venerdì 26 settembre 2014

Il Museo Archeologico di Milano, giostra di meraviglie


Come già ivi anticipato, il Civico Museo Archeologico di corso Magenta 15, con il suo portalone barocco e l’ingresso verdino con l’insegna in ottone, è un luogo meneghino per me assai strettamente e delicatamente connesso alla nascita del mio amore per questa città.
La sua scoperta avvenne in solitaria, in un’estate un po’ tristanzuola in cui mi gettai in una disordinata ma vorace perlustrazione delle vie di Milano e dei suoi tesori; che seppero elargirmi, anche questo anticipato nel post d'apertura del mio seguitissimo bloggo, non poco conforto. E possiamo dire che il detto Museo Archeologico, spazio incantevole, giostra meravigliosa da affrontare con l’entusiasmo di quei piccoli cosi chiamati bambini, ampio ruolo ebbe in ciò, visti i ripetuti wow di stupore che disseminai durante la visita alle varie sale, facendo la figura dell’idiota al cospetto delle telecamere di videosorveglianza e di qualche sconcertato custode di turno.
E vediamone dunque i motivi, di questo amore, tutti importanti, tutti preziosi, ognuno un piccolo fuoco d’artificio esploso nel mio quoricino.

Innanzitutto stiamo parlando d’un distretto archeologico caldissimo per la Mediolanum che fu: e il pregio del Museo è quello di aver conservato una certa stratigrafia, che dà modo di vedere oggi, o quantomeno poter bene immaginare, cosa doveva esservi sorto un tempo. Tra via Nirone, corso Magenta, via Luini e via Brisa si ergeva infatti il palazzo imperiale di Massimiano, risalente all’epoca in cui Milano era capitale dell’Impero. E racchiusa dalle acciottolate mura massimiane era l’estesa struttura del circo, una torre del quale è sopravvissuta in quanto trasformata in campanile del monastero di San Maurizio, ricovero claustrale delle monache benedettine sorto nel corso del Cinquecento, che, detto ‘la Sistina di Milano’, merita però un capitolo a parte.
La torre, quadrata nei suoi mattoni rossi e nelle piccole aperture, si apprezza nella sua antica imponenza dal cortile porticato del Museo, che è al detto monastero perfettamente attiguo, nel senso che dall’uno si entra nell’altro e viceversa, il che è onestamente spettacolare; e io ancora non mi capacito di questa meraviglia, che è il motivo n° 1 per definire il Museo una vera e propria giostra. D’altra parte, quel che oggi è cortile del museo, era un tempo cortile del convento, luogo deputato alla fruizione dell’aria aperta da parte delle monache di clausura.
Un cortile porticato che è qualcosa di indescrivibile. Caspiterina, come si può descrivere tanta bellezza? L’hibiscus lilla che aggetta dal prato, il retro con il melo selvatico gravato dai suoi frutti, i resti di cornicioni antichi e capitelli accatastati per terra e striati dal muschio, le stele marmoree disposte lungo il portico, quasi un cimitero senza spoglie; e la seconda torre legata alla storia del museo: la torre poligonale, a ben ventiquattro lati, risalente all’epoca tardo-imperiale e appartenente al circuito delle mura della città, oggi raggiungibile da una comoda e salda passerella, mentre prima della recente, massiccia ristrutturazione del Museo, si dovevano affondare i piedi nel bagnato del prato e salire su una pericolante scala (emozionante anche quello a suo modo). Una meraviglia, la torre poligonale, basterebbe già questa a rendere Milano speciale. Al suo interno furono affrescate, in epoca medievale - testimoni della trasformazione da torre difensiva a cappella - scene religiose, con Cristo e una teoria di santi, tra cui Francesco raffigurato mentre riceve le stimmate, rappresentate sottoforma di lampi di luce; una scena quanto mai iconograficamente rara e affascinante, che possiede un che di bozzettistico. E il fatto che si tratti d'affresco d'epoca e gusto medievali è attestato anche dalla sinuosa decorazione a girali vegetali, che percorre a fascia la porzione di parete sottostante i santissimi. Ora all'interno della torre è stato posizionato un dormiente, di Mimmo Paladino, che solo soletto là dentro, con la sua faccia di creta sconquassata e senza volto, raggomitolato nella classica posizione fetale, fa pure un po’ paura, sembrando uno lasciato a crepare senz’acqua né cibo chiuso nella torre; ma credo che in effetti non vi sia luogo milanese più appropriato per dargli casa.

