lunedì 2 giugno 2014

L'antica, quieta e verde Guastalla


I giardini della Guastalla sono un altro luogo che rende bella Milano, e che ci consente di proseguire il nostro descubrimiento del sottostimato verde cittadino. Sicché bisogna anzitutto dire che questo parchetto fu il primo tra i giardini pubblici milanesi, il più antico, realizzato nel lontanissimo 1555, mentre insomma l’Europa cattolica era percorsa da quello che i sudditi di sua maestà il papa chiamavano morbo protestante. Chissà che faceva in quell’anno il buon Gert dal Pozzo, protagonista del romanzoneoneone Q, le cui vicende avventurose sono incuneate giusto giusto in quei decenni lì. Forse se ne stava già ad Istanbul. Ma se fosse passato a Milano nel suo lungo peregrinare avrebbe potuto riposare le ossa in questo silenzioso e delicato fazzoletto di verde, scavalcandone con facilità il cancello.
In origine il parco della Guastalla era il giardino privato d’un collegio di pie fanciulle, e mutua il suo nome dalla benefattrice che, rimasta vedova assai giovane, ne fu fondatrice ed ospite ella stessa. Solo in pieno Novecento il parco venne espropriato dal Comune e aperto alla cittadinanza, inaugurato nel 1939.

Il giardino della Guastalla come appare oggi è un tesoro nascosto da una cancellata. È incastonato a sorpresa tra le rettilinee delle strade adiacenti. Di speciale ha l’erba verde, d’un verde tenero, i sentieri sterrati, le panchine di legno e di pietra e l’atmosfera inattesa, inconfondibilmente quieta e ovattata, che solo i parchi in centro e a ridosso di corsie trafficate possono offrire.
Si scende una breve scalinata per entrarci: ed è già meraviglia. Allo sguardo si apre una peschiera, una spettacolare vascona rettangolare delimitata da una serrata balaustra di granito poroso e da una recinzione in ferro battuto, in una doppia, sensuale sequenza di angoli e curve. A primavera le siepi di rose canine che la circondano esplodono in macchie rosse. Risale al Seicento, conserva intatta tutta la sinuosità barocca e trovarsela davanti è gioia per gli occhi. Non te lo aspetti questo specchio d’acqua d’antica memoria, là in mezzo. Passeggiando lungo il percorso botanico si incontrano statue meravigliosamente aggredite dal muschio, che ha ricamato sui loro fianchi sottilissimi abiti verdi; e c’è pure un tempietto neoclassico, invero un po’ male in arnese oggidì, ma comunque pur sempre opera architettonica del buon Cagnola che, sapevatelo, fu il progettista dell’Arco della Pace.
Al parco della Guastalla ho trascorso parecchie domeniche di quando ero giovine, quasi una sbarba rispetto a ora. Le sue panchine sono anche state il teatro di mattacchione cene en plein air svoltesi nella dimensione numerica d’un quartetto d’amici che allora sembrava inseparabile… e invece. E invece abbiam perso un elemento per strada, ma poco male. La vita è come una marea che sommerge (quasi) tutto, e superate le delusioni e anche qualche incazzatura posso dire che, del quartetto che fu, è rimasto un terzetto superior, e accanto mi sono rimaste le persone migliori. Due persone speciali, dolcissime, generose, toccate dalla grazia di quei doni rari ed elevatissimi che sono ironia, intelligenza, e naturale voglia di condivisione. Mica le virtù teologali insomma. Eppoi al parco della Guastalla vi son successe varie altre cose molto importanti per me.

