domenica 8 febbraio 2015

Antico e nuovo, blasonato e popolare: il parco di Villa Scheibler


Perimetrato da un muro grigio un po’ malmesso e bruttarello, il parco di Villa Scheibler è, al contrario, una ricca, verde sorpresa ritagliata tra le vie in entrata e uscita dal popoloso quartiere di Quarto Oggiaro, rione milanese ingiustamente di malfama nel quale, per dire, al netto credo circoli meno cocaina che nel blasonato covso Como.
Ma non disperdiamoci già alle prime righe. Il parco in questione è, si intenderà, dunque parco periferico, di quartiere, cosa che potrebbe indurre a pensare trattarsi d’un parco nuovo. E invece nossignori. Il verde che qui vediamo è discendente antico d’una preesistente area silvestre, distribuita attorno a una villa, datata all’incirca alla seconda metà del Quattrocento. Tale villa era, ai tempi, tenuta di caccia di Ludovico il Moro, Dux Mediolani, che, tra l’avvelenamento o la sconfitta alle armi di qualche suo inviso congiunto, i progetti d’espansione dei suoi domini, l’acquisto di titoli nobiliari e l’attività di mecenate di alcuni tra i più grandi artisti del suo tempo, trovava come vediamo anche il tempo per dedicarsi a qualche giochetto venatorio. E noi che dopo sette ore di lavoro abbiamo solo la forza di buttarci sul letto a quattro di bastoni! Ma in ogni caso, il fatto che si trattasse d’un casino di caccia, è illuminante per immaginare come fosse un tempo, secoli fa, la zona che oggi è divenuta di Milano la più popolosa, quella massicciamente cementificata della periferia e dell’hinterland: boschiva.

Il corpus edilizio, che includeva un’area destinata a scuderia e una chiesa, fu poi rimaneggiato e ampliato nel corso del Settecento, divenendo in seguito abitazione della famiglia Scheibler, di cui oggi villa e parco recano il nome; e questa fu l’ultima proprietà privata dell’edificio, lasciato in dono al comune di Milano.
Grazie a un poderoso restauro completato qualche anno orsono, la villa si staglia ora allo sguardo dell’osservatore in tutta la sua ferma bellezza, nel biancore (oggi) delle sue semplici ma a loro modo magniloquenti simmetrie, già bella nel prospetto affacciato al parco ma ancora più nobile nell’ingresso opposto, preceduto da un’ampia corte e visibile dalla strada attraverso un cancello in ferro battuto. Davvero è incredibile trovare, in quella che è oggi suburbia, un simile, piccolo gioiello, capace di deliziare il visitatore sensibile a questi doni del caso, che l’ha conservata e protetta sino ad oggi, e della Storia. E come vediamo la storia di questa villa è anche parecchio prestigiosa, avvinta alle fortune del signore che, certo discutibile in vari aspetti della sua condotta, rese purtuttavia Milano una regina italica del Rinascimento.

Il parco della villa, anch’esso sottoposto a un bell’intervento di recupero, si presenta oggi come un ampio giardino, molto semplice e raccolto, con i suoi vialetti, le panchine verdi, e alberi, alberi, alberi e ancora alberi, che in estate creano zone di preziosa frescura, e aree attrezzate dedicate a cosi movimentati come cani e bambini.
Il viale principale del parco conduce dritto dritto all’ingresso della Villa, in un punto di fuga perfettamente simmetrico e bilanciato altamente suggestivo. La simmetria della visuale è rafforzata dalla presenza d’una bella fontana a quattro vasche, con altrettanti zampilli centrali d’acqua che reiterano un gioco di gettito ora più intenso ora meno intenso, in perfetta sincronia: sembra quasi un numero di nuoto sincronizzato.
Attorno alla fontana, che è, benché decentrata, il vero cuore, pulsante, di questo parco delizioso, corrono dei sedili, come a creare uno spazio di raccolta e incontro, il cui schienale è costituito da scritte, sì, scritte in ferro verde, che ci indicano che quella che abbiamo di fronte, ebbene, è proprio la fontana di villa Scheibler; quasi delle didascalie brechtiane, a indicare il luogo in cui si svolge la nostra azione. Veramente bellissime queste sedute, un riuscitissimo colpaccio di desain. E alle spalle di queste panchine, per finire in bellezza, dei cespugli di rose canine di vari colori, bianche, avorio, rosa e rosse. Che romanticheria!

