lunedì 4 agosto 2014

Lo spettacolo della morte: la cappella di San Bernardino alle Ossa


Ma interrompiamo per un attimo il gioviale racconto d’una città ariosa, tutta parchi e delizie che ho vergato sinora, per affrontare un brano mediolanense un tantinello più complesso, sicuramente meno immediato nel piacere che potrà generare nel visitatore, ma non per questo meno affascinante. Affascinante come tutte le cose che producono conoscenza, e che stimolano conseguentemente un pensiero, un’opinione, e dunque una presa di posizione, tramite in questo caso l’esperienza d’un vivido scuotimento emozionale capace di irraggiarsi alle papille gustative cerebrali; col valore aggiunto d’essere un’acquisizione preziosamente maturata sul campo, e non desunta dai libri. Un piacere di tipo storico insomma. Tutta questa fumosa introduzione per dire in soldoni che stiamo parlando della chiesa, anche questa centralissima come San Satiro, di San Bernardino alle Ossa, e d’una sua appendice architettonica.

La prima volta che ho visitato San Bernardino ero da sola. Era una scura mattina d’un freddo inverno milanese. Ne venni a conoscenza grazie a una mia cara zia, che di ciò ringrazio, e che si chiama zia Grazia (avevo voglia d’allitterare). Così mi dissi che avrei dovuto per forza farci un giro. Rigorosamente da sola però: senza distrazioni, battute, alleggerimenti. Una bella prova di coraggio per me, che ho la spavalderia grossomodo di un coniglio nano.
E questo perché lo spettacolo al quale s’assiste una volta percorso sino in fondo il corridoio a destra, indicato da un cartello con la scritta ‘Ossario’ e relativa freccia, può legittimamente impressionare e risultare inquietante.
Preceduta da un atrio rettangolare e accessibile dopo aver salito qualche gradino, la chiesa, ricostruita nel 1712 a seguito d’un incendio, possiede un aspetto piuttosto chiaro e luminoso. La nota lugubre e orrorifica è però anticipata dalla statuetta d’un neonato abbigliato di trine, dall’espressione vuota e fissa, un po’ come certi manichini della parte chinatown di Milano; anche se probabilmente detta statuina ha un più nobile e prossimo parente nel bambinello dell’Aracoeli di Roma Capitale, anch’esso infagottato di merletti e spaventosità.  Ma che gli viene in mente a ‘sti chierici, dico io. È poi volgendo verso destra che si intravede il secondo appetizer dello spettacolo scary che si intravedrà più oltre. Una parete di ex voto metallici, appesi in teche di legno e velluto, immancabilmente a forma di cuore, con la tipica punta inclinata; un oggetto che, confesso, mi impressiona sempre un po’, per l’odore acre che sprigiona di superstizione e Controriforma. E infine eccolo, in fondo al corridoio. Ciò che motiva la denominazione “alle Ossa” della chiesa. Il cartello e l’emerito custode, un mezzo clochard che staziona davanti all’edificio e che vi accoglie dandovi il buongiorno e indicandovi l’ossario con l’intenzione di ricevere un nichelino in cambio dell’informazione, non mentivano. Eccolo infatti, l’ossario. Quadrato, non particolarmente ampio ma nemmeno vivaddio particolarmente scuro, illuminato da qualche finestra di fortuna. L’ossario, con l’altare e le panche.
E alle pareti il motivo per cui molto probabilmente siete venuti al Verziere. Nicchie riempite di ossa umane trattenute da grate. Ossa disposte non a muzzo ma con ragionata precisione, assecondando un progetto decorativo evidente. In ogni nicchia, al centro, è realizzata, grazie all’accostamento dei teschi, una croce. Teschi uno sull’altro e uno accanto all’altro, con in mezzo un mare di vertebre. E non solo: scorrendo l’occhio verso l’alto, ecco ancora filari di teschi che corrono lungo cornicioni e scanalature prima della volta. E alle colonne, ulteriori ex voto intecati, e decorazioni di teschi e ossa affiancate a realizzare motivi ornamentali, in uno stile oltrebarocco, quasi con leziosità rococò. C’è pure il simbolo dei pirati, teschio e tibie incrociate! Ma che gli viene in mente a ‘sti chierici, ridico, numiddidio! E ci sarebbe veramente da chiederselo in effetti.
Ora, sulla provenienza delle ossa circolano diverse voci. Qualcuno ama raccontare che siano appartenute a deliquenti e briganti giustiziati; ma con maggiore probabilità si trattava invece delle spoglie dei defunti del vicino Ospedale del Brolo. Ancora l’annoso problema dei mediolani che non sapevano dove smaltire i corpi dei morti della città? Bè, non in questo caso. Non è conservazione questa. È gusto decorativo, certo un poco dubbio forse. Dubbio, già, sfido a dire il contrario. Dubbio ma non affatto inedito, nella storia degli edifici di culto cattolici. Resti umani incastonati a prefigurare l’ascensione e il trionfo delle anime raccontati dall’arioso affresco della volta, opera di Sebastiano Ricci (1695), un trompe l’oeil illusionistico tra angeli e putti, messo lì a rianimare l’occhio e l’animo dell’osservatore avvilito da questo insistito e debordante memento mori.