Se ci vai di pomeriggio ci trovi barboni sdraiati per il lungo sulle panchine, cani di ogni tipologia, padroni di cani di ogni tipologia, forzati della corsetta e irriducibili dell’informatica in mobilità. Anche persone immerse nel piacere: gente che legge o coppie di innamorati.  
La storia tra mi e il mi ragazzo si può dire sia incominciata qui, perché è qui che il cazzare idiota delle più belle amicizie si è trasformato nel meraviglioso, cazzare idiota tra due persone che capiscono di aver voglia di stare insieme. Una bella cornice per l’inizio di una storia, la Guastalla, ma non c’è stato alcun pilotato programma estetico in ciò (ma qualcuno crede davvero ch’io sia in grado di programmare qualcheduna cosa, mi dimando?): sul serio, è accaduto tutto in maniera perfettamente casuale. Seduti sull’erba, in un caldo giorno d’agosto che ha licenziato subito dopo un lievissima e tiepida pioggerella. Ed è quello che ricordo assai bene di quella giornata: noi due, l’erba verde, d’un verde tenero, vari cani a destra e a manca e a volte pure in rapido avvicinamento (giusto per smorzare il quadretto troppo romanticone eh), il giardino della Guastalla tutto intorno a noi e le sottili e rade gocce di pioggia finite a confondersi nell’acqua della vasca peschiera. Ed è stato il giorno dopo che ho ricevuto in regalo Q, dei Wu Ming, allora Luther Blissett. E penso che sì, nel 1555, prima di rimettersi in viaggio per abbandonare l’Europa, Gert avrebbe potuto fare sosta sotto un albero della Guastalla, e ho la presunzione di credere che, in questo antichissimo luogo della mia città, il suo sarebbe stato un quieto e fruttuoso riposo.



sabato 3 maggio 2014

La chiesa del Divo Satyro


C’è una chiesa da svenire, a Milano, e se non lo sapevate ora lo sapete. È la chiesa di San Satiro, e si trova in posizione centralissima e comoda da raggiungere: è esattamente in via Torino, a due passi da piazza Duomo. E per fortuna sua è vagamente arretrata rispetto alla strada, protetta nel suo piccolo sagrato di pietra da un cancello, che la difende dal passeggio della gente, quei delinquenti (cit.), dedita allo sciopping e poco accorta nei confronti di questo inusitatissimo gioiello architettonico.
La struttura e la storia di questo edificio sono entrambe complesse, ed entrambe affascinanti.
Partiamo dalla storia, di questa chiesa, il cui nome vero è Santa Maria presso San Satiro. Perché ‘presso’? Perché la più antica fondazione di culto era dedicata a proprio al santo Satiro, o divo Satyro, come si legge nell’iscrizione della facciata, che altri non era che fratello di Ambrogio, virtuoso vescovo di Milàn e supermegasanto delle chiese cattoliche. In effetti più che a Satiro, del quale non si sa poi molto, la chiesa sembra voler essere un omaggio ad Ambrogio stesso, e quindi alla sua genia.
Anyway, in epoca rinascimentale all’antico sacello altomedievale (che ospita oggi un Compianto su Cristo morto in terracotta, realizzato da Agostino de’ Fonduli) venne integrata una struttura più massiccia, la chiesa di Santa Maria; ad occuparsene, architettonicamente parlando, fu Donato Bramante, chiamato dal duca Galeazzo Sforza ad esaltare il luogo in cui, si diceva, un quadro della Vergine, colpito dal pugnale d’un vandalo, avrebbe sanguinato. Un luogo miracoloso dunque, teca celebrativa per l’immagine prodigiosa. Questo era incaricato Bramante di realizzare, e nel piccolo spazio a sua disposizione, integrando con maestria il sacello di san Satiro e il campanile romanico, uno dei più antichi della città, egli riuscì a creare un edificio altamente spettacolare, avvincente da fuori (il retro, visto da via Mazzini, sembra quasi fiabesco) e da dentro, con la sua elaborata e nobile sagrestia ottogonale, e, più in generale, nell’articolazione degli spazi interni grazie a una trovata geniale sapientemente e finemente realizzata; una roba da svenire, appunto.

Ora, se stessimo parlando d’una serie tivvù, io vi dovrei avvisare, come si fa sull’internet, che di seguito vi saranno degli spoiler: indi per cui, se della chiesa del divo Satyro non sapete nulla e siete intenzionati ad andarvi, io mica voglio rovinarvi la sorpresa, e lo svenimento; andateci senza aver letto le righe che seguono. Se invece la prospettiva d’un collasso vasovagale in un edificio ecclesiastico non è esattamente nelle vostre corde (anche perché magari siete dei loschi peccatori e magari pure dei bestemmiatori, vergogna!), e preferite essere avvertiti prima della ‘sorpresa’ da far girare la testa, potrete allora seguitar la lettura. Poi però non lamentatevi, io ho avvisato.