Personalmente al parco di Villa Scheibler ci ho fatto un sacco di cose carucce. Una colazione con tutta la mia famigliola. Ci ho giocato a frisbee, ma mica da mocciosa, in età adulta (bè bè, età adulta, non vorrei strafare nell’attribuirmi questo status cerebrale). Ho fatto molteplici passeggiate in beata solitudo, alcune delle quali finalizzate a raggiungere la biblioteca rionale di Quarto Oggiaro, i cui bibliotecari peraltro amano perculare i colleghi di Accursio (lo sapevano questo i bibliotecari di Accursio?). Poi ci ho fatto un pic nic, davanti alla fontana, con la persona del mi corazon, rimanendo ambedue estasiati dalle prodezze inconsulte d'un bamboccino cinese armato di spadino e sbilanciato dal suo bellissimo capoccione. Un vero fenomeno, vestito a festa per il Capodanno cinese, seguito a vista dalla mamma, giustamente infusa d’orgoglio per aver generato una simile prodigiosa creatura.
Eppoi vi ricordo – ebbene sì – momenti di studio (incredibile, cioè, momenti della mia vita in cui sono stata a studiare, pazzesco!), e più precisamente ricordo una pausa dallo studio (eheh) con bevuta d’un succhetto alla pesca, proprio come un bambino delle elementari. Certo questo ricordo può parere insignificante, ma per me non lo è; era un bel pomeriggio d’agosto, superbamente soleggiato e mosso da aria buona, e avevo con me la dispensa sul libro antico per Storia della stampa e dell’editoria. Esame da 30 e lode (li frego bene), per inciso l’ultimo dato, tempo fa… ma non l’ultimo da dare, e questo perché sono una brava cugghiuna.
E poi ancora, isolando un altro caro ricordo, fu al parco di Villa Scheibler, stavolta in un giorno estivo davvero canicolare, che sentii parlare per la prima volta d’una persona che è oggi parte del prezioserrimo paesaggio umano intorno a me; citata da una nostra allora comune conoscente, che, come spesso accade, oggi entrambe non frequentiamo più.

Ora, al di là delle sue blasonate origini, il parco ha oggi questo di speciale: essere un  parco semplice in fondo, ma assai curato nei suoi dettagli, luogo ameno in cui potersi rilassare, e prendere una pausa, ossigenandosi in un’area verde preziosamente alberata. Un bel parco insomma, ma ciò che è forse più bello è il fatto che si tratti d’un parco di periferia: un parco che per molti dunque non è da raggiungere, ma che è di strada, a due passi da casa. Sottocasa addirittura per qualcuno. Un parco che, da solo, coi suoi viali, le sue panchine, la sua erba e i suoi alberi, e niente di più, e davvero niente di più, ci ricorda che non siamo uomini a una dimensione, ma che possiamo resistere cacchio, perché il tempo libero è la nostra rivincita sul capitale, e il tempo libero in un parco è la nostra vittoria contro chi vorrebbe appiattirci nel ruolo monodimensionale di consumatori.
E se è vero che Quarto Oggiaro non è così invivibile come lo si vuole giornalisticamente considerare, è però pur vero, e non si può negare, che costituisce una delle periferie più povere e dunque difficili di Milano (oddio, ho scritto sul serio periferia difficile? gesù). Per questo è bello vedere il parco popolato da bambini e genitori, ragazzini, donne e uomini di variegata provenienza, intraitalica – difficile trovarci un milanès di quelli veri –, comunitaria o extracomunitaria. Perché se esiste un lembo di società che può ancora recuperare una coscienza rivoluzionaria è questo. Gli anti-sistema, oggi, possono essere solo costoro: quelli che sono, nei fatti, fuori dal sistema, esclusi o lasciati ai margini di esso. Gli emarginati, gli invisibili, i derelitti, le persone dal passato complicato, quelle che hanno cambiato suolo sotto ai piedi, e che ora, altrove, si applicano con fatica a riannodare le redini della loro esistenza e a ricollocare la propria identità. Ma consapevoli; ed è da costoro che può avviarsi il moto rivoluzionario: perché come scrive appunto Marcuse ne L’uomo a una dimensione, a sua volta citando Benjamin: “È solo per merito dei disperati che ci è data una speranza”.

