giovedì 7 maggio 2015

RdP: Ed Expo fu

E finalmente, dopo giorni, mesi, anni anzi di febbrile attesa (ma n’dove?) l’Expo 2015 di Milano è stato inaugurato, l’Albero della Vita funziona, i rattoppi a quanto pare anche, nel senso fanno il loro dovere celando elegantemente l’incompiuto, e c’è stato pure il tempo per qualche baracconata tipo il pianoforte bianco in marmo del Bocellone nazionale, così tanto per non farci mancare nulla (e rendiamo grazie al colonnino morboso di Repubblica.it, lato destro dello schermo, che con tanta solerzia ci aggiorna su queste notizie fondamentali).
Ora, è purtuttavia innegabile che, dopo averne tanto parlato, dopo aver sfruculiato la minchia co ’sto cazzo di Expo, un po' di curiositas ci sia, specie in chi, come, me è animale curioso di suo.

L’Expo 2015 di Milano è ed è stato, iniziamo col dirlo, una lercissima sentina di cose da buttar via, da bruciare, da depennare. E anche di gente da metter al gabbio. Loschi personaggi chiamati a presiedere l’allestimento epocale, mafiosaggini come in ogni grande cantiere, un giro affaristico di cui manco una goccia giunge agli assetati, contratti di lavoro dubbi come dubbi sono del resto oggidì tutti i contratti di lavoro a “norma di legge”, di queste leggi, l’esibizione ipertrofica e autoreferenziale di un nuovo capitalismo ‘leggero’ (che è comunque un ossimoro), startappiano, una sorta di salone del mobile più fuorisalone dedicato non al mobile ma al cibo; il tutto con l’obbiettivo, alquanto astruso viste le premesse, di udite udite, salvare il pianeta e combattere la fame nel mondo. Booom! Suvvia, non ci crederebbe manco un tontolone, e infatti io non ci credo. Ma andiamo, la facevate una sagra se non del cibo dell'alimentazione internazionale e la cosa poteva pure passare, ma il nobile intento umanitario è proprio una presa pecculo.
A questo aggiungiamoci che, dopo l’inquietante balletto delle nomine del cda, tutto il baraccone dell’Expo è stato realizzato secondo un modus operandi che ricorda me quando alle superiori dovevo preparare i temibbili compitini in classe di musica (su un ostico testo del Conservatorio, il tutto per crudele uzzolo della prof, non essendo il nostro istituto né un liceo musicale né una scuola di musica): lunedì spensieratezza a palate e ozio a gogo, marte e merco cazzeggio allo stato puro, giove anche e venerdì – prima del sabato in cui era fissata l’insidiosa prova – spavento, disperazione cupissima, Grande Ansia, tremori, lacrime di coccodrillo e notte insonne et tachicardica a farsi gli occhi microscopici per recuperare il tempo perduto. Cose comiche, me ne rendo conto, ma son passati più di dieci anni, ero una sbarba (comunque temo che mi ricomporterei esattamente così de-eh…). Solo pochissimi mesi fa, infatti, il terreno ove ora sorge l’Expo e tutti i suoi allegri alambicchi era un vasto sterrato fangoso, spianato, tipico dei grandi cantieri. Dei grandi cantieri fermi. E questo chi ha percorso l’A8 lo ha veduto, eccome. Nelle ultime settimane l’affanoso recupero: praticamente la mia notte insonne tra il venerdì e il sabato. Operai che si spaccano la schiena (ehi mamma, hai visto che almeno qui non son stata volgare?) per salvare il salvabile e questo gigantesco, colossale luna park che pian piano prende forma. Emerge. Una lotta contro il tempo, tra padiglioni ancora da finire, camouflage (gesù!), e aree che saranno ultimate dopo l’inaugurazione. Tutto uguale insomma al mio traccheggiare prima della prova di musica, però non dimentichiamoci che quella era la mia incoscienza di diciassettenne, questo è un eventone internescional e per di più i vari presidenti & Co. si beccano un non malo stipendio. Io a diciassettanni non c’avevo ’na lira, e manco adesso. Nessuno mi pagava per preparare il compito di musica, tantomeno per farlo in tempo.

