domenica 9 agosto 2015

Us and them – Piazza degli Affari, Borsa di Milano e dito medium

45°27'53.5"N 9°11'01.2"E


Dunque, coloro i quali sono ormai affezionati lettori di questo bloggo (cioè io e il mio cane) e sono quindi entrati nell’ottica, enunciata dal titolo, del racconto di quella Milano che, al contrario, esprime verità, rimarranno sorpresi nell’apprendere quale sarà il tema di questo post. Ciò di cui stiamo per parlare non è in effetti quanto ci si sarebbe aspettati di trovare in questo bloggo, tra le piccole grandi perle di questa città tanto care al quoricino di bugnato.
E questo perché, miei fedeli, stiamo per parlare, ebbene sì, di piazza Affari e del palazzo della Borsa di Milano. Booom! Non ve l’aspettavate, vero? C’avete pure ragione, ma nelle righe che seguiranno vi appariranno più chiare le ragioni per cui ho deciso di narrare questo luogo (e comunque io non ho nessun cane).

Ma andiamo con ordine. Piazza Affari, come è usualmente, giornalisticamente appellata, non si chiama così in realtà. Il toponimo esatto, riferito certo non alle attività borsistiche ma alla sede fisica ove esse avvengono, scritto nero su bianco sulla lastra di marmo leggibile in loco, è piazza degli Affari; con quella preposizione articolata che, bella serafica, ci racconta come in questo luogo si ‘facciano affari’. O meglio, più esatto, come qualcuno faccia affari. E mai come ora, visto che son questi gli anni in cui il neoliberismo ha vestito il capitale d’un volto finanziario, facendo della borsa – e non delle fabbriche, il che è ancora più inquietante – il suo laboratorio produttivo – ammesso che per l’appunto, in questo decennio di delocalizzazioni prima e desertificazione industriale poi, sia ancora lecito, parlando di economia, adoperare la definizione di ‘produttivo’. Insomma, una di quelle borse che si rassicurano nel saperci più poveri, reagendo a notizie tragiche come licenziamenti, tagli di salari e austerità con rialzi d’eccitazione perversa. Insomma, c’è parecchio di spaventoso in tutto ciò.