Al parco di Villa Scheibler, questa speranza, le persone semplici che incontri, ognuna con la propria, lontana storia ma tutti lì in quel momento, a godere del verde vicino casa, a respirare lontano dal traffico, a sorridere delle cose buffe fatte dai bambini e a scaldarsi al sole, questa speranza, le persone che incontri, se la portano inconsapevolmente addosso, e un po’ te la trasmettono. 







mercoledì 7 gennaio 2015

Flamingos in Milan: la sorpresa tutta rosa di Villa Invernizzi


Cari strenui visitatori di questo languente bloggo, voi che imperterriti cercate di collegarvi di tanto in tanto dai vostri dispositivi mobile per vedere se bugnato ha aggiornato qualche rigo e invece macché, quest’oggi incignamo il 2015 con un post illustrante anch’esso, come gli altri che hanno preceduto, una nicchia di inattesa meravigliosità messaci fortunosamente a disposizione dalla città del biscione.
Con il pezzo che andrete a leggere andiamo infatti a disvelare una perla, una perlina, della città di Milano, che è difficile catalogare poiché costituisce un vero e proprio unicum. Per questo guardare coi propri occhi lo spettacolo di cui si andrà a dire è particolarmente emozionante.
Parliamo oggidì difatti della superba e meravigliosa colonia di fenicotteri che popola la nostra città. Esatto, fenicotteri, sì, come molti di voi già sapranno.

Passeggiare per corso Venezia e poi entrare lateralmente meta via dei Cappuccini pregustando lo spettacolo è già esaltante. Per quanto via bella assai di Milano, infatti, il detto corso è molto trafficato. Ma basta entrare in una sua strada perpendicolare per assaporare la quiete e il perfetto silenzio che si respirano tra le nobili residenze di via Serbelloni, che offrono viste allo sguardo architettonicamente parecchio intriganti – i palazzi più belli di Milano, signori, sono qua. Ma la sorpresa la trovate dopo. La sorpresa la trovate al civico 9 di via dei Cappuccini, dietro a un cancello nero con dettagli ocra. Una villa dalla facciata seminascosta dalle chiome di numerosi alberi, ma che si intravede massiccia e sontuosa, vi si apre allo sguardo, affacciata su di un cortile che la scosta dal bordo stradale. Qui la quiete e il silenzio si vestono di qualche esile, dolce rumore: il rumore dell’acqua di una fontana, quello zampillo rilassante che ognuno di noi vorrebbe sentire in soggiorno, e invece guarda tu quante metropolitane dobbiamo prendere per poterlo intercettare. Ché al massimo a casa si sente il rubinetto che perde oppure, nella notte, il vicino che piscia. Ma ecco che, come al solito, divago scrivendo cazzeite.
Infatti: torniamo all’acqua. All’acqua e alla villa. La villa è Villa Invernizzi, blasonato cognome del padre della certosa e della robiolina: esatto, la villa è proprio loro, dei formaggiari. I quali, con l’eccentricità che i ricchi non si negano – e perché dovrebbero in fondo, i soldi li hanno, e come ci insegna la troika l’austerità è tutta per noi – hanno deciso di arredare il loro giardinone, oltreché con quella fontana che noi appunto non possiamo permetterci, con un gruppo di fenicotteri, una meravigliosa colonia di fenicotteri parcheggiata in giardino. Anvedi. Del resto, quando ti capita di vedere fenicotteri, apparte che nelle terribbili fantasie anni ottanta tornate in voga l’altranno, fenicotteri veri intendo, e non dico a Milano eh, ma in generale? In tutta franchezza: chi se la sente di raggiungere l’Asia Meridionale, sfatti come siamo anche solo dopo un giro sulla 90? Ma soprattutto: chi ci ha i soldi? Ed ecco che i signori Invernizzi, assecondando non si sa quale loro singolare uzzolo, hanno creato questo unico e originale allestimento faunistico con esemplari di splendidi phoenicopterus nel proprio giardino, collateralmente regalandone ai passanti, sbircianti attraverso il fogliame delle siepi che corrono lungo il cancello, la visione.
Che è quella che infatti vi suggerisco, un dì che siete da quelle parti, per andare a visitare la Gam, per entrare al Planetario a riveder le stelle, o se siete semplicemente in giro a bighellonare anche solo per bervi un caffè ai giardini di Porta Venezia.  
Certo qualcuno potrebbe considerare poco desiderabile questo mantenimento in stato di cattività delle suddette bestiole; tuttavia il trattamento che ricevono è quello del classico animale domestico, curato e nutrito (piuttosto direi è la vita dei gamberetti che si mangiano, e che conferiscono loro il colore delle piume, ad essere un tantino meno entusiasmante, come la mettiamo?). Vedo il verde, l’acqua, il cibo e lo spazio; non vedo gabbie, non vedo sofferenze. O almeno ecco non più grandi di quelle d’un buon cervello costretto a lavorare in un call center. Nella vita insomma quel che arriva arriva, te lo prendi eccome (cit.).

