venerdì 17 ottobre 2014

Via Brisa, un quadrato di Roma Antica a Milano – Spin off del Museo Archeologico


Avendo parlato di quella meraviglia che è il Museo Archeologico non si può non parlare di un altro luogo unico in Mediolanum, al Museo peraltro concettualmente e quasi fisicamente connesso: stiamo parlando delle rovine romane di via Brisa. Per me è un luogo imprescindibile della mia città, e non saprei spiegarne il motivo, forse perché di motivi ce ne sono più d’uno. Forse perché è magnificamente defilato e, se non hai ragioni per andarci, in via Brisa neanche ci entri, cosa che protegge questo luogo miracoloso dal passaggio delle folle. Forse anche perché, con una bella faccia da cül, ho cercato di far la splendida con un romano con l’argomento delle rovine romane milanesi, ed ha pure funzionato. O forse mi piace perché non posso nascondere che la mia vita si è rimessa in moto da qui, o in fondo mi piace perché questo luogo, questo piccolo, protetto, meraviglioso e insolito quadrato di città, è semplicemente bellissimo, e rappresenta una Milano che non sembra Milano ma proprio per questo è una Milano ancor più vera. La vera Milano. Che è quella che in questo bloggo si va cercando.

Le rovine sono ciò che resta del palazzo dell’imperatore Massimiano, allorquando Mediolanum era la capitale del Sacro Romano Impero d’Occidente; quello che decadde, come il Carlo Maria Cipolla ci spiega con molto humour, perché la classe aristocratica romana si faceva di piombo, molto piombo, piombo in quantità. Ma Mediolanum fu città-guida in un'epoca (286-402 d.C.), seppur di poco, precedente, non ancora di declino, per cui evidentemente deduciamo che i nobili mediolanesi non avessero ancora maturato in maniera sì massiccia tali gusti alimentari un po’ discutibili e un tantino indigesti.
Ad ogni modo, nella fattispecie, l’edificio di cui si ammirano i resti pare – pare – fosse quello adibito ad usum termale, perché, tra tepidarium e calidarium, sappiam bene che gli antichi romani amavano molto dilatarsi le vene coi bagni bollenti – e in queste abitudini e relative conseguenze io sono una loro degna discendente (vero dottore che mi fai l’ecocolordoppler?). Era inoltre poco più avanti da qui che si estendeva la parte finale del circo (la cui torre, vi ricordo nel caso in cui non siate state attenti nelle puntati precedenti, fu ‘riciclata’ come campanile del convento di San Maurizio); e il circo era il passatempo principe degli antichi romani, che, come Angela padre e Angela figlio sapientemente ci spiegano, ci avevano pure gusti un po’ sadici nei loro divertissement. Ma cosa aspettarsi da gente che assumeva quelle quantità di piombo.
Terme dunque, e circo: due luoghi simbolo della civiltà romana. Qui, a Milano, ed è veramente meraviglioso ciò che si apre allo sguardo entrando nella stretta viuzza di via Brisa da corso Magenta, dopo aver superato la Drogheria Soana con i suoi interni fermi agli anni Sessanta e le sue ipnotiche e stipate vetrine: un recinto di ferro delimita i resti archeologici, che emergono logicamente a parecchi metri più in basso rispetto al piano stradale (e comunque Milano è o non è, del resto, la città che sale?), dai mattoni rossi, mattoni color mattone praticamente, in mezzo all’erbetta fresca e verde che li circonda. Il mio sogno proibito, lo ammetto, sarebbe scendere e poterci camminare in mezzo: credo che il mio piccolo quore esploderebbe di felicità, e più volte, assistendo a manovre di giardinieri incaricati dal Comune di manutenere il verde, loro sì autorizzati a scendere, e in possesso delle chiavi del cancelletto, ho pensato finanche di corromperli a cedere l’esclusiva con profferte di danaro… Un veloce calcolo delle mie liquidità mi ha tuttavia istantaneamente dissuaso dall’azzardare la proposta. Ma un giorno, quando sarò ricca e abiterò nel ficherrimo palazzo chiaro che si affaccia proprio sulle rovine (poi dicheno che uno non deve essere invidioso perché fa peccato), oltre a godermele dal balcone di casa durante la colazione, troverò il modo di avervi accesso con la classica scusa della mutanda stesa ad asciugare scivolatami di sotto.  
Ma tutto sommato è un bene, e son seria, che non vi sia libero accesso a questo spazio. Ma non perché trattasi di resti monumentali da proteggere – pur avendo in effetti a notare la diffusione d’una invero poco comoda usanza di confezionarsi originali e pesantissimi souvenir delle vacanze smontando sassi dalle aree archeologiche – o comunque, non solo; quanto piuttosto per il fatto che essi sono la casa, magnifica e degna, d’una colonia di gatti bianchi e neri, che ne sono i veri e legittimi padroni, e che mi suscitano sempre interrogativi salingeriani, quando è freddo e il suolo ghiaccia, su dove potranno andare a stare, come le anatre di Central Park. Ed è giusto così. I gatti riescono ad avere un sentimento speciale per le rovine antiche: se le prendono, ne fanno la loro dimora, e le riportano in vita, a distanza di secoli, esattamente come accade a Roma. Sembra quasi una cosa magica, ancestrale. E per questi mici dal pelo lucido che stanno sdraiati sulle antiche strutture e vi passeggiano felpatamente in mezzo, senza fretta, non si prova invidia, affatto, come se fosse così ristabilito, in questa loro conquista, un ordine cosmico giusto, retto, incontrovertibile.