Ora, viste le debite premesse, diciamo la verità: per qual motivo pellegrinare verso piazza Affari, recandosi al cospetto del Palazzo della Borsa Italiana, anche detto Palazzo Mezzanotte dal nome dell’architetto che, nel 1931, lo progettò, e per di più menandovi in visita pure dei forestieri, come ho avuto l’onore di fare? Noi anagraficamente adulti (ma solo anagraficamente) che non abbiamo ancora superato la fase escrementizia, ci si va, ammettiamolo, solo per vedere il tanto discusso ditone medio, la scultura intitolata, assai ironicamente, L.O.V.E. Quanto ci piace il ditone di Maurizio Cattelan. Che sarà anche un furbastro, però è un furbastro molto simpatico. Sicché ci si va, in piazza degli Affari, per vedere il ditone che la Borsa ci pianta in quer posto. Che poi a guardarlo non è che la mano proprio alza il medio, gli è che ha le altre dita mozze; come a dire no ecco vedi, noi non vorremmo sfruttarvi, ridurvi alla fame e nel contempo arricchirci, ma vedi, non ci possiamo fare niente, è andata così, ma ti giuro che io non volevo, questa Mercedes, credimi io non la volevo. Insomma, il medio media tra noi e loro. Us and them. Come diceva lo zio Roger. Loro, noi e il medio in mezzo, in un messaggio che appare perfettamente intelligibile. Benché grossa, non è decisamente una mano che ci darà una mano questa. È una mano che dà tutt'altra idea, e appare pronta e capace, nel suo gigantismo, a prevaricare, e uso il termine ‘prevaricare’ giusto per non esser volgare. E pensate, le basta solo un dito! Insomma, qua il medium (è proprio il caso di dirlo) è esattamente il messaggio, per citare il sociologo avente il nome d’un amplificatore e per cognome McLuhan.
Per cui perché non andarci, via, sono pure ammessi i selfie di gruppo col medio alzato (ma senza bastone, vi prego: andiamo suvvia, l’umanità ha compiuto la sua strepitosa evoluzione e noi la buttiamo nel cesso con questa prolunga per scemi?), buontemponi che non siete altro, e del resto l’ho fatto pure io, ma mica con quattro amici zozzoni, bensì con la mia dolce famigliola (benché a onor delle cronache la mia composta mammina si sia astenuta dal gestaccio). Ora, quale momento migliore della giornata per darsi a queste buffonerie? Ecco, io sconsiglierei di raggiungere piazza degli Affari di giorno, sortita che si rivelerebbe un po’ amara e pure poco entusiasmante, vista la quota di piantoni e di gommini del tergi regimental vomitati fuori dal palazzo della Borsa, con le loro gambine sottili da cavallette. Avete fatto caso che questi personaggi son sempre alti e stecchi?
Ma di sera è tutta un'altra cosa. Il suggerimento è quello di arrivare da via San Maurilio, sfidando le asperità del pavè. Per vedere schiudersi allo sguardo una prima, parziale visione della piazza, inquadrata suggestivamente tra gli archi dell’edificio di fronte a Palazzo Mezzanotte, che creano quasi, nella luce della sera, uno scenario metafisico. E passo dopo passo, nell’inconfondibile luce calda gialla della notte milanese, ecco schiarirsi e definirsi le linee, quelle decò del Palazzo della Borsa (benché montate su un impianto di neoclassicismo semplificato che fa subito ventennio), tra semicolonne, fregi, le statue imponenti e massicce e naturalmente il ditone di Cattelan, che conserva anche in ore tarde il suo stupefacente biancore marmoreo, con le belle vene che lo attraversano, notazione anatomica esatta per un’opera che, in macro, evoca formalmente una rinascimentalità toscana, e non solo per l’impiego del marmo carrarese.