Insomma, ce ne è abbastanza per sentire fin qui l’odore di merda.
Eppure…
Eppure c’è qualcosa, nel profondo del mio quoricino, che mi fa guardare, nonostante tutto, all’Expo, con una certa benevolenza. Qualcosa che in fondo, ma proprio in fondo fondo eh, mi ha addirittura condotto alla decisione, negli ultimi giorni, di dotarmi del ticket (ebbene…) per entrare in questa immensa cittadella consacrata al cibo e alle colture di alcune culture e paesi del mondo. 
Posso ravvisare origine e senso di questa vaga affezione nell’affetto, grande, provato nello studiare per un esame, dato tempo fa, qualche accenno della storia delle esposizioni internazionali. Cosa sono state, cosa hanno significato in architettura (l’esame era proprio storia dell’architettura infatti), e come hanno inciso sulla definizione del paesaggio urbano configuratosi successivamente e non solo. Una storia di idee, magnifiche, avente per protagoniste la fantasia e la tecnica di uomini che sapevano guardare in lungo, più in là della loro epoca e forse ancora oltre.

La grande avventura delle Expo fu degnamente inaugurata nel 1851, con la Great Exhibition londinese, che affascinò il mondo, e continua ad affascinarlo, con l’idea fiabesca – eppure parecchio sostanziata architettonicamente – d’un palazzo di cristallo, quel Crystal Palace che conosciamo nel suo aspetto grazie a suggestivi disegni d’epoca, scatola di ferro e vetro trasparente, scintillante, scrigno magnifico per contenere proposte di modernità. Il rovinoso incendio che lo distrusse risparmiò solo i pescetti rossi della grande fontana-ninfeo che stupiva i visitatori all’ingresso dell’edificio, rinvenuti ancora vivi e guizzanti nella vasca. Una vita breve quella del Crystal Palace, ma un’esistenza sfolgorante. E un’idea architettonica, l’impiego del vetro e del ferro, eccellente: il suo ideatore e realizzatore, Joseph Paxton, altri non era che un giardiniere, assai pratico nella costruzione di serre: il principio era quello, in fondo. Facendo entrare la luce a pervadere gli spazi. Una meraviglia che deve aver stupito parecchio i contemporanei, e la cui immagine stupisce anche noi, a distanza d’un secolo emmezzo. Un’idea architettonica sopravvissuta alla realizzazione stessa che per prima ne rendeva testimonianza.
Altra Expo, Parigi, 1889, un secolo dopo la Rivoluzione Francese, il cui centenario l’Exposition Universelle doveva celebrare: Tour Eiffel. Basterebbe già solo dire questo. Invece è bello aggiungere che si trattava d’un manufatto che doveva mostrare al mondo l’utilizzo d’un materiale costruttivo ancora giovane, il ferro, spinto all’acme della sua usabilità. Un manufatto che poi, a Expo conclusa, doveva essere smontato. Smontato come invece, prima della manifestazione, era stato montato pezzo per pezzo. E invece eccola ancora lì, la Torre Eiffel, così chiamata dal nome dell’ingegnere, monsieur Gustave, che la progettò, elemento imprescindibile del paesaggio parigino e forse simbolo d’una nazione. Espressiva, grafica, moderna. Che segna un bel trapasso nella storia dell’architettura: non solo per l’impiego massivo del ferro, materiale evidentemente versatile e qui anche espressivo, ma anche per la preminenza che viene ora a conquistare la figura dell’ingegnere su quella dell’architetto nel definire – e firmare – un progetto architettonico. Ingegneria, gusto e, soprattutto, una visione
Londra e poi Parigi, E, anni dopo, Milano. Ma non la Milano del 2015, quella del 1906. Esposizione universale dedicata ai trasporti, per mostrare al mondo il prodigio del traforo del Sempione, rimasta per anni la più lunga galleria ferroviaria al mondo. Palloni aerostatici, una linea tranviaria sopraelevata che attraversava un pezzo di città (cioè, capito?), purtroppo poi smantellata, e un sacco di idee nuove, prototipi e cose destinate a lasciare il segno: il primo self service nel padiglione della Germania e il primo ristorante cinese nel padiglione della Cina. Fu il parco Sempione l’area designata ad ospitare l’Expo, unitamente all’area fiera che veniva da poco inaugurata. Ciò che rimane della prima esposizione universale meneghina sono alcune bellissime foto in b/n che ci mostrano un parco Sempione allestito a festa, alcune cartoline ricordo e, soprattutto, com’ebbi modo di scrivere già in questo post, lascito fortunoso e tangibile della manifestazione, il bellissimo Acquario Civico, imperdibile e sontuoso esempio di liberty italiano.