Insomma, le rovine romane di via Brisa rappresentano per me un luogo speciale, che riesce a infondermi una tranquillità che veramente pochissimi altri luoghi riescono ad offrirmi. È bello fermarsi qui, in ogni stagione, col caldo e col freddo, di giorno, magari dopo aver bevuto un cappuccino nelle tazze gialle del consigliatissimo bar El Canton poco più avanti, vero bar milanese nel senso migliore dell’espressione, piacevolmente old fashion, o di sera, quando le rovine s’accendono d’un caldo giallo dorato di grandiosa suggestione.
Ma in qualsiasi momento vogliate raggiungere questo fazzoletto di terra solcato dalle vestigia d’una civiltà che fu, vi accorgerete di avere a disposizione un luogo dove fermare lo sguardo al di là d’una balaustra, come davanti al mare, o a un lago, nonostante ahimè l’iperattività edilizia alle sue spalle, seguendo con gli occhi le curve e le rette descritte dalle antiche fondazioni, per perdervi nella visione e trovare, davvero, qualche prezioso granello di pace e di bellezza.
Un luogo di Milano, le rovine romane di via Brisa, raccolto e silenzioso, e, come tutti i resti di antichissime strutture, immoto e pacificato nel lungo cammino del Tempo, e quindi capace di dispensare vera quiete. E questo, personalmente, non credo sia poco.

Il dettaglio da non perdere
[Rubrichetta del a chi vuoi che gliene impipi]
Il dettaglio di cui di seguito poco ha a che fare con i resti archeologici romani in sé, ma, sorgendovi a pochi passi, possiamo dire completi il paesaggio di via Brisa. Percorrendo e superando il perimetro delle vestigia si arriva all’incrocio con via Gorani e… ci siete? Bene, guardate in su. Bravi, l’avete trovata: la terrazza quadrata con piantato un ulivo, esattamente in cima a un palazzo chiaro, ma proprio in cima eh. Una diapositiva da gomminodeltergilandia, verissimo, ma senza dubbio un angolo di città insolito e da vedere. Eppoi, caro (?) Boeri, se non un bosco verticale un ulivo verticale prima di quella doppia strùnzata che troneggia con le sue sterpi e le sue tristi piastrelle nere in Garibaldi. Cioè: se lo godranno in pochissimi, magari due o solo uno, ma ha molto più stile e soprattutto non finge d’esser verde per i cittadini – pur costituendo per i cittadini una deliziosamente inconsueta visione. Tiè.