Bon, che effetto fece a me vedere l'ossario quando fu che c’andai per la prima volta, solina, in una mattina brumosa d’un deserto giorno feriale? Apparte che mi fece più impressione l’attigua chiesa di Santo Stefano, scurissima quasi da non percerpirne visivamente l’altare, ma questa è un’altra storia, ma se si esclude un signore non esattamente in sé che con una vissuta sportina di plastica tipo supermercato se ne stava in un angolo dell’ossario a salmodiare versi incomprensibili in una lenta nenia a bassa voce e con gli occhi chiusi, la mia reazione non fu di spavento, orrore o raccapriccio. Ma di pena. Per quelle povere ossa costrette all’esposizione perpetua. Per l’inciviltà d’un destino post mortem non scelto ma imposto (vabbè ch’eran tempi che pure il destino pre mortem era piuttosto, come dire, indirizzato dalla Madre Chiesa). Per questi uomini e donne, anime forse non sante, forse peccatrici, addossate e costrette a far mostra di sé negli effetti prodotti dal lavorìo sottraente della morte, che restituisce di noi solo l’interno scarnificato (anche se c’è da scommettere che tale materiale umano abbia subito come minimo una bella spazzolatura per poter essere usato, alla maniera del solenne Balkan Baroque di Marina Abramovic). Uomini che un volto ce l’avevano eccome, diamine. E che forse non avrebbero gradito quella sorte. Anime costrette a fare sensazione, poiché questo era lo scopo in fondo. Per questo ogniqualvolta mi capiti di mettere piede nella cappella dell’Ossario di San Bernardino alle Ossa, a Milano, mi pervade un automatico senso di rispetto, e di solidarietà per quelle vite del passato, violate e trasformate senza scrupolo, dopo l’ora del loro ultimo respiro, in uno spettacolo visivo barocco, raro, d’effetto. Una sorta di pornografia della morte.  
Ma questo luogo milanese, calco d’altri sparsi in varie latitudini del mondo cattolico, rimane invito, ineludibile, a una riflessione che sollecita corde mentali più ascose, utili a conoscere meglio, e quindi a valutare, certe pratiche e soprattutto certe secolari istituzioni, nell’azione e nell’illimitato potere che hanno impunemente potuto esercitare nel diacronico snodarsi della Storia. L’oscenità di questo luogo, il suo raccapriccio, sta in fondo tutto qui.

Suggerimento per la visita
(Rubrichetta del a chi vuoi che gliene impipi)
Dunque ordunque, se vi va d’andarci, e sarebbe la prima volta, andateci da soli. Dopo portateci amico/collega/nonna/zio, ma appunto, dopo. È tutta un’altra cosa. Se non altro per godervi di sottecchi il terror e la soggezione negli occhi del vostro congiunto, che per un attimo forse vi odierà per averlo portato lì, ma poi non potrà far altro che amarvi, per tutta la vita, pensando che siete maledettamente ganzi a conoscere queste chicche!


giovedì 17 luglio 2014

Galleria d’Arte Moderna: la Villa, la civica collezione, gli scorci del giardino romantico


