mercoledì 7 gennaio 2015

Flamingos in Milan: la sorpresa tutta rosa di Villa Invernizzi


Cari strenui visitatori di questo languente bloggo, voi che imperterriti cercate di collegarvi di tanto in tanto dai vostri dispositivi mobile per vedere se bugnato ha aggiornato qualche rigo e invece macché, quest’oggi incignamo il 2015 con un post illustrante anch’esso, come gli altri che hanno preceduto, una nicchia di inattesa meravigliosità messaci fortunosamente a disposizione dalla città del biscione.
Con il pezzo che andrete a leggere andiamo infatti a disvelare una perla, una perlina, della città di Milano, che è difficile catalogare poiché costituisce un vero e proprio unicum. Per questo guardare coi propri occhi lo spettacolo di cui si andrà a dire è particolarmente emozionante.
Parliamo oggidì difatti della superba e meravigliosa colonia di fenicotteri che popola la nostra città. Esatto, fenicotteri, sì, come molti di voi già sapranno.

Passeggiare per corso Venezia e poi entrare lateralmente meta via dei Cappuccini pregustando lo spettacolo è già esaltante. Per quanto via bella assai di Milano, infatti, il detto corso è molto trafficato. Ma basta entrare in una sua strada perpendicolare per assaporare la quiete e il perfetto silenzio che si respirano tra le nobili residenze di via Serbelloni, che offrono viste allo sguardo architettonicamente parecchio intriganti – i palazzi più belli di Milano, signori, sono qua. Ma la sorpresa la trovate dopo. La sorpresa la trovate al civico 9 di via dei Cappuccini, dietro a un cancello nero con dettagli ocra. Una villa dalla facciata seminascosta dalle chiome di numerosi alberi, ma che si intravede massiccia e sontuosa, vi si apre allo sguardo, affacciata su di un cortile che la scosta dal bordo stradale. Qui la quiete e il silenzio si vestono di qualche esile, dolce rumore: il rumore dell’acqua di una fontana, quello zampillo rilassante che ognuno di noi vorrebbe sentire in soggiorno, e invece guarda tu quante metropolitane dobbiamo prendere per poterlo intercettare. Ché al massimo a casa si sente il rubinetto che perde oppure, nella notte, il vicino che piscia. Ma ecco che, come al solito, divago scrivendo cazzeite.
Infatti: torniamo all’acqua. All’acqua e alla villa. La villa è Villa Invernizzi, blasonato cognome del padre della certosa e della robiolina: esatto, la villa è proprio loro, dei formaggiari. I quali, con l’eccentricità che i ricchi non si negano – e perché dovrebbero in fondo, i soldi li hanno, e come ci insegna la troika l’austerità è tutta per noi – hanno deciso di arredare il loro giardinone, oltreché con quella fontana che noi appunto non possiamo permetterci, con un gruppo di fenicotteri, una meravigliosa colonia di fenicotteri parcheggiata in giardino. Anvedi. Del resto, quando ti capita di vedere fenicotteri, apparte che nelle terribbili fantasie anni ottanta tornate in voga l’altranno, fenicotteri veri intendo, e non dico a Milano eh, ma in generale? In tutta franchezza: chi se la sente di raggiungere l’Asia Meridionale, sfatti come siamo anche solo dopo un giro sulla 90? Ma soprattutto: chi ci ha i soldi? Ed ecco che i signori Invernizzi, assecondando non si sa quale loro singolare uzzolo, hanno creato questo unico e originale allestimento faunistico con esemplari di splendidi phoenicopterus nel proprio giardino, collateralmente regalandone ai passanti, sbircianti attraverso il fogliame delle siepi che corrono lungo il cancello, la visione.
Che è quella che infatti vi suggerisco, un dì che siete da quelle parti, per andare a visitare la Gam, per entrare al Planetario a riveder le stelle, o se siete semplicemente in giro a bighellonare anche solo per bervi un caffè ai giardini di Porta Venezia.  
Certo qualcuno potrebbe considerare poco desiderabile questo mantenimento in stato di cattività delle suddette bestiole; tuttavia il trattamento che ricevono è quello del classico animale domestico, curato e nutrito (piuttosto direi è la vita dei gamberetti che si mangiano, e che conferiscono loro il colore delle piume, ad essere un tantino meno entusiasmante, come la mettiamo?). Vedo il verde, l’acqua, il cibo e lo spazio; non vedo gabbie, non vedo sofferenze. O almeno ecco non più grandi di quelle d’un buon cervello costretto a lavorare in un call center. Nella vita insomma quel che arriva arriva, te lo prendi eccome (cit.).

