un momento ". Più o meno sono queste le parole che ho bofonchiato una volta messo, a tradimento,  di fronte a quella presa per il... a quel raggiro illusionistico- prospettico che è la finta abside del vero altare del Bramante nella chiesa di Santa Maria presso San Satiro. Insomma io che venivo da una città barocca sono rimasto stupito da questo gioiellino del rinascimento lombardo che anticipa di parecchio i lazzi architettonici del barocco.

5.
L’itinerario che suggerisci
Non ricordo i nomi delle strade e stradine che ho percorso, a dire il vero non ricordo nemmeno da dove sono partito, ma ricordo una bella passeggiata per arrivare all'Università degli Studi di Milano. La monumentalità della Ca' Granda mi ha molto stupito, al pari della sua bellezza. Un'istituzione accademica che tuttavia non ha nei suoi edifici un tono severo, ma l'accogliente armonie di forme rinascimentali. I suoi cortili devono essere qualcosa di magnifico, peccato che chi li percorre sarà probabilmente percorso dall'ansia da prestazione, poco propenso a godere di tanta bellezza. Inoltre davanti al cancello c'è un bel parchetto, con delle panchine, e anche lì ho passato dei bei momenti.

***

Dunque dunque, come volevasi dimostrare, la provenienza romana ha costituito una lente forte attraverso cui guardare la città di Milano. Innanzitutto, balza all’occhio la sensibilità per le forme rinascimentali (“Il senso di Pinco per il Rinascimento”, ahah), epoca di cui poca traccia stilistica si conserva in Roma, espunta dagli artifici barocchi architettati in gloria dei pontefici e delle loro famiglie, e realizzati, va detto, con scarsissimo senso della conservazione storica. Ecco quindi citati Santa Maria presso San Satiro (impagabile la sua espressione la prima volta che ce lo portai!) e la Certosa, le quali si beccano così due nominesciòn, da parte di Pinco e del mi babbo. E proprio parlando della bella Certosa di Garegnano, esce fori il termine borgata, che potrebbe essere considerato banalmente un sinonimo di quartiere, ma per i romani la borgata è un’altra cosa, un concetto ancora più forte, legato proprio al senso di comunità – che questa chiesa periferica sembra dunque ispirargli.
La passeggiata migliore è per Pinco quella attorno all’Università Statale (anche questo esempio egregio di rinascimentalità), evidentemente dimentico che la sua donna ha lì vanamente lasciato un rene, parecchi dobloni e a cui deve i suoi precoci capelli bianchi. Però fischia se la Cà Granda è bella. Ricordo anch’io quella passeggiata, e pure il passo di tango improvvisato nel chiostro. Del resto l’università serve a questo, a farci i scemi, mica, chessò, a darci esami.
E tornando alle chiese, il Dom; eh, non è facile essere indifferenti al suo fascino in effetti. E poi la Guastalla: il bloggo sigilla così questo doppio, prezioso ricordo, il mio e il suo, di alcuni momenti molto, molto emozionantelli.

Ma in ultimo: numideddeo, il Portello!
Ok, ora, ciò che potrebbe sembrare un fallimento della mia opera ciceroniana in Milano è invece una vittoria. E cercherò di dimostrarvelo con i miei consueti funambolismi dialettici ehehehe. Anzitutto, si tratta d’un luogo nuovo della città – che meriterebbe un post tutto per sé, e così sarà (vi ricordo comunque che già qui si parla del suo parco) – e che rappresenta forse davvero l’esempio più egregio di trasformazione urbana di Milano, città che è precipuamente, costituzionalmente cangiante. È vero, ci han fatto un centro commerciale… ma non solo. Eppoi prima c’era un rudere industriale. Per me è un luogo del cuore, anche questo, un luogo peraltro del mio quotidiano, e quindi non posso che essere felice e pure commossa se, oltre che mio, è divenuto un luogo anche suo. Anche di Pinco. Nonostante la sua lontananza, un luogo anche del suo ‘quotidiano’. Il suo preferito in Milano, addirittura. Un luogo nostro insomma… e di certo non è poco.

Pinco, grazie infinite per il tuo bellissimo contributo! E per molte altre cose…

Lettori del bloggo, fatevi avanti! Qui le domande e qui la sagomina da compilare, che aspettate? Noi non aspettiamo altro che poter scoprire i cinque punti cardinali milanesi del vostro cuore. Daje!