venerdì 26 settembre 2014

Il Museo Archeologico di Milano, giostra di meraviglie


Come già ivi anticipato, il Civico Museo Archeologico di corso Magenta 15, con il suo portalone barocco e l’ingresso verdino con l’insegna in ottone, è un luogo meneghino per me assai strettamente e delicatamente connesso alla nascita del mio amore per questa città.
La sua scoperta avvenne in solitaria, in un’estate un po’ tristanzuola in cui mi gettai in una disordinata ma vorace perlustrazione delle vie di Milano e dei suoi tesori; che seppero elargirmi, anche questo anticipato nel post d'apertura del mio seguitissimo bloggo, non poco conforto. E possiamo dire che il detto Museo Archeologico, spazio incantevole, giostra meravigliosa da affrontare con l’entusiasmo di quei piccoli cosi chiamati bambini, ampio ruolo ebbe in ciò, visti i ripetuti wow di stupore che disseminai durante la visita alle varie sale, facendo la figura dell’idiota al cospetto delle telecamere di videosorveglianza e di qualche sconcertato custode di turno.
E vediamone dunque i motivi, di questo amore, tutti importanti, tutti preziosi, ognuno un piccolo fuoco d’artificio esploso nel mio quoricino.

Innanzitutto stiamo parlando d’un distretto archeologico caldissimo per la Mediolanum che fu: e il pregio del Museo è quello di aver conservato una certa stratigrafia, che dà modo di vedere oggi, o quantomeno poter bene immaginare, cosa doveva esservi sorto un tempo. Tra via Nirone, corso Magenta, via Luini e via Brisa si ergeva infatti il palazzo imperiale di Massimiano, risalente all’epoca in cui Milano era capitale dell’Impero. E racchiusa dalle acciottolate mura massimiane era l’estesa struttura del circo, una torre del quale è sopravvissuta in quanto trasformata in campanile del monastero di San Maurizio, ricovero claustrale delle monache benedettine sorto nel corso del Cinquecento, che, detto ‘la Sistina di Milano’, merita però un capitolo a parte.
La torre, quadrata nei suoi mattoni rossi e nelle piccole aperture, si apprezza nella sua antica imponenza dal cortile porticato del Museo, che è al detto monastero perfettamente attiguo, nel senso che dall’uno si entra nell’altro e viceversa, il che è onestamente spettacolare; e io ancora non mi capacito di questa meraviglia, che è il motivo n° 1 per definire il Museo una vera e propria giostra. D’altra parte, quel che oggi è cortile del museo, era un tempo cortile del convento, luogo deputato alla fruizione dell’aria aperta da parte delle monache di clausura.
Un cortile porticato che è qualcosa di indescrivibile. Caspiterina, come si può descrivere tanta bellezza? L’hibiscus lilla che aggetta dal prato, il retro con il melo selvatico gravato dai suoi frutti, i resti di cornicioni antichi e capitelli accatastati per terra e striati dal muschio, le stele marmoree disposte lungo il portico, quasi un cimitero senza spoglie; e la seconda torre legata alla storia del museo: la torre poligonale, a ben ventiquattro lati, risalente all’epoca tardo-imperiale e appartenente al circuito delle mura della città, oggi raggiungibile da una comoda e salda passerella, mentre prima della recente, massiccia ristrutturazione del Museo, si dovevano affondare i piedi nel bagnato del prato e salire su una pericolante scala (emozionante anche quello a suo modo). Una meraviglia, la torre poligonale, basterebbe già questa a rendere Milano speciale. Al suo interno furono affrescate, in epoca medievale - testimoni della trasformazione da torre difensiva a cappella - scene religiose, con Cristo e una teoria di santi, tra cui Francesco raffigurato mentre riceve le stimmate, rappresentate sottoforma di lampi di luce; una scena quanto mai iconograficamente rara e affascinante, che possiede un che di bozzettistico. E il fatto che si tratti d'affresco d'epoca e gusto medievali è attestato anche dalla sinuosa decorazione a girali vegetali, che percorre a fascia la porzione di parete sottostante i santissimi. Ora all'interno della torre è stato posizionato un dormiente, di Mimmo Paladino, che solo soletto là dentro, con la sua faccia di creta sconquassata e senza volto, raggomitolato nella classica posizione fetale, fa pure un po’ paura, sembrando uno lasciato a crepare senz’acqua né cibo chiuso nella torre; ma credo che in effetti non vi sia luogo milanese più appropriato per dargli casa.