Ma tornando alla nostra visita…
Ok, potrebbe parere un po’ tristino in realtà questo spiare, quasi dal buco della serratura, guardando attraverso le inferriate d’un cancello, noi poveracci, il giardino d’una villa facoltosa per godere delle sue delizie; e forse cari amici del bloggo pure lo è un po’, modello Nino Manfredi in Pane e cioccolata mentre guarda i biondi al bagno. Però però… se, pur non abbandonando un senso politico delle cose, ci affidiamo a un senso poetico (che in ogni caso mai va disgiunto dal primo), ecco che Villa Invernizzi e il suo spettacolo di fenicotteri rosa dal piumaggio sfumato in tinte vivaci, come il completo di Théo de Il paradiso degli orchi, ci appaiono come una visione d’alterità, una venatura di questo paesaggio urbano che non ci si sarebbe aspettati, una chicca, impensata, qualcosa per cui entusiasmarsi, meravigliarsi, sorridere, in fondo. Sorridere. Perché quando al 9 di via Cappuccini ci vai per la prima volta, e con le persone a cui tieni, si sorride, si sorride e si vede nell’entusiasmo degli altri il riflesso del proprio. È quasi una cosa magica: un gruppo di elegantissimi, sgargianti fenicotteri che incuranti, come fosse la cosa più ordinaria del mondo il loro stare, qui, a Milano, e in quella situazione, si nutrono, mangiano, stanno su una gamba e a volte su due, immergono il  muso nell’acqua e la bevono, si acciambellano sul prato verde e riposano. Pazzesco. Ecco perché è una cosa magica, poetica. Sono milanesi anche loro dopotutto. Fenicotteri di Milano, che per quel poco e tanto che ci regalano sono in fondo un po’ di tutti.


lunedì 3 novembre 2014

Il giardino filosofico - Com'è bello com'è bello il nuovo parco del Portello



Quest’oggi, miei millemila lettori, andiamo alla scoperta di un altro angolo(ne) di verde milanese di tutto rispetto, non antico ma recente, simbolo anche questo della trasformazione urbana di cui, nel bene e nel male, è stata oggetto negli ultimi otto-dieci anni la città della scrofa semilanuta.
Il parco di cui parliamo è stato infatti inaugurato solo nel 2012, dopo un’attesa impaziente, una gestazione lunghissima durante la quale circolavano sul web rendering capaci solo d’accrescere l’acquolina in bocca e la curiositas. Un mega cantiere misterioso, sorto in una zona della città, quella del Portello, lustri addietro occupata dallo stabilimento dell’Alfa Romeo, allora la FIAT milanese, per estensione e numero di addetti, pur fatte le debite proporzioni. Un’ex area industriale dunque, risorta dopo l’abbandono per merito d’un massiccio ma azzeccato sconvolgimento edilizio, articolato in molteplici e riusciti interventi architettonici, sotto l’egida d’un macroprogetto targato Studio Valle: la realizzazione del fondamentale CC Portello, le case nuove di Cino Zucchi in largo Zanuso (di cui però parleremo un’altra volta, onde concentrarci quivi sul già corposo capitolo del parco), svariati ponti, braccia tese d’acciaio che fungono da collegamento tra i quartieri contigui, e, last but not least, il parco di cui testé andremo a raccontare. Insomma, come vedete c’è molta carnazza al fuoco, e io, che da par mio non so cucinare nemmanco una minestrina, sarò il vostro chef.