E quindi eccola la piazza: sgombra, vuota, deserta, coi piantoni che ci saranno pure sottoforma di occhi meccanici ma che almeno non si vedono, muta nelle architetture che la delimitano, e che offrono le loro facciate immobili allo sguardo e alla meraviglia dell’osservatore. Già, meraviglia, anche qui. Anche qui, anche se si è in piazza degli Affari e c’è puzza di merda, ma la bellezza malinconica di questo posto, che può essere bello solo di notte e mai di giorno, nella salubre pausa notturna dal viavai dei loschi personaggi che se ne appropriano, appare nitida, irrevocabile, insindacabile.
Ma la visione davvero forte cui è dato di assistere di notte in questo pezzo di città consacrato agli ‘affari’, affari sempre di qualcun altro, è la presenza, consuetudinaria e stanziale, di barboni. Sì, barboni. Senzacasa, clochard, chiamiamoli come ci pare. Down and out, it can't be helped but there's a lot of it about. Barboni, persone che vivono in strada. E che scelgono questo posto per la loro notte. Per dormire. Per vivere, per campare sotto alla luna. Come se s’affrontassero, nello spazio di cento metri, i due poli parossistici d’un sistema che ci impone un prezzo altissimo da pagare. Quello del finanzcapitalismo, la finanza liquida per non dire gassosa, fatta d’indici, di speculazioni finanziarie, sempre più lontana dall’economia reale e dalle tradizionali forme produttive su cui il capitale prospera(va), incarnata dal palazzo della Borsa di Milano, fabbrica di sperequazioni sociali e di sofferenze, per nulla gassose ma concrete e materiali; e quello della povertà nel suo volto di miseria senza più domande, ripiegata a testa in giù e premuta contro le vetrine delle banche che affollano le vie circostanti, quasi un EUR mediolano, nelle loro roboanti architetture fasciste. Due poli opposti d’un sistema con in mezzo, dicevamo, a mediare, il dito medio.
Il colpo d’occhio che abbraccia il palazzo della Borsa e queste presenze è notevole, logico e irreale al tempo stesso, come se un fumettista avesse voluto condensare nella stessa striscia la raffigurazione di fatti, eventi, situazioni legati tra loro da un nesso causale, ma senza mostrare lo srotolarsi delle singole connessioni che, da un polo, hanno condotto all’altro. Alla sua conseguenza. Dalla finanza alla miseria, bellezza, e te lo mostro tutto in un’unica inquadratura. Milano è capace di darti anche questo.
Questo ma non solo questo: perché è proprio grazie alle uniche presenze vive d’una piazza silenziosa e immobile, a questi tristiallegri derelitti che pasteggiano con vino, accampati sotto i portici, a dirsi qualcosa o a bere o a dormire, o a fare tutte e tre le cose contemporaneamente, che, in un’ottica sanamente ribaltata, piazza Affari diventa altro. Un altro palcoscenico, in cui si proiettano vite vere. Nei banchetti rimediati, nei sonni di sasso, nelle frasi scambiate arredando di sporte di plastica, coperte e cartoni il loro appartamento comune a cielo aperto affacciato su Palazzo Mezzanotte, costoro dimostrano di saperla lunga, con la conquista di questo rettangolo di Milano di cui la notte – almeno la notte e solo la notte – divengono legittimi proprietari. Luogo dove dormire, mangiare, parlare, pisciare. Facendosi beffa superba della Borsa, dei controlli, dei piantoni, delle telecamere, dei cartelli di proprietà privata e di sosta vietata sotto a cui dormono i loro sonni, e pure del dito medio. Un luogo che grazie a queste presenze si fa più accogliente, caldo, autentico, nostro insomma e non solo di chi, di giorno, lo anima con la sua discutibile presenza. Ed è solo grazie a queste presenze reali, in carne e ossa, proprietarie di questo pezzo di città per una manciata d’ore della notte, uomini veri e non ombre d’una umanità evanescente asservitasi al capitale, che piazza degli Affari recupera la dignità di luogo milanese vero, di persone vere, luogo senza colpa e senza bugia, dalla bellezza priva di macchie e di venature ambigue.

Questo è il motivo per cui, visto a mezzanotte, Palazzo Mezzanotte compare in questo bloggo, perché fermo nei suoi meccanismi e nei suoi ingranaggi meschini, strappato anche se per poco ai suoi manovratori, spogliato della menzogna e recuperato bello, limpido, corrusco.  E, in attesa di fare la Rivoluzione, come ripeteva sempre il libraio ambulante amico del topo Firmino, in una fugace ma epica rivincita sotto la luna, può veramente diventare nostro, sottratto a loro almeno per qualche ora.   