Alle spalle della torre poligonale, la cui sommità fa da punto di raccolta per vivaci rondinotti (uno spettacolo ipnotico seguirli nei loro voli di primavera), superando un antro ritagliato da un vecchio muro di mattoni, ecco l’accesso all’area nuova, esito più esplicito dell’intervento di ristrutturazione di cui sopra: un’architettura di vetro e acciaio, perfettamente internazionale moderno ma in miniatura, a misura, integrata nel contesto antico in cui è stata inserita, ondulata come il dormitorio della Baker House di Alvar Aalto (riferimenti a cazzo lo ammetto, mi avete scoperto), dove sono albergate le collezioni delle civiltà longobarda, etrusca, villanoviana e, all’ultimo piano, quasi un cammino verso l’Empireo, la sezione più nobile e bella, la mia preferita: quella greca. Con le loro meraviglie: il canopo con testa antropomorfa in legno di pero, splendidamente e miracolosamente conservato; i giocattoli dei bimbi, la bambolina snodata e animaletti; gli ori e la sublime arte metallurgica dei longobardi; i superbi bracciali di vetro; e poi i vasi bellissimi, in un’ampia gamma di forme vascolari, tra crateri, skyphoi, kantharoi, kylikes, coppe a occhioni, olpi e piccoli aryballoi, tutti con le loro minuziose e dettagliate scene mitologiche, o di vita quotidiana, di banchetto, palestra e allenamento degli atleti; e pure con qualche scena un po’ zozza (sulla quale però non dico nulla, ve la cercate da soli). E poi Lui, la commozione, la Felicità di quell’estate che faceva buio mentre fuori splendeva il sole, il pezzo da lacrima sommessa: un frammento di vaso attribuito a Euphronios signori, Euphronios, raffigurante Eracle con leontè: si guardi la cura strepitosa delle ciglia, della barba, l’occhio vispo e il tratto sottile tracciato da una mano sicura, come poteva essere solo quella del grande maestro delle figure nere… Lui o un altro non importa, nel mio quoricino io sono arciconvinta che quello, poche storie, sia proprio un pezzo di Euphronios! Che è poi un metodo scientificissimo per andare di attribuzione, il buon Bianchi Bandinelli andrebbe fiero di me.