Alle spalle della torre poligonale, la cui sommità fa da punto di raccolta per vivaci rondinotti (uno spettacolo ipnotico seguirli nei loro voli di primavera), superando un antro ritagliato da un vecchio muro di mattoni, ecco l’accesso all’area nuova, esito più esplicito dell’intervento di ristrutturazione di cui sopra: un’architettura di vetro e acciaio, perfettamente internazionale moderno ma in miniatura, a misura, integrata nel contesto antico in cui è stata inserita, ondulata come il dormitorio della Baker House di Alvar Aalto (riferimenti a cazzo lo ammetto, mi avete scoperto), dove sono albergate le collezioni delle civiltà longobarda, etrusca, villanoviana e, all’ultimo piano, quasi un cammino verso l’Empireo, la sezione più nobile e bella, la mia preferita: quella greca. Con le loro meraviglie: il canopo con testa antropomorfa in legno di pero, splendidamente e miracolosamente conservato; i giocattoli dei bimbi, la bambolina snodata e animaletti; gli ori e la sublime arte metallurgica dei longobardi; i superbi bracciali di vetro; e poi i vasi bellissimi, in un’ampia gamma di forme vascolari, tra crateri, skyphoi, kantharoi, kylikes, coppe a occhioni, olpi e piccoli aryballoi, tutti con le loro minuziose e dettagliate scene mitologiche, o di vita quotidiana, di banchetto, palestra e allenamento degli atleti; e pure con qualche scena un po’ zozza (sulla quale però non dico nulla, ve la cercate da soli). E poi Lui, la commozione, la Felicità di quell’estate che faceva buio mentre fuori splendeva il sole, il pezzo da lacrima sommessa: un frammento di vaso attribuito a Euphronios signori, Euphronios, raffigurante Eracle con leontè: si guardi la cura strepitosa delle ciglia, della barba, l’occhio vispo e il tratto sottile tracciato da una mano sicura, come poteva essere solo quella del grande maestro delle figure nere… Lui o un altro non importa, nel mio quoricino io sono arciconvinta che quello, poche storie, sia proprio un pezzo di Euphronios! Che è poi un metodo scientificissimo per andare di attribuzione, il buon Bianchi Bandinelli andrebbe fiero di me.