Ebbene, qual è la caratteristica che rende questa chiesa unica, strepitosamente unica architettonicamente parlando? La prospettiva. La prospettiva, sissignore. La prospettiva, termine che forse potrà esser riconnesso più all’area semantica della pittura, di quell’arte figurativa messa a punto acerbamente da Giotto e poi incarnata da Pier della Francesca, passando per l’ignoto autore de La città ideale, sino ad approdare alle conquiste pienamente mature e superbe di Raffaello Sanzio.
La prospettiva, la profondità. La profondità anche là dove, come sulla tela bidimensionale, non c’è spazio. Come nel caso della nostra chiesa di San Satiro. L’altare della chiesa occupa uno spazio perfettamente illusionistico. L’espediente architettonico di Bramante crea spazio anche dove non c’è. Grazie a un gioco serrato di finte semicolonne in sequenza e alla magistrale decorazione della volta, egli fa sembrare ampio, grande, profondo, uno spazio di appena 97 centimetri. Meno di un metro. Che comunica invece l’aspetto imponente, arioso e maestoso di un'abside molto più fonda. Ma Bramante spazio per la creazione di un'abside siffatta, che potesse confarsi alla santità dell’icona miracolosa ivi esposta, non ne aveva; per cui dovette inventarsi qualcos’altro. Creare spazio là dove non ce ne è, un po’ come i pittori sulla tela. Ma in questo caso la sfida non era una tela bianca, ma la realtà stessa: creare la sensazione sublime e perfetta d’una profondità che latitava, per assegnare all’edificio la monumentalità di cui era in cerca.
E così fu realizzata un’illusione perfetta, di cui ci si accorge… solo dopo aver superato la metà della chiesa. Ti sforzi di mettere a fuoco quello spazio grande che ti sembra sempre più vicino. Lo vedi rientrare, scavarsi, infossarsi come suggeriscono le pieghe e le scanalature architettoniche, ma al contempo vedi la parete, piatta, del fondo, venire sempre più avanti. È qui che parte lo svenimento. Due dati spaziali che non concordano. Che non coincidono. L’incapacità di avere cognizione dello spazio, fisico, intorno a sé. La potenza dell’illusionismo. La meraviglia d’un progetto così potente ed eccelso: l’allargamento ottico dello spazio.  
Questo è il mio spoiler su Santa Maria presso San Satiro, perché scoprire tutto ciò quando ci sei dentro, e non prima, lascia che si conservi intatto tutto lo stupore meraviglioso, quasi barocco si potrebbe azzardare, che questo punto di fuga illusionistico sprigiona.

A me è esattamente così che è andata: la vedo da fuori questa chiesa, ne varco il cancello e ci entro: e mi perdo nelle spennellate d’oro, nell’atmosfera rarefatta del giallo dorato in cui, oggi (prima i colori eran diversi), si galleggia entrando. E l’occhio è catturato, come se fosse un magnete ad attrarre, dal fondo della chiesa, dall’altare così lontano e maestoso e così vicino, tanto da raggiungerlo in pochi passi, con un senso di vertigine che induce a sbattere più volte le palpebre in cerca della verità spaziale.
La chiesa di Santa Maria presso San Satiro è semplicemente straordinaria. È esperienza del senso, è incredulità e splendido disorientamento; e in tutto questo c’è la sua forza, la sua potenza di chiesa infinitamente piccola eppure così grande.
Che inesprimibile soddisfazione portarci qualcuno alla prima visita: è come rivedere se stessi alla prima esplorazione, nello stupore della perdita dei riferimenti spaziali, prima di trovarne di nuovi, ancora preda dello sbalordimento. Se poi quel qualcuno è sensibile alla qualità artistica, ed è in generale una persona di spirito, di emozione e di coinvolgimento, allora avrete fatto centro: la chiesa del divo Satyro, da oltre seicento anni, parla e sorprende in via preferenziale questa bella e preziosa categoria di persone. Che non può non rimanere affascinata da questo brano della nostra città.