Ecco insomma, è con questo clima nel cuore, è pensando a tutte queste cose che si è acceso in me l’interesse positivo per questo eventone, che accade hic et nunc, ora e nella mia città (in realtà accade a Rho, come facevano notare i Vallanzaska anni fa, ma comunque). Mi aspetto – ed è con questo orizzonte d’attesa che ho acquistato i biglietti, sborsando euri assai per le mie miserande finanze – di potervi fare passeggiate straordinarie, di visitare cose e luoghi nuovi, di stupirmi davanti alla meraviglia di certi allestimenti che tecnica e sensibilità artistica hanno saputo approntare. Un luogo provvisorio, destinato a svanire così come è stato realizzato, ma capace, mi aspetto e spero, di essere in una qualche misura coinvolgente ed emozionante. Una grande mostra a cielo aperto, una fiera, un parco divertimenti, un luna park: fate voi come definirlo. Probabilmente l’Expo di Milano sarà ed è tutte queste cose, e in forza di questa ragione ho deciso di esserci. Folle ciclopiche permettendo: schiverò plotoni di happy tourists, gente che non è mai uscita di casa per vedere una mostra/un museo però va a vedere l’Expo, gente che non è mai venuta a Milano ma ci viene per vedere l’Expo, gente che farà ‘fotografie’ con l’iPad (vi prego questo no!), gente che userà il bastone per i selfie, e purtroppo non sulla propria testa. Ok, mi sta già passando un po’ l’entusiasmo ma lo farò, aspetto solo il momento in cui l’esposizione universale, per la seconda volta nella mia città, il tanto discusso Expo 2015 di Milano, schiuderà al mio sguardo ciò che mi aspetto di trovarvi, ovverosia tutte le sue prodigiose, avveniristiche e potenti bellezze.   


Ebbene sì, sono anche sorcia coop 

giovedì 30 aprile 2015

RdP: Milano 25 aprile 2015, settantesimo in piazza

Ed eccoci qui, a inaugurare immantinente la nuova rubrica di cui il bloggo si è dotato, ovverosia la già acclamata et celeberrima (?) Rubrica del Piccione. Dove ci condurrà in questa prima puntata il piccione Ambrogio?
È per me meravigliosamente bello poter incipiare questo nuovo spazio con un evento assai importante che ha riguardato non solo Milano, senz’altro, ma in fondo Milano un po’ in particolare; e questo perché la mia città, la mia splendida e straordinariamente imperfetta città, è, orgogliosamente, la città di piazzale di Loreto. Non credo occorra spiegare il significato di certi eventi storici: ogni cuore giusto saprà farlo, e apprezzare, da sé. Apprezzare e commuoversi: questo significa ricordare il gesto e il coraggio estremo degli antifascisti, partigiani, uomini e donne diventati combattenti per difendere le libertà contro una sordida dittatura. Ribellarsi, lottare, partecipare, vincere. Questa è stata l’avventura emozionante dei partigiani e delle compagne Teresa, donne di ferro che ci sorridono dolcemente in belle foto d’epoca, a volte armate fino all’osso senza perdere la gentilezza delle loro figure, altre volte armate solo del loro cuore grande e della loro intelligenza. “Solo”. La bellezza del coraggio. La bellezza della lotta per sé e per gli altri, per ciò che è giusto, per l'uguaglianza contro l'absurdum delle leggi razziali, nel nome della solidarietà umana e sociale.
E Milano è stata una delle protagoniste del grande movimento di Resistenza. La ricorrenza della Liberazione, 25 aprile, è occorsa pochi giorni fa, in un anniversario uguale a tutti gli altri, cioè importante come sempre, ma per gli amanti delle cifre tonde particolarmente simbolico: compie settant’anni questa nostra rivoluzione, questo movimento di civiltà e uguaglianza, spontaneo, partecipato, e grandioso.