Ed ecco che a ritroso – sì lo so, vi sto facendo fare un tour un po’ scombiccherato – riscesi i piani dell’edificio nuovo e dopo essersi ristupiti, a ogni livello, per la visione del paesaggio offerta dalla parete curtain wall, riattraversato il cortile delle meraviglie, siamo ritornati nella parte vecchia, dove prima erano accatastate le raccolte ora più ariosamente distribuite. Qui, nelle sezioni Mediolanum, è da non perdere un pezzone da novanta del Museo, il reperto dal nome complicato di coppa Diatreta Trivulzio, oggettino assai pregevole, di vero artigianato di lusso, adoperato come lucerna o forse come coppa per bere, come suggerisce l’iscrizione in elegantissimo bluette che corre lungo il vetro esterno, e che sembra essere una godereccia ed etilica esortazione: “bibe, vivas multis annis”: bevi se vuoi vivere a lungo. Bisogna seguire i consigli degli antichi, quindi beviamo! Io ad esempio bevo pure poca acqua, e non credo che i miei reni sian contenti.
Poi è bello qui scendere le scale sulla sinistra; e affrontare un altro, spettacolare giro di giostra:  “La sala è tutta sua. Si sbizzarrisca” sono state le parole di una dolcissima custode un giorno che coglionando il Comune di Milano ho optato per una visita mordi e fuggi durante l’ultima, gratuita ora di apertura. E ho tenuto fede all’invito: gustandomi prima il piccolo nucleo d’arte del Gandhara, con Buddha baffuti e belle dee dalle tette sode e prosperose; per poi rituffarmi nell’atmosfera romana, girovagando in una sala letteralmente tagliata in due dalle mura massimiane (non si può dire, lo si deve vedere); e percorrendo più e più volte, come se fosse un giro di giostra e anzi meglio, una passerella sopraelevata sovrastante una decorazione musiva pavimentale mediolana, rinvenuta in piazza Missori. Che meraviglia questa passerella, ogni volta che ci torno me la rifaccio saltellando un cifro di volte e con estremo sollazzo, per non smentire la fama di idiota al cospetto delle telecamere di videosorveglianza e di qualche sconcertato custode di turno. E non è questo, dicevamo, che l’ennesimo motivo per considerare il Museo una giostra emozionante.

Insomma, il Museo Archeologico di Milano è un luogo che non è solo un museo archeologico scientificamente valido ed avvincente, ma che è anche davvero un piccolo grande gioiello della città di Milano, misconosciuto, a torto sottostimato e sempre desertissimo, un luogo da vedere, da “provare”, da esperire nella sua articolazione avventurosa, da conoscere e da amare. Un luogo importante per Milano, scritto dallo scorrere dei secoli, che, strato dopo strato, lo hanno scolpito nella sua attuale, imperdibile e unica configurazione. Una passeggiata nel tempo, in bilico tra la Milano romana, medievale, cinquecentesca e attuale. La Milano che era, che è stata e che è.
Ed ecco perché qui ci ho portato e ci sono venute quasi tutte le persone del mio cuore, i punti luminosi della mia costellazione degli affetti, mutata negli anni a suon di defezioni più o meno amare, e di aggiunte dolcissime. Ecco perché: per tutti i motivi che ho elencato.
E quindi ecco signori, questa è la mia giostra, questa la mia promenade arquelogique in pieno centro, a Milano. Questo è il mio Museo Archeologico signori, e io Milano ho iniziato ad amarla da qua dentro.

Suggerimento per la visita
[Rubrichetta del a chi vuoi che gliene impipi]
Se durante la visita al Museo, complice l’arietta ghiacciata che si avverte nelle sale, che punzecchia birichinamente la vescica, dovete andare al cesso a svuotare la secchia, cercate di andarci nella parte nuova (quella ondulata come il dormitorio etc etc). Nulla di sconveniente nei bagni del vecchio edificio, ci mancherebbe, ma gli è che quelli nuovi son fighissimi, spaziosi, luminosi, e con visuali spettacolose dalle finestre, con affaccio sul cortile e sulla torre poligonale. Insomma, anche se non dovete pisciare io fossi in voi un giro dentro me lo farei. 












lunedì 4 agosto 2014

Lo spettacolo della morte: la cappella di San Bernardino alle Ossa


Ma interrompiamo per un attimo il gioviale racconto d’una città ariosa, tutta parchi e delizie che ho vergato sinora, per affrontare un brano mediolanense un tantinello più complesso, sicuramente meno immediato nel piacere che potrà generare nel visitatore, ma non per questo meno affascinante. Affascinante come tutte le cose che producono conoscenza, e che stimolano conseguentemente un pensiero, un’opinione, e dunque una presa di posizione, tramite in questo caso l’esperienza d’un vivido scuotimento emozionale capace di irraggiarsi alle papille gustative cerebrali; col valore aggiunto d’essere un’acquisizione preziosamente maturata sul campo, e non desunta dai libri. Un piacere di tipo storico insomma. Tutta questa fumosa introduzione per dire in soldoni che stiamo parlando della chiesa, anche questa centralissima come San Satiro, di San Bernardino alle Ossa, e d’una sua appendice architettonica.