Parlare della Gam è un po’ come affrontare quegli argomenti monstre sui quali c’è veramente un sacco ma un sacco da dire. Perché se esiste a Milano un luogo dove anche i detrattori più irriducibili di questa città possono veder scricchiolare il loro castello di certezze, e forse che ti forse, pure un po’ cambiare idea, quel luogo è, precisamente, per dirla in maniera estesa e non con quelle sigle che tanto di moda van oggidì nella galassia museale, la Galleria d’Arte Moderna di via Palestro 14.
La civica collezione, sculturea e pittorica, è ospitata in uno degli edifici più fastigiosi di Milano. Trattasi della Villa Belgiojoso poi denominata Villa Reale, opera architettonica di Leopoldo Pollack, allievo del Piermarini, uno dei massimi esponenti del neoclassicismo italiano. Quattro colonne ioniche scandiscono l’ingresso dell’edificio, villa di configurazione suburbana benché, già allora, pienamente cittadina, con un lato su strada e uno interno, affacciato al meraviglioso giardino, un luogo da sogno di cui tra qualche riga diremo (uso il plurare perché nella mia testa siamo in tanti).
L’edificio stesso è un manuale tridimensionale del Neoclassicismo: il cortile d’onore, il bugnato pulito e razionale, la sequenza di colonne; con l’acme del retro, vero e proprio lato forte della struttura, non solo per l’eccellente affaccio sul giardino. Degna di nota è sicuramente la balaustra che perimetra il tetto della villa, da cui fanno capolino numerose sculture realizzate dalle stesse maestranze attive nel cantiere della Fabbrica del Duomo, su progetto di – udite udite – Giuseppe Parini, a cui si deve il mitologico programma iconografico della Villa. Quando fu che appresi del contributo del buon abate Parino alla realizzazione dell’edificio, forse il più bello della città di Milano, venni colta da vertigine: e questo perché, per vicende legate alla mia biografia scombinatella, infinito bene voglio al poeta di Bosisio, milanese non di nascita ma d’adozione, Maestro di ironia, e scusate se è poco, nonché precursore di elementi di lotta di classe (ora mi levano il 30 in letteratura, tanto, esame più esame meno!), caustico e puntuto dissacratore dell’azzimata e affettata nobiltà settecentesca (ogni epoca ha del resto i suoi gommini del tergi) con cui, purtuttavia, anche per ragioni di sopravvivenza, aveva forzosamente a che fare; purtroppo è sempre difficile non sporcarsi di merda. Dello stretto rapporto Parini/aristocrazia è prova anche la stessa partecipazione al progetto costruttivo di questo villone, chiaramente destinato a esponenti dell’upper class, mica ai servi ricoverati nelle infime stanze, infelici e maltrattati, quelli con cui Parini solidarizza ne Il Giorno; un villone che andò peraltro a ospitare, nel lasso di tempo in cui fu proprietà bonapartesca, la Paolina dal Canova ritratta addivanata.

Dopo questa digressione letteraria, veniamo ora all’interno della villa: i suoi ambienti, raccordati dallo scalone monumentale, sono anch’essi eccelsi, e non solo per le opere d’arte che custodiscono, ma per i loro soffitti, gli stucchi dorati, gli affreschi e le decorazioni, come la magniloquente Sala da Ballo coi suoi pomposi lampadari. La civica raccolta annovera testimonianze artistiche italiane dal Canova ai primi scoppiettii futuristi, in una enfilade di sale superbe altamente illuminate dagli ampi finestroni (con fresche visuali sul parco), cosa che in taluni casi non giova alla fruizione delle opere pittoriche, specie di quelle più crepuscolari; ma non importa. Onore all’architettura che si lascia pervadere dalla luce, cosa che nell’era elettrica si è imperdonabilmente dimenticata, come se la luce artificiale potesse o addirittura dovesse sostituire quella naturale. Dopodiché, sul fascino che può esercitare l’Ottocento artistico italiano fate vobis: a me non fa proprio impazzire, eh, pur riconoscendone la grandiosa qualità, sia mai. Però son gusti, e in ogni caso non si può dire che questa carrellata di super pittori non mi mova e non mi appassioni. Poi c’è sicuramente chi si incanta percorrendo il corridoio di sculture cerose di Medardo Rosso, come la mia supercollega.
Mi appassionano molto molto però le miniature esposte al piano terra, luxury toys degli aristocratici del tempo, dipinte con una minuzia a dir poco spaventosa (da segnalare che una coeva, raccolta similare è ospitata al Museo Poldi Pezzoli). Personalmente poi trovo irrinunciabile l’ultimo piano della Gam, il sottotetto dai pavimenti parquettati e scricchiolanti ove ha sede la raccolta Grassi, come la sottostante collezione Vismara dal respiro internazionale e assai blasonato: Morandi, Cézanne, van Gogh con le sue acquarellate donne bretoni (avete presente il quadro scopiazzato da Émile Bernard? quello, bravi, ecco, van Gogh qui è stato un eccelso copione). E poi Ensor, in un quadro apparentemente molto composto, un vaso di fiori poggiato su un centrino di pizzo, ma condotto con una vaga intemperanza della mano e del tratto che presagisce gli scenari irregolari e grotteschi della sua arte. E poi la chicca vera, il paesaggio di Utrillo, cacchio, con quel suo lampione magistrale, roba da perdere i sensi. Questo Utrillo emozionante, per me, vale già tutta la visita.
Quando poi arrivate all’ultimo piano, superando il mezzanino con la vetrinetta in cui sono esposte le statuette di Buddha dalle mani sottili, fisse in pose ipnotiche (talmente sottili che hanno in molti perso le dita), specie se è estate, complice il caldo, può darsi voi siate vagamente stanchi: e allora non posso che suggerire una sosta sulle sedie in tubolari d’acciaio e tela nera alla Mies van der Rohe sparse, per la gioia del visitatore, per le sale della Grassi, sulle quali adagiare il proprio tergo è un’emozione, perché c’è sempre la paura che si ribaltino, che non reggano, e che si richiudano con voi e il vostro culo dentro, facendovi atterrare con fracasso mattacchione sul già parlante parquet. Vorrete mica fare una figura di merda davanti a Cézanne? E quando vi rimettete in piedi alla fine siete più stanchi di prima, perché non avete riposato per un cazzo, rigidi e contratti, intenti a non farvi fottere dalla (s)comoda poltroncina (pur godendovi poi il trionfo interiore: alla fine ho vinto io, sediolinadesign dimmerda).