Per cui – fine parte seria del post – era molto più che opportuno prendere parte al corteo ricordo di tutto ciò, affinché la memoria della Resistenza non diventi esperienza morta, fatto storico confinato nelle pagine stampate, ma si conservi viva e in fermento nelle nostre teste e nei nostri cuori.  E così è stato.

Dunque…
Concentramento (classicone) in Palestro per un corteo che aveva come naturale obbiettivo piazza Duomo. Io e i miei fidati sodali, meravigliosi compagni d’avventura in numerose situazioni, affrontiamo la calca della metropolitana milanese e facciamo approdo, in orario, al luogo programmato. Qui cerchiamo di raggiungere e di ubicarci vicino agli amici della Grecia, sostenitori di Syriza nella sua lotta di formichina contro il rognoso elefante della troika.


La folla è parecchia, e ci riserva tutte le sue delizie, pure olfattive: anche la piazza del resto ha i suoi odori. È meraviglioso questo essere qui, tutti insieme; poi però se ti concentri sul vicino quel moto d’amore diffuso e aleggiante si ridimensiona un po’, ma fa parte del gioco, via. Del resto si dice in questi casi (cito Pinco, la battuta non è mia) che amare il proprio prossimo è difficile, più facile amare quello un po’ più in là. Soprattutto se capiti proprio affianco alle bellezze scultoree del bronzo di riace che vende birra, acqua e bibite agli assetati.

La foto non rende giustizia, e comunque io ancora non ho capito quale lingua (dialetto?) parlasse

Così si partecipa la manifestazione, e la si segue, come al solito, un po’ cazzando un po’ facendo i seri, sinché non si affacciano le varie esigenze di ognuno: pisciata, pausa, caffè e pure dolcino, cannolo siciliano nella fattispecie. Combattenti sì, ma anche goderecci, sempre. Per poi proseguire, riconoscendo i vip della piazza, tutti avvistati dal cognato con la sua vista di lince: il primissimo è l’onnipresente boscaiolo Muhlby Muhlbauer, seguito dal giornalista greco Argiris Panagopoulos. Ma il terzo a sbucare, immancabilmente riconoscibile dalla tuta rossa targata FIOM, è Landini, vera star del momento. Cacchio, quando le donne vedono Landini non capiscono più nulla, completamente. Ma stai scherzando? (cit.)
 
Selfie di signore con il Saldatore Landini

Dopo qualche metro ecco comparire Ferrero, e quando mi è stato detto ‘Ehi, c’è Ferrero’ io ho pure pensato al presidente della città di Sampdoria. In effetti, non se lo filava nessuno porino.
At last, ecco sbucare Gino Strada, per molti una sorta di Iddio in terra: e infatti Gino Strada scatena le stesse passioni sfrenate accese da Landini, non solo sulle donne però, anche su uomini eterosessuali, che cercano di strappargli foto insieme.

Ora, al di là di tutte queste amabili strùnzatelle, che hanno reso comunque bella e intensa la giornata, bisogna proprio dire che è stata una manifestazione emozionante. Forse davvero ho raschiato tutto il senso commovente della canzone Bella ciao, ascoltata sfilando per le vie vecchie che si snodano verso piazza alla Scala, riempiendomene il coeur. Una canzone al di là di ogni retorica bellissima, da cantare e condividere, da godere in ogni suo verso struggente, da ‘sentire’, dentro, col pugno alzato, sempre. Ora e sempre Resistenza, che sembra magari uno slogan (in quanto appunto slogan) un po’ banale, ma che si porta dentro un sacco di cose, un’idea e la promessa d’un futuro, fatto da noi, migliore. E cavolo quanto ce ne è bisogno.    