La prima volta che ho visitato San Bernardino ero da sola. Era una scura mattina d’un freddo inverno milanese. Ne venni a conoscenza grazie a una mia cara zia, che di ciò ringrazio, e che si chiama zia Grazia (avevo voglia d’allitterare). Così mi dissi che avrei dovuto per forza farci un giro. Rigorosamente da sola però: senza distrazioni, battute, alleggerimenti. Una bella prova di coraggio per me, che ho la spavalderia grossomodo di un coniglio nano.
E questo perché lo spettacolo al quale s’assiste una volta percorso sino in fondo il corridoio a destra, indicato da un cartello con la scritta ‘Ossario’ e relativa freccia, può legittimamente impressionare e risultare inquietante.
Preceduta da un atrio rettangolare e accessibile dopo aver salito qualche gradino, la chiesa, ricostruita nel 1712 a seguito d’un incendio, possiede un aspetto piuttosto chiaro e luminoso. La nota lugubre e orrorifica è però anticipata dalla statuetta d’un neonato abbigliato di trine, dall’espressione vuota e fissa, un po’ come certi manichini della parte chinatown di Milano; anche se probabilmente detta statuina ha un più nobile e prossimo parente nel bambinello dell’Aracoeli di Roma Capitale, anch’esso infagottato di merletti e spaventosità.  Ma che gli viene in mente a ‘sti chierici, dico io. È poi volgendo verso destra che si intravede il secondo appetizer dello spettacolo scary che si intravedrà più oltre. Una parete di ex voto metallici, appesi in teche di legno e velluto, immancabilmente a forma di cuore, con la tipica punta inclinata; un oggetto che, confesso, mi impressiona sempre un po’, per l’odore acre che sprigiona di superstizione e Controriforma. E infine eccolo, in fondo al corridoio. Ciò che motiva la denominazione “alle Ossa” della chiesa. Il cartello e l’emerito custode, un mezzo clochard che staziona davanti all’edificio e che vi accoglie dandovi il buongiorno e indicandovi l’ossario con l’intenzione di ricevere un nichelino in cambio dell’informazione, non mentivano. Eccolo infatti, l’ossario. Quadrato, non particolarmente ampio ma nemmeno vivaddio particolarmente scuro, illuminato da qualche finestra di fortuna. L’ossario, con l’altare e le panche.
E alle pareti il motivo per cui molto probabilmente siete venuti al Verziere. Nicchie riempite di ossa umane trattenute da grate. Ossa disposte non a muzzo ma con ragionata precisione, assecondando un progetto decorativo evidente. In ogni nicchia, al centro, è realizzata, grazie all’accostamento dei teschi, una croce. Teschi uno sull’altro e uno accanto all’altro, con in mezzo un mare di vertebre. E non solo: scorrendo l’occhio verso l’alto, ecco ancora filari di teschi che corrono lungo cornicioni e scanalature prima della volta. E alle colonne, ulteriori ex voto intecati, e decorazioni di teschi e ossa affiancate a realizzare motivi ornamentali, in uno stile oltrebarocco, quasi con leziosità rococò. C’è pure il simbolo dei pirati, teschio e tibie incrociate! Ma che gli viene in mente a ‘sti chierici, ridico, numiddidio! E ci sarebbe veramente da chiederselo in effetti.
Ora, sulla provenienza delle ossa circolano diverse voci. Qualcuno ama raccontare che siano appartenute a deliquenti e briganti giustiziati; ma con maggiore probabilità si trattava invece delle spoglie dei defunti del vicino Ospedale del Brolo. Ancora l’annoso problema dei mediolani che non sapevano dove smaltire i corpi dei morti della città? Bè, non in questo caso. Non è conservazione questa. È gusto decorativo, certo un poco dubbio forse. Dubbio, già, sfido a dire il contrario. Dubbio ma non affatto inedito, nella storia degli edifici di culto cattolici. Resti umani incastonati a prefigurare l’ascensione e il trionfo delle anime raccontati dall’arioso affresco della volta, opera di Sebastiano Ricci (1695), un trompe l’oeil illusionistico tra angeli e putti, messo lì a rianimare l’occhio e l’animo dell’osservatore avvilito da questo insistito e debordante memento mori.