Ma la bellezza vera della Gam, come abbiamo già in parte anticipato (nella mia testa siamo sempre in tanti), si concentra nel dialogo che la dimora allestisce con il suo giardino, e in ultima analisi nel parco stesso, luogo da sogno che più da sogno non si può. Innanzitutto si tratta del primo parco realizzato in Milano secondo i dettami del pittoresco: avventurarsi per i suoi viali è una passeggiata di scoperte avvincenti, distribuite attorno al laghetto dai contorni sinuosi, con l’acqua ora mossa a cascata ora immobile, a lasciare spazio agli altri rumori della natura. Un piccolo bosco, misurato e raccolto, che lascia obliare in maniera così perfetta e tonda il traffico di là fuori, e la città vorticosa che lo circonda. Un giardino all’inglese con un percorso botanico ricchissimo, che include più di cinquanta specie, fuse magicamente in un meraviglioso e accordato concerto di verde, che è una gioia per gli occhi e per l’anima. E del giardino all’inglese, i giardini della Gam contemplano tutti gli immancabili topoi: i ponticelli di legno, le vedute affascinanti, le salite ora ripide e rocciose, l’acqua scintillante al sole in cui si inzuppano le foglie delle piante e dei rami cresciuti al bordo. Un luogo magico insomma, un cosmo miracoloso appartenente a un altro mondo, forse trapiantato dall’era del Mito. L’idea di essere in un mitico Altrove è d’altra parte suggerita anche dalle presenze archittoniche sparse per il giardino: statue interrotte nella loro integrità, ma soprattutto il tempietto circolare, trionfo romantico in un giardino romantico. Pura meraviglia.