Milano è stata bella, ancora più bella, perfetta per ospitare nelle sue vie dello sciopping appaltate ai sarti di cui l’Italia fa vanto, questa sfilata non di moda e soprattutto con ben altre stoffe, drappi colorati così leggeri in aria ma così carichi di senso, di vicinanza solidale, di incazzatura anche, e di speranza. 


Infatti mentre ero al corteo mi veniva in mente, e me la canticchiavo dentro, una bella canzona scritta dal mio babbo, sì, lui, l’impavido primo partecipante al giuocone Voi Milano e ciascuno di voi, che è intitolata La mia bandiera, e che vi invito ad ascoltare cliccando qui… (il babbo l’ha pubblicata sul suo bloggo il 25 aprile medesimo, minghia babbo sei troppo sul pezzo!).
Insomma, questa giornata profondamente milanese è stata una grandiosa celebrazione della Resistenza, di quella già fatta e di quella ancora da fare, di tutte quelle ancora da fare, la resistenza di Atene, di Gaza, di Kobane; oggi Milano ha comunicato al mondo tutto questo, e io sono felice di esserci stata e sono felice d’esser stata e di esser parte, oggi più che mai, di questa città.



domenica 26 aprile 2015

RdP - La Rubrica del Piccione


Let me introduce you il piccione Ambrogio

Cari amici del bloggo, o voi che con la vostra moltitudinaria presenza su queste frequenze mandate sovente in sovraccarico il server, quest’oggi incignamo una nuova rubrichetta che verrà ora in avanti ospitata su queste pagine virtuali: come avrete potuto scoprire leggendo il titolo del post, la rubrichetta avrà per nome La Rubrica del Piccione, e questo perché ne sarà protagonista proprio un piccione, simbolo milanese par excellence.
Se è vero che i piccioni non danno proprio quell’idea di essere intelligentissimi e molto svegli, è però pur vero che con quei loro occhietti persi vedono tutto, o meglio registrano tutto – qualsiasi cosa vogliano o possano poi fare con quelle informazioni. Oddio, magari non proprio tutto tutto, spesso addentrandosi audacemente in bar e luoghi chiusi (e in effetti bisognerà constatare come, mosso dai suoi istinti, il pegione sia animale molto coraggioso) essi danno prova di non distinguere resti di cibo e briciole di brioche, di cui son ghiotti, da micro-immondizia varia, avventandosi famelicamente e indiscriminatamente un po’ su tutto quanto capiti loro a tiro; però è pur vero che assai civilmente i piccioni di Milano hanno imparato ad attraversare la strada, con grande eleganza e urbanità, sulle strisce pedonali. E ad essere onesti debbo constatare come anche la mia macchina oramai la conoscano bene, centrandola bisogna dirlo con una certa maestria.

Per questo i piccioni, detestati da tutti ma proprio per questo assolutamente amabili, sono animali molto simpatici, veri abitanti di questa città, che conoscono perfettamente, addentrandosi tra le scanalature a noi invisibili delle sculture a cielo aperto e conquistando le più recondite insenature degli elaborati cornicioni dei bei palazzi mediolani.

Da oggi pertanto il bloggo avrà un proprio ambasciatore (termine che l’Expo ha riportato assai in auge a queste latitudini), un piccione, milanese naturalmente, che chiameremo Ambrogio, che in mezzo ai post dedicati ai luoghi di Milano tanto cari alla vostra bugnato e in parallelo allo svolgersi del giocone Voi, Milano e ciascuno di noi (per cui vi ricordo si accettano sempre candidature), farà capolino per raccontarci qualcosa di ciò che succede in questa città. Ovviamente, nello stile e nell’ispirazione del bloggo: anche la Rubrica del Piccione si occuperà di quegli sprazzi di verità mediolana, quegli attimi, fugaci o prolungati, in cui Milano è vera, perché, come scrissi nel post d’apertura, sono questi a interessarci. Sono questi da menar in primo piano, nello sguardo sulla nostra città. La Rubrica del Piccione farà dunque il punto su ogni momento di bellezza e piacevolezza offerto in maniera imprevista e generosa dalla realtà meneghina, sorvolata a volo d’uccello (e a scacazzo di piccione).