Il nuovo parco del Portello, realizzato dallo studio Land, nasce da un’idea di Charles Jencks, apprezzato e noto paesaggista, americano ma scozzese d’adozione, signore non giovanissimissimo che val sul serio l’impegno di conoscere. E forse bisogna proprio partire da lui, per parlare del parco del Portello. Amico di Peter Higgs (quello del bosone, ricordate? - qui una foto che li ritrae assieme in gioviale compagnia del fu direttore del Cern; ovviamente Jencks è quello vestito da giardiniere) e di Jeremy Watson, scopritore del DNA, ha saputo modellare, con intelligenza e cultura che di certo non gli mancano, un parco che è più di un parco: è un percorso narrativo, una passeggiata in cui nulla è lasciato al caso, ma anzi in cui tutto, ogni singolo tassello, concorre a un disegno unitario e meditato, che risponde alla precisa esigenza di avere un significato. Senza volervi annoiare addentrandomi in particolarismi et vicessitudini dell’architettura d’oggidi (anche perché io stessa non ne so naturalmente un cazzosega), cari miei millemila lettori (sì, sono un tantino più sbruffoncella di Manzoni), Jencks si offre dal suo punto di vista in antitesi ad edifici che egli considera vuotamente iconici come il Guggenheim di Bilbao, di Frank O. Gehry, che ha a suo dire segnato uno iato nell’architettura contemporanea, aprendo una sorta di gara inutile all’edificio più ‘più’; epperò qui Mr Jencks mi trova in disaccordo con lui. Il suddetto Museo è bello, più dei brutti grattacieli che Isozaki e Renzo Piano stanno disseminando in molte città italiane. E non direi che sia vuoto di significato: è in fondo un edificio-opera d’arte che funge da museo per altre opere d’arte contemporanea. Il nesso dunque, quantunque magari semplicistico, mi par ci sia, piacciano o non piacciano le linee studiatamente sbilenche che lo compongono – tipo hey Frank, hai litigato con la carta stagnola.
Ma al di là di questa piccola divergenza di vedute rispetto all’opera di Gehry, sono assolutamente concorde con Jencks quando afferma che un edificio, o una realizzazione destinata al tessuto urbano, non deve essere in sé gratuita, priva di pensiero, slegata dallo Zeitgeist, ma frutto del suo tempo o ancor meglio dello spirito del tempo, offrendo a coloro i quali ne saranno, in senso lato, gli ‘abitanti’, uno spazio di fruizione non solo materiale, strictu sensu (è un parco, chiaro, ci si passeggia, gioca e ci si piscia il cane), ma di pensiero, di riflessione, esperita in prima persona.
La decadenza dell’architettura contemporanea è legata, secondo Jencks, al declino di quelle narrative laiche condivise, come progresso, socialismo e democrazia. Per questo l’architettura e l’architettura di paesaggio in particolare, quest’ultima utilizzando quali proprie componenti i secolari strumenti offerti dalla Terra, terra, semi, erba, acqua e luce, debbono tornare a mettere al centro d’un progetto un senso. Un senso che nel parco del Portello si individua perfettamente: tutta la composizione di questo giardino costituisce un inno alla scienza, al progresso, al lungo percorso di conoscenza, scoperta ed elaborazione intrapreso dall’uomo sin dalla sua comparsa; un’esaltazione del positivismo del postmoderno. Questo è il senso affidato da Jencks alla sua opera milanese. Un manuale, da sfogliare, per ricordarci il cammino straordinario della Terra e dell’uomo, un riassunto dell’evoluzione, come ci ha condotto sin qui dall’alba del mondo.
Il parco del Portello racconta tutto questo; non rifugge il concetto, il ragionamento, l’intelligenza, ma ne è al contrario informato. In un progetto che, oltre a ciò (e forse proprio questo), anche nella sua fruizione più immediata, e nel semplice aspetto parchistico ‘visivo’ si rivela bellissimo e radioso. Ancor più di come appariva nei rendering diffusi prima della realizzazione e dell’apertura. L’intelligenza è, del resto, bellezza.       
E altro merito del progetto di Jencks, squisitamente sotto al profilo formale, è quello di aver realizzato, in controtendenza rispetto all’attualità, un parco assai disegnato – e come tale ben poco a bassa manutenzione – accostabile per ambizione ai superbi giardini cinque e secenteschi; con un’accuratezza e nitidezza delle forme, quasi scolpite, che nel giardino moderno non si erano decisamente vedute più. E ciò conferisce ulteriore valore a questo parco e a questo progettista.