Bon, che effetto fece a me vedere l'ossario quando fu che c’andai per la prima volta, solina, in una mattina brumosa d’un deserto giorno feriale? Apparte che mi fece più impressione l’attigua chiesa di Santo Stefano, scurissima quasi da non percerpirne visivamente l’altare, ma questa è un’altra storia, ma se si esclude un signore non esattamente in sé che con una vissuta sportina di plastica tipo supermercato se ne stava in un angolo dell’ossario a salmodiare versi incomprensibili in una lenta nenia a bassa voce e con gli occhi chiusi, la mia reazione non fu di spavento, orrore o raccapriccio. Ma di pena. Per quelle povere ossa costrette all’esposizione perpetua. Per l’inciviltà d’un destino post mortem non scelto ma imposto (vabbè ch’eran tempi che pure il destino pre mortem era piuttosto, come dire, indirizzato dalla Madre Chiesa). Per questi uomini e donne, anime forse non sante, forse peccatrici, addossate e costrette a far mostra di sé negli effetti prodotti dal lavorìo sottraente della morte, che restituisce di noi solo l’interno scarnificato (anche se c’è da scommettere che tale materiale umano abbia subito come minimo una bella spazzolatura per poter essere usato, alla maniera del solenne Balkan Baroque di Marina Abramovic). Uomini che un volto ce l’avevano eccome, diamine. E che forse non avrebbero gradito quella sorte. Anime costrette a fare sensazione, poiché questo era lo scopo in fondo. Per questo ogniqualvolta mi capiti di mettere piede nella cappella dell’Ossario di San Bernardino alle Ossa, a Milano, mi pervade un automatico senso di rispetto, e di solidarietà per quelle vite del passato, violate e trasformate senza scrupolo, dopo l’ora del loro ultimo respiro, in uno spettacolo visivo barocco, raro, d’effetto. Una sorta di pornografia della morte.  
Ma questo luogo milanese, calco d’altri sparsi in varie latitudini del mondo cattolico, rimane invito, ineludibile, a una riflessione che sollecita corde mentali più ascose, utili a conoscere meglio, e quindi a valutare, certe pratiche e soprattutto certe secolari istituzioni, nell’azione e nell’illimitato potere che hanno impunemente potuto esercitare nel diacronico snodarsi della Storia. L’oscenità di questo luogo, il suo raccapriccio, sta in fondo tutto qui.

Suggerimento per la visita
(Rubrichetta del a chi vuoi che gliene impipi)
Dunque ordunque, se vi va d’andarci, e sarebbe la prima volta, andateci da soli. Dopo portateci amico/collega/nonna/zio, ma appunto, dopo. È tutta un’altra cosa. Se non altro per godervi di sottecchi il terror e la soggezione negli occhi del vostro congiunto, che per un attimo forse vi odierà per averlo portato lì, ma poi non potrà far altro che amarvi, per tutta la vita, pensando che siete maledettamente ganzi a conoscere queste chicche!


giovedì 17 luglio 2014

Galleria d’Arte Moderna: la Villa, la civica collezione, gli scorci del giardino romantico