giovedì 30 luglio 2015

RdP – Metti una mattina alla Scala: la prova generale del factotum di Siviglia

Avviso alle anime sensibili: questa nuova puntata della rubrica del piccione è paesanona assai. Ma proprio assai. Ma proprio paesanona eh, intrisa di quell’entusiasmo paesano del villico che vede per la prima volta la città rimando abbacinato dalla sua grandeur.
Ciò di cui Ambrogio ci aiuterà a dire, infatti, riguarda la mia prima volta alla Scala, il supremo tempio scaligero dell’opera lirica. In ventinove, onoratissimi (?) anni di vita mediolana, infatti, ebbi modo di solcare quel portone sono alle elementari, in gita scolastica: alta quanto ora, visitai in realtà il Museo Teatrale della Scala di Milano, beandomi dei suoi ambienti carichi (già allora, come vedete, il gusto per il barocco…) e delle avvincenti storie legate al mondo dell’opera e dei suoi sublimi interpreti, grazie a una guida ganzissima che non lesinò a noi marmocchietti dettagli splatter tipo i capelli grigi di Chopin intecati (vero, nulla di splatter, ma c’avevo otto anni e che si potessero conservare i capelli d’un morto non l’avevo pensato) e la testa del verme solitario che la Maria Callas deglutì con un bel bicchiere d’acqua nel tentativo di dimagrire, in un momento in cui era un po’ tracagnotta, con tutti i disagi che tale sovrappeso poteva causare a una diva molto attenta alla propria immagine oltreché alla propria arte. A pensarci bene nemmeno questo è splatter, del resto chi di noi non ha mai pensato di brindare con una tenia? Molti di noi lo avranno anche fatto, non negate.
E chiuso il filone splatter la buona guida aprì quello tragico-tristone: parlandoci di Verdi, grandissimo protagonista della storia della Scala, che ideò la melodia malinconica e dolcissima del Va’ pensiero ancora addolorato e sconvolto dalla morte, avvenuta nel giro di pochi mesi, della moglie e dei suoi figlioletti. Evocando infine la morte del Maestro, allorquando i milanesi cosparsero di paglia le strade del quartiere ove egli risiedeva, onde non turbare, col rumore irrispettoso delle loro carrozze, l’ultimo viaggio dell’illustre e amatissimo concittadino d’adozione… Perbacco, che allegria queste gite scolastiche! Scherzo naturalmente, il ricordo dopo decenni quasi secoli da quel dì è ancora vivido, il che attesta che l’uscita fu ben congeniata; io la rimembro come una delle più interessanti di sempre, impreziosita peraltro, oltre che da una bella sosta nel solenne foyer del teatro, tutti seduti per terra, come usa con le mini scolaresche, da un rapido ma stupefacente affaccio da un palchetto della sala: oddio che meraviglia! Che ambiente maestoso si aprì al mio sguardo di moccoletta!
E la vostra bugnato deve aver conservato un (bel) po’ quel cervellino lì, se nell’occasione della sua entrée alla Scala come spettatrice d’opera lirica ha mantenuto eguale livello di stupitissimo stupore.

Ma com’è successo che bugnato, quella bugnato che piangeva lacrime di coccodrillo preparando all’ultimo i suoi compiti di musica mandando a memoria un testo del conservatorio, è approdata sin qui, nel blasonato cuore meneghino della lirica, l’elegante edificio neoclassico di Giuseppe Piermarini, scatola grandiosa d’un interno sfavillante?
È accaduto che in famiglia s’ottennero fortunosamente dei biglietti per assistere alla prova generale del rossiniano Barbiere di Siviglia nell’allestimento storico di Jean-Pierre Ponnelle e nella direzione orchestrale di Massimo Zanetti.
Si poteva forse dir di no ad una occasione sì succosa? E la sugosità del tutto, mi si permetta di dire, al di là della superba opportunità, è stata per me rappresentata dalla possibilità d’assistere proprio ad una prova, di mattina, non dunque nel canonico orario serale delle messinscene. Un appuntamento informale dunque, come piace a me, più vero forse (e solo il cielo sa quante implicazioni si inneschino nel definire vero uno spettacolo teatrale – solo il cielo e pure chi ha preparato un esame di teatro mon dieu!), non ‘ufficiale’ dunque ma con intatta tutta la solennità d’un appuntamento al Teatro alla Scala. E infatti è stata una mattinata bellissima.
Caso fortunaterrimo ha voluto, peraltro, che il posticino rimediato per me fosse ubicato in un palchetto, gesù, un palco di proscenio, il primo del second’ordine. E signori miei, mai spettacolo avrebbe potuto per me essere emozionante. Il velluto rosso, le sedie (tutte meravigliosamente scompagnate) con il profilo degli schienali dorato, la carta da parati damascata, la porticina chiusa alle mie spalle e, davanti a me, l’ambiente fantastico della sala, l’imponente lampadario, la buca dell’orchestra e il palco. Vicino, vicinissimo, tanto quasi da poter scorgere il battito di ciglia degli interpreti, e ogni sfumatura della loro espressività.