E giustamente, dopo questi sproloqui, vi starete chiedendo come minchia è fatto questo parco.
Andiamo dunque a descriverlo.

Con i suoi ottantamila metri quadri, il parco del Portello non è esattamente quello che si potrebbe definire un giardinetto. È una composizione complessa, un accostamento di zone, di aree differenti, in una passeggiata coinvolgente, sempre nuova e mai uguale, ricca di visuali.
Possiede una montagnola verdissima, la cui sommità è raggiungibile da un doppio percorso di sentieri a spirale, che nel loro snodarsi non si incontrano mai; come le eliche del DNA. E difatti in cima è collocata una fontana al centro della quale sorge una scultura, che proprio un segmento di acido deossiribonucleico rappresenta. Da qui potrete godere d’una spettacolare visuale sul parco, o se preferite (son gusti) d’una visuale sull’ameno viale Serra, forse una delle vie più inquinate di Milano. Ora ben contrastata, però, da questo meraviglioso polmone verde.
Accanto alla montagnola, che dialoga, benché a distanza, col Montestella poco più avanti, storica ‘montagnetta’ della città di Milano, sorge una doppia collina sinuosa, a forma di S, che sembra il dorso d’una creatura preistorica, il cui crinale è percorribile, avventurandosi nella stradina di ghiaia ricavata tra due filari paralleli di siepi. E nello spazio creatosi al centro, il laghetto: uno specchio d’acqua circolare, tagliato da una lingua di terra erbosa che fa somigliare i due bacini così ricavati, come mi suggeriva un evidentemente attento collega (ebbravo Andrea!), al sole e allo spicchio di luna (bisogna vederlo). Tutto intorno al laghetto, a ridosso della collina, corre una panchina, messa in opera solo dopo l’apertura del parco, una panchina infinita, la classica panchina a listarelle verdi dei parchi, che è però qui continua, e sembra quasi voler riunire tutti i visitatori, anziché in panche disperse e separate, in un’unica seduta. Che è già un’idea geniale e meravigliosa.
Superata la zona delle collinette, ecco un’area destinata ai bimbi, tra altalene, giochi vari e un'altra lunga panca per gli sfatti genitori.
Ma ecco che, da qui, percorsa una passerella in discesa, si accede alla zona più raccolta e meravigliosa di tutto il parco. Un giardino segreto, un luogo di tranquillità purissima e di bellezza assoluta, scandito da una trama di piante, fiori e arbusti che crea una visione unica, quasi un acquerello dominato dai colori del rosa. Ciliegi, lavanda, rose canine, edera e barberis rosso; in primavera è un’esplosione, tra i ciliegi in fiore, i cui petali si radunano in modo struggente per terra, creando un pavimentino umidiccio sul quale atterrare di culo è invero assai facile, e il muro rossastro che lo cinge dall’altra parte, sotto a un pergolato d’edera.
Questo spazio si chiama Time garden, ed è attraversato longitudinalmente da un sentiero rivestito da 183 piastrelle nere e 182 piastrelle bianche, a simboleggiare i 365 giorni dell’anno, in un percorso che racconta le ere della preistoria, storia e presente, scandite dai grandi trapassi dell’evoluzione: l’origine, la creazione degli atomi, le galassie, la nascita della Terra e le prime forme di vita. Che poi sono le cose superbelle che ci insegnano le maestre alle elementari, solo che poi tendiamo lentamente a dimenticarle. E sui sedili rosa che lo bordeggiano, ecco incisi su lastre d’acciaio satinato i nomi delle stagioni e su divisori aggettanti i nomi dei mesi dell’anno.
Lo scorrere del tempo, quindi, in piccolo e in grande. A misura d’uomo e a misura del cosmo. Questo è il racconto fatto dal giardino del Tempo. Ed è commovente come questo delicato hortus conclusus costituisca, tutt’altro che casualmente, una visuale impagabile, e anche uno spazio da vivere, per gli ospiti della casa di riposo di fronte; persone che di scorrere del tempo se ne intendono. Insomma, finalmente qualcuno che pensa pure ai vecchiarelli, mica solo (si veda il giardino della GAM) ai mocciosi!
Nella morfologia del parco ricorrono riferimenti a galassie, conchiglie, spirali ed eliche; forme primordiali, antiche quanto è antico il mondo ma così faticosamente scoperte e descritte dall’uomo, nel suo lungo, avvincente cammino d’esperienza e conoscenza, assistito dagli strumenti che la tecnica ha saputo via via approntare. Un lungo cammino difficile, irto di superstizioni e credenze da abbattere, di teologie e dottrine avverse, di ipse dixit, di libri bruciati e di altri esaltati come il vangelo (letteralmente!), di processi, roghi e abiure da scontare. Ma è un cammino che ci ha condotti fin qui, che ci ha fatto conoscere la sfericità della Terra, il sistema solare, il moto celeste, il funzionamento del nostro organismo, l’atomo, il DNA. E il bosone di Higgs, eh, non ce lo dimentichiamo, che Higgs è pure amico di Charles Jencks. Un cammino irrinunciabile e irrinunciabilmente laico.