Parlare della Gam è un po’ come affrontare quegli argomenti monstre sui quali c’è veramente un sacco ma un sacco da dire. Perché se esiste a Milano un luogo dove anche i detrattori più irriducibili di questa città possono veder scricchiolare il loro castello di certezze, e forse che ti forse, pure un po’ cambiare idea, quel luogo è, precisamente, per dirla in maniera estesa e non con quelle sigle che tanto di moda van oggidì nella galassia museale, la Galleria d’Arte Moderna di via Palestro 14.
La civica collezione, sculturea e pittorica, è ospitata in uno degli edifici più fastigiosi di Milano. Trattasi della Villa Belgiojoso poi denominata Villa Reale, opera architettonica di Leopoldo Pollack, allievo del Piermarini, uno dei massimi esponenti del neoclassicismo italiano. Quattro colonne ioniche scandiscono l’ingresso dell’edificio, villa di configurazione suburbana benché, già allora, pienamente cittadina, con un lato su strada e uno interno, affacciato al meraviglioso giardino, un luogo da sogno di cui tra qualche riga diremo (uso il plurare perché nella mia testa siamo in tanti).
L’edificio stesso è un manuale tridimensionale del Neoclassicismo: il cortile d’onore, il bugnato pulito e razionale, la sequenza di colonne; con l’acme del retro, vero e proprio lato forte della struttura, non solo per l’eccellente affaccio sul giardino. Degna di nota è sicuramente la balaustra che perimetra il tetto della villa, da cui fanno capolino numerose sculture realizzate dalle stesse maestranze attive nel cantiere della Fabbrica del Duomo, su progetto di – udite udite – Giuseppe Parini, a cui si deve il mitologico programma iconografico della Villa. Quando fu che appresi del contributo del buon abate Parino alla realizzazione dell’edificio, forse il più bello della città di Milano, venni colta da vertigine: e questo perché, per vicende legate alla mia biografia scombinatella, infinito bene voglio al poeta di Bosisio, milanese non di nascita ma d’adozione, Maestro di ironia, e scusate se è poco, nonché precursore di elementi di lotta di classe (ora mi levano il 30 in letteratura, tanto, esame più esame meno!), caustico e puntuto dissacratore dell’azzimata e affettata nobiltà settecentesca (ogni epoca ha del resto i suoi gommini del tergi) con cui, purtuttavia, anche per ragioni di sopravvivenza, aveva forzosamente a che fare; purtroppo è sempre difficile non sporcarsi di merda. Dello stretto rapporto Parini/aristocrazia è prova anche la stessa partecipazione al progetto costruttivo di questo villone, chiaramente destinato a esponenti dell’upper class, mica ai servi ricoverati nelle infime stanze, infelici e maltrattati, quelli con cui Parini solidarizza ne Il Giorno; un villone che andò peraltro a ospitare, nel lasso di tempo in cui fu proprietà bonapartesca, la Paolina dal Canova ritratta addivanata.