Ora, che aggiungere? Poco altro, essendo io né una melomane né un’esperta. Ma ai miei occhi e alle mie orecchie profane lo spettacolo è risultato divertente, scoppiettante, strepitosamente godibile e bello. Bello, veramente bello. Bravi gli interpreti, espressivi, appunto, a cominciare dal mattatore Figaro, il proraso di Siviglia, un carismatico baritono settantatreenne, ci dice wikipedia, dotato d’una energia di cui io neanche la metà, e nei giorni buoni eh. Divertenti tutti, belle le donne in scena (non esattamente le classiche soprano di mezza età simpaticamente barilotte), irresistibile il servitore Fiorello, un basso cinese, e fantastica e fiabesca la scenografia e i suoi meccanismi (segnalo peraltro la presenza in scena d’una sedia a dondolo Thonet uguale a quella che abbiamo in casa – ed era proprio quella infatti, tornando a casa non l’abbiam trovata più ahah). Eppoi bella, leggera e guizzante l’opera di Rossini (con un Anello del Nibelungo sarebbe andata peggione credo), l’opera italiana più rappresentata all’estero per i suoi meccanismi musicali e comici esplosivi; una storia in fondo classica, fors’anche banale, fatta d’un amore avversato, di equivoci, inganni e travestimenti, di riconoscimenti e agnizioni, ma anche di idee geniali (qui partorite dal factotum della città), per consentire ai due amorosi di coronare il loro sogno d’amore, con un occhio disincantato al potere sommo del vil danaro. Insomma, quasi degli archetipi di storie, dei topoi, degli ingredienti ricorrenti, delle carte di Propp; ma d’altra parte le carte bisogna pure saperle giocare. Rossini le ha giocate in maniera eccelsa, intessendo una trama musicale brillantemente architettata, capace di tenere alta, coi suoi salti e le sue ricche invenzioni, l’attenzione dello spettatore, sino al finale. E la regia qui ha fatto altrettanto, confezionando un’opera moderna, piena di momenti sapientemente spassosi grazie al grande talento degli attori in scena, che ho avuto modo di osservare da un’angolazione molto più che privilegiata… Dalla mia posizione ho avuto anche la meravigliosa opportunità di seguire il grandioso lavoro dei musicisti e del direttore d’orchestra, secondo polo d’uno spettacolo, quello lirico, che è bicefalo, partorito dallo sguardo registico e dal tocco del maestro. E guardare l’orchestra, quel giorno ‘in borghese’, adagiata nella sua buca, è stato una sorta di secondo spettacolo: è stato molto facile farsi rapire dagli sforzi dello scapigliato e compenetrato direttore, e, io che so suonare giusto il citofono, dalla bravura dei musicisti, peraltro sbarbi assai, dalle mosse esatte e repentine delle mani sugli strumenti, nonché, visione veramente ipnotica, dal movimento ritmico e perfettamente sincronizzato degli archetti sulle corde degli archi. Pura meraviglia. Pura meraviglia stare là, affacciata al palchetto, riconoscere i miei gengis in platea e assistere alla mia prima opera lirica… v’avevo detto che sarebbe stato un post paesanone! Peccato solo non avere con me la mia fida reflex, cosa che ha fatto sì ch’io mi riducessi a scattare foto paesane in modo paesano, con l’aifon, con i risultati paesani che potrete apprezzare. 
Ad ogni modo, volete mettere l’emozione? D’un sabato mattina di luglio, in una Milano bellissima e assolata (mitigo ma ci sarebbe da parlare di caldazza, ma comunque), in compagnia dei miei eleganti gengis, con una visuale stupenda e nell’ambiente magico d’un palchetto del famosissimo e blasonato Teatro alla Scala di Milano, a seguire un’opera lirica frizzante e briosa (mica l’epica tetesca barbogia di Wagner). 
Veramente una grossa fortuna (mammina, hai visto, non ho scritto culo!) questa mia prima volta alla Scala… Grossa fortuna e immensa, stupita (paesana) meraviglia negli occhi, nel cuore e nelle orecchie. D’altra parte, si dice, e sarà pur vero, che la prima volta non la si scorda mai.