Questo è ciò che il signor Jencks ci racconta nel suo parco meraviglioso.
Ed è per questo che, per assaporare in pieno le potenzialità di questo parco, è bello tornarci in tutte le stagioni, vederlo in fiore e sotto la neve, per calarvi in una sorta di metafruizione d’un giardino che vuole esattamente raccontarvi questo: il Time walk, lo scorrere del Tempo.
Dopodiché rimane un parco, un parco dove poter fare tutte le cose che si fanno in un parco. Correre, camminare, sedersi sull’erba sfidando animali feroci come vespe e zanzare, ma anche offrendosi la possibilità di fare incontri casuali con coccinelle e piccoli maggiolini cangianti di passaggio. Un luogo in cui cercare quadrifogli, leggere, passeggiare e sostare, magari improvvisando piacevoli picnic. Nel Time Garden ad esempio i tavolini di pietra con relativi sedili, immersi tra i fiori (e qua veramente chapeau a chi ha avuto l’idea di inserirli), sembrano esattamente invogliare a un sano aperitivo biologico, tra succo di pomodoro e barrette vegan (scherzavo eh, crodino fonzies e rutto libero è la giusta combinazione – e comunque vicino c’è pure un Mc Donald’s in cui rifornirsi di cibo quello sì de sostanza).

Non so misurare la sorpresa che ebbi quando percorsi per la prima volta gli spazi completamente nuovi del parco del Portello: era dicembre, aveva appena nevicato e la collina era bianca come se qualcuno le avesse polverizzato sopra, con un setaccio, dello zucchero a velo, splendeva il sole e per fare onore all’età mia e a quella di chi era con me ci si dedicò a simpatici giuochi con le lastre di ghiaccio trovate qua e là intorno al laghetto – che era, difatti, completamente ghiacciato. Un paesaggio sconosciuto ma che ci aveva già fornito gli elementi per cazzare sentirci accolti e a proprio agio in questo grembo racchiuso, cinto tra le dune erbose.
E bello fu tornarci a primavera, coi ciliegi in fiore, un fuoco d’artificio rosa da rimanere a bocca aperta, sotto una pioggia lenta di petali chiari. Poi è venuta la calda estate, per sperimentare, riparati dall’edera, tra chiacchiere fitte con le persone giuste, un po’ di sana sudazza dall’ascella; e poi di nuovo l’autunno, con il suo paesaggio esanime e sfiorente, preparazione a un freddo inverno incubatore d’una nuova primavera. E mobbasta, perché stiamo finendo in zona Kokin waka shū, e non vorrei, mica sono un lirico giapponese.

Tutto questo per dire, e di parole ne ho spese sin troppe, che il parco del Portello è un parco bellissimo, e che vederlo una sola volta non basta, ma occorre tornarci, come in tutti i bei luoghi di questa città.
Un giardino filosofico, quello che il signor Charles Jencks ha deciso di regalarmi a pochi minuti da casa mia, che potrebbe entrare già ora, di diritto, nel libriccino sull’arte dei giardini di Pierre Grimal. Proprio come espressione e proiezione migliore del suo tempo, un tempo della Scienza e della ricerca della verità, che ci invita a trovare spazio per il pensiero e la lentezza, in un mondo dominato da logiche mercantili (e capitaliste) e a liberarci di antiche zavorre e idoli ingombranti che impediscono il progresso dell’umanità. Che è una di quelle narrative laiche nel cui declino Jencks intravede fenomeni di decadenza, dell’architettura e, azzarderei, non solo.