Ma tornando alla nostra visita…
Ok, potrebbe parere un po’ tristino in realtà questo spiare, quasi dal buco della serratura, guardando attraverso le inferriate d’un cancello, noi poveracci, il giardino d’una villa facoltosa per godere delle sue delizie; e forse cari amici del bloggo pure lo è un po’, modello Nino Manfredi in Pane e cioccolata mentre guarda i biondi al bagno. Però però… se, pur non abbandonando un senso politico delle cose, ci affidiamo a un senso poetico (che in ogni caso mai va disgiunto dal primo), ecco che Villa Invernizzi e il suo spettacolo di fenicotteri rosa dal piumaggio sfumato in tinte vivaci, come il completo di Théo de Il paradiso degli orchi, ci appaiono come una visione d’alterità, una venatura di questo paesaggio urbano che non ci si sarebbe aspettati, una chicca, impensata, qualcosa per cui entusiasmarsi, meravigliarsi, sorridere, in fondo. Sorridere. Perché quando al 9 di via Cappuccini ci vai per la prima volta, e con le persone a cui tieni, si sorride, si sorride e si vede nell’entusiasmo degli altri il riflesso del proprio. È quasi una cosa magica: un gruppo di elegantissimi, sgargianti fenicotteri che incuranti, come fosse la cosa più ordinaria del mondo il loro stare, qui, a Milano, e in quella situazione, si nutrono, mangiano, stanno su una gamba e a volte su due, immergono il  muso nell’acqua e la bevono, si acciambellano sul prato verde e riposano. Pazzesco. Ecco perché è una cosa magica, poetica. Sono milanesi anche loro dopotutto. Fenicotteri di Milano, che per quel poco e tanto che ci regalano sono in fondo un po’ di tutti.


lunedì 3 novembre 2014

Il giardino filosofico - Com'è bello com'è bello il nuovo parco del Portello



Quest’oggi, miei millemila lettori, andiamo alla scoperta di un altro angolo(ne) di verde milanese di tutto rispetto, non antico ma recente, simbolo anche questo della trasformazione urbana di cui, nel bene e nel male, è stata oggetto negli ultimi otto-dieci anni la città della scrofa semilanuta.
Il parco di cui parliamo è stato infatti inaugurato solo nel 2012, dopo un’attesa impaziente, una gestazione lunghissima durante la quale circolavano sul web rendering capaci solo d’accrescere l’acquolina in bocca e la curiositas. Un mega cantiere misterioso, sorto in una zona della città, quella del Portello, lustri addietro occupata dallo stabilimento dell’Alfa Romeo, allora la FIAT milanese, per estensione e numero di addetti, pur fatte le debite proporzioni. Un’ex area industriale dunque, risorta dopo l’abbandono per merito d’un massiccio ma azzeccato sconvolgimento edilizio, articolato in molteplici e riusciti interventi architettonici, sotto l’egida d’un macroprogetto targato Studio Valle: la realizzazione del fondamentale CC Portello, le case nuove di Cino Zucchi in largo Zanuso (di cui però parleremo un’altra volta, onde concentrarci quivi sul già corposo capitolo del parco), svariati ponti, braccia tese d’acciaio che fungono da collegamento tra i quartieri contigui, e, last but not least, il parco di cui testé andremo a raccontare. Insomma, come vedete c’è molta carnazza al fuoco, e io, che da par mio non so cucinare nemmanco una minestrina, sarò il vostro chef.