Questo è il luogo milanese migliore per il vostro sabato mattina, specie se è primavera e il giardino è bagnato dal sole, sia che siate in compagnia di voi stessi o di qualcuno a cui volete ben. Sappiate però che: al momento l’ingresso al museo è gratuito (al momento)*, poiché, com’ebbi di rimembrare con un dotto e gentilissimo custode della Villa, esso, ospitando una raccolta civica, esprime, attraverso la gratuità del suo accesso, la volontà d’una fruizione pubblica recata in offerta alla cittadinanza, secondo un ideale di formazione e di educazione culturale per tutti. È davvero singolare invece scoprire che il parco della Gam sia accessibile soltanto (quantomeno in linea teorica oserei dire eh!), come illustra un cartello affisso al ferro battuto del suo portone, ai minori di anni 12 e agli adulti che li accompagnano. Davvero. E temo che in un accesso di imbecillità il comune di Milano vada anche drammaticamente fiero di questa trovata. Che è invece discriminatoria. Ammetto qui con tutto il candore di cui sono capace, che questo divieto l’ho aggirato, più e più volte, assumendomi anche la responsabilità di farlo violare alle persone che eran di volta in volta con me, milanes (o più o meno insomma) e anche forestieri. E so intimamente di avere fatto non bene, di più. Perché ho regalato a costoro degli attimi meravigliosi, e delle avventure dello sguardo indimenticabili. Qui, a Milano, nella mia città. Un legittimo esproprio culturale, e non dico che lo rifarei perché lo rifarò, sicuramente. Dei divieti ingiusti bisogna impiparsene. Sul serio: par normale tutto ciò? Immedesimatevi in un undicenne (vabbè su, almeno provateci), che ci ha giocato fino all’altroieri; poi – puff!, arriva il dodicesimo compleanno, manco il tempo di spengere le candeline sulla torta che è costretto a sloggiare. Ma vi pare? E poi detto fra noi, che volete gliene freghi ai moccolosi di questa bellezza? I marmocchi son felici anche a ravanare nei giardinetti sottocasa giocando con le cacche dei cani e raccogliendo margheritine. Lasciamoli lì, o portiamoli anche qui, per carità, ma non si vieti a nessuno questo contatto con la natura, questa possibilità, che è imperdibile, di essere così ‘immersi’, e non è un’esagerazione, perché questa è davvero un’immersione nella natura, tra le foglie, le ombreggiature, gli alberi, la quiete. Che è il preciso proposito, qui pienamente raggiunto e realizzato, che sottende il giardino romantico. Perché privare un ragazzino, un adulto, un anziano di tutto ciò? Non ha senso. Il mio consiglio è: andateci in questo posto, andiamoci e prendiamocelo. È veramente, forse, il luogo più bello e straordinario di questa città, quell’interlinea di verità di cui dobbiamo appropriarci, diamine, facendone un luogo preziosamente familiare. Ci si vada, da soli o in compagnia, ma ci si vada. E ci si torni, e torni ancora. Ci si vada alla Gam e si passeggi nel suo giardino, scoprendone di volta in volta scorci diversi e rinverdendo lo stupore e l’incanto per l’abbraccio dolce e narrativo della natura. Per vedere, ancora una volta, e scoprirlo, e portaselo nel cuore e negli occhi, quanto bella è Milano.









  

*EDIT - [8/2014]
Come per tutti i Musei Civici della città, l’ingresso è divenuto testé a pagamento. Secondo me anche il dotto custode è incazzato, trasformato ingloriosamente in bigliettaio. Il suggerimento è di succiare il più possibile le occasioni di entrarvi gratuitamente: tutti i giorni dall’ultima ora di apertura, magari smezzando l'esplorazione in più riprese. E fare cippirimerlo a quei stronzi del Comune di Milano. Che dire, il vento è cambiato davvero, e porta in giro un inconfondibile odore di merda.

domenica 22 giugno 2014

Milano diventa un’altra cosa – Stazione Garibaldi, Torre Unicredit, piazza Gae Aulenti, nessi e connessi


Ordunque, avendo una storia a distanza, sto affilando come una lama la mia conoscenza delle stazioni ferroviarie milanesi. Vi avevo già detto qualcosa a proposito della Stazione Centrale, ma invero la stazione che frequento di più è quella di Porta Garibaldi. Nulla da dire in particolare sulla stazioncella, piccina e senz’altro meno dispersiva della Centrale; c’è chi infatti la preferisce per questo. Quello che è davvero degno d’attenzione – non solo per i milanès in fondo, ma anche per chi è interessato all’architettura d’oggidì e alle trasformazioni urbane – è l’intorno della stazione, il quartiere che, come da titolo, sta trasformando Milano in: un’altra cosa.
Il modo migliore per accorgersene è arrivarci in auto, in stazione, dal cimitero Monumentale. Oggi – domani potrebbe già essere, per l’appunto, un’altra cosa – questo distretto di città è un cantierone tortuoso e incasinato assai, roba che nel tratto di strada precedente potrebbe quasi strapparvi un bestemmione mentre siete alla guida, specie se, come me, al volante non siete esattamente degli sgamati.
Poi però vi avvicinate pian piano ai nuovi palazzoni, recumbenti su piazza Gae Aulenti: e anche il cuore indurito del guidatore incacchiato non può, non può non farsi rapire da ciò che gli si para davanti. Uno spettacolo irreale, che personalmente mi fa scoppiare a ridere (vabbè sì, questa è l’insania che c’è in me) forse come reazione di distensione dopo la concentrazione della guida. E allora rido, sì, me la rido di brutto, perché sono arrivata in stazione e ce l’ho fatta, e me la rido, scoppio a ridere e me la rido dentro alla grande perché guardo dal parabrezza la mia città e vedo cosa diventa, e me la rido, e penso che Milano in fondo è la mia sposa (cit.) ed è bello accorgersi di essere ancora innamorati persi del proprio coniuge, capace di darci ancora grandi soddisfazioni. 