Quante cose, insomma, se si vuole, possono esserci in un parco. Al nuovo parco bellissimo del Portello, a Milano, nella nostra città, thanks to Mr Jencks, oggi, si trova tutto questo.



















venerdì 17 ottobre 2014

Via Brisa, un quadrato di Roma Antica a Milano – Spin off del Museo Archeologico


Avendo parlato di quella meraviglia che è il Museo Archeologico non si può non parlare di un altro luogo unico in Mediolanum, al Museo peraltro concettualmente e quasi fisicamente connesso: stiamo parlando delle rovine romane di via Brisa. Per me è un luogo imprescindibile della mia città, e non saprei spiegarne il motivo, forse perché di motivi ce ne sono più d’uno. Forse perché è magnificamente defilato e, se non hai ragioni per andarci, in via Brisa neanche ci entri, cosa che protegge questo luogo miracoloso dal passaggio delle folle. Forse anche perché, con una bella faccia da cül, ho cercato di far la splendida con un romano con l’argomento delle rovine romane milanesi, ed ha pure funzionato. O forse mi piace perché non posso nascondere che la mia vita si è rimessa in moto da qui, o in fondo mi piace perché questo luogo, questo piccolo, protetto, meraviglioso e insolito quadrato di città, è semplicemente bellissimo, e rappresenta una Milano che non sembra Milano ma proprio per questo è una Milano ancor più vera. La vera Milano. Che è quella che in questo bloggo si va cercando.

Le rovine sono ciò che resta del palazzo dell’imperatore Massimiano, allorquando Mediolanum era la capitale del Sacro Romano Impero d’Occidente; quello che decadde, come il Carlo Maria Cipolla ci spiega con molto humour, perché la classe aristocratica romana si faceva di piombo, molto piombo, piombo in quantità. Ma Mediolanum fu città-guida in un'epoca (286-402 d.C.), seppur di poco, precedente, non ancora di declino, per cui evidentemente deduciamo che i nobili mediolanesi non avessero ancora maturato in maniera sì massiccia tali gusti alimentari un po’ discutibili e un tantino indigesti.
Ad ogni modo, nella fattispecie, l’edificio di cui si ammirano i resti pare – pare – fosse quello adibito ad usum termale, perché, tra tepidarium e calidarium, sappiam bene che gli antichi romani amavano molto dilatarsi le vene coi bagni bollenti – e in queste abitudini e relative conseguenze io sono una loro degna discendente (vero dottore che mi fai l’ecocolordoppler?). Era inoltre poco più avanti da qui che si estendeva la parte finale del circo (la cui torre, vi ricordo nel caso in cui non siate state attenti nelle puntati precedenti, fu ‘riciclata’ come campanile del convento di San Maurizio); e il circo era il passatempo principe degli antichi romani, che, come Angela padre e Angela figlio sapientemente ci spiegano, ci avevano pure gusti un po’ sadici nei loro divertissement. Ma cosa aspettarsi da gente che assumeva quelle quantità di piombo.
Terme dunque, e circo: due luoghi simbolo della civiltà romana. Qui, a Milano, ed è veramente meraviglioso ciò che si apre allo sguardo entrando nella stretta viuzza di via Brisa da corso Magenta, dopo aver superato la Drogheria Soana con i suoi interni fermi agli anni Sessanta e le sue ipnotiche e stipate vetrine: un recinto di ferro delimita i resti archeologici, che emergono logicamente a parecchi metri più in basso rispetto al piano stradale (e comunque Milano è o non è, del resto, la città che sale?), dai mattoni rossi, mattoni color mattone praticamente, in mezzo all’erbetta fresca e verde che li circonda. Il mio sogno proibito, lo ammetto, sarebbe scendere e poterci camminare in mezzo: credo che il mio piccolo quore esploderebbe di felicità, e più volte, assistendo a manovre di giardinieri incaricati dal Comune di manutenere il verde, loro sì autorizzati a scendere, e in possesso delle chiavi del cancelletto, ho pensato finanche di corromperli a cedere l’esclusiva con profferte di danaro… Un veloce calcolo delle mie liquidità mi ha tuttavia istantaneamente dissuaso dall’azzardare la proposta. Ma un giorno, quando sarò ricca e abiterò nel ficherrimo palazzo chiaro che si affaccia proprio sulle rovine (poi dicheno che uno non deve essere invidioso perché fa peccato), oltre a godermele dal balcone di casa durante la colazione, troverò il modo di avervi accesso con la classica scusa della mutanda stesa ad asciugare scivolatami di sotto.  
Ma tutto sommato è un bene, e son seria, che non vi sia libero accesso a questo spazio. Ma non perché trattasi di resti monumentali da proteggere – pur avendo in effetti a notare la diffusione d’una invero poco comoda usanza di confezionarsi originali e pesantissimi souvenir delle vacanze smontando sassi dalle aree archeologiche – o comunque, non solo; quanto piuttosto per il fatto che essi sono la casa, magnifica e degna, d’una colonia di gatti bianchi e neri, che ne sono i veri e legittimi padroni, e che mi suscitano sempre interrogativi salingeriani, quando è freddo e il suolo ghiaccia, su dove potranno andare a stare, come le anatre di Central Park. Ed è giusto così. I gatti riescono ad avere un sentimento speciale per le rovine antiche: se le prendono, ne fanno la loro dimora, e le riportano in vita, a distanza di secoli, esattamente come accade a Roma. Sembra quasi una cosa magica, ancestrale. E per questi mici dal pelo lucido che stanno sdraiati sulle antiche strutture e vi passeggiano felpatamente in mezzo, senza fretta, non si prova invidia, affatto, come se fosse così ristabilito, in questa loro conquista, un ordine cosmico giusto, retto, incontrovertibile.