martedì 7 luglio 2015

Voi, Milano e ciascuno di voi/Partecipante n°4: Marina

Se mi fosse dato – e per una verbosa come me sarebbe un’autentica tortura – di scegliere un solo aggettivo per definire Marina, la nostra quarta partecipante al giuocone (hey, fermi tutti: davvero quattro e dico q-u-a-t-t-r-o persone si sono prestate ad assecondare le mie turbe psyco-meneghine? gesù!), l’aggettivo che sceglierei è: sorprendente.
Sì, perché Marina è esattamente così. La sua capacità di sorprendere non è superficiale, patina posticcia con cui certe persone finto-originali cercano malamente di incipriarsi, rivestimento sottile che il più delle volte nasconde vite assai ordinarie, e pure mediocri. No, Marina ti sorprende con la sua intelligenza riflessiva, che cela al contempo un turbinio di pensieri, idee, progetti. Un fuoco d’artificio di racconti sorprendenti, appunto, di esperienze, di viaggi, di cose viste e vissute, che ha attraversato con lo sguardo e lo spirito di chi cerca di imparare e trattenere sempre qualcosa da ogni contesto. Con curiosità. Con voglia di apprendere, di mettersi in gioco. Misurandosi ogni volta in qualcosa di nuovo. Provvista d'uno sguardo attento sulle cose del mondo, sia lontane che vicine, ha saputo cimentarsi in frangenti e situazioni molteplici, manifestando dunque una certa, sanissima allergia a qualsivoglia fossilizzata staticità.
Ricordo il pomeriggio in cui, davanti a un cappuccino per me e a una spremuta d’arancia per lei (ma se la inviterete al bar, sappiate: per lei la spremuta è solo d’arancia rossa!), mi ha raccontato le sue passate esperienze lavorative: chezz, a un certo punto ho pensato che all’elenco mancasse solo il domatore di leoni! Marina mo nun ce dire che hai fatto pure quello!

Insomma, una persona curiosa, attiva, e pure creativa signori. Ha frequentato un corso di ceramica, realizza dei bijoux dolcissimi e pieni di poesia (vedere per credere), e, soprattutto, è operatrice qualificata shiatsu. Anzi, se qualcuno vuole aggiustarsi qualche incriccamento ricorrendo a una disciplina così nobile, antica e affascinante (che – mi cospargo il capo di cenere – poco conosco ma quel poco lo devo a lei) nonché soprattutto affidandosi a mani esperte e, risottolineo, qualificate, questa è l’occasione signori miei (Marina, non ci sperare, ‘sto bloggo lo leggo solo io!).

E quindi, avendole parlato di questa mia creatura virtuale e avendo fatto accenno al giuocone delle cinque domande, ho notato in lei accendersi una curiosità assai benevola nei confronti e del bloggo (grazie per la pietas, è pur sempre un epico sentimento dei nostri Avi) e del giocone, che ha considerato idea carina per, in fondo, parlare di Milano, facendo il punto su ciò che, di questa città – di cui è anche lei esploratrice indefessa ed estimatrice – amava di più. Ciò a cui era più legata. Anche perché, come vedremo, l’universo della lettura-scrittura non le è affatto estraneo. E vi pare che una persona come lei non poteva gettarsi con vitalità e passione in questa nuova, piccola sfida?
Tra il lavoro – esperienza che condividiamo quotidianamente: è mia collega! –, un giretto da turista nella propria città, qualche superviaggio all’estero, una pappa data alla sua coniglietta Penelope e molto altro, ha trovato modo di dedicare del tempo a questo gioco, a questo bloggo. A me, e la ringrazio tantissimo. E anche un po’ a tutti voi, pochissimi ma buonissimi che leggete. Perché – ricordatelo – chi si racconta in queste pagine rispondendo alle cinque domande, regala un po’ di sé stesso… ci fa un regalo. Anzi cinque.