Già, ma che diavolo si vede dal parabrezza?
Chiedo scusa, ho divagato, ora lo racconto cercando di recuperare la lucidità.
La prima visione è quella della Torre Unicredit, il grattacielo più alto d’Italia*, opera dell’italo-argentino César Pelli, circondato dai suoi più modesti colleghi. La Torre Unicredit è un complesso di tre grattacieli, che descrivono con le loro planimetrie un semicerchio, assecondando la forma circolare, volutamente classica, di piazza Gae Aulenti. 
Uh, il grattacielo, che novità! Piaccia o non piaccia però, costoro c’han maledettamente preso: a meno di due anni dalla realizzazione sta sul serio diventando il nuovo simbolo di Milano, col suo pinnacolo grafico che si vede anche dalla periferia della città, e pure dalle tangenziali, guglia in una città nota per le guglie. D’accordo, l’idea del grattacielo non è originale e direi pure vecchia (d’altra parte, porino, il buon Pelli vi ricordo è classe 1926, non proprio un giovanotto). E manco è originale l’avervi allocato una banca, l’Unicredit, su cui puoi contare finché non fallisce. Insomma, il solito arrogante saggio di finanzcapitalismo. Era meglio una onlus, un circolo arci, o un circolo della birra diamine, andava bene pure quello.
E invece no: tutta la zona di piazza Gae Aulenti sembra nata per il trastullo dei gommini del tergi (per conoscere il significato di questa espressione, citofonare Egidio ore pasti: ne è lui l’involontario coniatore). All’ingresso della Torre Unicredit, ad esempio, troneggia Red, declinazione commerciale del mondo delle già fichette librerie Feltrinelli prontamente adattata al contesto: pochi libri ma vacui, atmosfera da bistrot fintofrancese, e un cesso preceduto dalle parole di – oh! – Catherine Zeta-Jones, moglie del figlio di Spartacus, bella snappola lei per carità, ma citarne le massime in una libreria no, che ci spiega come il segreto di un buon matrimonio sia quello di avere un bagno a testa, uno per consorte. Bella frase, io non riuscirò manco a comprarmi un magazzino delle scope per risolvermi il problema della casa, raddoppiare il numero delle tazze del cesso è francamente l’ultima delle mie preoccupazioni. Ed è stato qui esattamente qui che, tra le visioni sconfortanti di radical gommini dall’aria annoiata dai loro agi, con sottobraccio Repubblica e Sole 24 Ore, che con dita untazzate di croissant sfogliano le pagine dei libri in esposizione, sovente umettandosi con la loro regal saliva il regal polpastrello, ho pensato che il se il buon Giangiacomo (Feltrinelli) avesse veduto, o anche solo immaginato tutto questo, sarebbe corso ad appendersi al traliccio sotto al quale trovò in altro modo la morte, cercandone a piene mani il fascio d’alta tensione.