Insomma, le rovine romane di via Brisa rappresentano per me un luogo speciale, che riesce a infondermi una tranquillità che veramente pochissimi altri luoghi riescono ad offrirmi. È bello fermarsi qui, in ogni stagione, col caldo e col freddo, di giorno, magari dopo aver bevuto un cappuccino nelle tazze gialle del consigliatissimo bar El Canton poco più avanti, vero bar milanese nel senso migliore dell’espressione, piacevolmente old fashion, o di sera, quando le rovine s’accendono d’un caldo giallo dorato di grandiosa suggestione.
Ma in qualsiasi momento vogliate raggiungere questo fazzoletto di terra solcato dalle vestigia d’una civiltà che fu, vi accorgerete di avere a disposizione un luogo dove fermare lo sguardo al di là d’una balaustra, come davanti al mare, o a un lago, nonostante ahimè l’iperattività edilizia alle sue spalle, seguendo con gli occhi le curve e le rette descritte dalle antiche fondazioni, per perdervi nella visione e trovare, davvero, qualche prezioso granello di pace e di bellezza.
Un luogo di Milano, le rovine romane di via Brisa, raccolto e silenzioso, e, come tutti i resti di antichissime strutture, immoto e pacificato nel lungo cammino del Tempo, e quindi capace di dispensare vera quiete. E questo, personalmente, non credo sia poco.

Il dettaglio da non perdere
[Rubrichetta del a chi vuoi che gliene impipi]
Il dettaglio di cui di seguito poco ha a che fare con i resti archeologici romani in sé, ma, sorgendovi a pochi passi, possiamo dire completi il paesaggio di via Brisa. Percorrendo e superando il perimetro delle vestigia si arriva all’incrocio con via Gorani e… ci siete? Bene, guardate in su. Bravi, l’avete trovata: la terrazza quadrata con piantato un ulivo, esattamente in cima a un palazzo chiaro, ma proprio in cima eh. Una diapositiva da gomminodeltergilandia, verissimo, ma senza dubbio un angolo di città insolito e da vedere. Eppoi, caro (?) Boeri, se non un bosco verticale un ulivo verticale prima di quella doppia strùnzata che troneggia con le sue sterpi e le sue tristi piastrelle nere in Garibaldi. Cioè: se lo godranno in pochissimi, magari due o solo uno, ma ha molto più stile e soprattutto non finge d’esser verde per i cittadini – pur costituendo per i cittadini una deliziosamente inconsueta visione. Tiè.