Ed ecco che a ritroso – sì lo so, vi sto facendo fare un tour un po’ scombiccherato – riscesi i piani dell’edificio nuovo e dopo essersi ristupiti, a ogni livello, per la visione del paesaggio offerta dalla parete curtain wall, riattraversato il cortile delle meraviglie, siamo ritornati nella parte vecchia, dove prima erano accatastate le raccolte ora più ariosamente distribuite. Qui, nelle sezioni Mediolanum, è da non perdere un pezzone da novanta del Museo, il reperto dal nome complicato di coppa Diatreta Trivulzio, oggettino assai pregevole, di vero artigianato di lusso, adoperato come lucerna o forse come coppa per bere, come suggerisce l’iscrizione in elegantissimo bluette che corre lungo il vetro esterno, e che sembra essere una godereccia ed etilica esortazione: “bibe, vivas multis annis”: bevi se vuoi vivere a lungo. Bisogna seguire i consigli degli antichi, quindi beviamo! Io ad esempio bevo pure poca acqua, e non credo che i miei reni sian contenti.
Poi è bello qui scendere le scale sulla sinistra; e affrontare un altro, spettacolare giro di giostra:  “La sala è tutta sua. Si sbizzarrisca” sono state le parole di una dolcissima custode un giorno che coglionando il Comune di Milano ho optato per una visita mordi e fuggi durante l’ultima, gratuita ora di apertura. E ho tenuto fede all’invito: gustandomi prima il piccolo nucleo d’arte del Gandhara, con Buddha baffuti e belle dee dalle tette sode e prosperose; per poi rituffarmi nell’atmosfera romana, girovagando in una sala letteralmente tagliata in due dalle mura massimiane (non si può dire, lo si deve vedere); e percorrendo più e più volte, come se fosse un giro di giostra e anzi meglio, una passerella sopraelevata sovrastante una decorazione musiva pavimentale mediolana, rinvenuta in piazza Missori. Che meraviglia questa passerella, ogni volta che ci torno me la rifaccio saltellando un cifro di volte e con estremo sollazzo, per non smentire la fama di idiota al cospetto delle telecamere di videosorveglianza e di qualche sconcertato custode di turno. E non è questo, dicevamo, che l’ennesimo motivo per considerare il Museo una giostra emozionante.

Insomma, il Museo Archeologico di Milano è un luogo che non è solo un museo archeologico scientificamente valido ed avvincente, ma che è anche davvero un piccolo grande gioiello della città di Milano, misconosciuto, a torto sottostimato e sempre desertissimo, un luogo da vedere, da “provare”, da esperire nella sua articolazione avventurosa, da conoscere e da amare. Un luogo importante per Milano, scritto dallo scorrere dei secoli, che, strato dopo strato, lo hanno scolpito nella sua attuale, imperdibile e unica configurazione. Una passeggiata nel tempo, in bilico tra la Milano romana, medievale, cinquecentesca e attuale. La Milano che era, che è stata e che è.
Ed ecco perché qui ci ho portato e ci sono venute quasi tutte le persone del mio cuore, i punti luminosi della mia costellazione degli affetti, mutata negli anni a suon di defezioni più o meno amare, e di aggiunte dolcissime. Ecco perché: per tutti i motivi che ho elencato.
E quindi ecco signori, questa è la mia giostra, questa la mia promenade arquelogique in pieno centro, a Milano. Questo è il mio Museo Archeologico signori, e io Milano ho iniziato ad amarla da qua dentro.

Suggerimento per la visita
[Rubrichetta del a chi vuoi che gliene impipi]
Se durante la visita al Museo, complice l’arietta ghiacciata che si avverte nelle sale, che punzecchia birichinamente la vescica, dovete andare al cesso a svuotare la secchia, cercate di andarci nella parte nuova (quella ondulata come il dormitorio etc etc). Nulla di sconveniente nei bagni del vecchio edificio, ci mancherebbe, ma gli è che quelli nuovi son fighissimi, spaziosi, luminosi, e con visuali spettacolose dalle finestre, con affaccio sul cortile e sulla torre poligonale. Insomma, anche se non dovete pisciare io fossi in voi un giro dentro me lo farei. 