Il nuovo parco del Portello, realizzato dallo studio Land, nasce da un’idea di Charles Jencks, apprezzato e noto paesaggista, americano ma scozzese d’adozione, signore non giovanissimissimo che val sul serio l’impegno di conoscere. E forse bisogna proprio partire da lui, per parlare del parco del Portello. Amico di Peter Higgs (quello del bosone, ricordate? - qui una foto che li ritrae assieme in gioviale compagnia del fu direttore del Cern; ovviamente Jencks è quello vestito da giardiniere) e di Jeremy Watson, scopritore del DNA, ha saputo modellare, con intelligenza e cultura che di certo non gli mancano, un parco che è più di un parco: è un percorso narrativo, una passeggiata in cui nulla è lasciato al caso, ma anzi in cui tutto, ogni singolo tassello, concorre a un disegno unitario e meditato, che risponde alla precisa esigenza di avere un significato. Senza volervi annoiare addentrandomi in particolarismi et vicessitudini dell’architettura d’oggidi (anche perché io stessa non ne so naturalmente un cazzosega), cari miei millemila lettori (sì, sono un tantino più sbruffoncella di Manzoni), Jencks si offre dal suo punto di vista in antitesi ad edifici che egli considera vuotamente iconici come il Guggenheim di Bilbao, di Frank O. Gehry, che ha a suo dire segnato uno iato nell’architettura contemporanea, aprendo una sorta di gara inutile all’edificio più ‘più’; epperò qui Mr Jencks mi trova in disaccordo con lui. Il suddetto Museo è bello, più dei brutti grattacieli che Isozaki e Renzo Piano stanno disseminando in molte città italiane. E non direi che sia vuoto di significato: è in fondo un edificio-opera d’arte che funge da museo per altre opere d’arte contemporanea. Il nesso dunque, quantunque magari semplicistico, mi par ci sia, piacciano o non piacciano le linee studiatamente sbilenche che lo compongono – tipo hey Frank, hai litigato con la carta stagnola.
Ma al di là di questa piccola divergenza di vedute rispetto all’opera di Gehry, sono assolutamente concorde con Jencks quando afferma che un edificio, o una realizzazione destinata al tessuto urbano, non deve essere in sé gratuita, priva di pensiero, slegata dallo Zeitgeist, ma frutto del suo tempo o ancor meglio dello spirito del tempo, offrendo a coloro i quali ne saranno, in senso lato, gli ‘abitanti’, uno spazio di fruizione non solo materiale, strictu sensu (è un parco, chiaro, ci si passeggia, gioca e ci si piscia il cane), ma di pensiero, di riflessione, esperita in prima persona.
La decadenza dell’architettura contemporanea è legata, secondo Jencks, al declino di quelle narrative laiche condivise, come progresso, socialismo e democrazia. Per questo l’architettura e l’architettura di paesaggio in particolare, quest’ultima utilizzando quali proprie componenti i secolari strumenti offerti dalla Terra, terra, semi, erba, acqua e luce, debbono tornare a mettere al centro d’un progetto un senso. Un senso che nel parco del Portello si individua perfettamente: tutta la composizione di questo giardino costituisce un inno alla scienza, al progresso, al lungo percorso di conoscenza, scoperta ed elaborazione intrapreso dall’uomo sin dalla sua comparsa; un’esaltazione del positivismo del postmoderno. Questo è il senso affidato da Jencks alla sua opera milanese. Un manuale, da sfogliare, per ricordarci il cammino straordinario della Terra e dell’uomo, un riassunto dell’evoluzione, come ci ha condotto sin qui dall’alba del mondo.
Il parco del Portello racconta tutto questo; non rifugge il concetto, il ragionamento, l’intelligenza, ma ne è al contrario informato. In un progetto che, oltre a ciò (e forse proprio questo), anche nella sua fruizione più immediata, e nel semplice aspetto parchistico ‘visivo’ si rivela bellissimo e radioso. Ancor più di come appariva nei rendering diffusi prima della realizzazione e dell’apertura. L’intelligenza è, del resto, bellezza.       
E altro merito del progetto di Jencks, squisitamente sotto al profilo formale, è quello di aver realizzato, in controtendenza rispetto all’attualità, un parco assai disegnato – e come tale ben poco a bassa manutenzione – accostabile per ambizione ai superbi giardini cinque e secenteschi; con un’accuratezza e nitidezza delle forme, quasi scolpite, che nel giardino moderno non si erano decisamente vedute più. E ciò conferisce ulteriore valore a questo parco e a questo progettista.

E giustamente, dopo questi sproloqui, vi starete chiedendo come minchia è fatto questo parco.
Andiamo dunque a descriverlo.