E allora, andiamo a scoprire proprio cosa ha scritto la nostra Marina.


Ecco la mia personale classifica. Sicuramente riflette in parte gli umori del momento. Sono sicura che magari tra un anno risponderei in modo completamente diverso (ad eccezion fatta per il luogo del cuore che rimarrà sempre lo stesso…. altrimenti che luogo del cuore sarebbe?!)

1.
Il luogo preferito

Apprezzate la grafia magnificamente scapigliata di Marina!

Parco Sempione, ebbene sì. Un pezzo di verde nel centro della città. Un’oasi tra i bei palazzoni d’epoca del centro e il Castello con la mitica biblioteca dove spesso si andava a studiare nel tempo che fu.
Per i milanesi l’evoluzione poi non è stata da poco. Da luogo principe per tossici e spacciatori, con tanto di prato spelacchiato pieno di suonatori di bonghi un po’ fatti si è trasformato in un gran parco con abbagliante ghiaietta bianca e cespugli rigogliosi e decorativi. Rilassante.

2.
Il luogo del cuore
P.za Perrucchetti. È la piazza dove sono nata e dove ho vissuto fino ai sedici anni. Il ricordo è struggente e mi capita di tornarci solo per nostalgia e per ripensare a quegli anni. Rivedo mia mamma avvolta nella nebbia che aspetta alla fermata della 67 per andare al lavoro, io e mia sorella che ci avviamo a piedi con nostro padre verso la scuola, la mia amata nonna che abitava nel nostro palazzo e con la quale si andava ai giardini nel pomeriggio, la chiesa dove ho preso (mio malgrado) i sacramenti, la nevicata dell’85 con la statua del soldato ricoperta da un metro di neve, i militari della caserma S. Barbara (tantissimi allora) che erano in libera uscita e ciondolavano in gruppo senza una vera meta, la barista sotto casa che ci ha regalato i dischi del suo jukebox quando ha deciso che era ormai finita l’epoca della musica a gettoni.

3.
Il pezzo da novanta
Allora confesso che la prima cosa che mi è venuta in mente è stato il nostro Duomo. Dico ma chi ce l’ha una cosa così…… el Domm de Milan è proprio unico, poi però riflettendoci e anche pensando all’ingombro notevole di averlo fuori casa (ih ih) mi sono “ridimensionata” e ho concluso, dopo attento rimuginio sulle molte bellezze tra le quali scegliere e dopo che mi si era accesa una piccola lampadina che io, zitta zitta, mi porterei a casa il Cristo morto del Mantegna, custodito nella pinacoteca di Brera. Non è molto allegro lo so ma è talmente potente e impressionante guardarlo che tenerlo sulla parete di casa non mi dispiacerebbe proprio anzi insomma farebbe sicuramente un gran figurone.

4.
Il luogo più sbalorditivo
Nei miei vagabondaggi di studentessa poco volenterosa e quindi bigiosa, mi è capitato casualmente di scoprire l’ossario di San Bernardino alle Ossa, posto assolutamente oscuro e silenzioso pur trovandosi nel caos del traffico cittadino. La mia anima dark ne è rimasta affascinata e intimorita allo stesso tempo. Mi sono immaginata i tempi del Manzoni, la peste (ma non si sa davvero chi siano quei morti credo!) e quei teschi, quelle ossa che non hanno trovato altro riposo se non stare tutti insieme e per sempre a testimonianza della durezza della vita e della morte.