lunedì 4 agosto 2014

Lo spettacolo della morte: la cappella di San Bernardino alle Ossa


Ma interrompiamo per un attimo il gioviale racconto d’una città ariosa, tutta parchi e delizie che ho vergato sinora, per affrontare un brano mediolanense un tantinello più complesso, sicuramente meno immediato nel piacere che potrà generare nel visitatore, ma non per questo meno affascinante. Affascinante come tutte le cose che producono conoscenza, e che stimolano conseguentemente un pensiero, un’opinione, e dunque una presa di posizione, tramite in questo caso l’esperienza d’un vivido scuotimento emozionale capace di irraggiarsi alle papille gustative cerebrali; col valore aggiunto d’essere un’acquisizione preziosamente maturata sul campo, e non desunta dai libri. Un piacere di tipo storico insomma. Tutta questa fumosa introduzione per dire in soldoni che stiamo parlando della chiesa, anche questa centralissima come San Satiro, di San Bernardino alle Ossa, e d’una sua appendice architettonica.

La prima volta che ho visitato San Bernardino ero da sola. Era una scura mattina d’un freddo inverno milanese. Ne venni a conoscenza grazie a una mia cara zia, che di ciò ringrazio, e che si chiama zia Grazia (avevo voglia d’allitterare). Così mi dissi che avrei dovuto per forza farci un giro. Rigorosamente da sola però: senza distrazioni, battute, alleggerimenti. Una bella prova di coraggio per me, che ho la spavalderia grossomodo di un coniglio nano.
E questo perché lo spettacolo al quale s’assiste una volta percorso sino in fondo il corridoio a destra, indicato da un cartello con la scritta ‘Ossario’ e relativa freccia, può legittimamente impressionare e risultare inquietante.
Preceduta da un atrio rettangolare e accessibile dopo aver salito qualche gradino, la chiesa, ricostruita nel 1712 a seguito d’un incendio, possiede un aspetto piuttosto chiaro e luminoso. La nota lugubre e orrorifica è però anticipata dalla statuetta d’un neonato abbigliato di trine, dall’espressione vuota e fissa, un po’ come certi manichini della parte chinatown di Milano; anche se probabilmente detta statuina ha un più nobile e prossimo parente nel bambinello dell’Aracoeli di Roma Capitale, anch’esso infagottato di merletti e spaventosità.  Ma che gli viene in mente a ‘sti chierici, dico io. È poi volgendo verso destra che si intravede il secondo appetizer dello spettacolo scary che si intravedrà più oltre. Una parete di ex voto metallici, appesi in teche di legno e velluto, immancabilmente a forma di cuore, con la tipica punta inclinata; un oggetto che, confesso, mi impressiona sempre un po’, per l’odore acre che sprigiona di superstizione e Controriforma. E infine eccolo, in fondo al corridoio. Ciò che motiva la denominazione “alle Ossa” della chiesa. Il cartello e l’emerito custode, un mezzo clochard che staziona davanti all’edificio e che vi accoglie dandovi il buongiorno e indicandovi l’ossario con l’intenzione di ricevere un nichelino in cambio dell’informazione, non mentivano. Eccolo infatti, l’ossario. Quadrato, non particolarmente ampio ma nemmeno vivaddio particolarmente scuro, illuminato da qualche finestra di fortuna. L’ossario, con l’altare e le panche.
E alle pareti il motivo per cui molto probabilmente siete venuti al Verziere. Nicchie riempite di ossa umane trattenute da grate. Ossa disposte non a muzzo ma con ragionata precisione, assecondando un progetto decorativo evidente. In ogni nicchia, al centro, è realizzata, grazie all’accostamento dei teschi, una croce. Teschi uno sull’altro e uno accanto all’altro, con in mezzo un mare di vertebre. E non solo: scorrendo l’occhio verso l’alto, ecco ancora filari di teschi che corrono lungo cornicioni e scanalature prima della volta. E alle colonne, ulteriori ex voto intecati, e decorazioni di teschi e ossa affiancate a realizzare motivi ornamentali, in uno stile oltrebarocco, quasi con leziosità rococò. C’è pure il simbolo dei pirati, teschio e tibie incrociate! Ma che gli viene in mente a ‘sti chierici, ridico, numiddidio! E ci sarebbe veramente da chiederselo in effetti.
Ora, sulla provenienza delle ossa circolano diverse voci. Qualcuno ama raccontare che siano appartenute a deliquenti e briganti giustiziati; ma con maggiore probabilità si trattava invece delle spoglie dei defunti del vicino Ospedale del Brolo. Ancora l’annoso problema dei mediolani che non sapevano dove smaltire i corpi dei morti della città? Bè, non in questo caso. Non è conservazione questa. È gusto decorativo, certo un poco dubbio forse. Dubbio, già, sfido a dire il contrario. Dubbio ma non affatto inedito, nella storia degli edifici di culto cattolici. Resti umani incastonati a prefigurare l’ascensione e il trionfo delle anime raccontati dall’arioso affresco della volta, opera di Sebastiano Ricci (1695), un trompe l’oeil illusionistico tra angeli e putti, messo lì a rianimare l’occhio e l’animo dell’osservatore avvilito da questo insistito e debordante memento mori.