Con i suoi ottantamila metri quadri, il parco del Portello non è esattamente quello che si potrebbe definire un giardinetto. È una composizione complessa, un accostamento di zone, di aree differenti, in una passeggiata coinvolgente, sempre nuova e mai uguale, ricca di visuali.
Possiede una montagnola verdissima, la cui sommità è raggiungibile da un doppio percorso di sentieri a spirale, che nel loro snodarsi non si incontrano mai; come le eliche del DNA. E difatti in cima è collocata una fontana al centro della quale sorge una scultura, che proprio un segmento di acido deossiribonucleico rappresenta. Da qui potrete godere d’una spettacolare visuale sul parco, o se preferite (son gusti) d’una visuale sull’ameno viale Serra, forse una delle vie più inquinate di Milano. Ora ben contrastata, però, da questo meraviglioso polmone verde.
Accanto alla montagnola, che dialoga, benché a distanza, col Montestella poco più avanti, storica ‘montagnetta’ della città di Milano, sorge una doppia collina sinuosa, a forma di S, che sembra il dorso d’una creatura preistorica, il cui crinale è percorribile, avventurandosi nella stradina di ghiaia ricavata tra due filari paralleli di siepi. E nello spazio creatosi al centro, il laghetto: uno specchio d’acqua circolare, tagliato da una lingua di terra erbosa che fa somigliare i due bacini così ricavati, come mi suggeriva un evidentemente attento collega (ebbravo Andrea!), al sole e allo spicchio di luna (bisogna vederlo). Tutto intorno al laghetto, a ridosso della collina, corre una panchina, messa in opera solo dopo l’apertura del parco, una panchina infinita, la classica panchina a listarelle verdi dei parchi, che è però qui continua, e sembra quasi voler riunire tutti i visitatori, anziché in panche disperse e separate, in un’unica seduta. Che è già un’idea geniale e meravigliosa.
Superata la zona delle collinette, ecco un’area destinata ai bimbi, tra altalene, giochi vari e un'altra lunga panca per gli sfatti genitori.
Ma ecco che, da qui, percorsa una passerella in discesa, si accede alla zona più raccolta e meravigliosa di tutto il parco. Un giardino segreto, un luogo di tranquillità purissima e di bellezza assoluta, scandito da una trama di piante, fiori e arbusti che crea una visione unica, quasi un acquerello dominato dai colori del rosa. Ciliegi, lavanda, rose canine, edera e barberis rosso; in primavera è un’esplosione, tra i ciliegi in fiore, i cui petali si radunano in modo struggente per terra, creando un pavimentino umidiccio sul quale atterrare di culo è invero assai facile, e il muro rossastro che lo cinge dall’altra parte, sotto a un pergolato d’edera.
Questo spazio si chiama Time garden, ed è attraversato longitudinalmente da un sentiero rivestito da 183 piastrelle nere e 182 piastrelle bianche, a simboleggiare i 365 giorni dell’anno, in un percorso che racconta le ere della preistoria, storia e presente, scandite dai grandi trapassi dell’evoluzione: l’origine, la creazione degli atomi, le galassie, la nascita della Terra e le prime forme di vita. Che poi sono le cose superbelle che ci insegnano le maestre alle elementari, solo che poi tendiamo lentamente a dimenticarle. E sui sedili rosa che lo bordeggiano, ecco incisi su lastre d’acciaio satinato i nomi delle stagioni e su divisori aggettanti i nomi dei mesi dell’anno.
Lo scorrere del tempo, quindi, in piccolo e in grande. A misura d’uomo e a misura del cosmo. Questo è il racconto fatto dal giardino del Tempo. Ed è commovente come questo delicato hortus conclusus costituisca, tutt’altro che casualmente, una visuale impagabile, e anche uno spazio da vivere, per gli ospiti della casa di riposo di fronte; persone che di scorrere del tempo se ne intendono. Insomma, finalmente qualcuno che pensa pure ai vecchiarelli, mica solo (si veda il giardino della GAM) ai mocciosi!
Nella morfologia del parco ricorrono riferimenti a galassie, conchiglie, spirali ed eliche; forme primordiali, antiche quanto è antico il mondo ma così faticosamente scoperte e descritte dall’uomo, nel suo lungo, avvincente cammino d’esperienza e conoscenza, assistito dagli strumenti che la tecnica ha saputo via via approntare. Un lungo cammino difficile, irto di superstizioni e credenze da abbattere, di teologie e dottrine avverse, di ipse dixit, di libri bruciati e di altri esaltati come il vangelo (letteralmente!), di processi, roghi e abiure da scontare. Ma è un cammino che ci ha condotti fin qui, che ci ha fatto conoscere la sfericità della Terra, il sistema solare, il moto celeste, il funzionamento del nostro organismo, l’atomo, il DNA. E il bosone di Higgs, eh, non ce lo dimentichiamo, che Higgs è pure amico di Charles Jencks. Un cammino irrinunciabile e irrinunciabilmente laico.