5.
L’itinerario che suggerisci
Tram 19 – sono anni in realtà che non lo prendo ma penso che non ci sia niente di più piacevole del guardare le vie di Milano da un bel tram sferragliante. Intendo naturalmente quelli arancioni (o meglio quelli che erano arancioni e che adesso hanno assunto i mille colori, tuttavia non sgradevoli, delle pubblicità), piccoli, rumorosi, con gli interni di legno e le lampade di vetro. Il percorso che fa suggerisce qualcosa di Milano: il naviglio poi fino a piazzale Baracca e avanti verso fiera e corso Sempione, per dirigersi speditamente verso quella periferia che una volta mi sembrava lontanissima e triste e che adesso trovo invece familiare e allegra: quella di piazzale Accursio e del Portello.

***

Cavolacci ragazzi, ma che emozione!
Che dire? Il parco Sempione è veramente un gran parco: uno spazio verde prezioso e ossigenante, il cui tappeto erboso prende avvio, senza soluzione di continuità, dal nostro Castello; non è poco per una città come Milano avere un parco così, in pieno centro.
Dopodiché l’ossario di San Bernardino, di cui si è già parlato qui, che purtuttavia dimostra d’esser luogo conosciuto e frequentato dalla nostra Marina ben prima che io ne scoprissi l’esistenza con la superdritta della mia zia! Insomma, qua Marina è stata una vera pioniera. Ed in effetti è davvero uno dei luoghi più sbalorditivi di Milano… E a pensarci bene: siamo sicuri, solo di Milano?
Eppoi… il Cristo morto del Mantegna, col suo corpo gonfio e illividito, le sue braccia lunghe, inquadrato in un taglio visuale quasi cinematografico: una vera perla di Milano, ma ciò che è davvero fenomenale è che, come avrete visto, da oggi niente più code in Pinacoteca e deca sganciati in biglietteria cari amici, basterà autoinvitarsi (elegantemente, mi raccomando, non siate i soliti grezzoni!) da Marina per gustarlo nel suo soggiorno! E nel pezzo da novanta, come darle torto, fa una comparsina pure il buon vecchio Domm, con tutta la sua potenza, già indicato, ricorderete, dal nostro Pinco.
Ma veniamo alla domanda namber faiv: il giro a bordo del tram. 19. Bingo. Questo itinerario coglie perfettamente, meravigliosamente, lo spirito della milanesità: nella risposta di Marina c’è tutta la bellezza di questi tram con la livrea arancione, vecchissimi (e caratteristici) in mezzo a tanta cangiante modernità, che sfrecciano per le strade d’una città in continua evoluzione (con, farei notare, il sempre fondamentale Portello)… Ganzissima Marina ad averci pensato!
E in ultimo… il luogo del cuore. Marina qui ci srotola un nastro ad impressione cinematografica, in cui si susseguono dolci immagini estratte dalla memoria… Veramente commovente ed emozionante. Con questi aneddoti e con tutti questi quotidianissimi ma proprio per questo toccanti e speciali ricordi, come si fa a non eleggere tale piazza a proprio luogo del cuore? Sono sicura che se qualche lettore del bloggo dovesse capitare in piazza Perrucchetti non potrebbe fare a meno, da ora, grazie a questa testimonianza, di guardarla con un senso di affettuosa benevolenza… che poi è in fondo proprio lo scopo di questo umile giuocone.

E allora come non ringraziare, e di cuore, Marina, per aver condiviso con noi tutte queste ‘narrazioni’ e queste cinque, differenti declinazioni del sentimento per la nostra città, Milano?
Grazie infinite Marina! Ah, e stasse tutti da te a vedere il Cristo morto!

E voi, lettori moltitudinari (?) del bloggo, maccome, ancora non vi siete cimentati in Voi, Milano e ciascuno di voi? Cosa state aspettando? Vi attendono ricchi premi orizzonti di gloria, ricordatelo! Forza, avanti il prossimo!