Bon, che effetto fece a me vedere l'ossario quando fu che c’andai per la prima volta, solina, in una mattina brumosa d’un deserto giorno feriale? Apparte che mi fece più impressione l’attigua chiesa di Santo Stefano, scurissima quasi da non percerpirne visivamente l’altare, ma questa è un’altra storia, ma se si esclude un signore non esattamente in sé che con una vissuta sportina di plastica tipo supermercato se ne stava in un angolo dell’ossario a salmodiare versi incomprensibili in una lenta nenia a bassa voce e con gli occhi chiusi, la mia reazione non fu di spavento, orrore o raccapriccio. Ma di pena. Per quelle povere ossa costrette all’esposizione perpetua. Per l’inciviltà d’un destino post mortem non scelto ma imposto (vabbè ch’eran tempi che pure il destino pre mortem era piuttosto, come dire, indirizzato dalla Madre Chiesa). Per questi uomini e donne, anime forse non sante, forse peccatrici, addossate e costrette a far mostra di sé negli effetti prodotti dal lavorìo sottraente della morte, che restituisce di noi solo l’interno scarnificato (anche se c’è da scommettere che tale materiale umano abbia subito come minimo una bella spazzolatura per poter essere usato, alla maniera del solenne Balkan Baroque di Marina Abramovic). Uomini che un volto ce l’avevano eccome, diamine. E che forse non avrebbero gradito quella sorte. Anime costrette a fare sensazione, poiché questo era lo scopo in fondo. Per questo ogniqualvolta mi capiti di mettere piede nella cappella dell’Ossario di San Bernardino alle Ossa, a Milano, mi pervade un automatico senso di rispetto, e di solidarietà per quelle vite del passato, violate e trasformate senza scrupolo, dopo l’ora del loro ultimo respiro, in uno spettacolo visivo barocco, raro, d’effetto. Una sorta di pornografia della morte.  
Ma questo luogo milanese, calco d’altri sparsi in varie latitudini del mondo cattolico, rimane invito, ineludibile, a una riflessione che sollecita corde mentali più ascose, utili a conoscere meglio, e quindi a valutare, certe pratiche e soprattutto certe secolari istituzioni, nell’azione e nell’illimitato potere che hanno impunemente potuto esercitare nel diacronico snodarsi della Storia. L’oscenità di questo luogo, il suo raccapriccio, sta in fondo tutto qui.

Suggerimento per la visita
(Rubrichetta del a chi vuoi che gliene impipi)
Dunque ordunque, se vi va d’andarci, e sarebbe la prima volta, andateci da soli. Dopo portateci amico/collega/nonna/zio, ma appunto, dopo. È tutta un’altra cosa. Se non altro per godervi di sottecchi il terror e la soggezione negli occhi del vostro congiunto, che per un attimo forse vi odierà per averlo portato lì, ma poi non potrà far altro che amarvi, per tutta la vita, pensando che siete maledettamente ganzi a conoscere queste chicche!