Questo è ciò che il signor Jencks ci racconta nel suo parco meraviglioso.
Ed è per questo che, per assaporare in pieno le potenzialità di questo parco, è bello tornarci in tutte le stagioni, vederlo in fiore e sotto la neve, per calarvi in una sorta di metafruizione d’un giardino che vuole esattamente raccontarvi questo: il Time walk, lo scorrere del Tempo.
Dopodiché rimane un parco, un parco dove poter fare tutte le cose che si fanno in un parco. Correre, camminare, sedersi sull’erba sfidando animali feroci come vespe e zanzare, ma anche offrendosi la possibilità di fare incontri casuali con coccinelle e piccoli maggiolini cangianti di passaggio. Un luogo in cui cercare quadrifogli, leggere, passeggiare e sostare, magari improvvisando piacevoli picnic. Nel Time Garden ad esempio i tavolini di pietra con relativi sedili, immersi tra i fiori (e qua veramente chapeau a chi ha avuto l’idea di inserirli), sembrano esattamente invogliare a un sano aperitivo biologico, tra succo di pomodoro e barrette vegan (scherzavo eh, crodino fonzies e rutto libero è la giusta combinazione – e comunque vicino c’è pure un Mc Donald’s in cui rifornirsi di cibo quello sì de sostanza).

Non so misurare la sorpresa che ebbi quando percorsi per la prima volta gli spazi completamente nuovi del parco del Portello: era dicembre, aveva appena nevicato e la collina era bianca come se qualcuno le avesse polverizzato sopra, con un setaccio, dello zucchero a velo, splendeva il sole e per fare onore all’età mia e a quella di chi era con me ci si dedicò a simpatici giuochi con le lastre di ghiaccio trovate qua e là intorno al laghetto – che era, difatti, completamente ghiacciato. Un paesaggio sconosciuto ma che ci aveva già fornito gli elementi per cazzare sentirci accolti e a proprio agio in questo grembo racchiuso, cinto tra le dune erbose.
E bello fu tornarci a primavera, coi ciliegi in fiore, un fuoco d’artificio rosa da rimanere a bocca aperta, sotto una pioggia lenta di petali chiari. Poi è venuta la calda estate, per sperimentare, riparati dall’edera, tra chiacchiere fitte con le persone giuste, un po’ di sana sudazza dall’ascella; e poi di nuovo l’autunno, con il suo paesaggio esanime e sfiorente, preparazione a un freddo inverno incubatore d’una nuova primavera. E mobbasta, perché stiamo finendo in zona Kokin waka shū, e non vorrei, mica sono un lirico giapponese.

Tutto questo per dire, e di parole ne ho spese sin troppe, che il parco del Portello è un parco bellissimo, e che vederlo una sola volta non basta, ma occorre tornarci, come in tutti i bei luoghi di questa città.
Un giardino filosofico, quello che il signor Charles Jencks ha deciso di regalarmi a pochi minuti da casa mia, che potrebbe entrare già ora, di diritto, nel libriccino sull’arte dei giardini di Pierre Grimal. Proprio come espressione e proiezione migliore del suo tempo, un tempo della Scienza e della ricerca della verità, che ci invita a trovare spazio per il pensiero e la lentezza, in un mondo dominato da logiche mercantili (e capitaliste) e a liberarci di antiche zavorre e idoli ingombranti che impediscono il progresso dell’umanità. Che è una di quelle narrative laiche nel cui declino Jencks intravede fenomeni di decadenza, dell’architettura e, azzarderei, non solo.

Quante cose, insomma, se si vuole, possono esserci in un parco. Al nuovo parco bellissimo del Portello, a Milano, nella nostra città, thanks to Mr Jencks, oggi, si trova tutto questo.