Dopo questa digressione letteraria, veniamo ora all’interno della villa: i suoi ambienti, raccordati dallo scalone monumentale, sono anch’essi eccelsi, e non solo per le opere d’arte che custodiscono, ma per i loro soffitti, gli stucchi dorati, gli affreschi e le decorazioni, come la magniloquente Sala da Ballo coi suoi pomposi lampadari. La civica raccolta annovera testimonianze artistiche italiane dal Canova ai primi scoppiettii futuristi, in una enfilade di sale superbe altamente illuminate dagli ampi finestroni (con fresche visuali sul parco), cosa che in taluni casi non giova alla fruizione delle opere pittoriche, specie di quelle più crepuscolari; ma non importa. Onore all’architettura che si lascia pervadere dalla luce, cosa che nell’era elettrica si è imperdonabilmente dimenticata, come se la luce artificiale potesse o addirittura dovesse sostituire quella naturale. Dopodiché, sul fascino che può esercitare l’Ottocento artistico italiano fate vobis: a me non fa proprio impazzire, eh, pur riconoscendone la grandiosa qualità, sia mai. Però son gusti, e in ogni caso non si può dire che questa carrellata di super pittori non mi mova e non mi appassioni. Poi c’è sicuramente chi si incanta percorrendo il corridoio di sculture cerose di Medardo Rosso, come la mia supercollega.
Mi appassionano molto molto però le miniature esposte al piano terra, luxury toys degli aristocratici del tempo, dipinte con una minuzia a dir poco spaventosa (da segnalare che una coeva, raccolta similare è ospitata al Museo Poldi Pezzoli). Personalmente poi trovo irrinunciabile l’ultimo piano della Gam, il sottotetto dai pavimenti parquettati e scricchiolanti ove ha sede la raccolta Grassi, come la sottostante collezione Vismara dal respiro internazionale e assai blasonato: Morandi, Cézanne, van Gogh con le sue acquarellate donne bretoni (avete presente il quadro scopiazzato da Émile Bernard? quello, bravi, ecco, van Gogh qui è stato un eccelso copione). E poi Ensor, in un quadro apparentemente molto composto, un vaso di fiori poggiato su un centrino di pizzo, ma condotto con una vaga intemperanza della mano e del tratto che presagisce gli scenari irregolari e grotteschi della sua arte. E poi la chicca vera, il paesaggio di Utrillo, cacchio, con quel suo lampione magistrale, roba da perdere i sensi. Questo Utrillo emozionante, per me, vale già tutta la visita.
Quando poi arrivate all’ultimo piano, superando il mezzanino con la vetrinetta in cui sono esposte le statuette di Buddha dalle mani sottili, fisse in pose ipnotiche (talmente sottili che hanno in molti perso le dita), specie se è estate, complice il caldo, può darsi voi siate vagamente stanchi: e allora non posso che suggerire una sosta sulle sedie in tubolari d’acciaio e tela nera alla Mies van der Rohe sparse, per la gioia del visitatore, per le sale della Grassi, sulle quali adagiare il proprio tergo è un’emozione, perché c’è sempre la paura che si ribaltino, che non reggano, e che si richiudano con voi e il vostro culo dentro, facendovi atterrare con fracasso mattacchione sul già parlante parquet. Vorrete mica fare una figura di merda davanti a Cézanne? E quando vi rimettete in piedi alla fine siete più stanchi di prima, perché non avete riposato per un cazzo, rigidi e contratti, intenti a non farvi fottere dalla (s)comoda poltroncina (pur godendovi poi il trionfo interiore: alla fine ho vinto io, sediolinadesign dimmerda).

Ma la bellezza vera della Gam, come abbiamo già in parte anticipato (nella mia testa siamo sempre in tanti), si concentra nel dialogo che la dimora allestisce con il suo giardino, e in ultima analisi nel parco stesso, luogo da sogno che più da sogno non si può. Innanzitutto si tratta del primo parco realizzato in Milano secondo i dettami del pittoresco: avventurarsi per i suoi viali è una passeggiata di scoperte avvincenti, distribuite attorno al laghetto dai contorni sinuosi, con l’acqua ora mossa a cascata ora immobile, a lasciare spazio agli altri rumori della natura. Un piccolo bosco, misurato e raccolto, che lascia obliare in maniera così perfetta e tonda il traffico di là fuori, e la città vorticosa che lo circonda. Un giardino all’inglese con un percorso botanico ricchissimo, che include più di cinquanta specie, fuse magicamente in un meraviglioso e accordato concerto di verde, che è una gioia per gli occhi e per l’anima. E del giardino all’inglese, i giardini della Gam contemplano tutti gli immancabili topoi: i ponticelli di legno, le vedute affascinanti, le salite ora ripide e rocciose, l’acqua scintillante al sole in cui si inzuppano le foglie delle piante e dei rami cresciuti al bordo. Un luogo magico insomma, un cosmo miracoloso appartenente a un altro mondo, forse trapiantato dall’era del Mito. L’idea di essere in un mitico Altrove è d’altra parte suggerita anche dalle presenze archittoniche sparse per il giardino: statue interrotte nella loro integrità, ma soprattutto il tempietto circolare, trionfo romantico in un giardino romantico. Pura meraviglia.