venerdì 21 marzo 2014

Capitolo parchi: quello del Sempione


Care amiche e cari amici del bloggo (parlo da sola), sarà pure il caso mi dico di affrontare la vexata quaestio relativa al verde cittadino. Indi per cui, allo scopo di sfatare il diffuso e mentitore cliché d’una grigia Milano, direi di principiare soffermandosi su uno dei tanti bei parchi che questa nostra ridente cittadina (oddio, sto esagerando?) offre. E questo è un bel parco sì.
È il Parco Sempione verdemarrone.
Già immortalato dall’eponima canzone e relativo video di Elio e le Storie Tese, il Parco Sempione (un amico apprese a spese sue e delle sue scarpe perché marrone, oltreché verde) fu progettato nel lontano 1891 dall’architetto Luigi Alemagna, cui è stata intitolata la via dove sorge il vicinissimo Palazzo dell’Arte cioè la Triennale, che lo acconciò a parco romantico all’inglese, con montagnole, avvallamenti, percorsi d’acqua, zone ombreggiate, sentieri sinuosi. E così il parco è rimasto, arricchito da numerose specie vegetali che creano in successione una meravigliosa passeggiata, aperta e ossigenante, in pieno centro, a Milano. Specie vegetali, si diceva, e anche specie animali: augelli vari, piccioni, germani reali, anatre e pure ratti a quanto pare. È una bella rassegna faunistica insomma, e ogni tanto passa pure la polizia.
Il Parco Sempione è infatti l’ideale per lente e rilassanti passeggiate primaverili, con magari sosta caffè allo storico baracchino di via Gadio, per chiacchierare sulle sue panchine e ascoltare musica, o per prendere nota, come fo io, dei moti della propria vita mentale, augurandovi una vita mentale che non assomigli alla mia. Ma è bello, al Parco Sempione, anche scambiarsi dolci coccole (niente di più eh, ché poi diventa illegale) al aire libre, sull’erba, ma questo solo se non avete paura dei ratti e nemmanco della polizia.
Jason, un ragazzo cinese in Italia per motivi di lavoro, al quale dopo un incontro casuale mi sono improvvisata guida per la città in una bella giornata d’agosto, dopo avervi scattato qualche foto ha esclamato con meraviglia: “It seems like Central Park!”. Non so caro Jason se il Parco Sempione verdemarrone sia davvero simile – benché certo in miniatura – al parco newyorkese, un paragone che purtuttavia inorgoglisce il mio quoricino di mediolanense. Va detto però che Jason, che abita a Shenzhen, cittadina modernissima della provincia di Guangdong, è rimasto davvero sorpreso dalla quantità di verde della nostra città. Ecco diamine, anche i milanesi dovrebbero sorprendersi e commuoversi per la bellezza di questo e altri luoghi in Milano, offerte gratuite di visioni da miracolo, tra specchi d’acqua riflettenti, tronchi protesi sull’acqua, alberi maestosi.
Un giorno di parecchio tempo fa, una di quelle persone che il magmatico flusso della vita fa scomparire (non nel senso che è schiattata, o almeno credo ecco, parlo di rapporti che finiscono), disse, guardando delle foto che avevo scattato al Parco Sempione, che non sembrava neppure Milano, quella in fotografia, perché era troppo bella. Diceva che le mie fotografie sapevano migliorare le cose. Ma ovviamente si sbagliava, sia su di me, che, non sono certo così talentata con la macchina fotografica, che naturalmente su Milano. Milano è bellissima porca miseria, anche e soprattutto vista dal Parco Sempione. Triennale, Torre Branca, l’Ago e il filo di Cadorna, l’Acquario Civico, il Castello, e, in lontananza, in una visuale da cartolina (vedere per credere) l’Arco della Pace; è semplice, quando sei al Parco Sempione hai davvero a un tiro di mano tutto ciò che ti serve.

Il dettaglio da non perdere
(Rubrichetta del a chi vuoi che gliene impipi)
Assolutamente da vedere (ma non da toccare, fate i bravi) il quartetto di poppute et licenziose sirenette, in milanès dette “sorelle ghisini”, poiché fabbricate in ghisa, disposte a coppie sul ponticello che da esse trae il suo nome. Curiosità: l’architetto che le realizzò, nel lontano 1842, faceva di cognome, ironia della suerte, Tettamanti. Curiosità ulteriore (ma questa è davvero per nerd del turismo meneghino): una quinta sorella sta al Museo Morando, anch’ella baldanzosamente a petto ignudo.