Ma se descrivo tutto questo, non è per disgustarvi, lo giuro. Perché nonostante tutto a me questa piazza Gae Aulenti, così grigia nei suoi eleganti toni di grigio, piace. E obbiettivamente non si può dire che sia brutta o non riuscita, anzi. Ci si fa una gradevole passeggiata in mezzo, attraversando su di una passerella una fontana dall’acqua tremolante ai cui bordi corre un sedile per sostare (e anche per bere il caffè: fatevi furbi, portatevi un thermos, dei cioccolatini, mamma e papà e i vostri amici, e sarà festa senza aver foraggiato il Red là di fronte). Vista da lì, la guglia della torre Unicredit sembra un ago non che gratta, ma che punge il cielo.
Ma la sortita prosegue, tra le vetrine dei vari negozi, alcuni già aperti e altri che poi apriranno. Ma non sono queste le cose cui prestare attenzione. Moderatamente carina è l’idea degli ottoni, il massimo della minchiata simpatica, con in alto un suggestivo squarcio che inquadra sempre lui, il pinnacolone. Poi da qui passeggiando si vede il Bosco Verticale, progetto dello Studio Boeri consistente anch’esso di due grattacieli. Ma non fatevi ingannare dalle idee pseudodemocratiche di cui vorrebbe farsi latore: ‘più verde per tutti, più ossigeno alla città’; balle, non è verde cittadino, non è verde per passeggiare, leggere, giocare, darsi appuntamento. Se lo godranno i gomminoni del tergi che c’andranno ad abitare, insieme a cicale, cavallette, zanzare e grilli. Ma ricordino i gommini: per queste bestiole il passo dalla pianticella sul terrazzo alla vostra camera da letto sarà breve, molto breve.
Più bello il lato sulla destra di chi è arrivato alla piazza dalla Stazione Garibaldi, attraverso il sottopasso o le scale mobili coperte dalla tettoia. I palazzi, anche parecchio pregevoli e nuovi, tornano a misura (non affatto male la Corte Verde di Corso Como, di Cino Zucchi, cugina di largo Zanuso, progetto dello stesso studio e si vede): e la cosa migliore è la discesa verso corso Como, architettonicamente ben azzeccata e piacevole (anche qui comunque apriranno presto negozi luzzuosi). E girando ancora verso destra, la vera meraviglia: il giardino Anna Politkovskaja, in realtà una strisciolina di verde, ma così graziosa e defilata e così surreale nello spazio che si è ritagliata dietro a questi palazzoni lucidi e nuovi di pacca, che non può non commuovere, per le sue panchine, i cespugli, le roselline, i sentierini ed anche naturalmente per la buona persona a cui è intitolato.

Con questo si conclude il giro di Porta Nuova, nel complesso piacevole, dai. L’immagine che mi tengo è quella, arrivando in auto, dei palazzoni grigi dal profilo aguzzo che si stagliano nel grigio del cielo plumbeo della città: una sorta di gara tra sfumature, giusto interrotta dalle lucine rosse che bordeggiano per questioni di sicurezza i punti estremi degli edifici, immagine vagamente apocalittica. Anche le gru dei cantieri ancora aperti sembrano amalgamarsi nel paesaggio, simbolo concreto della città in trasformazione, della Milano che diventa, si diceva, un’altra cosa. Io le gru lascerei lì anche quando sarà tutto finito.    
Per il resto s’è già in parte detto: una banca a guardarci dall’alto verso il basso, cantieri a volte fermi perché le imprese sono candidamente insolventi, le mani in pasta di Ligresti.
Ecco perché tifo per le cavallette (già avvistata qualcuna in zona). E per i topi. Già, di topi qui ce ne sono parecchi, nel parcheggio davanti alla stazione, lato Tecnimont. Sfrecciano di qua e di là, si dicon cose e corrono via, ravanano nella spazzatura, fanno simpatiche scorribande. E anche questa è una cartolina di Milano: il grattacielo Unicredit con la sua algida cuspide e in basso la vivace comunità di ratti che saccheggia, in un trionfo d’anarchia e collettivismo, i cassonetti dell’immondizia. E io, appunto, tifo per i topi.







* EDIT – [12/2014]
Ebbene, la Torre Unicredit non è più l’edificio più alto d’Italia. L’illustre (?) primato è rimasto in Milano, conquistato da un grattacielo in zona vecchia fiera, opera d’un noto architetto nipponico, Arata Isozaki, il quale dimostra dunque di averlo più lungo. Pelli dovrà farsene una ragione. Una domanda purtuttavia si fa strada ficcante: serviva proprio questo grattacielo a sezione sottile, che ha peraltro sminchiato il profilo architettonico mediolano, visto che ovunque tu sia lui appare in tutta la sua banale forma rettangulea? È originale forse? Nuovo? Azzardo: bello? O quantomeno dotato d’un nesso concettuale, per quanto opinabile, che lo lega alla città di Milano, come il pinnacolo della Torre Pelli vuol essere citazione delle guglie del Domm? La risposta è no, no, no e ancora no, nulla di tutto questo è la Torre Isozaki. Che per rendere omaggio ai natali del suo fine creatore, sarà da oggi ribattezzata, in modo più calzante, Soshito Nakagata.