Questo è il luogo milanese migliore per il vostro sabato mattina, specie se è primavera e il giardino è bagnato dal sole, sia che siate in compagnia di voi stessi o di qualcuno a cui volete ben. Sappiate però che: al momento l’ingresso al museo è gratuito (al momento)*, poiché, com’ebbi di rimembrare con un dotto e gentilissimo custode della Villa, esso, ospitando una raccolta civica, esprime, attraverso la gratuità del suo accesso, la volontà d’una fruizione pubblica recata in offerta alla cittadinanza, secondo un ideale di formazione e di educazione culturale per tutti. È davvero singolare invece scoprire che il parco della Gam sia accessibile soltanto (quantomeno in linea teorica oserei dire eh!), come illustra un cartello affisso al ferro battuto del suo portone, ai minori di anni 12 e agli adulti che li accompagnano. Davvero. E temo che in un accesso di imbecillità il comune di Milano vada anche drammaticamente fiero di questa trovata. Che è invece discriminatoria. Ammetto qui con tutto il candore di cui sono capace, che questo divieto l’ho aggirato, più e più volte, assumendomi anche la responsabilità di farlo violare alle persone che eran di volta in volta con me, milanes (o più o meno insomma) e anche forestieri. E so intimamente di avere fatto non bene, di più. Perché ho regalato a costoro degli attimi meravigliosi, e delle avventure dello sguardo indimenticabili. Qui, a Milano, nella mia città. Un legittimo esproprio culturale, e non dico che lo rifarei perché lo rifarò, sicuramente. Dei divieti ingiusti bisogna impiparsene. Sul serio: par normale tutto ciò? Immedesimatevi in un undicenne (vabbè su, almeno provateci), che ci ha giocato fino all’altroieri; poi – puff!, arriva il dodicesimo compleanno, manco il tempo di spengere le candeline sulla torta che è costretto a sloggiare. Ma vi pare? E poi detto fra noi, che volete gliene freghi ai moccolosi di questa bellezza? I marmocchi son felici anche a ravanare nei giardinetti sottocasa giocando con le cacche dei cani e raccogliendo margheritine. Lasciamoli lì, o portiamoli anche qui, per carità, ma non si vieti a nessuno questo contatto con la natura, questa possibilità, che è imperdibile, di essere così ‘immersi’, e non è un’esagerazione, perché questa è davvero un’immersione nella natura, tra le foglie, le ombreggiature, gli alberi, la quiete. Che è il preciso proposito, qui pienamente raggiunto e realizzato, che sottende il giardino romantico. Perché privare un ragazzino, un adulto, un anziano di tutto ciò? Non ha senso. Il mio consiglio è: andateci in questo posto, andiamoci e prendiamocelo. È veramente, forse, il luogo più bello e straordinario di questa città, quell’interlinea di verità di cui dobbiamo appropriarci, diamine, facendone un luogo preziosamente familiare. Ci si vada, da soli o in compagnia, ma ci si vada. E ci si torni, e torni ancora. Ci si vada alla Gam e si passeggi nel suo giardino, scoprendone di volta in volta scorci diversi e rinverdendo lo stupore e l’incanto per l’abbraccio dolce e narrativo della natura. Per vedere, ancora una volta, e scoprirlo, e portaselo nel cuore e negli occhi, quanto bella è Milano.









  

*EDIT - [8/2014]
Come per tutti i Musei Civici della città, l’ingresso è divenuto testé a pagamento. Secondo me anche il dotto custode è incazzato, trasformato ingloriosamente in bigliettaio. Il suggerimento è di succiare il più possibile le occasioni di entrarvi gratuitamente: tutti i giorni dall’ultima ora di apertura, magari smezzando l'esplorazione in più riprese. E fare cippirimerlo a quei stronzi del Comune di Milano. Che dire, il vento è cambiato davvero, e porta in giro un inconfondibile odore di merda.